LEGIO III GALLICA





La Legio III Gallica fu fondata da Gaio Giulio Cesare nel 48 a.c., per la sua guerra civile contro gli ottimati guidati da Gneo Pompeo.

Fu detta gallica perchè la milizia proveniva dalla Gallia Narbonense. Cesare fu il primo ad addestrare ed usare legionari extra-italici. Adottò come simbolo, come tutte le legioni di Cesare, il toro. La legione era ancora attiva in Egitto all'inizio del IV sec..



CESARE


Cicerone disse di Cesare: « Ecco l'uomo che dobbiamo combattere. Ha tutto, gli manca solo la buona causa » 

Viceversa la sua causa era ottima, Cesare fu l'unico, dopo tanti omicidi, a far approvare e applicare la legge agraria che dava le terre ai plebei, indebitamente tenute dai patrizi, Cicerone compreso.

Cesare e Pompeo si affrontano a Farsalo, dove Cesare vince. Pompeo fuggì in Egitto, ma lì fu ucciso (48 a.c.). 

Anche Cesare va in Egitto, riprende la guerra contro il re del Ponto Farnace II e lo vince (47 a.c.). 

Parte per l'Africa, contro i pompeiani al comando di Catone, e li vince a Tapso (46 a.c.). 

I superstiti fuggono in Spagna, dove Cesare li vince a Munda (45 a.c.) stavolta per sempre. .

La legione Gallica prende parte a tutte queste battaglie della guerra civile a fianco di Gaio Giulio Cesare, il più amato dei generali romani.

Giulio Cesare viene assassinato nel 44 a.c. e la III passa dalla parte di Marco Antonio, il generale fidato di Cesare, contro i cesaricidi. 



MARCO ANTONIO

Nel 41 Ottaviano assedia Perugia dove si è rifugiato Lucio, il fratello di Marco Antonio. Punisce i cittadini ma dà a Lucio il governatorato della Spagna per non inimicarsi Marco Antonio.

Dopo la morte di Giulio Cesare la III Gallica passò nell'esercito di Marco Antonio, ex generale di Cesare, con il quale partecipò alla grande campagna partica del 36 a.c..

Dopo la sconfitta e la morte di Marco Antonio ad Azio (31 a.c.), la legio III passa nel nuovo esercito di Augusto, l'erede di Giulio Cesare..



NERONE

Il governatore di Siria Cn. Domizio Corbulone, già esautorato per gelosia dall'imperatore Claudio utilizza la III Gallica per la sua campagna (63) contro i Parti, per conquistare il Regno di Armenia, già protettorato di Roma, insomma uno stato cuscinetto tra le due potenze. 

Anche qui però i successi ottenuti da Corbulone suscitano la gelosia di Nerone per la grande popolarità raggiunta a Roma, ma non lo esautora come fece Claudio, bensì lo costringe a suicidarsi. 

La III viene poi inviata in Mesia, a difendere il confine sul Danubio subito dopo la morte di Nerone nel 68.

Nell'Anno dei quattro imperatori, nel 69, il seggio imperiale tocca prima a Galba, successore di Nerone, in carica dal giugno 68, 

Poi a Otone, entrato in carica a gennaio, poi a Vitellio, imperatore da aprile, e Vespasiano, che ottiene l'impero a dicembre tenendolo per dieci anni, fino alla sua morte.



VESPASIANO

 La III Gallica parteggia prima per Otone, poi passa a Vespasiano che accetta senza ritorsioni e combatte al suo servizio nella decisiva II e vittoriosa battaglia di Bedriaco.

« Alla battaglia di Bedriaco, prima che iniziasse lo scontro, due aquile avevano cominciato a combattere davanti a tutti, e dopo che una era stata vinta, ne era apparsa una terza da oriente, che aveva messo in fuga la vincitrice. »
(Svetonio, Vita di Vespasiano, 5.)

Si narra che i legionari della Gallica, durante la permanenza in Siria, avessero preso l'abitudine di salutare il sole nascente, in un rito legato al culto solare, e così fecero anche a Bedriaco; gli uomini di Vitellio, credendo che la III legione stesse salutando dei rinforzi giunti da oriente si demoralizzarono e vennero così persero la battaglia. 

