I COLOMBARI ROMANI (R. LANCIANI)



COLOMBARIO DEGLI SCIPIONI

RODOLFO LANCIANI

I COLOMBARI

"Un'altra istituzione, quella dei columbaria o ossaria come dovrebbero essere più propriamente chiamati, deve la sua origine alla stessa causa. I colombari iniziarono ad apparire circa vent'anni prima di Cristo, sotto il regno di Augusto e l'influenza di Mecenate.

Infatti il Campus Esquilinus, fino alla loro epoca usato per le sepolture di artigiani, operai, servitori, schiavi e liberti, fu soppresso in seguito alla riforma sanitaria descritta da Orazio, sepolto sotto uno strato di terra vergine e trasformato in un parco pubblico; inoltre, la scomparsa del citato cimitero fu subito seguita dall'apparizione dei columbaria. Credo che i due fatti siano legati da un rapporto di causa effetto e che entrambi facciano parte della stessa riforma sanitaria.

Quegli illuminati uomini di Stato non avrebbero potuto trovare un'alternativa più pulita, più sana e più rispettabile degli antichi puticoli (una sorta di pozzi usati come fosse comuni, alcuni ritrovati nella II metà dell’800 all’Esquilino e riportati nella tavola della Forma Urbis del Lanciani ). Chiunque, indipendentemente dalla sua posizione sociale, poteva assicurarsi un dignitoso luogo di riposo con una minima somma di denaro.

L'iscrizione seguente, che può essere ancora vista nel colombarium scoperto nel 1838 nella Villa Pamphili,  è stata interpretata da Hülsen col significato che Paciaecus Isarguros aveva venduto a certi Pinaria e a Murtino un posto ciascuno.

Le lapidi riportano spesso transazioni di questo tipo e rendono possibile la determinazione del costo per l’acquisto di uno o più loculi o per l’intera tomba. Friedländer, nel Königsberg Programm dell’ottobre del 1881, ha raccolto 38 documenti sul costo delle tombe; poteva variare da un minimo di 200 sesterzi (8.25 $) ad un massimo di 192.000 (8000 $) (valore del dollaro nel 1892).

COLOMBARIO DI VIA TARANTO

C’erano tre tipi di colombari:

- Il primo, rappresentato da quelli costruiti da un uomo o da una famiglia per il proprio uso privato e per quello dei propri servitori e liberti;

- il secondo rappresentato da quelli costruiti da uno o più individui a scopo di lucro, nei quali ci si poteva assicurare un posto attraverso l'acquisto;

- il terzo, rappresentato da quelli costruiti da una società per uso personale degli associati e degli iscritti.


6.5 Iscrizione che descrive l’organizzazione di uno di questi, sulla Via Latina

Come buon esempio dei colombari del secondo tipo possiamo citarne uno costruito sulla via Latina da una associazione di 36 soci. Fu scoperto nel 1599, non lontano dalla porta, e i suoi reperti si dispersero in vari luoghi della città. 

Come prova della negligenza con cui venivano condotti gli scavi nei tempi passati, possiamo riferire che quando lo stesso luogo fu oggetto di nuove indagini nel 1854 ad opera di un uomo chiamato Luigi Arduini, furono scoperte altre iscrizioni di grande valore, dalle quali possiamo capire come erano strutturate e come operavano queste società di mutua assistenza funebre.

Il primo documento, un’iscrizione marmorea sopra la porta della cripta, afferma che nell'anno 6 a.c. 36 cittadini formarono una società per la costruzione di un colombario, che ognuno sottoscrisse un ugual numero di quote e che scelsero due degli azionisti come amministratori. 

I loro nomi sono Marco Emilio e Marco Fabio Felice; il loro titolo ufficiale è Curatores Aedificii XXXVI sociorum. Essi raccolsero le sottoscrizioni, comprarono il terreno, costruirono il colombario, approvarono e pagarono i conti degli appaltatori e, avendo adempiuto al loro dovere, indissero una riunione generale per il 30 settembre. 

La loro relazione fu approvata e fu sottoscritto un atto, debitamente firmato da tutti presenti, che dichiarava che gli amministratori avevano adempiuto al loro dovere secondo lo statuto. Questi procedettero quindi alla distribuzione dei loculi in lotti uguali che rappresentavano i dividendi della società. 

