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TESORO DI CUNETIO


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IL VASO E ALCUNE MONETE DI CUNETIO

Il tesoro di Cunetio è stato scoperto nel 1978 a Mildenhall, nel Wiltshire, in Inghilterra, sul sito della città romana di Cunetio. I pezzi sono conservati al British Museum. La città, anzi l'oppidum, di Cunetio controllava un importante crocevia. I resti di questa fortezza non sono più visibili da terra, ma appaiono distintamente nelle fotografie aeree.

Nel 1978 vi fu scoperta una pila di monete romane, il cosiddetto "tesoro del Cunetio". Il nome del fiume Kennet, un affluente del Tamigi che bagna Mildenhall, verrebbe da questo nome romano, che si trova sullo stemma del villaggio. La colonia britto-romana di Cunetio, abbandonata intorno al 450, fu rioccupata in epoca anglosassone.



CUNETIO

La città romana di Cunetio, che sta sulla parte opposta del fiume Kennet del villaggio di Mildenhall, nel Wiltshire, in Inghilterra, è dunque il luogo dove venne recuperato il famoso tesoro degli argenti romani. Essa venne infatti occupata dai romani dal II sec. d.c. fino all'inizio del V secolo, quando fu abbandonata.

Cunetio si sviluppò da un piccolo insediamento in un importante mercato economico per l'area, che si sviluppò intorno a una mansio, costruita vicino a un bivio. La mansio era un punto di sosta ufficiale su una strada romana, una locanda di pregio mantenuta dal governo centrale per uso dei funzionari e di ufficiali in viaggio.

Più tardi, nell'evoluzione della città, fu costruita un'area a griglia pianeggiante, ma dal IV secolo, quando furono costruite alcune importanti mura cittadine, le strade pianificate si trovavano fuori dalle nuove mura e presumibilmente erano state abbandonate da allora.



GLI SCAVI ARCHEOLOGICI

- 1912 - Attraverso scavo di un pozzo vicino si scoprì un piccolo tesoro di 102 monete.

POSTUMUS
- 1940 - Delle foto aeree dei marchi di suolo (rivelatori di siti antichi) rivelarono un luogo anticamente abitato che è stato poi scavato sporadicamente.

- 1960 - fu trovato un altro piccolo deposito di monete.

- 1978 - a Cunetio venne ritrovato un enorme tesoro di oltre 55.000 monete contenute in una grande pentola e un contenitore di piombo. Le monete sono ora nel British Museum e il vaso è in mostra al Wiltshire Museum di Devizes.

Il tesoro del consisteva esattamente in 58.551 monete del peso di oltre 180 chilogrammi (390 libbre). Le date delle monete furono tra il 250-275 d.c., tuttavia la maggior parte proviene dall'impero indipendente stabilito in Gallia da Postumus nel 260.

La maggior parte delle monete erano irradiate di basso valore. La radiazione post-riforma (il nome latino, come molte monete romane di questo periodo, è sconosciuta), era una moneta romana emessa per la prima volta da Diocleziano durante le sue riforme valutarie. Monete in bronzo recanti l'effige radiata dell'imperatore continuarono a essere coniate anche dopo il 294 d.c., ma di dimensioni ridotte e senza argento. Il termine "radiato post riforma" indica queste ultime monete.

L'irradiato sembrava molto simile all' Antoninianus (irradiato pre-riforma), con una corona radiale come Sol Invictus. diadema o altro copricapo che simboleggia il sole o più in generale le potenze associate al sole. Solitamente assume la forma di un disco cornuto per rappresentare il sole o di una fascia curva di punti per rappresentare i raggi.

La differenza è l'assenza del "XXI" che esisteva su radiazioni pre-riforma, un simbolo che si ritiene abbia indicato una consistenza di 20 parti di bronzo in 1 parte di argento. L'irradiazione post-riforma aveva poco o nessun contenuto d'argento. Il peso varia tra 2,23 e 3,44 g.

Nel tesoro monetario vi erano tuttavia diversi Antoniniani, alcuni dei quali risalivano al regno di Gallieno (253-268). Le date delle monete furono tra il 250-275 d.c., tuttavia la maggior parte proviene dall'impero indipendente stabilito in Gallia da Postumus nel 260.

- 2009 - il programma televisivo archeologico di Channel 4 Time Team fece altri scavi in loco, trovando molte più monete e altri oggetti. Alla fine il Cunetio Hoard, è il più grande tesoro di monete romane trovato in Gran Bretagna.

PETER HUMPHRIES

IL RINVENIMENTO

Memoirs of a Treasure Hunter – The Cunetio Hoard
November 28th, 2022|Archaeology, History, Metal Detecting

Nel 1976, il metal detectorista Peter Humphries incontrò John Booth e insieme, nel 1978, furono i ritrovatori del Cunetio Hoard, a tutt'oggi il più grande gruzzolo di monete romane rinvenuto in Gran Bretagna. Il ritrovamento risale alla fine degli anni Settanta, Il numero ufficiale di monete rinvenute è stato registrato come 54.951, per lo più da radiati d'argento, prodotti in gran numero prima della sepoltura avvenuta intorno al 274 d.c...

L'interesse di Peter per il metal detecting risale a quando aveva quattordici anni, uno dei suoi amici gli portò un paio di monete romane e gli disse che la sua ragazza le trovava in un campo chiamato Black Field, se si percorreva con occhi attenti quel campo, si potevano trovare tre o quattro monete romane in superficie. Peter iniziò a fare metal detecting nella calda estate del 1976.

La maggior parte dei sabati e delle domeniche c'erano quattro o cinque persone in giro per i campi a cercare, Peter e il suo amico John Booth visitavano il sito ogni domenica pomeriggio e di solito trovavano almeno 20 monete romane ciascuno in un paio d'ore. Se non ci riuscivano, era una giornata storta. Con la moglie e la figlia, ogni domenica si recava a casa di Peter e i due uscivano lasciando le mogli.

Il campo si trovava a breve distanza in auto da casa di Peter e, una volta arrivati, si alternavano nello scavo per cinque minuti ciascuno. Peter ricevette un segnale enorme, scavarono arrivarono a un grosso pezzo piatto di pietra sotto cui pparve la parte superiore di un vaso delle dimensioni di un piatto.

Sebbene avessero il permesso, c'erano altre persone nel campo e il ritrovamento si trovava proprio di fronte al villaggio di Mildenhall. Se avessero scavato, le persone nel campo si sarebbero avvicinate e avrebbero voluto partecipare. Decisero di sedersi e non attirare l'attenzione fino a quando non fosse buio.

Si resero conto che il vaso era molto più grande di quanto avessero immaginato e non c'era modo di estrarlo. C'era una cabina telefonica a mezzo miglio di distanza, oltre il campo. Disse a John che si sarebbe recato lì a piedi, avrebbe telefonato alla moglie e le avrebbe chiesto di recarsi lì con scatole, secchi e qualsiasi altro contenitore, oltre alle pale.

C'era la luna piena e Peter camminava nel campo col secchio pieno di monete, e spesso doveva cambiare mano perché pesante; temeva lo vedessero, soprattutto la polizia, allora mise il secchio di monete tra i cespugli accanto al fiume e corse alla cabina telefonica.

IL VASO SPEZZATO

Chiamò la moglie, le disse di trovare due o tre sacchi,  una pala, dei secchi, di guidare l'auto di John e di raggiungerlo. Arrivò la moglie, recuperò il secchio di monete mettendole in macchina e guidò fino allo scavo per scaricare gli attrezzi, poi portò il secchio di monete a casa.

Quella notte c'era la luna piena, continuarono a scavare, misero le monete nei sacchi e in tutto ciò che la moglie aveva portato. Arrivarono al fondo del vaso e lo sollevarono. Poi, con attenzione, usando la torcia nel buco, controllarono che non ci fossero monete sciolte e rimossero tutte quelle che riuscirono a trovare.

Peter però notò che il terreno era di un colore diverso. chiese a John di inserire la sua cazzuola nel terreno e ne uscì un altro carico di monete. Le tenne separate e le mise tutte nella tasca della sua ex giacca militare. Queste monete erano state ripiegate in un foglio di piombo e conteneva 865 monete.

Riempirono il buco e l'orologio della chiesa battè la mezzanotte, avevano impiegato cinque ore. Arrivarono a casa di Pietro e portarono tutti i contenitori in casa. Il lunedì mattina si recò da un avvocato che gli consigliò di sporgere denuncia alla stazione di polizia di Marlborough.

Nella stazione di polizia disse a una giovane poliziotta: "Sono venuto a riferire di alcune monete romane che ho trovato". Lei rispose: "Monete romane, sei sicuro che siano romane?". Lui rispose: "Sì, so che sono monete romane". Lei chiese allora: "Quante sono?".

Lui rispose: "Più o meno, sessantamila". Dopo poco tempo l'ispettore arrivò in ufficio e chiese dove erano state trovate le monete e dove si trovavano. Peter gli disse la posizione e che le monete si trovavano a casa sua, offrendosi di accompagnarvi la Polizia. Gli diedero una ricevuta per le monete e si diressero al campo. C'erano quattro poliziotti con attrezzi e pale. 

