CULTO DI LEUCOTEA



INO-LEUCOTEA (Castello di Santa Severa)
Il tempio di Leucotea fu rinvenuto nei primi anni 60 vicino al castello dagli scavi del professor Pallottino. La testa riccioluta della Dea era posta a decorazione del frontone anteriore del tempio A di Pyrgi - ( IV sec. a.c )


Molte delle straordinarie testimonianze rinvenute lungo il litorale a nord di Roma, proprio in prossimità del castello di Santa Severa, sono tornate a casa in occasione della mostra " L'antico viaggio nel mare che nutre ", un'occasione di rivedere in loco pezzi di grande importanza e che oggi sono custoditi presso il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

- Prima fra tutte la famosa testina di Leucotea-Thesan databile tra la metà e il terzo venticinquennio del IV sec. a.c., 
- una cornice in terracotta di una delle celle del tempio A di Pyrgi (460 a.c.), 
- due raffinate antefisse a testa di Sileno e di Menade
- altri reperti provenienti dal piccolo Museo dell’Antiquarium. 

La città di Pirgy era uno dei porti di Caere Vetus (Cerveteri) e, tra il VI e il IV sec. a.c., uno dei più importanti scali commerciali del Mediterraneo. 

Possedeva due grandi santuari celebrati in tutto il mondo antico, frequentati da Etruschi, Greci e Fenici. 

Il primo era un tempio della fine del VI secolo a.c. dedicato a Uni-Astarte (Tempio B) e il secondo un tempio della prima metà del V sec. a.c. dedicato a Leucotea-Ilizia, (l'etrusca Uni,Tempio A). 

I numerosi reperti furono portati alla luce nei primi anni 60 dagli scavi del professor Pallottino. 
Dell’immagine della Dea in terracotta che decorava il tempio rimane solo il bel volto, quasi intatto, con i capelli riccioluti esposti al vento, che volge lo sguardo verso l’approdo sicuro offerto da Eracle. 



LA DEA BIANCA

E’ proprio lei, "La Dea Bianca” cui lo studioso Robert Graves dedicò un documentatissimo libro dal titolo omonimo. 

LEUCOTEA
La Dea avrà nomi diversi, denominata anche Ino, Alba ed Aurora o in greco Leucotoe, sarà identificata con molte Grandi Madri, perchè in origine ella fu la Madre degli Dei, la Dea senza marito che si accoppia con chiunque voglia.

La Dea Bianca, o Aurora, era la Dea dell'inizio, la Sorgente del Mondo. Come l'Aurora era la luce che illuminava la tenebra al mattino, così la Dea aveva portato la luce nella Tenebra del mondo.

Spodestata dalle invasioni ariane del mediterraneo divenne ninfa o Dea minore, dando luogo a diversi miti.


I mito

La leggenda vuole che la Dea fosse approdata a Roma dopo il suicidio e la sua trasformazione in nereide, punita da Giunone per aver allevato Dioniso, figlio adulterino di Giove. Divenuta divinità del mare, sarà lei a donare a Odisseo la fascia miracolosa con la quale riuscirà a raggiungere la terra dei Feaci.


II mito

Venere, per vendicarsi di Apollo che l'aveva sorpresa con Marte, lo fece innamorare di Leucotoe, figlia di Orcamo, re degli Achemenidi. Il Dio, per possedererla, si tramutò nella madre della ragazza.

Entrato nella stanza dove Leucotoe stava tessendo insieme alle ancelle, riuscì a rimanere solo con lei. Clizia, una ninfa innamorata di Apollo, per vendicarsi del Dio che l'aveva disdegnata, rivelò lo stratagemma al padre di Leucotoa, che punì la figlia, innocente ma disonorata, seppellendola viva in una fossa profonda. Il Dio, non potendo resuscitarla, fece nascere sul luogo dov'era sepolta una pianta d'incenso.


III mito

Melicerte, figlio di Atamante, re dei Mini in Orcomeno, e di Ino, fu gettato nell’acqua bollente dal padre o dalla madre impazziti. Poi Ino, rinsavita, lo trasse fuori e si gettò con lui in mare; fu trasformata nella divinità marina Ino-Leucotea, mentre Melicerte divenne Palemone (Portunus per i Romani), Dio propizio ai naviganti. Nel tempio di Portunno a Roma, il Dio aveva una statua di lui bambino in braccio a Leucotea che era venerata nel tempio insieme a lui.


IV mito

Ovidio narra che quando Ino-Leucotea arrivò a Roma, aveva incontrato le Baccanti che celebravano i riti dionisiaci, le quali, istigate da Era, che ancora non aveva perdonato ad Ino di aver fatto da nutrice a Dioniso fanciullo, si erano scagliate su di lei e stavano per straziarla.