La tomba conteneva 180 loculi per urne cinerarie; ognuno dei soci di conseguenza aveva diritto a 5 loculi. La distribuzione, comunque, non rappresentava un problema di semplice soluzione come il numero farebbe sembrare. Sappiamo che i lotti venivano estratti, per "sortitionem ollarum", e sappiamo anche che, in alcuni casi, i soci ricompensarono i loro presidenti, amministratori e commercialisti votando per la loro esenzione dalla regola, accordandogli il diritto di scegliersi i propri loculi senza estrazione (sine sorte).

Evidentemente alcuni posti erano più appetibili di altri e, se teniamo presente come erano costruiti i colombari, non è difficile capire quali loculi fossero i più richiesti. La pia devozione dei Romani verso la morte li portava a visitare frequentemente le proprie tombe, specialmente durante gli anniversari quando le urne venivano decorate con fiori, si offrivano libagioni e venivano celebrate altre cerimonie. Queste inferiae, o riti, potevano essere officiate facilmente se il loculo e l'urna cineraria erano vicino al terreno, altrimenti erano necessarie scale per raggiungere le file superiori. 

COLOMBARIO DI POMPONIO HYLAS
Si incontrava la stessa difficoltà quando le urne cinerarie dovevano essere poste nelle loro nicchie; di conseguenza le tavolette funerarie (tabulae ansatae) e i memoriali contenenti il nome, l'età, la condizione sociale etc., del defunto, scritte con inchiostro o carboncino o anche incise sul marmo, non potevano essere lette se posizionate a distanza troppo elevata dal pavimento. 

Per queste ragioni e per evitare ogni sospetto di parzialità nella distribuzione dei lotti, i soci si affidarono alla sorte. La cripta scoperta sulla via Latina conteneva cinque file ognuna contenente 36 nicchie. Le file venivano chiamate "sortes", le nicchie "loci". Ora, dato che ogni socio aveva diritto a 5 loculi, uno su ogni fila, i lotti erano estratti solo riguardo alla posizione del locus, non della fila. Le iscrizioni scoperte nel 1599 e nel 1854 riportano quindi tutte la stessa formula:

"Di Caio Rabirio Eschino, quarta fila, loculo ventottesimo";
"Di Lucio Scribonio Soso, quarta fila, loculo ventitreesimo".

Abbiamo in tutto 9 nomi su 36. La scelta dei loculi di Rabirio Fausto è l'unica che conosciamo interamente. Ha avuto dalla sorte il n°30 nella prima riga, il n°28 nella seconda, il n°6 nella terza, il n°8 nella quarta ed il n°31 nella quinta.

Sono occorsi almeno 31 anni ai membri della società per rientrare pienamente del loro investimento, visto che l'ultima sepoltura di cui si fa menzione nelle lapidi ha avuto luogo il 25 d.c. Quest’ultimo venuto non era un uomo ignoto; era il famoso auriga circensis Scirto, che iniziò la sua carriera nel 13 d.c., nella squadra dei bianchi.
(Le squadre del circo a Roma erano 4: la "russata" rossa, l’"albata" bianca, la "prasina" verde e la "veneta" azzurra). 
 In tredici anni vinse il primo premio 7 volte, il secondo 39 volte, il terzo 40, oltre ad aver conquistato altri onori minuziosamente descritti nella sua lapide.

COLOMBARIO DI VIGNA CODINI

6.6 L’estensione dei cimiteri pagani fuori Roma ed il numero di tombe che contenevano

Gli scavi moderni hanno dimostrato infondata la teoria secondo la quale le tombe romane venivano costruite lungo le strade solamente su due o tre piani così che potessero essere viste da coloro che passavano. Lo spazio destinato alla sepoltura aveva caratteristiche molto più estensive. A volte si estendeva sull'intero territorio posto tra una strada e la successiva. 

E' questo il caso dei terreni tra la via Appia e la via Latina, tra la via Labicana e la via Prenestina, nonché tra la via Salaria e la via Nomentana, ognuno dei quali contiene centinaia di acri pieni di tombe. 

Nel triangolo formato dalla via Appia, la via Latina e le mura Aureliane, in tempi recenti sono state scoperte 1559 tombe senza contare la tomba di famiglia degli Scipioni. 
Vicino alla via Labicana ne sono state scoperte 994, vicino Porta Maggiore, in uno spazio lungo e 55 metri e largo 45. Il numero di lapidi pagane registrate nel volume sesto del "Corpus" è 28.180, senza contare le aggiunte che porterebbero il numero a 30.000. 
Considerando che nella migliore delle ipotesi una lapide su dieci è sfuggita alla distruzione, possiamo certamente affermare che Roma era circondata da una cintura di almeno 300.000 tombe.