Peter aveva lasciato un buco ordinato sul lato, a circa un metro dalla cima, che conteneva le monete nella lastra di piombo. Lo fece notare e uno degli agenti di polizia, con un piede di porco, fece a pezzi il buco, senza cautele. Recuperarono un'altra cinquantina di monete, tutte prese in custodia dalla stazione di polizia di Marlborough.

Due o tre mesi dopo ricevette un mandato di comparizione per aver deturpato un monumento nazionale. Dissero a Peter: "Le faccio notare che lei si è recato sul posto dopo il tramonto con le torce, illegalmente, e ha dissotterrato questo gruzzolo di monete e lo ha rubato". Lui spiegò che erano già lì quando si è fatto buio, e che avevano il permesso di essere lì dall'affittuario, non avevano fatto nulla di illegale e quando sono andati lì, non avevano torce.

Chiesero come potessero vedere quello che stavano facendo. Peter disse che c'era la luna piena, potevano vedere per Km. Il suo avvocato disse alla corte che l'accusa non era stata in grado di dimostrare un caso contro il suo cliente e quindi il caso doveva essere archiviato. I magistrati si ritirarono, poi il presidente dichiarò gli imputati non colpevoli. 

L'inchiesta del Coroner del 4 aprile 1979 dichiarò il ritrovamento un Tesoro. Il comitato di valutazione valutò le monete a 142.000 sterline. Da questa valutazione, la Corona prese due terzi. Peter e John decisero di accettare l'offerta perché il British Museum li aveva informati che se avessero contestato l'aggiudicazione avrebbero potuto non ottenere nulla. Oltre 100 monete provenienti dal ritrovamento sono ora esposte al Wiltshire Museum di Devizes, nel Wiltshire. 


BIBLIO

- Ascanio Modena Altieri - Vis et Mos. Un compendio di simbologie e personificazioni allegoriche nella monetazione imperiale da Augusto a Diocleziano - Firenze - Porto Seguro Editore - 2022 .
- Eupremio Montenegro - Monete imperiali romane, Con valutazione e grado di rarità - Torino - Montenegro edizioni numismatiche - 1988 -
- David R. Sear - Roman Coins and their Values - Millennium edition - London - Spinx - 2000 -
- Digital Library Numis (DLN) - Books and artcles on Roman coins -
- Italo Vecchi - Italian Cast Coinage. A descriptive catalogue of the cast coinage of Rome and Italy - London Ancient Coins - London - 2013 -


IL TESORO DI BEAU STREET HOARD (Inghilterra)


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COME APPARIVA NELLE BORSE DI PELLE

Nel 2008 a Bath, nel Smerset, in Inghilterra, nel territorio delle attuali terme romane di Bath, oggi Patrimonio Mondiale dell'Unesco, è stato recuperato il tesoro di Beau Street. Il tesoro è stato trovato in Beau Street a circa 150 metri dalle terme romane della città, costruito quando Bath era un Colonia romana conosciuta come Aquae Sulis 

Il Beau Street Hoard, trovato in Bath, nel Somerset, è il quinto più grande tesoro mai trovato in Gran Bretagna e il più grande mai scoperto in una Città romano-britannica. Consiste in una stima di 17.500 monete romane d'argento datate tra il 32 a.c. e il 274 d.c. 



LE TERME DI BATH

I romani iniziarono a costruire un complesso termale e sacro ad Aquae Sulis negli anni 60 d.c. giunti ​​nell'area poco dopo il loro arrivo in Gran Bretagna nel 43 d.c. e una presenza militare romana è stata trovata appena a nord-est del complesso termale a Walcot. I romani erano attratti da ogni manifestazione del sacro senza pregiudizi religiosi, ma erano ancor più attratti dal senso del business.

Trovandosi così una grande sorgente termale naturale, santuario celtico dedicato alla Dea Sulis non ebbero dubbi, quella Dea corrispondeva a Minerva e le acque divennero terme romane a pagamento.

ESPOSTO AL MUSEO

IL TESORO

Il tesoro sepolto stato scoperto nel 2008 dagli archeologi di Cotswold Archaeology sul sito di quella che sarà una nuova piscina per il Gainsborough Hotel and Thermal Spa. L'edificio è stato costruito nel 1820 e in seguito divenne parte del Bath Technical College. Il sito si trova a circa 150 metri (490 piedi) dal Terme romane e dal sito dell'originale Tempio di Minerva. Il riferimento per il tesoro era dunque chiaro e chi l'aveva sepolto contò appunto che tutto potesse mutare negli anni ma non le splendide e gigantesche terme.

Il sito era stato scavato da James Irvin nel 1860 per un ampliamento dell'ospedale, scoprendo un complesso termale romano con relativo ipocausto, ma non si sapeva se si trattasse di una villa privata o di una struttura pubblica.

Il Beau Street Hoard è il più grande tesoro mai trovato nel Regno Unito da un archeologo professionista. Le monete sono state trovate fuse insieme in un grande blocco. È stato nascosto sotto il pavimento di un edificio romano vicino alla facciata di un muro in muratura, all'interno di una piccola fossa ovale che misura circa 40 cm × 30 cm (16 × 12 pollici).

La posizione del ritrovamento lo rende molto insolito, poiché i tesori provengono più tipicamente da località rurali. Inizialmente si pensava che il tesoro comprendesse fino a 30.000 monete, ma il numero stimato è stato successivamente ridotto a circa 17.400. Il tesoro sembra essere stato depositato verso la fine del III secolo d.c.; monete che coprono un periodo dal 32 a.c. al 274 d.c. come identificate dal British Museum.



IL RECUPERO

Quando il tesoro è stato scoperto, si è creduto che fosse stato depositato in una scatola di legno che da allora era marcita. La posizione del tesoro è stata registrata e quindi collocata in una cassa di legno come un blocco unico in modo che potesse essere sollevata intatta da un sollevatore per un successivo esame presso il British Museum.

Ma in seguito l' analisi del blocco di monete da parte dell' Università di Southampton ha rivelato che le monete erano state conservate entro alcune borse di pelle. Sei borse erano visibili ai raggi X e altre due sono state scoperte durante l'osservazione del tesoro.

Sono ancora visibili le tracce della pelle, in parte protetta dal deterioramento per il contatto con le monete di rame, che respingevano i batteri che altrimenti l'avrebbero distrutta. Ciascuna delle monete è stata quindi pulita mediante processi manuali e chimici rendendole possibile l'identificazione.



LE BORSE DI PELLE

Le borse contenevano quanto segue: 

- Un sacchetto di denarii risalente al 32 a.c. al 240 d.c. e la più antica è una moneta emessa dal generale romano Marco Antonio, che aveva già 300 anni al momento della sua deposizione, più una manciata di monete dagli anni 250. Il denaro più recente è stato emesso da Gordiano III (238 - 244).

- Quattro borse di argento del secolo, risalenti agli anni 260.

- Tre sacchi di monete degradate (a basso contenuto d'argento), risalenti al 270, costituite da monete pesantemente degradate a scopo illegalmente lucrativo da parte della zecca in questione, tanto che in alcuni casi le monete erano totalmente di bronzo piuttosto che di argento.

I contenuti delle borse:

I borsa -         3737 argento, 44 bronzo, 22 denarii -  272–274 d.c.
II borsa -        84 argento, 2947 bronzo, 2 denarii -    272–274
III borsa -      2668 arg., 97 br., 8 den. -                      271–274
IV borsa -      2270 a. 6 b. 26 d. -                                260–269
V borsa -       747 a. 15 b. 13 d. -                                260–269
VI borsa -      24 a. 0 b. 1771 d. -                                253–260
VII borsa -     20 a. 386 b. 0 d. -                                  272
VIII borsa -    5 a. 247 b. 1 d. -                                   272–274

Il periodo, conosciuto come la Crisi del III secolo, vide l'Impero Romano quasi crollato e la Gran Bretagna e Gallia staccate per formare per breve durata l'Impero gallico. Vi furono 25 imperatori in soli 50 anni. probabilmente i tesori vennero nascosti con l'intenzione di recuperarli in seguito, ma evidentemente i proprietari non furono in grado di farlo. Sembra che il tesoro sia stato accumulato in un periodo di diversi decenni, e magari sia stato depositato da altro nascondiglio.

Il valore del tesoro negli anni 30 sarebbe stato equivalente allo stipendio di un anno per 18 legionari romani, ma nel 301 causa l'inflazione sarebbe stato solo l'equivalente dello stipendio annuale di due soldati.

Il ritrovamento è stato dichiarato tesoro e si stima che valga 150.000 sterline, circe 178.000 euro, sebbene una valutazione formale non abbia ancora avuto luogo. Il Museo britannico ha intrapreso lavori di conservazione per separare e pulire le monete, onde poi esporle al pubblico.