Alle sue grida era accorso Ercole, che si trovava proprio nelle vicinanze, e l'aveva liberata; l'aveva poi affidata a Carmenta, madre di Evandro, la quale le annunciò che a Roma le sarebbe stato tributato un culto insieme al figlio, che sarebbe stato onorato col nome di Portunno. E così fu.



LA MATER MATUTA

Lucrezio - De rerum natura (Lib. V, 656-662)

Così a un'ora fissa Matuta soffonde con la rosea luce
dell'aurora le rive dell'etere e spande la luce...
è fama che dalle alte vette dell'Ida si assista
a questi fuochi sparsi quando sorge la luce,
poi al loro riunirsi come in un unico globo

formando il disco del sole e della luna -


Leucotea fu assimilata a molte Dee, tra cui la Mater Matuta, detta anche la "Natura Naturata" cioè la Manifestazione della Dea Madre, sotto forma di Terra, piante, animali ed uomini. 

Quella che poi passò ad Eva, detta la Madre dei Viventi, in poche parole la Natura, anticamente adorata come unica Dea o Madre degli Dei.

La statua femminile, che regge sul grembo un bambino avvolto in un panno, è seduta su un trono cubico con braccioli a forma di fingi accovacciate con ali aperte.

La testa, mobile, fungeva da coperchio; ugualmente mobili sono i piedi.

Il corpo fu probabilmene ricavato da un unico blocco di pietra.

E' stata datata tra il 450 e il 440 a.c.

La statua-cinerario venne definita Bona Dea; Tujltha, Dea degli Etruschi protettrice dei morti, Proserpina; o Mater Matuta.

La discrepanza tra l'esecuzione della testa e quella del corpo, frequentissimo nell'arte etrusca, anche nelle figure dei defunti sui coperchi delle urne, fa pensare che siano stati prodotti in botteghe diverse. 

Il corpo, massiccio, si stacca appena dal blocco cubico del trono; il panneggio è reso con vivo plasticismo e senso volumetrico soprattutto sulle gambe.

Molto bella la testa, con capelli spartiti sulla fronte, trattenuti da una tenia e ricadenti sulle tempie in bande ondulate; volto ovale con grandi occhi a mandorla, palpebre pesanti, naso diritto, labbra carnose, che ne accentuano l'espressione serena e pensosa, come nella grande arte greca del V sec. a.c.



INO-LUCOTEA

Ino fu la seconda moglie di Atamante. Dalla loro unione nacquero Learco e Melicerte. Atamante aveva avuto da Nefele altri due figli, Frisso ed Elle, che Ino odiava e di cui voleva liberarsi.

INO-LEUCOTEA
Convinse allora le donne del popolo a riscaldare nel forno il grano conservato per la semina, affinché, una volta seminato, non crescesse, gettando così il paese nella carestia.

Atamante inviò i propri messaggeri all'oracolo di Delfi per chiedere consiglio, ma Ino li corruppe affinché riferissero che secondo l'oracolo il re avrebbe dovuto sacrificare Frisso sull'altare di Zeus.

Atamante fu costretto ad acconsentire, ma Frisso ed Elle chiesero aiuto alla madre Nefele, che inviò loro un ariete dal vello d'oro, in groppa al quale essi fuggirono.

Dopo la morte della sorella Semele, madre di Dioniso, Ino persuase Atamante ad allevare il piccolo Dio, nato dall'unione di Semele con Zeus.

Era, sposa di Zeus, per vendicarsi del tradimento, fece impazzire Atamante che, incontrati la moglie e i figli, li scambiò per cervi e li assalì, uccise Learco scagliandolo contro uno scoglio e lanciò Melicerte in mare. 

Nel tentativo di salvarlo, Ino si gettò a sua volta in mare, e per volere di Afrodite (la cui figlia Armonia era la madre di Ino), i due furono trasformati in divinità marine, protettrici dei marinai: Leucotea, la «Dea bianca» o la «Dea del cielo coperto di neve», e Palemone.

Come si vede i miti differiscono da regione a regione e la Grande Dea venne declassata e pure demonizzata, per aiutare a non affidarsi più al suo culto. In quanto Dea Bianca Ino divenne anche Dea delle nevi e delle montagne innevate, dove le si ergevano piccoli ma sentiti santuari.



LA DEA DEL MARE

La “dea bianca” era protettrice dei marinai, degli stranieri e dei rifugiati, detta anche "stella del mare", appellativo poi traslato alla Madonna, anch'essa protettrice dei naviganti. La sua testa è conservata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. 
Il reperto, preziosissimo, proviene dal tempio dedicato a Leucotea e edificato intorno al 460 a.c. sulla spiaggia immediatamente a sud del castello, a Pyrgi, nell’antico porto della città etrusca di Caere, oggi Cerveteri.