Il lettore può facilmente immaginare quale sia la massa di informazioni che può derivare da questa fonte. Sotto questo aspetto, l’attenta lettura delle parti II, III e IV del VI volume del "Corpus" è più utile allo studioso di quanto non siano tutti manuali e i "Sittengeschichten" del mondo; inoltre, la lettura non è fredda e noiosa come uno potrebbe supporre.

EPITAFFIO ROMANO

6.7 Epitaffi particolari

Molti epitaffi forniscono un resoconto della vita del defunto, del suo grado nell'esercito, delle campagne in cui ha combattuto, della nave a cui apparteneva, se aveva servito in marina, del settore commerciale di cui si occupava, del domicilio dei propri interessi, del suo successo nella carriera equestre o senatoriale, nel circo o nel teatro, del suo stato civile, della sua età, luogo di nascita e così via. A volte le lapidi presentano una notevole eloquenza e addirittura senso dell'umorismo.

Riportiamo un'espressione di opprimente dolore, scritta su un sarcofago tra le immagini di un ragazzo e di una ragazza:
"Che madre crudele ed empia che sono: alla memoria dei miei dolcissimi bambini, Publilio che visse tredici anni e 55 giorni, ed Eria Teodora che visse ventisette anni e 12 giorni. O misera madre, che ha assistito alla fine più crudele dei loro bambini! Se Dio avesse avuto pietà, saresti stata seppellita con loro".

Un'altra donna scrive sull'urna di suo figlio Mario Essoriense:
"Le assurde leggi della morte lo hanno strappato dalle mie braccia! Dal momento che sono più avanti con gli anni la morte avrebbe dovuto rapire me per prima".

Le seguenti parole furono dettate da una giovane vedova per la tomba del suo defunto compagno:
"Per l'adorata anima benedetta di L. Sempronio Firmo. Ci conoscevamo, ci amavamo l'un l'altro sin dall'infanzia, ci siamo sposati, un'empia mano ci ha separato all'improvviso. O dei degli inferi, siate gentili e pietosi con lui e lasciate che mi appaia nelle silenti ore della notte. Fatemi anche condividere il suo destino così che ci si possa riunire dulcius et celerius".
Ho lasciato i due avverbi nella loro forma originale: lo squisito sentimento che trasmettono non ha bisogno di traduzione.

La frase che segue è copiata dalla tomba di un liberto:
"Eretta in memoria di Memmio Claro dal suo compagno di servitù Memmio Urbano. So che non ce n'è stata ombra di dissenso tra me e te, nessuna nuvola è passata sopra la nostra comune felicità. Giuro sugli dei del paradiso e dell'inferno che abbiamo lavorato fedelmente ed amabilmente insieme, che siamo stati liberati dalla schiavitù nello stesso giorno e nella stessa casa; nulla ci avrebbe mai separato, a parte quest'ora fatale".

Una caratteristica ricorrente dell'antica eloquenza funebre si trova nelle imprecazioni indirizzate al passante per salvaguardare la tomba e i suoi contenuti:

"Chiunque rechi danno alla mia tomba o rubi i suoi ornamenti, possa assistere alla morte di tutti i suoi parenti".
"Chiunque rubi i chiodi da questa struttura, se li possa ficcare negli occhi".

Un burlone ha scritto sulla propria lapide trovata a Vigna Codini:
"Gli avvocati ed i malintenzionati stiano alla larga dalla mia tomba".

E' praticamente impossibile rendere edotto il lettore di tutte le scoperte fatte in questo settore dell'archeologia romana sin dal 1870.
Gli esempi che seguono dalle vie Aurelia, Trionfale, Salaria e Appia, mi sembrano rappresentare sufficientemente gli scopi di un'indagine superficiale su questa tipologia di monumenti.



6.8 Gli scavi nel giardino della Farnesina

VIA AURELIA

A questo punto ricorderei la tomba di Platorino, scoperta nel 1880 sulle rive del Tevere vicino alla Farnesina sebbene, a voler essere precisi, appartiene ad una strada laterale che si dipartiva dalla Via Aurelia verso il quartiere Vaticano, correndo parallela al corso del fiume.

La scoperta avvenne nelle seguenti circostanze:
Una striscia di terra lunga 400 metri e larga 80 appartenente ai giardini della Farnesina, fu comprata dallo Stato nel 1876 per allargare il letto del Tevere. Si scoprì che conteneva diversi edifici antichi divenuti da allora famosi nei libri di topografia.