L'esercito di Vitellio viene pertanto sconfitto definitivamente e il potere passa ai Flavii. In quegli anni il tribunus militum della III Gallica è C. Plinio Cecilio Secondo. Alla fine della guerra, la III Gallica viene rimandata in Siria, dove nel II sec. si trova impegnata nella soppressione delle rivolta giudaica, 

Era andata così: nel 66, quando Nerone venne informato della sconfitta subita in Giudea dal suo legatus Augusti pro praetore di Siria, incaricò Vespasiano di attaccare la Giudea in rivolta. Vespasiano però inviò il figlio Tito ad Alessandria d'Egitto, per rilevare la legio XV Apollinaris, mentre egli stesso traversava l'Ellesponto a reclutare alleati, raggiungendo la Siria via terra.

Dopo aver conquistato molte città giunsero a Gerusalemme dove: 
« Dopo la morte dei sommi sacerdoti, Zeloti e Idumei si avventarono sul popolo facendone grande strage. La gente comune veniva massacrata sul posto, mentre i giovani nobili  erano incatenati, gettati in prigione, con la speranza che qualcuno passasse dalla loro parte. Ma nessuno si lasciò persuadere: vennero flagellati e torturati. Il terrore del popolo fu tale, che nessuno osava più piangere per un congiunto ucciso, né dargli sepoltura. Piangevano di nascosto chiusi in casa, poiché chi piangeva apertamente avrebbe subito la stessa sorte del compianto. Alla fine, morirono dodicimila giovani della nobiltà. »
(Giuseppe Flavio, La guerra giudaica)

Nel 69 d.c. Vespasiano è eletto imperatore; ordina di liberare Giuseppe Flavio che era in catene e torna a Roma, dove lo ospita nella sua reggia e gli dà una rendita. Ripresa delle operazioni in Giudea sotto Tito, che nel 70 d.c. espugna Gerusalemme e pone fine alla guerra giudaica. 



LUCIO VERO

Tra il 163 ed il 166 Lucio Vero viene costretto dal fratello Marco Aurelio a condurre una nuova campagna in Oriente contro i Parti, che l'anno prima avevano attaccato i territori romani di Cappadocia e Siria. 

Il nuovo imperatore, trasferitosi per quattro anni prevalentemente ad Antiochia in Siria, lascia che fossero i suoi generali ad occuparsene, tra cui lo stesso Gaio Avidio Cassio che sarebbe riuscito ad usurpare il trono imperiale, anche se solo per pochi mesi, dieci anni più tardi, nel 175.



ELIOGABALO

Nel 218 Giulia Mesa, figlia di Giulio Bassiano, sacerdote del Dio solare El-Gabal, si reca a Rafana, in Siria, dove la III Gallica stanziava al comando di P. Valerio Comazone Eutichiano, che voleva uccidere Macrino per mandare al potere Eliogabalo, e compra i legionari, con il denaro che Macrino non le aveva confiscato.

Macrino è inviso all'esercito, perchè aveva firmato una pace coi Parti dai termini molto onerosi e aveva ridotto la paga dei soldati. Il 16 maggio, la legione III Gallica, di stanza ad Emesa, proclama Eliogabalo imperatore, annientando una unità di cavalleria inviata da Macrino. L'imperatore pentitosi fa un donativo alle truppe, e con la II Parthica attacca Emesa, ma venne sconfitto, 

Macrino si ritirò ad Antiochia e i legionari acclamarono imperatore il nipote quattordicenne di Giulia, Sestio Vario Avito Bassiano, cioè Eliogabalo, che venne spacciato per figlio naturale di Caracalla per dargli una parvenza di legalità. Infine la II Partica marciò su Antiochia e Macrino venne sconfitto e ucciso.