ADORAZIONE DI INO-LEUCOTEA-MATER MATUTA
RAPPRESENTATA DALLA SIBILLA ALBUNEA-TIBURTINA
Lì sorgeva un vasto santuario, tra i più importanti d’Etruria, celebre e noto alle fonti greche e latine. Il complesso è stato riportato alla luce nel corso di cinquant'anni di indagini condotte dalla Cattedra di Etruscologia dell’Università La Sapienza di Roma.

LA SIBILLA TIBURTINA
Il titolo dell'affresco è "Adorazione di Ino-Leucotea-Mater Matuta, significata per Sibilla Albunea-Tiburtina", venne eseguito da Cesare Nebbia nel 1569, e si trova nella II Stanza Tiburtina di Villa d’Este, a Tivoli.

Nel dipinto la statua d’oro di Ino, seduta in trono col suo bambino, è posta in trono su un piedistallo. Ella è contemporaneamente Leucotea, la Mater Matuta, Albunea e la Sibilla Tiburtina e davanti a lei, sono posti in ginocchio, in atteggiamento adorante, a destra i Tiburtini schierati in semicerchio, e, sulla sinistra, i profeti dell'Antico Testamento, in piedi ma pur sempre adoranti.

In un paesaggio rigoglioso di vegetazione emerge la figura della Sibilla alle cui spalle fluiscono le acque della fonte che sgorga da un colle sovrastato da un tempio a pianta circolare di ordine corinzio.

L’immagine ritrae, seduta in trono, la locale Sibilla Albunea detta Tiburtina che una leggenda popolare identificava con Ino, ovvero Leucotea, cioè bianca nella lingua greca, e albunea e aurora nella lingua latina. 

Tentare di sciogliere l’enigma legato all’associazione della figura della Sibilla Albunea o Tiburtina con Ino-Leucotea-Mater Matuta, che fra l’altro sembra riscontrarsi solo a Tivoli, è impresa complessa, visto che allo stesso Pirro Ligorio, che progettò e realizzò non solo la villa, ma anche l’immenso complesso monumentale del giardino, sfuggiva il passaggio di Ino nella Sibilla Tiburina.

LA SIBILLA TIBURTINA ANNUNCIA IL CRISTO AD AUGUSTO
La profezia della Tiburtina, di genere apocalittico, è l'interpretazione di un misterioso sogno, riguardante nove soli diversi per aspetto e colore, fatto da cento senatori romani, i quali ne chiesero spiegazione alla Sibilla, che le versioni latine identificano appunto con la Tiburtina.

Fino alla metà del secolo scorso il testo era conosciuto esclusivamente attraverso le rielaborazioni medievali in lingua latina, databili tra la metà del XI e l'inizio del secolo XVI, fitte di modifiche sia riguardanti la successione, via via aggiornata, dei sovrani e degli imperatori occidentali, sia il cosiddetto Sibylline Gospel, ovvero la spiegazione del IV sole, che rappresenta l'età del mondo in cui si colloca la nascita di Cristo.

In realtà la spiegazione è semplice: poichè le sibille furono venerate dal popolo fino al Rinascimento e non ci fu verso di abolire questa pratica pagana, la Chiesa si inventò che più o meno tutte preconizzassero la venuta del Cristo. In questa versione di vaticinio cristiano esse potevano essere tranquillamente venerate senza incorrere nelle terribili inquisizioni ecclesiastiche. 

L'IMPERATORE AUGUSTO E
LA SIBILLA TIBURTINA (1435)
La Sibilla Tiburtina, nell'immaginario cristiano, avrebbe preconizzato il Cisto addirittura ad Ottaviano Augusto che di conto avrebbe avuto una visione della Madonna.

Infatti anche la figura di Augusto era rimasta molto cara agli italici, e poichè l'imperatore si era fatto divinizzare, e il suo regno era stato prospero e felice, ancora dopo secoli, i pronipoti dell'impero Romano lo adoravano come una divinità.

Ma c'è di più, perchè dietro la Sibilla Albunea si celava ancora Leucotea, la Dea Bianca, una divinità ancora seguita nelle campagne, Dea cara agli alchimisti medievali che ne accennavano come alla fase "Albedo" della Grande Opera Alchemica, riportata ancora, nel XVII sec., sulla Porta Alchemica di Piazza Vittorio a Roma (o Porta Magica), dove si fa riferimento alle "Bianche Colombe di Diana". 

La Dea Bianca venne adorata in gran segreto nelle campagne fino al sedicesimo secolo, vale a dire fino alla Santa Inquisizione che fu la tomba di qualsiasi credo pagano residuo.



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