6.9 La casa romana ivi scoperta

Mi riferisco in particolare alla casa patrizia scoperta vicina alla chiesa di San Giacomo in Settimiana, i cui affreschi sono oggi esposti nel chiostro di Michelangelo accanto alle terme di Diocleziano. (Attualmente sono conservati all’interno della sede di Palazzo Massimo)

CASA DELLA FARNESINA - ALLEVAMENTO DI DIONISO
Questi affreschi sono stati mirabilmente riprodotti nei colori e nei contorni dall'Istituto Germanico di Archeologia ma non sono stati ancora illustrati dal punto di vista dei soggetti che rappresentano. Sono divisi in pannelli da pilastri e colonne colorate, ogni metà è distinta da un diverso colore: bianco (numeri 1,5,6 della pianta), rosso (numeri 2 e 4), nero (n° 3).

Il fregio sulla serie "nera" rappresenta la causa penale portata avanti da un magistrato, presumibilmente il proprietario del palazzo, con curiosi dettagli sulle deposizioni richieste e liberamente fornitegli.Vicino al fregio l'artista ha disegnato, appesi al muro, quadri con delle antine, alcune aperte, altre socchiuse.

Sono soggetti generici, come una scuola di retorica, un matrimonio, un banchetto; sebbene le figure non siano più alte di dodici centimetri sono eseguite così splendidamente che si possono distinguere persino le sopracciglia.

Esempio di disegno a contorno nell’antica casa nei giardini della Farnesina.
I quadri al centro dei pannelli sono di una dimensione maggiore.
Quelle dell'ambiente "bianco" sono dipinti secondo lo stile dei lekythoi attici, o vasi oleari. Le figure sono disegnate solo a contorno con un colore scuro e deciso, lo spazio interno ai contorni è campito con la tinta appropriata, sebbene alcune figure siano disegnate senza colore.

Uno di questi notevoli quadretti rappresenta due donne, una seduta, l'altra in piedi, entrambe volgenti lo sguardo verso un Cupido alato. Un altro rappresenta una donna che suona la lira a sette corde; ognuna delle corde è contrassegnata da un simbolo che, forse, corrisponde alle note della scala. In uno dei pannelli dell'ambiente 4 e ancora visibile quella che pensiamo essere la firma dell'artista: SELEUKOS EPOIEI (lo fece Seleuco).

E' come se Baldassarre Peruzzi, Raffaello, Giulio Romano, il Sodoma, il Fattore e Gaudenzio Ferrari, cui dobbiamo le meraviglie della Farnesina dei Chigi, avessero inconsciamente subito l'influenza delle meraviglie di questa casa romana che era sepolta sotto i loro piedi.

E' un peccato che le due ville non siano potuto rimanere in piedi entrambe.
Quale occasione di studio e paragone avrebbero potuto offrire all'amante dell'arte queste due serie di capolavori dell'epoca di Augusto e di Leone X!

Il soffitto dell’ambiente n 2, a stucco, è all’altezza degli affreschi. I rilievi sono estremamente bassi e i punti sporgenti non sono più alti di 3 mm. Sono così leggeri e delicati che sembra quasi che l’artista abbia alitato sullo stucco per modellarli. Una delle scene rappresenta le rive di un fiume, con ville, templi, santuari e capanne di pastori sparse all’ombra di palme o alberi di sicomoro, le cui foglie ondeggiano dolcemente al vento.

Le persone sono occupate in varie operazioni, alcune pescano con la canna, altre fanno il bagno, altre ancora portano sulla testa anfore per l’acqua. Il capolavoro dei rilievi è un gruppo di buoi al pascolo nei prati, di tale squisita bellezza da mettere in ombra le migliori incisioni delle monete italo-greche.


6.10 La tomba di Sulpicio Platorino

Subito dopo la casa romana, per importanza viene la tomba di Sulpicio Platorino scoperta nel maggio del 1880 sul lato opposto dei giardini della Farnesina, vicino alle mura Aureliane. Parte di questa tomba è rimasta visibile per un paio d'anni senza che nessuno vi prestasse attenzione perché, di regola, le tombe all'interno delle mura, essendo state esposte per secoli alle tentazioni dei ladri o, più in generale, del volgo e, in particolare, dei cacciatori di tesori, sono sempre state saccheggiate e trovate vuote del loro contenuto. In questo caso, comunque, siamo stati fortunati perché abbiamo con piacere trovato un'eccezione alla regola

Da un'iscrizione incisa sul marmo sopra la porta d'ingresso, sappiamo che il mausoleo fu eretto in memoria di Caio Sulpicio Platorino, un magistrato dell'epoca di Augusto, e di sua sorella Sulpicia Platorina, la moglie di Cornelio Prisco.