L'8 giugno del 218 la III Gallica e altre legioni che sostenevano Eliogabalo sconfissero nella battaglia di Antiochia le forze di Macrino. Valerio Comazone entrò a far parte della corte di Eliogabalo, divenendone il prefetto del pretorio e diventando console nel 220.
Il nuovo imperatore mostrò la propria clemenza, limitandosi a rimandare in Siria le donne e i giovani della famiglia di Macrino.

Pur avendo portato al potere Eliogabalo, la III Gallica si accorse ben presto delle follie dell'imperatore per cui nel 219 la legio sostenne la rivolta di Vero, che si proclamò imperatore. Ma Eliogabalo soppresse la rivolta, fece giustiziare Vero e sciolse la legione, i cui legionari vennero trasferiti alla III Augusta, di stanza in Africa.



ALESSANDRO SEVERO

Il successivo imperatore, Alessandro Severo, ricostituì la legione e la rimandò in Siria, nei pressi di Damasco, a proteggere la strada per Palmira.

Da allora poco si sa della III Gallica, se non che nel 323 era ancora stanziata in Siria. Si sa però che una unità mista della III Gallica e della I Illyricorum venne impiegata in Egitto nel 315-316,.
anno in cui alcune vexillationes della I Gallica furono inviate in Egitto, assieme a delle sotto-unità della III Gallica. Alcune unità miste composte con soldati delle stesse due legioni vennero impiegate a Siene (Assuan) in Egitto, nel 323.



LUCIO ARTORIO CASTO

Un legionario importante della III Gallica fu il centurione Lucio Artorio Casto, la figura storica che probabilmente dette il via alla leggenda di Re Artù. Le notizie che abbiamo di Lucio Artorio Casto, ovvero di Lucius Artorius Castus, vissuto nel II sec. d.c.provengono soprattutto da un'epigrafe piuttosto lacunosa ritrovata in due frammenti a Podstrana, sulla costa della Dalmazia: certamente una lastra del sarcofago di Artorio, che essendo membro della gens Artoria, era probabilmente originario della Campania

Una seconda iscrizione più breve, una targa commemorativa ritrovata nella stessa località dalmata, riporta solo pochi dati simili a quelli del sarcofago. Una terza iscrizione, della cui autenticità non si è certi, recante il solo nome di Lucio Artorio Casto, venne ritrovata a Roma e attualmente è al Louvre. Dalle iscrizioni conservate, sembra che il personaggio risalga alla fine del II secolo.

Secondo il lungo testo dell'iscrizione del sarcofago, Artorio Casto era stato un centurione della III legione Gallica, poi passato alla VI legione Ferrata, alla II legione Adiutrice e alla V legione Macedonica, nella quale fu anche nominato primo pilo. Divenne poi preposito della flotta di Miseno (cioè la forza navale di stanza nella Baia di Napoli) e infine prefetto della VI legione Vincitrice, dislocata nella provincia di Britannia sin dal 122. Dopo essere stato alto ufficiale nella legione VI Vincitrice, ebbe un titolo, "dux", riservato a chi si era distinto per imprese eccezionali.

Casto si ritirò poi dall'esercito e divenne procurator centenarius (cioè governatore, con una provvigione di centomila sesterzi annui) della Liburnia, odierna Croazia, nel settentrione della Dalmazia, dove concluse la sua vita, facendosi seppellire nella necropoli di Salonae Palatium (nella città romana di "Spalatum", oggi Spalato. Non si sa altro di certo su di lui.

EPIGRAFE DI ARTORIUS

LE EPIGRAFI

"D(is) [M(anibus)] .
L(ucius) Artori[us Ca]stus .|
(centurio) leg(ionis) . 
III Gallicae item 
[(centurio) le]g(ionis) VI Ferra/tae item |
(centurio) leg(ionis) II Adi[utr(icis) i]tem |
(centurio) leg(ionis) V M[a]/-c(edonicae) 
item p(rimus) p(ilus) eiusdem praeposito / 
classis Misenatium [pr]aef(ectus) leg(ionis) VI / 
Victricis duci legg(ionum) [?triu?]m Britan(n)ic{i}/
{mi}arum adversus Arm[orico]s proc(urator) cente/nario provinciae Li[burniae iure] gladi(i) vi/vus ipse sibi et suis [ ex te]stamento"

La datazione dell'iscrizione dalmata (risalente a prima del 200) e la definizione di Casto nel testo come "dux leggionum .. Britaniciniarum" suggeriscono che si potrebbe trattare di un comandante militare al seguito di Ulpio Marcello, il quale nel 185 fu inviato, come narra Cassio Dione, a capo di una spedizione militare in Armorica (odierna Bretagna) e Normandia. 