BIBLIO

- Italo Vecchi - Italian Cast Coinage. A descriptive catalogue of the cast coinage of Rome and Italy - London Ancient Coins - London - 2013 -
- G. G. Belloni - la moneta romana - Carrocci editore - 2008 -
- Gian Guido Belloni - Le monete romane dell'età repubblicana. Catalogo delle raccolte numismatiche - Milano - 1960 -
- William Boyne, A Manual of Roman Coins: from the earliest period to the extinction of the empire, W. H. Johnston, 1865
- Theodor Mommsen - Die Geschichte des römische Münzwesen - Berlin - 1860 - Tr. fr.: Histoire de la monnaie romain. Paris - 1865 - Ristampa Graz 1956. Ristampa Forni 1990 -

IL TESORETTO DI S. MARTINO IN PENSILIS


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San Martino in Pensilis è un comune italiano della provincia di Campobasso in Molise ed è situato su una vasta area pianeggiante che degrada verso il mare e non molto lontano dal percorso del tratturo Centurelle-Montesecco, in parte ricalcato dalla via litoranea Traiana che toccava l'antico centro frentano per continuare verso la Daunia. Sul nome Il Tria riporta, tra le altre, le varianti in Pensili, in Pensile, in Pensilis e Pensulis che si trovano in alcuni documenti medievali redatti in lingua latina.
 
Nella Campagna di scavo 1994, all'esterno del perimetro degli ambienti del "torcularium", un impianto per la pigiatura dell’uva, è stata rinvenuta una olpe di ceramica a vernice nera. L'olpe era una brocca, con corpo allungato e imboccatura rotonda, diffusa nella ceramica corinzia e attica, con profilo continuo e con ansa unica e alta che si estende al di sopra dell'imboccatura e veniva usata per versare il vino.

Dentro questa olpe è stato rinvenuto un tesoretto monetale contenente 163 monete d'argento, tutte in ottimo stato di conservazione con datazione risalente al III secolo a.c.. La provenienza delle monete è essenzialmente magno-greca con forte preponderanza dalla Campania, soprattutto a Napoli con 77 monete,

A Brunium appartengono 2 monete della zecca di Locri e infine alla Calabria greca appartengono le 26 emissioni tarantine cui seguono 12 monete di Cales e 12 monete di Suessa,  ma pure 8 monete romano-campane, 6 monete di Teanum e 2 di Hydria. L'occultamento del tesoretto dovrebbe risalire alla metà del III sec. a.c. come testimoniano le monete più tarde della serie di Taranto (281-228 a.c.) e il gruppo più recente della zecca di Napoli (270 -241 a.c.).

Il ritrovamento del tesoretto di S. Martino non fu casuale ma emerse durante una regolare campagna di scavi, condotta dalla Soprintendenza del Molise nella villa rustica romana di Contrada Mattonelle nell'autunno del 1994. Questo insediamento ubicato nell'area di pertinenza dell'antico municipio di Larino verso est in direzione del mare e distante meno di una decina di km dall'attuale centro urbano. 

S. MARTINO IN PENSILIS

L'ISCRIZIONE

L'esplorazione archeologica iniziata oltre dieci anni faceva seguito alla scoperta di una iscrizione funeraria rinvenuta durante i lavori agricoli. La stele in calcare con frontoncino reca un testo in distici elegiaci in cui si esprime il dolore del padrone Orestinus per non essere riuscito a concedere la libertå promessa al Suo schiavo Imno, morto prematuramente a soli 16 anni.

Attraverso vari studi si è riusciti a riconoscere in questo insediamento una grande villa rustica
che ha avuto un'intensa attività agricola che va dal IV sec. a.c. al VII d.c. Del suo impianto è stato rimesso in luce un settore della parte rustica comprendente alcuni ambienti relativi al torcularium, ai magazzini e ai depositi. La produzione del vino è attestata dalla presenza di anfore vinarie datate alla prima età imperiale.



GLI SCAVI

La campagna di scavo del 1994 si incentrata essenzialmente nel settore ovest della villa, poichè
gli altri estremi nord e sud erano già noti e le strutture già in luce nel settore est. Le maggiori testimonianze, comunque, provengono dai materiali rinvenuti essenzialmente in un profondo fossato che attraversa. per l'intera lunghezza da est ad ovest il complesso della parte rustica al disotto delle murature esistenti, essendo stato riconosciuto e scavato nel tratto in cui attraversa il largo cortile antistante il torcularium e i magazzini. 

In esso venne recuperata essenzialmente ceramica a Vernice nera databile tra il IV ed il 111 sec. a.c.
ma alla stessa datazione si ricollega un altro rinvenimento monetale in argento, avvenuto nella
prima campagna nel 1979, in uno strato d'incendio che ricopriva un pavimento in cocciopesto situato
nel settore est del complesso della villa (Q 0-23 ambiente B). 

Si scoprì infatti un obolo di Alife datato intorno alla metà del IV sec. a.c., una moneta attestata, per la prima volta, nella zona frentana, nonché nel Sannio. La moneta risulta piuttosto consumata, dimostrando di essere stata in circolazione a lungo prima di andare perduta.



IL TESORETTO

II tesoretto è stato ritrovato nell' angolo formato dai due muri (M 29 e M 1 8) in uno strato giallognolo
di terreno  ad una profondità di 50 cm dall'attuale piano di campagna. Allo stato attuale dello scavo sembrerebbe essere all' esterno del complesso della villa e senza alcun riferimento con le strutture immediatamente vicine che peraltro si riferiscono all' età imperiale.

II proprietario avrà occultato il tesoretto avendo come riferimento qualche altro elemento, essendo
l'impianto della villa di età repubblicana alquanto distante dal luogo di rinvenimento; in seguito, per chissà quali vicissitudini, non stato è più stato in grado di recuperarlo.

II successivo sviluppo dell'impianto della villa, di età imperiale, determinato da una accresciuta
attività agricola ed industriale, non ha scovato il nascondiglio anche se molto vicino alle strutture murarie che comunque sono state utilizzate, con una certa continuità, fino al VII sec. d.c.

In tempi molto più recenti l'attività agricola non ha sconvolto il reperto, pur trovandosi ad una profondità non eccessiva. II tesoretto era contenuto in una olpe di ceramica a vernice nera, ricostruita per intero ad eccezione di una parte dell'orlo e di qualche piccola lacuna presente sul corpo a causa del taglio dei frammenti non proprio netti che nella fase di restauro non hanno permesso che combaciassero perfettamente, evidentemente si tratta di rotture piuttosto antiche.

La superfice è molto screpolata e la vernice nera piuttosto diluita e di scadente fattura conservata
solo in pochi punti, in altri si notano residui di quella rossiccia, ma nella maggior parte dei casi fuoriesce una argilla di colore beige scuro, piuttosto dura e non molto depurata. Tipologicamente appartiene alla specie Morel 5220, vicina alla serie 5226 la presenta dell'ansa annodata.

La serie ha una diffusione nell'ltalia centromeridionale e si data generalmente al II sec. a.c. In
questa forma manca però la doppia fascia della baccellatura che in genere è  unica. In particolare a Larino le pelikai della tomba 23 di localitä Carpineto, dello stesso stile, ricordano questa olpe anche per il tipo di piede, per l' argilla e un po' meno per la vernice. 

Potrebbe trattarsi di una produzione locale e un frammento di fondo vaso molto simile a questo è stato ritrovato già all'interno dello scavo della villa. La particolarità del piede sagomato ad anello, le baccellature e la scadente qualità della vernice nera l' avvicinano molto al contenitore del tesoretto.

A1 momento del ritrovamento il vaso era riverso nel terreno, in parte frantumato, ma conteneva
ancora tutte le monete al suo interno. Ne sono state recuperate 163, alcune erano attaccate tra loro, altre
presentavano una patina verdognola, data dai processi corrosivi del metallo e davano inizialmente
l'impressione che vi fossero esemplari d' argento e bronzo, invece erano esclusivamente monete d'argento. 

Nella maggior parte dei casi si tratta di esemplari in buono stato di conservazione, e in qualche caso si sono riconosciuti alcuni fior di conio (n. 28. Taranto; n. 61, Suessa; n. 160, Napoli), datati intorno alla metà del III sec.

A1 contrario quelli più antichi (Thurium, n. 3; Hyria, nn. 85-86 e alcuni della serie più antica di Napoli)
presentano le superfici consunte, in parte bordi assottigliati, evidenziando i segni di una lunga circolazione prima della loro tesaurizzazione. L' assenza di monete di zecche sannitiche dimostra il chiaro intento dell' accumulo di ricchezza realizzato attraverso monete estranee all' ambiente locale.

Le monete sono tutte didracme e il loro peso si aggira per la quasi totalità intorno ai g 7, per un peso complessivo intorno ai 1151 g.. Solo in qualche caso abbiamo esemplari con peso inferiore ai g 6.60 (Taranto, nn. 25 e 29: Suessa, n. 70; Napoli. nn. 91 e 97) avendo subito la riduzione ponderale susseguente alla guerra punica. 