TOMBA DI SULPICIO PLATORINO

6.11 Il suo importante contenuto

L'ambiente conteneva nove nicchie ed ogni nicchia un'urna cineraria, di cui sei ancora integre. Queste urne sono di fattura estremamente ricercata, scolpite in marmo bianco con festoni che pendono da bucrani ed uccelli di vario tipo che mangiano frutta. Alcune delle urne sono circolari, alcune quadrate ma il motivo della decorazione è sempre lo stesso. Il coperchio di quelle tonde è a forma di tholos, un edificio che somiglia ad un alveare, con le tegole rappresentate da foglie d'acanto ed il pinnacolo da un mazzo di fiori.

I coperchi di queste urne erano sigillati con piombo fuso. La loro apertura fu un evento di grande eccitazione; si compì nella coffee-house della Farnesina in presenza di un'ampia e selezionata assemblea. Ricordo la data: 3 maggio 1880. Furono trovate mezze piene d'acqua a causa dell'ultima inondazione del Tevere, con uno stato di ceneri ed ossa sul fondo. Furono svuotate del contenuto su un telo di lino bianco.

La prima non conteneva alcunché di valore; la seconda conteneva un anello d'oro senza la pietra che, comunque, fu trovata nel terzo cinerarium, un fatto senza dubbio straordinario. Lo si può spiegare supponendo che entrambi i corpi furono cremati nello stesso momento e che le loro ceneri furono in qualche modo mischiate.

La pietra, probabilmente un onice, è stata rovinata dall’azione del fuoco e la sua incisione è quasi scomparsa. Sembra che rappresenti un leone a riposo. Nella quarta non fu trovato nulla; la quinta restituì due pesanti anelli d'oro con cammei che rappresentavano rispettivamente una maschera e una caccia al cinghiale. L'ultima urna, iscritta con il nome di Minasia Polla, una ragazza di circa sedici anni come si evince dai denti e dalla dimensione di alcuni frammenti ossei, conteneva una semplice spilla per capelli in ottone.

Dopo aver terminato l'operazione dello svuotamento delle urne cinerarie, si riprese ad esplorare la tomba. Le incisioni presenti su parti del fregio ci hanno restituito la lista completa dei personaggi che avevano lì trovato il loro ultimo luogo di riposo; oltre ai due Platorini ed alla ragazza Minasia Polla, appena citata, abbiamo: Aulo Crispino Cepio, che svolse un importante ruolo negli intrighi di corte all'epoca di Tiberio; Antonia Furnilla e sua figlia, Marcia Furnilla, la seconda moglie di Tito.

Fu da lui ripudiata nel 64 d.c., come ci tramanda Suetonio. Gli storici si sono chiesti il perché del ripudio, senza trovare alcuna risposta, considerando la caratura morale che sappiamo essere stata propria di Tito. Se la statua di marmo trovata in questa tomba, e riprodotta nella nostra illustrazione, è veramente quella di Marcia Furnilla o almeno le somiglia sufficientemente, la ragione per il divorzio è facilmente trovata: è decisamente brutta.

Il busto riportato nella stessa illustrazione, uno dei ritratti più raffinati e meglio eseguiti trovati a Roma, è probabilmente quello di Minasia Polla e ci dà un'ottima idea dell'aspetto di una giovane e nobile signora romana della prima metà del I secolo. Un'altra statua, quella dell'imperatore Tiberio nel cosiddetto stile "eroico", fu trovata distesa sul pavimento a mosaico. Sebbene rotta dalla caduta della volta del soffitto, non mancava nessun pezzo importante.

Entrambe le statue, il busto, le urne cinerarie e le iscrizioni, sono oggi esposte nel chiostro di Michelangelo nel museo delle Terme. E difficile spiegare come questa ricca tomba riuscì a sfuggire al saccheggio ed alla distruzione, dato che rimase visibile per molti secoli in uno dei quartieri più popolari e senza scrupoli della città. Forse quando Aureliano costruì le mura che correvano accanto ad essa ed innalzò il livello di Trastevere, la tomba fu sepolta ed i suoi tesori lasciati inviolati.


6.12 Le “cornacchie divine”

Cominciando a salire sul Gianicolo, sulla strada verso Porta San Pancrazio e la Villa Pamphili devo citare una particolare scoperta fatta secoli fa vicino alla chiesa di San Pietro in Montorio: quella di un basamento delimitato da pietre terminali iscritte con la legenda:

DEVAS CORNISCAS SACRUM

(quest'area è consacrata alle cornacchie divine).