Ulpio Marcello

Nel 174 venne eletto consul suffectus e inviato a governare la Britannia dall'imperatore Marco Aurelio nel 176 almeno fino al 178/180, Una volta ucciso il suo successore in Britannia a seguito di una massiccia invasione delle tribù del nord, che, secondo Dione Cassio, avevano oltrepassato il Vallo di Adriano, venne inviato nuovamente in questa provincia. Poco altro si conosce su questi eventi. Non si sa con precisione neppure quanto tempo i romani abbiano impiegato per ricacciare oltre il Vallo gli invasori. È possibile ipotizzare che Marcello abbia ottenuto importanti successi militari al 184/185, tanto che Commodo poté fregiarsi del titolo vittorioso di Britannicus


IL DUX

Se Casto partecipò alla vittoriosa campagna guidata da Ulpio Marcello (forse un suo parente, dato che la gens Ulpia era imparentata con la gens Artoria) contro i Caledoni e poi al pattugliamento e alla difesa del Vallo di Adriano, doveva essere stanziato, a Bremetenacum Veteranorum con un contingente di cavalieri sarmati. 

Quando la VI Vincitrice si ammutinò, Casto dovette restare fedele all'imperatore (un avo di Commodo era Marcus Artorius Geminus, del periodo augusteo); tanto è vero che, in base all'epigrafe, Casto, dopo essere stato alto ufficiale nella legione VI Vincitrice, ebbe il prestigioso titolo di "dux".

Secondo alcuni studiosi questa interpretazione porterebbe all'identificazione del personaggio con il "Re Artù" storico: l'ipotesi di identificare Casto con Artù fu avanzata per la prima volta da Kemp Malone nel 1924. Sebbene infatti Casto non visse al tempo delle invasioni sassoni in Britannia (V secolo), si potrebbe pensare che il ricordo delle gesta di Casto, tramandate nelle tradizioni locali, andarono crescendo col tempo fino a formare le prime tradizioni arturiane.

La prima apparizione del personaggio "Arthur", qualificato "dux" così come Artorius nell'epigrafe, nella Historia Brittonum del IX secolo, secondo lo storico Leslie Alcock, era tratta da un poema gallese, originariamente privo di un riferimento cronologico preciso, come pure di una indicazione degli avversari contro cui combatté le sue dodici vittoriose battaglie.
La Historia Brittonum venne compilata nel IX sec. dal monaco gallese Nennio, probabilmente rielaborando materiale orale precedente, tratta delle vicende dell'Inghilterra dopo la partenza delle legioni romane e nel periodo delle successive invasioni sassoni.

Recenti studi (Xavier Loriot e altri) tendono tuttavia a leggere nell'epigrafe "Armenios" in luogo di "Armoricos", modificando il quadro spaziale e temporale della vita e delle gesta di Lucius Artorius Castus, ma di tutto ciò non vi è alcuna prova.



RE ARTU'

Re Artù è un'importante personaggio delle leggende della Gran Bretagna, il re giusto e saggio sia in pace che in guerra. Figlio di re Uther Pendragon, è il personaggio principale della Materia di Britannia (anche Ciclo bretone e Ciclo arturiano), anche se non è chiaro se Artù, o la persona reale su cui poggia la leggenda, sia veramente esistito. 

Stranamente nelle citazioni più antiche e nei testi in gallese Artù non viene mai definito re, ma dux bellorum ("signore delle guerre") e il termine Dux riguarderebbe Artorio Casto. Antichi testi altomedievali in gallese lo chiamano invece ameraudur (imperatore), prendendo il termine dal latino, forse perchè Casto era ritenuto una specie di Imperator romano.



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