BIBLIO

- Giovanni Andrea Tria - Memorie Storiche Civili di Larino, e de' Popoli Frentani prima, e a tempo della Repubblica Romana - IV - Roma - 1713 -
- Giovanni Andrea Tria - Memorie storiche, civili ed ecclesiastiche della città e diocesi di Larino - Roma - 1744 -
- Luigi Sassi - Origine e denominazione del paese, in San Martino in Pensilis e i suoi dintorni - 2009 -
- Giambattista Masciotta -Il Molise dalle origini ai nostri giorni - Il Circondario di Larino - San Martino in Pensilis -
- Luigi Sassi - San Martino in Pensilis e i suoi dintorni - 2009 -


TESORO DI REKA DEVNIA (Bulgaria)


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MONETA DI ADRIANO A DEUNIA

LA MONETA

Il tesoro prende il nome dal fiume (reka in bulgaro significa fiume) che scorre nella città di Devnja, l'antica Marcianopolis, un comune bulgaro situato nella regione di Varna in Bulgaria. Marcianopoli venne fondata dall'imperatore Traiano in Tracia (53 - 117), in onore della sorella Ulpia Marciana (48 – 112/114) da lui molto amata e pure divinizzata.

Sicuramente già sorgeva come piccolo centro che traiano apprezzò per la sua posizione strategica, Ulpia infatti assurse rapidamente a città di rilevante importanza, e Diocleziano (244-313) la rese capitale della Mesia Seconda. In seguito Giustiniano (482-565) la fece restaurare e la munì di fortificazioni. Della città pesantemente depredata e demolita restano solo alcune rovine a Preslav nei pressi della città di Devnja, in Bulgaria dell'est.

ENARIO DI NERONE A DEUNIA

IL TESORO

Il tesoro è costituito da 81.044 denari trovati nel 1929. Le più vecchie sono quelle di Marco Antonio di cui ne sono state trovate 29, e le più recenti sono quelle di Erennio Etrusco. Il tesoro fu diviso in due parti: 68.783 monete furono inviate al museo di Sofia, e 12.261 a Varna. 

La pubblicazione dei dati del ritrovamento è inestimabile perché ha permesso di ricostruire la sequenza cronologica delle monetazione dell'epoca e pure per stimare il volume originale della produzione dei singoli tipi. Le monete sono in genere di squisita fattura, anche se non rifuggono l'aspetto caricaturale come nelle monete di Nerone.

Molti personaggi rari sono rappresentati in questo tesoro. Esempi di rari denari presenti a Varna comprendono; 
- 13 denari di Nerone (37 - 68), 
- 8 di Galba (3 a.c. - 69), 
- 7 di Otone (32 - 69), 
- 22 di Vitellio (15 - 69), 
- 24 di Lucio Elio Cesare (101 - 138), 
- 21 di Clodio Albino (145 - 197), 
- 51 di Macrino (164 - 218), 
- 18 di Diadumeniano (200 - 218), 
- 42 di Giulia Paula (augusta 219 - 220).

MARCO AURELIO COME CESARE ANTONINO

Aurelius Caesar Antonini AUG. PII FIL testa nuda
- TR POT III COS II
- in esergo: CLEM Clementia stante volta a destra, testa a sinistra, che tiene una patera ed aggiusta il vestito intorno alle gambe.
- BMCRE 703. Cohen 19. RIC 448b. Di questo tipo sono noti pochissimi esemplari. Nel tesoro di Reka Devnja ne sono presenti solo dieci.
- La datazione è determinata dalla tribunicia potestas di Marco Aurelio.
- Il tesoro di Reka Devnja è il più rilevante ritrovamento di monete romane d'argento del periodo 64 - 238 che sia stato pubblicato.

Ci sono state comunque serie difficoltà per determinare i tipi più rari perché alcune esemplari di Varna furono certamente sottratti prima della pubblicazione dei dati del tesoro. Dozzine di denari rari di Pertinace (126 - 193), Aquilia Severa (... - dopo 223) e Sallustia Orbiana (... - 225) sono stati trovati nelle monete di Sofia mentre in quelle di Varna mancano quasi completamente con l'eccezione di un esemplare di Pertinace ed uno di Aquilia Severa.


BIBLIO

- Nikola Mušmov - Le Tresor Numismatique De Reka-Devnia (Marcianopolis) - Sofia - 1934 -
- Moneta-L, Curtis L. Clay - Chicago IL - 2003 -
- Mouchmov, N.A. - Le Tresor Numismatique De Reka-Devnia (Marcianopolis) - Sofia - 1934 -


IL TESORO DI ERCOLANO


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SCHELETRO DI SIGNORA CON ANELLI

Ercolano: dove tutto ebbe inizio. Non tutti sanno che è stata la prima città sepolta dell'area vesuviana ad essere scoperta nel Settecento. Non tutti sanno che, anche se più piccola di Pompei, è conservata meglio grazie alle diverse condizioni di seppellimento durante l'eruzione del 79 d.c.

Il parco archeologico è in sé un gioiello, con i suoi magnifici mosaici, i suoi straordinari affreschi, le sue stupende domus e botteghe quasi intatte, ma include anche una magnifica mostra di bracciali, orecchini, collane e monete d'oro, nonché arredi e oggetti di vita quotidiana che dimostrano la raffinatezza di quest'antica città.

Gioielli, monete, gemme, arredi e strumenti preziosi per i banchetti delle occasioni speciali sarebbero solo cose per quanto preziose se non fossero inserite in un racconto – dichiara il direttore del Parco Archeologico di Ercolano, Francesco Sirano – che ne evoca il profondo significato sociale e le inserisce nel loro contesto di ritrovamento, di utilizzo e di produzione, se non tornassero nelle mani e sui colli dei loro proprietari. 

I materiali provengono da edifici pubblici, dalle Domus e dalle botteghe dell’antica Herculaneum e restituiscono un’immagine vivida, complessa e felice di questa comunità. Un cospicuo gruppo di reperti fu trovato nel corso degli scavi sull’antica spiaggia, dove come noto si era rifugiato con i propri averi e nell’abbigliamento confacente al rango di ciascuno, un folto gruppo di abitanti della sventurata città in attesa della missione di salvataggio che almeno per loro non andò a buon fine. 

 Mi piace sottolineare i prestiti concessi dal MANN e dal Parco di Pompei, il corredo di gemme e strumenti da lavoro di una bottega di gioielliere e parte del tesoro in argento di Moregine, segno concreto della stretta collaborazione che ci vede uniti nei progetti culturali ”.

IL BRACCIALE DI ERCOLANO

Monete d’oro e gioielli. In pratica i preziosi che gli sciacalli dimenticarono di strappare ai cadaveri dei fuggiaschi di Pompei nelle settimane successive all’eruzione. I nuovi scavi nella necropoli di Porta Ercolano ci danno non solo la possibilità di toccare con mano il mondo classico ma riprendono il filo della catastrofe del 79 d. c.. Dagli scavi più recenti, nei pressi di Porta Ercolano, sono tornati alla luce anche corredi funebri di epoca sannitica e monete d'oro dell'impero sfuggite agli scavatori clandestini.

Insieme ai corpi degli antichi abitanti di Pompei sulla spiaggia della città sono stati ritrovati numerosi gruppi di monete contenute in sacchetti di pelle o tela o in cestini di vimini. In molti casi le monete di bronzo si erano ossidate saldandosi l’una all’altra in blocchi dalla forma irregolare.

Si tratta in ogni caso di piccoli tesori che erano custoditi nelle case e che al momento della fuga gli abitanti avevano portato con sé, nella speranza di salvare il piccolo patrimonio che possedevano.
Oltre a molte monete di bronzo sono state trovate anche monete in argento o i ben più preziosi aurei, monete in oro che già in epoca romana avevano un elevato valore.


Negli ambienti di botteghe poco distanti dalla necropoli sono spuntati tre aurei, datati tra il 74 e il 77 d.c., e un fiore in foglia d’oro, probabilmente un pendente di collana. Erano tra le ossa dei poveri pompeiani in cerca di salvezza, mescolate alla rinfusa dopo i saccheggi dei fossores, ossia gli scavatori clandestini che placatasi l’ira del Vesuvio si avventurarono nella città alla ricerca di tesori sepolti sotto la cenere.

E infine, è stato rinvenuto anche un forno verticale al quale si accede tramite alcuni scalini, che rappresenta per ora un unicum a Pompei. Veniva usato per la fabbricazione di oggetti in bronzo. Insomma, un «bottino» archeologico degno di nota, che porta la firma della Soprintendenza Pompei con l’Ecole française de Rome, le Centre Jean Bérard e il Cnrs.



ERCOLANO, RITROVATA LA BORSA CON IL TESORO DELL'ULTIMO FUGGIASCO

di Paolo De Luca - 02 DICEMBRE 2021 - 
- Il ritrovamento due mesi fa nella Spiaggia Grande negli Scavi di Ercolano -

"No, non era un soldato della flotta di Plinio, come si era pensato in un primo momento. Quel corpo apparteneva ad un uomo che fuggiva. E che, raggiunto il mare, si è voltato indietro. Ha guardato il flusso piroclastico che l'ha travolto e ucciso in un attimo. Il suo scheletro, eccezionale ritrovamento avvenuto due mesi fa sulla Spiaggia Grande negli scavi di Ercolano, è l'unico a non dare le spalle al Vesuvio. 

Ed è il solo a stringere tra le sue mani oggetti sicuramente suoi. L'eruzione del 79 d, c, l'ha seppellito così, a pochi metri dalla banchina e dai famosi fornici che, da rilievi precedenti, hanno restituito oltre trecento corpi di uomini, donne e bambini travolti dalla nube ardente.