Il luogo è descritto da Festo (Ep. 64). È importante notare che a Roma non solo gli uomini ma anche gli animali dovevano rimanere fedeli alle antiche abitudini e tradizioni. Alcuni dei miei lettori avranno potuto notare come ogni giorno con regolarità, verso il tramonto, si vedano stormi di cornacchie solcare i cieli di ritorno verso le loro dimore notturne nei pini della villa Borghese. Nidificano in due o tre posti preferiti, ad esempio il campanile di Santa Andrea delle Fratte, le torri di Trinità dei Monti dove celebrano rumorosi incontri che durano fino al primo attacco dell'Ave Maria. Questo suono è da loro interpretato come un invito al riposo.

Sia che l'area delle sacre cornacchie descritta da Festo fosse piantata a pini usati come riposo per la notte o che fosse semplicemente un luogo di nidificazione, la circostanza della loro migrazione quotidiana dalle paludi della Maremma e quella dei loro incontri notturni, è nota sin dai tempi classici.


6.13 Il cimitero di Villa Pamphili

Ed ora, lasciando alla nostra destra la Villa Heyland, la Villa Aurelia, precedentemente chiamata Savorelli, costruita sui resti del monastero medievale dei SS.Giovanni e Paolo, e la Villa del Vascello, che segna la fine occidentale dei Giardini di Geta, entriamo nella Villa Doria Pamphili, importante sia per la bellezza del suo scenario che per le sue memorie archeologiche.

Pietro Sante Bartoli ci dice che quando venne per la prima volta a Roma verso il 1660, Olimpia Maidalchini e Camillo Pamphili, intenti a gettare le fondazioni del casino, scoprirono "diverse tombe decorate con affreschi, stucchi, e nobilissimi mosaici".

C’erano anche urne di vetro con resti di abiti d’oro, le figure di un leone e di una tigre che furono comprate dal Viceré di Napoli, il marchese di Leve. Alcuni anni dopo, quando Monsignor Lorenzo Corsini intraprese la costruzione del Casino dei Quattro Venti (da allora annesso alla Villa Pamphili e trasformato in una sorta di arco monumentale), e furono trovate e distrutte, per reimpiegarne i materiali da costruzione, 34 splendide tombe (sig!).

Non si possono leggere i resoconti di Bartoli ed esaminare le sue 22 tavole che illustrano il testo senza provare un senso di orrore per gli atti che questi personaggi ciechi furono capaci di compiere a sangue freddo.

Ci dice che le 34 tombe formavano una sorta di piccolo villaggio con strade, marciapiedi e piazze; che erano costruite con mattoni rossi e gialli, di splendida fattura, come quelle della Via Latina. Ogni tomba conservava le proprie decorazioni ed i propri arredi funerari quasi intatti: affreschi, bassorilievi, mosaici, iscrizioni, lampade, gioielli, statue, busti, urne cinerarie e sarcofagi.

Alcune erano ancora chiuse, dato che le porte non erano di legno o bronzo ma di marmo; c’erano iscrizione sugli architravi o sui frontoni che identificavano ogni tomba. Questi resti ci dicono che in epoca romana questa parte di Villa Pamphili si chiamava Ager Fonteianus e che il tratto in pendenza della Via Aurelia, che corre vicino, era chiamato Clivus Rutarius.

Bartoli attribuisce il perfetto stato di conservazione di questo cimitero al fatto che venne deliberatamente ricoperto di terra prima della caduta dell’Impero. Sin dal XVII secolo sono state trovate e distrutte molte tombe all’interno della villa, specialmente nell’aprile del 1859.

L’unica ancora visibile fu scoperta nel 1838 ed è notevole per le sue iscrizioni dipinte e per i suoi affreschi. Originariamente c’erano 175 pannelli, ma oggi se ne può vedere a malapena la metà. Rappresentano animali, paesaggi, caricature, scene di vita quotidiana e soggetti mitologici e drammatici. Solo uno è storico, e, secondo Petersen, rappresenta il giudizio di Salomone. Questo soggetto, sebbene estremamente raro, non è unico nell’ambito dell’arte classica, essendo già stato trovato dipinto sulle pareti di una casa pompeiana.

COLOMBARIO DI VILLA PAMPHILI

6.14 Tombe sulla Via Trionfale

VIA TRIONFALE

La necropoli che costeggiava la Via Trionfale, dal ponte di Nerone vicino a Santo Spirito fino alla cima di Monte Mario, è completamente scomparsa, sebbene alcuni dei suoi monumenti gareggiassero per dimensioni e magnificenza con quelli delle vie Ostiense, Appia e Labicana. Tali erano le due piramidi sul luogo di Santa Maria Traspontina chiamate nel medioevo la "Meta di Borgo" e il "Terebinto di Nerone".

