QUINTO FABIO MASSIMO RULLIANO




Nome Latino: Quintus Fabius Maximus Rullianus o Rullus
Nascita: 350 a.c.
Morte: 290 a.c.
Incarico politico: 322-295 a.c.









Quinto Fabio Massimo Rulliano o Rullo (in latino Quintus Fabius Maximus Rullianus o Rullus; (350 a.c.- 290 a.c.)  è stato un politico ma soprattutto un generale romano, figlio di Marco Fabio Ambusto, della gens patrizia dei Fabii un'antichissima famiglia patrizia romana, inclusa fra le cento gentes originarie ricordate dallo storico Tito Livio, fu cinque volte console e un eroe delle guerre sannitiche. Suo figlio fu Quinto Fabio Massimo Gurgite e un suo discendente Quinto Fabio Massimo Cunctator ("il Temporeggiatore"), ai tempi della seconda guerra punica.
La fonte principale per la sua biografia è lo storico Tito Livio, che a sua volta aveva rielaborato gli annali di Fabio Pittore.



LA VITTORIA INCRIMINATA

Viene citato per la prima volta come magister equitum del dittatore Lucio Papirio Cursore nel 325 a.c., quindi comandante della cavalleria e luogotenente del dittatore, quando ottenne una vittoria contro i Sanniti a Imbrinium macchiata da grande ignominia, avendo ignorato gli ordini del suo generale il dittatore Lucio Papirio Cursore, che, fortemente contrariato, chiese al Senato di punire Fabio con la pena prevista: la morte.

Roma non è più nella sfera di influenza etrusca ma ancora non è una potenza tale da sopraffare le altre nazioni italiane, eppure ha mire espansionistiche per cui gli altri popoli si alleano per combatterla. In Toscana ci sono gli etruschi, nelle Marche i Piceni, in Umbria gli Umbri, in Abruzzo i Sanniti, mentre nelle marche settentrionali sono scesi i Galli sènoni. Il capo dei sanniti, Gellio Egnazio, fonda tra questi popoli un’alleanza anti romana, si astengono solo i Piceni, invasi dai Galli, che si alleano con i romani.

L’esercito di etruschi e umbri si raccolse a Camars (Chiusi) mentre quello di celti e sanniti a Sentino,  per poter chiudere i romani in una morsa tra nord e nord-est. I romani vengono sconfitti da umbri ed etruschi mentre galli senoni e sanniti fanno arretrare lo schieramento romano, comandato da Publio Decio Mure e Quinto Fabio Massimo Rulliano.
La fine è segnata tanto più che i galli, con i loro carri carichi di arcieri, spingevano i romani contro l'accerchiamento dei sanniti. Allora Decio Mure recitò la devotio agli dei e si scagliò nella battaglia trovandovi la morte, i suoi legionari lo seguirono facendo strage dei nemici.
I romani riportarono  8.700 morti, i nemici 25.000 morti e 8.000 vennero fatti prigionieri. La sconfitta fu talmente pesante che la coalizione antiromana non fu mai rifondata.

Livio, accusato da alcuni di stare dalla parte dei Fabii, da altri al contrario di essergli ostile, e da altro di confondere il Rulliano col Fabio Massimo il Temporeggiatore, descrive animatamente la scena in cui Papirio, di fronte all'assemblea popolare indetta con la procedura della provocatio, levò le accuse contro Fabio che aveva dalla sua il Senato, i tribuni ed il popolo, entusiasti della sua vittoria. Inoltre anche il padre Marco Fabio Ambusto, anche lui uomo autorevolissimo che era stato tre volte console e dittatore, perorò appassionatamente la causa del figlio, ma l'esito era incerto, perchè perdonare la disobbedienza metteva in pericolo tutta l'organizzazione e la gerarchia dell'esercito romano, con gravissimi pericoli per Roma. Inoltre Roma si vantava dei severi precedenti di Manlio e di Lucio Bruto che avevano giustiziato i propri figli per salvaguardare il pubblico interesse. Da notare che Lucio Papirio Cursore, cinque volte console e due volte dittatore, fu considerato il migliore generale romano all'epoca della seconda guerra sannitica.

Infine Fabio si gettò ai piedi del dittatore e ne chiese il perdono, appoggiato dai tribuni, dal Senato e dal popolo. Papirio replicò:

"Sta bene, o Quiriti: ha vinto la disciplina militare, ha vinto la maestà del comando supremo (imperium), che avevano rischiato di perire in questa odierna giornata. Quinto Fabio, che ha combattuto contro gli ordini del comandante in capo, non viene assolto dal suo reato ma condannato per il crimine commesso, viene graziato per riguardo al popolo romano e alla potestà tribunizia, che ha elevato suppliche in suo favore, e non per intercessione legale. Vivi, Quinto Fabio, fortunato più per il consenso unanime della città nel proteggerti che per la vittoria di cui poco fa esultavi; vivi, malgrado hai osato compiere un'azione che neppure il padre  ti avrebbe perdonata, se si fosse trovato al posto di Lucio Papirio. Con me potrai riconciliarti, se vorrai. Al popolo romano cui devi la vita, miglior ringraziamento sarà che tu tragga chiaro insegnamento da questa giornata che, sia in guerra, sia in pace, tu devi sottometterti alla legittima autorità."



I CONSOLATI

Fabio Massimo fu eletto console ben cinque volte (322, 310, 307, 297 e 295 a.c.). Divenne dunque per la prima volta console nel 322 a.c., sconfiggendo i Sanniti, poco si sa sul suo operato durante la carica, ma evidentemente acquisì molti meriti, visto che compare come dittatore nel 315 a.c., assediando con successo Saticula e poi combattendo, ma subendo una sconfitta, a Lautulae, presso Terracina.
Evidentemente la sconfitta non gli venne imputata perchè venne eletto ancora console nel 310 a.c., e qui sconfisse gli Etruschi a Sutrium, e li sconfisse di nuovo dopo averli inseguiti nella Foresta Cimina. Console per la terza volta nel 308 a.c., conquistò le città di Perusia (Perugia) e Nuceria Alfaterna (Nocera), combattendo in Etruria, nel Sannio e in Campania. Nel 304 a.c. ottenne la carica di censore e qui avrebbe limitato la riforma con cui Appio Claudio Cieco aveva iscritto in tutte le tribù i cittadini senza proprietà fondiaria.
Console per la quarta volta nel 297 a.c., combattè e sconfisse i Sanniti a Tifernum (Città di Castello) inviando parte del suo esercito intorno alle colline dietro il nemico. Fu ancora console nel 297 e nel 295 a.c. fu eletto ad acclamazione console per la quinta volta e sconfisse una coalizione di Etruschi, Sanniti e Galli nell'epica battaglia di Sentino, coprendosi di gloria e fama.




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