L'ultimo fuggiasco era quindi un abitante della città e si rivela nelle parole di Francesco Sirano, direttore del Parco archeologico. 

"Abbiamo condotto uno scavo interdisciplinare - spiega - con archeologi, geologi, antropologi e altre professionalità. Gli ultimi studi hanno evidenziato che l'uomo, intorno ai 45 anni, portava con sé una sacca rossastra, forse di cuoio. Al suo interno, una cassettina di legno, simile ad altre trovate qui. Un'indagine preliminare con microtelecamera ha evidenziato che conteneva monete e altri oggetti in metallo, probabilmente un anello di bronzo".

Ulteriori analisi attendono ora il reperto: il corpo, monitorato con uno scanner laser 3d (per eventuali ricostruzioni e calchi), verrà spostato ed esaminato a fondo nei laboratori di Ercolano. Sarà coperto e traslato con rispetto: " Stiamo sempre parlando di una persona - sottolinea il direttore - strappata via con violenza alla vita: alcune ossa e la mascella sono addirittura fratturate per la violenza dell'impatto".

La prima colata lo uccise: gli esami geologici hanno stabilito che sia rimasto a galleggiare sulla riva, per poi essere seppellito dal secondo flusso. Ne seguirono, si sa, altri cinque: tutti di materiale rovente (attenzione: non magma), che hanno creato un "muro" alto venti metri e che, ancora oggi, cinge l'antica città. Accanto allo scheletro, un tronco d'albero, spazzato via dalla furia eruttiva e altri detriti. 

Si calcola che nel I secolo la riva proseguisse per altri dieci metri oltre la barriera tufacea e si dà per certo che trattenga ancora ulteriori segreti da scoprire. Magari altri oggetti in legno, materiale preziosissimo nell'archeologia vesuviana e di cui Ercolano è straordinario custode. Il corpo del fuggitivo è stato ritrovato durante i lavori di messa in sicurezza dei fronti di scavo della Spiaggia Grande: il progetto, finanziato per 4 milioni di euro rientra nell'Unità Grande Pompei.

Entro il 2023 - assicura Sirano - la spiaggia sarà restituita ai visitatori, con una ripavimentazione e, soprattutto, con l'antica sabbia nera vulcanica che ne caratterizzava le rive, già riemersa nelle campagne di scavo degli anni Ottanta, con Giuseppe Maggi ". 

I cantieri prevedono anche il recupero degli edifici sul "fronte mare" ercolanese. Il progetto operativo per tutta l'area è stato donato dall'Herculaneum Conservation Project della Fondazione Packard, che da vent'anni esatti anni sostiene il parco con finanziamenti, attività di ricerca e valorizzazione.


I lavori - spiega Domenico Camardo, archeologo Hcp - includono pure un nuovo piano idraulico che libererà la piana dalle acque stagnanti, lasciandola definitivamente asciutta
Le operazioni hanno dunque restituito lo scheletro e oltre 150 pezzi di legno, schegge di marmo, frammenti di tegole, iscrizioni (come quella del Tempio di Venere di Vibidia Saturnina). 

Si tratta di materiale trascinato qui dall'eruzione - riprende Camardo - Spicca un'asse di abete bianco, lunga dieci metri e larga 50 centimetri, ritrovata poco distante dai corpi. Forse una trave di una domus: rappresenta il più grande oggetto di legno in assoluto, restituitoci dal mondo romano ". 

È conservato ora nei depositi, ad una temperatura costante di quattro gradi per preservarne le proprietà.
Ercolano mantiene cristallizzata la sua tragedia del 24 ottobre del 79, promettendo nuove scoperte. Nell'attesa, Sirano chiosa con un ultimo annuncio: " Entro il 2024 finiremo i lavori di scavo a Villa dei Papiri, che finalmente sarà aperta ai visitatori ".


BIBLIO

- Luigi Capasso - I fuggiaschi di Ercolano - Paleobiologia delle vittime dell'eruzione vesuviana del 79 -
 - Mario Carotenuto - "Ercolano attraverso i secoli" - Napoli - 1980 -
- Mario Carotenuto - "Ercolano e la sua storia" - Napoli - 1984 -


TESORO DI CASA DEL MENANDRO


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LA VILLA

La casa del Menandro è una grande domus urbana dell'antica Pompei di quasi 1800 m². Più che una casa è una enorme villa, quasi una reggia ovviamente piena di persone e di schiavi, di beni e di lussi. 
La villa è stata scavata dal novembre 1926 e giugno del 1932 e prende il nome non dal proprietario della casa, ma dall'immagine del poeta greco Menandro (commediografo greco 342 - 291 a.c.), ritrovata in loco, evidentemente molto apprezzato dal proprietario.

La villa è molto antica, sembra risalire al II sec. a.c., ma fu rielaborata e modernizzata: la parte più vecchia è di modeste dimensioni ma la nuova casa si sviluppa su due piani molto ampi. La cosa inusuale è che il corpo centrale sia stato costruito a un livello superiore rispetto a quello del cortile con il forno e i sotterranei e a quello dell'ergastulum, il quartiere riservato ai servi.


Tutta la casa del resto è dominata, come si vede nell'atrio, dal rosso e dal giallo, ma non deve meravigliare perchè questi erano i normali colori dentro e fuori le case. Dopo il terremoto del 62 molti dei marmi pompeiani si frantumarono e gli ingegnosi pompeiani (e romani in genere) ne approfittarono per creare uno stucco che usufruendo dei vari marmi polverizzati, uniti a gesso o cemento, simulasse egregiamente l'autentico marmo, molto costoso.

Data l'estensione della casa e dei possedimenti si presupporrebbe che il proprietario potesse permettersi anche i marmi autentici, ma riprodurre i marmi attraverso la pittura, in molti casi più che un risparmio fu una moda.

La villa è infatti molto decorata: il pavimento  del peristilio è a mosaico a motivi geometrici con tessere bianche e nere. Sulle pareti compaiono medaglioni affrescati con testa di Zeus-Ammon (in IV stile) e quadretti con maschere tragiche. Sul lato Ovest dell'atrio si trova una terrazza con una grande esedra adibita a solarium.


Si ritiene che la villa del Menandro sia appartenuta ai Poppaei, imparentati con Poppaea Sabina, seconda moglie di Nerone. La regione della Campania, dove si trova il maggior numero di Poppaei, era d'altronde associata ai Sanniti, un popolo di lingua osca che rivendicava anche la discendenza sabina.

La famiglia sarebbe stata proprietaria anche della Casa degli Amorini nonchè di una fabbrica di tegole, pertanto gente agiata. Infatti nel periodo augusteo la domus fu totalmente rinnovata, cosa che avvenne per molte domus essendo aumentate le esigenze e soprattutto i guadagni per la prosperità dell'Impero.

In primo luogo fu edificato un peristilio (il portico che cingeva il giardino o cortile interno posto al centro della casa), utilizzando lo spazio ricavato dall'abbattimento degli edifici residenziali adiacenti, e mentre nella parte orientale della casa venne ricavata la parte economica con cucina magazzini ecc., nella parte occidentale vennero ricavate delle terme. 


Ma fino a poco prima dell'eruzione erano state eseguite in vari posti della casa ulteriori opere di ammodernamento. Vi si sono infatti rinvenuti della anfore riempite di stucco e un forno provvisorio.

Sappiamo che il nome dell'ultimo abitante della casa era Quinto Poppeo, in quanto venne trovato questo nome in un sigillo di bronzo posto negli alloggi per la servitù. Solo il nome del proprietario poteva essere così importante da essere impresso su un sigillo con cui poter imprimere la sua proprietà sulle cose e il suo nome sui contratti. Quinto Poppeo era un ricco liberto, edile in carica intorno al 40 d.c.

La casa è decorata con pitture del IV stile, detto anche dell'illusionismo prospettico, con una capacità prospettica tridimensionale che decadrà totalmente nel medioevo per resuscitare solo nel rinascimento.


Il IV stile si affermò infatti in età neroniana e si distinse per le eleganti architetture fantastiche e fantasiose, insomma avevano inventato il Trompe l'oeil, che non è francese ma romano. L'inizio di questo stile è documentabile a Pompei subito dopo il 60 d.c., infatti gran parte delle ville pompeiane furono infatti decorate in questo stile dopo la ricostruzione della città a seguito del disastroso terremoto di Pompei del 62.

Nell'ambiente a sinistra dell'ingresso vi sono 3 quadretti di 'IV stile' con scene della guerra di Troia.
Nel IV stile infatti trionfarono le imitazioni dei rivestimenti marmorei, le finte architetture e i Trompe l'oeil caratteristici del II stile ma anche le cosiddette "Grottesche" che tanto piaceranno poi a Raffaello e al Rinascimento, ricche di ornamentazioni con candelabri, figure alate, tralci vegetali, caratteristici del terzo stile.