Entrambe sono rappresentate nei bassorilievi della porta bronzea di Filaretea San Pietro, nel ciborio di Sisto IV (oggi nelle Grotte Vaticane) ed in altre rappresentazioni medievali e rinascimentali della crocifissione dell'apostolo.

La piramide è descritta da Rucellai e da Pietro Mallio come emergente al centro di una piazza pavimentata con lastre di travertino e svettante per un'altezza di 40 metri dal piano stradale. Era rivestita di marmo come quella di Caio Cestio presso porta San Paolo.

Papa Donno I la smantellò nel 675 d.c. e usò i suoi materiali per costruire i gradini di San Pietro. La piramide, costruita di solido calcestruzzo, fu rasa al suolo da Papa Alessandro VI quando aprì il Borgo Nuovo nel 1495.

Il "Terebinto di Nerone" è descritto come una struttura circolare di marmo, alta come la tomba di Adriano. Fu anch'essa smantellata da Papa Donno ed i suoi materiali furono usati nel restauro e nell'abbellimento del "Paradiso" o quadriportico di San Pietro.

Vicino al Terebinto c'era la tomba del cavallo preferito di Lucio Vero. Questo meraviglioso corridore, appartenente alla squadra dei Verdi, si chiamava Volucro, "la saetta volante"; l'ammirazione dell'Imperatore per i suoi risultati era tale che, dopo avergli reso onore con statue di bronzo dorato mentre era in vita, fece erigere un mausoleo alla sua memoria nel campo Vaticano al termine della sua carriera. La scelta del sito non fu fatta a caso dal momento che sappiamo che gli stessi Verdi avevano il proprio cimitero sulla via Trionfale.

Proseguendo il nostro pellegrinaggio lungo il Clivo di Cinna che sale sul Monte Mario, dobbiamo ricordare una serie di tombe scoperte da Sangallo durante la costruzione delle fortificazioni del "Bastione di Belvedere". Una di queste è descritta da Pirro Ligorio :

"Questa tomba fu scoperta insieme a molte altre nelle fondazioni del Bastione di Belvedere, sul lato che fronteggia il Castel Sant'Angelo. E' di forma quadrata con due rientranze su ogni lato per le urne cinerarie, e tre sulla facciata. Era graziosamente decorata con stucchi ed affreschi. Vicino ad essa c'era un ustrinum dove venivano cremati i cadaveri e, dall'altro lato, una seconda tomba decorata con stucco dipinto.

Qui fu trovato un pezzo di agata a forma di noce, inciso con tale maestria che fu scambiato per una vera noce. C'era anche uno scheletro di cui si trovò il teschio tra le gambe; al suo posto c'era una maschera o calco del volto che riproduceva con estrema fedeltà i tratti del defunto. Il calco è oggi conservato negli appartamenti papali”.

COLOMBARIO DI CASTRO

6.15 Quella di Elio, il calzolaio

Ora, citerò la tomba di un fabbricante di scarpe e di stivali, scoperta il 5 febbraio del 1887 nelle fondazioni di una delle nuove case ai piedi del Belvedere. Questa eccellente opera d'arte, costruita in marmo di Carrara, mostra il busto del proprietario in una nicchia quadrata sopra cui c'è un frontone circolare. Il ritratto è estremamente caratteristico: la fronte è ampia con pochi ciuffi di corti capelli ricci dietro le orecchie, il volto rasato, se si eccettua la parte sinistra della bocca dove c'è un neo coperto di peli. L'uomo sembra in età matura ma sano, robusto e con un'espressione abbastanza severa.

Sopra la nicchia sono rappresentate due "forme", una delle quali dentro una "caliga". Sono segni evidenti del tipo di commercio esercitato dal proprietario della tomba che è esplicitato nel suo epitaffio:

"Caio Giulio Elio, calzolaio della Porta Fontinale, uso di questa tomba mentre era in vita per se stesso, per sua figlia Giulia Flaccilla, per il suo liberto Caio Giulio Onesimo e per i suoi altri servitori”.

Giulio Elio era quindi un mercante di scarpe con una bottega vicino alla moderna Piazza di Magnanapoli sul Quirinale. Sebbene la qualifica di sutor sia abbastanza ambigua ed applicabile indifferentemente ai solearii, sandalarii, crepidarii, baxearii (fabbricanti di pantofole, sandali, scarpe greche, ecc.) così come ai sutores veteramentarii (riparatori di stivali vecchi), tuttavia Giulio Elio, come mostrato dagli oggetti rappresentati sulla sua tomba, era un caligarius (fabbricante di caligae, che erano usate principalmente da soldati).