Le Terme

Il quartiere termale, in restauro al momento dell'eruzione (79 d.c.), presenta il cortile con 4 colonne, lo spogliatoio e il calidarium (sala dell'acqua calda). Nel calidarium si trova una grande mosaico con al centro un grande acanto circondato da pesci, delfini e altri animali marini, con figure negroidi e, all'ingresso, un servo che porge recipienti per unguenti.
Sulla soglia dell'ingresso al calidarium, che presenta pitture in IV stile, un servo porta due
recipienti, uno per l'olio l'altro per il profumo. Nel pavimento a mosaico (scene nilotiche) nuotano pesci, delfini, un granchio, un negro itifallico mentre un'altro caccia un mostro col tridente.



Il quartiere servile

Nel quartiere servile erano conservati un carro agricolo, un corredo di attrezzi agricoli, anfore di cui una conteneva miele del tipo chiamato "despumatum" (miele bianco depurato usato anche oggi in cosmetica e medicina), altre contenevano aceto, vino di Sorrento ed una possedeva una scritta che raccomandava la sua salsa di pesce di prima qualità.

Attualmente nella stalla (equile) è esposta la riproduzione di un carro agricolo, i cui unici pezzi originali sono solo le parti in ferro e in bronzo.



LE VITTIME DEL TERREMOTO

Nella casa del Menandro sono state trovate delle vittime del terremoto, delle persone e pure un cane da guardia. Le loro immagini sono state ricavate in parte riempiendo di cemento i vuoti lasciati dai loro corpi, in parte ricomponendo le ossa ritrovate nei sotterranei.

Una teca posta nelle villa stessa mostra i corpi delle vittime dell'eruzione da cui nessuno ebbe scampo, per i crolli, per il calore bruciante e per i gas tossici. Una documentazione cruda ma importantissima che permise all'umanità di capire la ricchezza e la bellezza del mondo antico romano, per altri versi totalmente cancellato dalla storia.



IL TESORO

In un corridoio sotto il piccolo atrio della casa, nel 1930, gli archeologi addetti agli scavi rinvennero uno dei tesori più ricchi rinvenuto in tutti i vari tempi. Si trattava di un tesoro straordinariamente ricco:
- per l'epoca archeologica a cui i beni si riferiscono,
- per i materiali di pregio con cui furono eseguiti, cioè oro e argento,
- per la squisitissima fattura dei beni stessi,
- per la documentazione delle capacità artistiche dei romani particolarmente in quel periodo.

Il tesoro, oggi conservato al Museo Nazionale Archeologico di Napoli, uno dei musei più fornito e prezioso al mondo, consisteva in ben 118 vasi d'argento sbalzati e cesellati, per un totale di 84 kg, tra vasellame da tavola, per bere e da toeletta, oltre a gioielli e monete. 


Gli oggetti erano stati tutti accuratamente avvolti in panni di lana, che erano stati sistemati in una cassa di legno posta nei sotterranei del cortile, sicuramente durante i lavori di restauro della casa. 

Le argenterie sono state collocate in una apposita vetrina, mentre i gioielli e le monete sono nella sezione Numismatica.
La cassa, istoriata con applicazioni e borchie di bronzo, conteneva, oltre all'argenteria, anche pregiati gioielli d'oro e monete, cioè 13 aurei e 33 denari d’argento, per un valore di 1432 sesterzi.

Si trattava di diversi servizio d'argento per bere, ognuno per due persone, e per mangiare, in servizi da quattro persone.




IL TESORO DI REGGIO EMILIA


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IL TESORO DI VIA CRISPI
Verso la fine del V secolo l'impero romano soffrì una forte instabilità politica fino alla deposizione di Romolo Augusto, l'ultimo imperatore dell'Impero Romano d'Occidente, nel 476 d.c.. In questo drammatico periodo venne nascosto un tesoro, che sarebbe ritornato alla luce nel 1957 in via Crispi, nella città di Reggio Emilia, a 5 metri sotto al piano stradale.

Un segmento di tubo da acquedotto in piombo, chiuso ad una estremità da due coppe in argento, racchiudeva sessanta monete in oro (solidi) delle zecche di Costantinopoli, di Tessalonica e di Ravenna, tutte datate al 495 d.c. e molti ornamenti in oro, sia maschili che femminili. Un anello nuziale con i nomi dei coniugi potrebbe essere di pertinenza a una famiglia germanico-orientale.

La natura degli oggetti piuttosto alla rinfusa e la provenienza della maggior parte delle monete hanno fatto pensare al bottino di un mercenario che avesse combattuto e razziato nelle zone Orientali. Secondo altri si sarebbe invece trattato del deposito di un orafo, che avrebbe riunito prodotti degli artigianati tardo-romani, bizantini e ostrogoti.

Più recentemente il deposito è stato collegato invece alle dure vicende della guerra greco-gotica della seconda metà del VI secolo, quando anche Reggio fu preda di un conflitto endemico, durante il quale la ricerca di risorse per le esigenze militari e per la sopravvivenza stessa degli abitanti può aver indotto razzie su larga scala. Dopo il saccheggio dei Visigoti di Alarico nel 410 seguì la guerra greco-gotica con l'assedio da parte degli Ostrogoti di Totila nel 549.



ISABELLA BALDINI LIPPOLIS - JOAN PINAR GIL 
OSSERVAZIONI SUL TESORO DI REGGIO EMILIA 

Il tesoro di Reggio Emilia venne rinvenuto nel 1957 in via Crispi, a 5 m di profondità, all’interno di una cavità coperta da tre blocchi lapidei:
- vennero estratte due coppe in argento che fungevano da coperchio per un frammento di fistula plumbea, probabilmente proveniente da un ramo pubblico dell’acquedotto, contenente gioielli aurei maschili e femminili e sessanta solidi databili entro il 493. Le monete erano emissioni delle zecche di Costantinopoli (56), Ravenna (3) e Tessalonica (1).

- L’insieme degli oggetti era stato sepolto all’interno di un’abitazione privata che faceva parte di un più ampio isolato residenziale, in prossimità di un asse stradale. Le tre domus dell’isolato, meglio note oggi da scavi successivi della Soprintendenza Archeologica dell’Emilia Romagna, erano sorte su precedenti livelli tardo-repubblicani e presentavano elementi archeologici chiaramente attribuibili dall’età proto-imperiale al IV secolo.

Le fasi più recenti erano testimoniate da materiale numismatico di età costantiniana; forse alla stessa fase risalivano anche specifici interventi edilizi di ristrutturazione in uno degli edifici, il cui peristilio colonnato era stato chiuso per mezzo di un muro ricavando in questo modo un ambiente absidato: si tratta di una prassi attestata anche in altri casi, databili generalmente dopo il V secolo, evidentemente per rispondere ad istanze rappresentative e funzionali meglio rispondenti a nuovi modelli sociali del periodo.

Il termine d’uso delle domus non può essere datato con certezza per la mancanza di elementi stratigrafici sicuri. Ad esempio, il rinvenimento di una sepoltura infantile viene segnalato da Mario Degani senza alcuna informazione sulla tipologia dell’inumazione e sull’eventuale rinvenimento di oggetti di corredo.

FIG. 5
Bisogna tuttavia considerare che a Reggio Emilia non sembrano documentate sepolture intra urbem prima del III secolo e che gli edifici all’interno dei quali si sarebbe impostata la tomba infantile mostrano segni di ristrutturazione ancora nel III-IV secolo, epoca alla quale è attribuito anche uno dei mosaici pavimentali a carattere geometrico.

La frequentazione finale della zona, comunque, corrisponde certamente al l'occultamento del tesoro, segnalato, come si è già accennato, da tre grandi blocchi posti a copertura della cavità che conteneva gli oggetti preziosi.

Gli elementi del tesoro sono databili tra l’età imperiale e la metà del VI secolo, ma è ben distinguibile un nucleo molto consistente, cronologicamente omogeneo: proprio la composizione dell’insieme e il confronto tra gli oggetti può facilitarne almeno in parte la comprensione.

- Per quanto riguarda le coppe argentee di chiusura, quella con alto piede troncoconico, vasca decorata a baccellature e orlo con kyma lesbio schematizzato può essere confrontata con due esemplari del tesoro di Canicattini, Bagni in Sicilia, datato alla metà del VI secolo, una delle quali con analoga decorazione dell’orlo; inoltre, con due esemplari dotati di coperchio dei tesori di Canoscio in Umbria, di Cartagine, con l’orlo non decorato, e di Kostolac (Serbia).

Anche la coppa con piede troncoconico, orlo leggermente estroflesso e iscrizione graffita all’interno del piede SVR, considerata da Degani l’abbreviazione del nome dell’artigiano esecutore dell’oggetto, trova stretto riscontro tipologico in tre manufatti del tesoro di Canoscio.

Rimandando ad altra sede un’analisi sistematica del tesoro, si anticipano qui alcune riflessioni sugli oggetti di ornamento che ne fanno parte: questi, infatti, sono particolarmente importanti sia per ragioni tipologiche che per la datazione del rinvenimento.



I GIOIELLI

- Tra i gioielli sono attestati cinque orecchini in oro con almandini, di cui uno solo è completo (fig. 1), a cerchio di filo godronato con elemento poligonale; gli  altri (una coppia e due singoli) sono pendenti originariamente montati in orecchini di dimensioni maggiori.

La tecnica e la tipologia dell’orecchino con elemento poligonale avvicinano il primo esemplare alle produzioni tradizionalmente considerate goto-orientali, databili tra la metà del V e gli inizi VI secolo: la diffusione di questi ornamenti è in realtà estesa in tutto il bacino del Mediterraneo e nella sua periferia, comparendo anche in Italia settentrionale e centrale, in particolare nelle Marche, in Piemonte e Lombardia.

- La coppia a doppio pendente, con perle e paste vitree (fig. 2), ricorda invece lo stile della celebre fibula ‘a vortice’ da Villa Clelia (Imola), come anche, per la complessità della forma, gli orecchini dei tesori di Olbia e Domagnano. Questo tipo di pendenti compositi a decorazione cloisonné, anche se poco numeroso, viene documentato in un’ampia zona che va dal Mediterraneo occidentale fino all’Iran. I dati per ora disponibili suggeriscono una datazione tra la metà del V e l’inizio del VI secolo.

- Un’altra coppia di orecchini, di cui si conserva solo il pendente di filo aureo decorato a granulazione, con due perle e uno smeraldo, rientra invece in un tipo piuttosto diffuso nel VI secolo sia in Oriente che in Occidente.

Lo stesso si può dire per tre esemplari completi a cerchio con pendente applicato di filo aureo con una perla (fig. 3), uno dei quali privo della chiusura ad innesto, confrontabili con produzioni di area greco-orientale e anche in una coppia di orecchini di VI-VII secolo dalla necropoli apula di Belmonte (Puglia).

- Le tre collane d’oro presenti nel tesoro hanno caratteristiche tipologiche piuttosto semplici e sembrano omogenee stilisticamente, trovando confronto in manufatti datati nella seconda metà del V secolo:

- La prima è una catena loop in loop con fermaglio circolare in filigrana a volute.
- La seconda alterna segmenti di treccia e di catena loop in loop con segmenti di filo aureo con perle, smeraldi e un almandino; il fermaglio cuoriforme con almandini e una perla è molto simile a quello di una collana del tesoro di piazza della Consolazione a Roma, datato tra la fine del V e gli inizi del VI secolo.
- La terza collana, infine, presenta una catena di segmenti loop in loop, smeraldi e perle; in questo caso i fermagli sono ovali e includono almandini.

- Tra gli elementi di collana si conservano anche tre pendenti in lamina d’oro, due emisferici (fig. 4) e uno cruciforme (fig. 5), con castone centrale circolare originariamente includente una pietra.
Questo insieme di gioielli, originariamente inseriti in una catena, oggi perduta, o con un laccio in materiale deperibile, può essere messo a confronto con tre elementi pertinenti ad una sepoltura del VI secolo della già citata necropoli di Belmonte.
La somiglianza tra questi esempi nell’associazione degli elementi suggerisce che si tratti di una sorta di insieme femminile distintivo, forse caratterizzante il ruolo sociale o la fascia di età della defunta sia all’interno delle comunità di riferimento che in un’area culturale evidentemente più ampia.

- La citata croce in foglia d’oro appartiene alla stessa famiglia degli enkolpia bizantini, con un periodo di produzione molto lungo che comprende una buona parte dell’età medievale: gli esemplari di piccole dimensioni (lunghi 2-2,5 cm), con castone centrale, sembrano invece avere una cronologia più ristretta, riconducibile ai secoli V-VI.

Tre rinvenimenti sono particolarmente rilevanti per datare questo tipo di croce: il primo proviene da una sepoltura della necropoli di Saint-Victor di Marsiglia, sicuramente databile tra la fine del V e l’inizio del VI secolo, sia per la decorazione scultorea del sarcofago che conteneva l’inumazione, sia per la stratigrafia del sito.

La croce è priva del castone centrale, in luogo del quale si trova un gruppetto di tre globetti; tuttavia la forma, le misure e la tecnica di esecuzione la rendono pienamente paragonabile ai manufatti con castone.

- Il secondo rinvenimento è un esemplare a castone centrale che costituisce il pendente di una collana a catena loop in loop conservata nel Museo Archeologico Nazionale di Atene. Questa tipologia di catena è riferibile ai secoli V e VI.



- Infine, un’altra collana a catena loop in loop, conservata nel Museo di Arte del Michigan, presenta una croce dello stesso tipo, un pendente conico in foglia d’oro con decorazione granulata e una placchetta triangolare, sempre in oro, con decorazione di elementi semisferici e motivi a filigrana ‘ad S’.
Quest’ultimo elemento trova chiari confronti in diversi pendenti d’oro rinvenuti in ricche sepolture femminili dell’Europa centrale e occidentale, databili con certezza alla metà del V secolo.

Con rinvenimenti nella Gallia mediterranea, in Italia centrosettentrionale e meridionale, in Sicilia, in Dalmazia, nella Crimea e nel Levante mediterraneo (ai quali si devono ancora aggiungere quelli provenienti da località imprecisate del Mediterraneo orientale), questa tipologia di croci mostra una diffusione panmediterranea, concentrata in prossimità del mare, e abbastanza omogenea per quanto riguarda il numero di reperti occidentali e orientali.

Al contesto del tesoro appartengono anche tre fibule, una Zwiebelknopffibel aurea (fig. 6) e una coppia in argento ornata a Kerbschnitt (fig. 7). La fibula aurea a croce fa parte di un gruppo ben identificabile, le cui funzionalità e simbologia sono molto note sia grazie alle ricerche archeologiche che alla documentazione letteraria e iconografica: si tratta di insegne di rango legate all’autorità imperiale e usate anche da principi barbarici.

L’esemplare di Reggio Emilia appartiene al tipo Pröttel 749, in oro a decorazione traforata a girali con motivi vegetali, zoomorfi e una croce. I confronti rinvenuti in altri territori (principalmente gli esemplari dalle sepolture ‘reali’ di Childerico a Tournai e di Omharus ad Apahida) permettono di datare la fibula alla seconda metà del V secolo.

Nonostante il numero limitato di rinvenimenti, la distribuzione areale di questo tipo di manufatti mostra un modello comune a tutto il bacino del Mediterraneo. Attualmente sono note le provenienze precise solamente di quattro contesti: il Palatino a Roma, le già citate tombe di Omharus e Childerico e la stessa Reggio Emilia; un quinto esemplare è ricollegabile, con meno esattezza, all’Asia Minore.

In questo gruppo, molto ridotto e nel quale i motivi traforati sono diversi l’uno dall’altro, non pare che, per ora, possano essere individuati sottotipi da riferire ad ateliers specifici.
La coppia di fibule a staffa in argento appartiene, invece, al tipo eponimo detto Reggio Emilia (oppure Reggio Emilia-ŠlapaniceGispersleben), costituito da pezzi con una lunghezza di circa 10 cm e decorazione cesellata.

L’insieme dei rinvenimenti, a differenza della maggioranza dei componenti del tesoro, mostra una diffusione concentrata nell’area centroeuropea (Italia, Dalmazia, Norico, Rezia e i territori a nord dell’alto Danubio) piuttosto che nell’area mediterranea. La loro cronologia è da ascriversi agli ultimi anni del V secolo e ai primi decenni del VI, dato che si evince dall’associazione abbastanza frequente di questi elementi con piccole fibule ad uccello, come ad esempio nelle sepolture 184 di Monaco-Aubing e 146 di Altenerding-Klettham54, da datarsi al massimo alla fine del primo terzo del VI secolo.
Le zone di massima concentrazione di ritrovamenti di questo tipo sono ubicate all’area settentrionale del territorio controllato da Teoderico: nord dell’Italia (Reggio Emilia, Trento), Dalmazia, Norico e Rezia. È infatti probabile che ci sia una relazione tra questo tipo di fibula e l’insediamento ostrogoto.

Rimangono tuttavia alcune questioni da chiarire: nella Rezia, dove i rinvenimenti da sepolture ben documentate sono più numerosi, si osserva la frequente combinazione di queste fibule con piccoli esemplari che, invece, non si trovano spesso in Italia: le fibule di tipo Reggio Emilia vengono cioè inserite nella veste femminile tipica della zona, con caratteristiche abbastanza omogenee.

I rinvenimenti restituiscono una coppia di piccole fibule sullo sterno dello scheletro, una fibbia di cintura semplice, di solito con forma ovale, e una seconda coppia di fibule, generalmente due esemplari a staffa di medie o grandi dimensioni, collocati nella zona addominale dello scheletro, vicini alla fibbia.

Anche se conosciamo ancora troppo poco sull'abbigliamento di età gota in Italia, il contesto generale delle fibule di tipo Reggio Emilia è quello di un oggetto di prestigio che circola attraverso lunghe distanze, e che viene integrato nelle vesti locali a seconda delle diverse tradizioni di abbigliamento di ogni regione. J.P.G.

- Al tesoro di Reggio Emilia appartengono anche quindici anelli, alcuni con caratteri stilistici omogenei, tre dei quali con iscrizione:
- Il primo riporta un monogramma composto dalle lettere A N D58 (fig. 8), forse l’abbreviazione di Andreas, anche se non si può escludere un nome differente, anche di origine ostrogota;
- il secondo un monogramma più complesso inquadrato da due croci (fig. 9), in cui è stato riconosciuto ipoteticamente da Degani il nome Marcus: anche in questo caso, tuttavia, le lettere non permettono di escludere altre soluzioni, come ad esempio il nome ostrogoto Marcomirus.
- Il terzo esemplare, infine, a castoni sovrapposti, è un anello nuziale che ricorda i nomi degli sposi, Stafara e Ettila (fig. 10): la tipologia ricorda un anello del tesoro di Desana, con i nomi di Stefan(ius) e Valatru(di) e, per il castone ovale a forma di mandorla su due livelli, un manufatto da Pouan.

- Nello stesso contesto erano presenti, inoltre, numerosi elementi sparsi:
- un fermaglio a gancio in oro;
- cinque vaghi sferici in oro;
- 12 elementi in lamina d’oro;
- una terminazione triangolare da cintura in argento niellato;
- 11 ritagli in lamina d’argento, probabilmente ricavati da recipienti di forma aperta. Uno di essi è decorato ad incisione con un elemento curvilineo e gemmato, conservato solo parzialmente (fig. 11), che ricorda gli scudi del missorium di Teodosio o i particolari del piatto argenteo frammentario di Halle.

PENDENTI IN LAMINA D'ORO
- Allo stesso contesto appartenevano infine:
- uno scarto di fusione in argento;
- due gemme incise di età imperiale,
- un opale con un erote vendemmiante e uno smeraldo con incisa una formica;
- una pietra blu a goccia, forse uno smeraldo;
- due vaghi cilindrici;
- un vago poligonale di granato;
- tre vaghi esagonali di smeraldo;
- 36 perle;
- 37 vaghi di smeraldo;
- due vaghi cilindrici in vetro.

Il carattere degli oggetti, la provenienza prevalentemente orientale delle monete, i nomi di Ettila e Safara sull’anello nuziale hanno suscitato nel tempo varie ipotesi sui proprietari del deposito e sulla sua storia: si sarebbe trattato del bottino di un mercenario, premiato con i beni razziati in Oriente, oppure degli oggetti posseduti da un orafo.

Ancora un’altra ipotesi segnala che il tesoro di Reggio Emilia sarebbe appartenuto ad una famiglia ostrogota, a causa della presenza di elementi d’abbigliamento sia maschili che femminili.

Allo stato attuale delle conoscenze, però, queste proposte rimangono di fatto ipotesi: la circolazione di modelli e manufatti, la complessità dei rapporti familiari e della struttura sociale rendono, infatti, difficile una identificazione certa dei proprietari e una loro collocazione etnica, soprattutto considerando che l’abbandono degli oggetti non dipende - in questo come in altri casi simili - da una specifica volontà di caratterizzazione dell’individuo nell’ambito della comunità di riferimento, come accade invece per i corredi funerari.

Mentre l’anello nuziale riporta quasi sicuramente ad una coppia di origine gota, rimane del tutto incerta l’origine dei proprietari dei due anelli aurei con monogramma, così come anche il personaggio cui fa riferimento l’iscrizione graffita su una delle coppe; è inoltre impossibile stabilire quali dei proprietari menzionati sugli oggetti ne sia stato l’ultimo detentore.

La molteplicità dei personaggi mostra, infatti, come la formazione del tesoro abbia avuto uno sviluppo articolato, con l’aggregazione di beni appartenuti originariamente a più persone forse etnicamente non omogenee, lungo un arco cronologico non definibile con certezza, ma probabilmente di alcuni decenni.

Considerando, invece, il luogo e le modalità di abbandono degli oggetti, si può osservare che il tesoro di Reggio Emilia si inserisce pienamente nella casistica riguardante i tesori tardo-antichi rinvenuti in Italia in contesti urbani, sia per la composizione, comprendente soprattutto vasellame in metallo, gioielli e monete, sia per il sito dell’occultamento, prossimo ad edifici e strade.

ZWIEBELKMOPFFIBEL
La scelta del contenitore plumbeo, modificato per accogliere gli oggetti, come anche la segnalazione del luogo del seppellimento mediante tre blocchi di protezione, mostra chiaramente che l’abbandono fu volontario, con l’intenzione di tesaurizzare i beni e di recuperarli in un secondo tempo.

Sembra importante, inoltre, rilevare che il tesoro è costituito solo parzialmente da manufatti effettivamente in uso e integri (le coppe in ottimo stato di conservazione, una coppia di orecchini), mentre la maggior parte degli oggetti sono incompleti o singoli rispetto alla parure originaria e tesaurizzati, quindi, essenzialmente per il proprio valore intrinseco, così come gli altri reperti in materiale prezioso (ad esempio, i ritagli di piatti argentei o le gemme sfuse) e le monete.

L’indicazione cronologica più tarda offerta da queste ultime coincide in maniera significativa con la fine del regno di Odoacre, termine che può corrispondere all’inizio della raccolta dei materiali che formano il tesoro, forse non a caso con materiale numismatico di prevalente provenienza costantinopolitana e ravennate.

Allo stesso nucleo iniziale potrebbe essere appartenuta anche la Zwiebelknopffibel, una tipologia per la quale si è ipotizzato tra l’altro un uso anche come donativo imperiale.

L’omogeneità del metallo e la scarsa usura delle monete sembrano confermare il carattere unitario e volontario di accumulazione del gruppo, avvenuta evidentemente in un periodo di normale gestione dei beni personali, come indicato dalle ricerche sui tesoretti monetali.

Il limite più tardo pare, invece, essere costituito dalla datazione delle coppe, probabilmente in uso all’epoca dell’occultamento anche per le ottime condizioni di conservazione, attribuibili alla metà del VI secolo. Esse furono forse prelevate appositamente per completare le operazioni di seppellimento, sottraendole alla disponibilità quotidiana.

In genere si tende a ritenere che la scelta del sito per l’abbandono del tesoro potesse essere stata giustificata dallo stato di abbandono in cui versava l’area, considerata ormai in rovina. In realtà nulla obbliga ad una tale considerazione, mentre al contrario proprio un persistenza della frequentazione può aver maggiormente giustificato la deposizione del tesoro, in una zona di proprietà e di facile e continuo controllo, come di solito avviene in questi casi.

Il fatto che non sia più stato possibile effettuare il recupero dei beni nascosti deve essere invece collegato al destino dei proprietari, forse coinvolti nelle vicende connesse all’affermazione del potere goto o ai conflitti successivi, eventi che possono giustificarne l’allontanamento definitivo.

La stessa decrescita dell’insediamento urbano di Reggio sembra peraltro essere successiva alla guerra greco-gotica, evento che incide profondamente su vaste aree, provocandone l’abbandono. L’insieme rivela quindi da un lato le disponibilità e le esigenze rappresentative dei proprietari, partecipi dello stesso orizzonte produttivo e culturale allargato testimoniato da altri contesti coevi, alcuni dei quali purtroppo di interpretazione problematica, come quelli di Canoscio e Canicattini Bagni.

Raccolta dei manufatti e associazione mostrano, inoltre, una situazione diversa e più complessa, in cui è soprattutto il valore intrinseco del materiale a costituire l’elemento essenziale nella scelta degli oggetti; il tesoro quindi, non è tanto espressione delle scelte comportamentali dei detentori degli oggetti o della loro provenienza etnica, quanto delle loro capacità di tesaurizzazione in un arco di tempo relativamente ampio.

La maggioranza degli oggetti raccolti è costituita da materiale frammentario o piuttosto appositamente diviso in pezzi: argento, gemme, pietre dure, parti di gioielli non utilizzabili di per sé stessi. Questi elementi, insieme alle monete, sembrano rispecchiare una prassi economica fondata sulla commercializzazione e tesaurizzazione del metallo pregiato e delle pietre a prescindere dall’uso e dal significato originario dei manufatti.

Anche gli anelli, pertinenti a più personaggi, possono almeno in parte rientrare nello stesso fenomeno, senza che per questo si debba necessariamente respingere la possibilità che uno dei nomi menzionati sui castoni sia pertinente all’ultimo proprietario del tesoro.

Il deposito, in sostanza, sembra essersi accumulato a partire dall’arrivo degli Ostrogoti in Italia, momento dell’acquisizione del gruzzolo di monete pregiate (forse un donativo?), accrescendosi nei decenni successivi attraverso l’acquisizione di oggetti diversi, che solo in parte possono essere stati effettivamente utilizzati in senso ornamentale o come espressione di status sociale dal proprietario o dalla sua famiglia, ma che per la maggior parte sembrano essere stati acquisiti attraverso lo scambio, volutamente commercializzati in forma frammentata o a peso.

Mentre l’abbandono del tesoro ben si spiega nel difficile contesto della guerra greco-gotica, la raccolta di beni misti e in materiale pregiato sembra appartenere più ad una prassi corrente che ad una situazione contingente, aprendo la riflessione non solo alle numerose possibilità di interpretazione dei contesti di questo tipo, ma anche alla loro possibile relazione tra la composizione del tesoro e le consuetudini economiche dell’ambito sociale di riferimento. I.B.L.



 

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