Sembra che i fabbricanti di scarpe e stivali, così come i fornitori di pellami e lacci, fossero gente piuttosto orgogliosa ai loro tempi e che amassero essere rappresentati sulle proprie tombe con gli attrezzi del loro mestiere. Un bassorilievo del Museo di Brera rappresenta Caio Attilio Giusto, uno di loro, seduto sulla panca nell'atto di aggiustare una caliga sulla forma lignea.

Un sarcofago iscritto con il nome di Attilio Artema, un calzolaio locale, fu scoperto ad Ostia nel 1877, con la rappresentazione di un certo numero di attrezzi. Il lettore probabilmente ricorda l'affresco di Ercolano che rappresenta due Geni seduti su una panca: uno di loro sta forzando una forma all'interno di una scarpa mentre il suo compagno è impegnato a ripararne un'altra.

La sala XVI del Museo Cristiano al Laterano contiene diverse lapidi di sutores cristiani con vari simboli del loro mestiere. I calzolai costituivano una potente corporazione fin dal tempo dei Re; la loro associazione chiamata "Atrium Sutorium" officiava una cerimonia religiosa chiamata "Tubilustrium" che aveva luogo il 23 di marzo di ogni anno. Sembra che fossero anche rissosi e violenti.

Ulpiano parla di una causa per danni intentata da un ragazzo, messo a bottega da un calzolaio dai parenti per impararne il mestiere e che, avendo mal interpretato le direttive del suo maestro, fu da lui colpito così pesantemente sulla testa con una forma di legno da perdere la vista da un occhio.


6.16 Le tombe della Via Salaria

VIA SALARIA

I visitatori che ricordano la Roma dei tempi passati, saranno spiacevolmente impressionati dal cambiamento che hanno subito negli ultimi dieci anni i quartieri suburbani attraversati dalle vie Salaria, Pinciana e Nomentana.

COLOMBARIO ROMANO
Precedentemente lo straniero che usciva dalle porte era impressionato dall'improvvisa comparsa di una zona di ville e giardini. Le ville Albani, Patrizi, Alberoni e Torlonia, per non parlare di altri luoghi di minore amenità, immerse in una grande foresta di alberi secolari, con il profilo della Sabina sullo sfondo, fornivano un'immagine realistica di come doveva essere la Campagna Romana in epoca imperiale.

Oggi la scena è cambiata, e non in meglio. Tuttavia, se c'è qualcuno che non ha diritto di recriminare, questi è l'archeologo, perché la costruzione di questi quartieri suburbani ha messo a sua disposizione nell'arco di un secolo una conoscenza maggiore di quella di cui avrebbe potuto disporre. Citerò solo un esempio. 

Sono famosi negli annali degli scavi di Roma quelli fatti tra il 1695 e il 1741 nella vigna della famiglia Naro, tra la Salaria e la Pinciana, alle spalle del Casino di Villa Borghese. Ci vollero quarantasei anni per portare alla luce i contenuti di quella piccola proprietà che comprendevano 26 tombe di pretoriani e 141 di civili.

Nel 1877, aprendo il Corso d'Italia che unisce la Porta Pinciana con la Salaria, furono scoperte 855 tombe in nove mesi. Il cimitero si estendeva dalla Villa Borghese al Castro Pretorio, delle mura di Servio Tullio al primo miglio. I giardini di Sallustio erano circondati da esso sui due lati: un forte contrasto tra la città silenziosa della morte da una parte, ed il gaudente e rumoroso punto di incontro dei vivi, dall'altra.


6.17 Quella dei Calpurni Licini

Sebbene il cimitero fosse per lo più occupato da soldati, le strade che lo attraversavano erano costellate di mausolei che appartenevano a famiglie storiche, come la tomba dei Licini Calpurni, scoperta nel 1884 nelle fondazioni della casa al n° 29 della Via di Porta Salaria, la più ricca ed importante tra quelle trovate a Roma ai miei tempi. La sua storia è connessa con uno dei peggiori crimini di Messalina.

Viveva in quel tempo a Roma un nobiluomo, Marco Licinio Crasso Frugi, ex pretore, ex console (27 d.c.), ex governatore della Mauritania, marito di Scribonia, da cui ebbe tre figli.

COLOMBARIO DI VIA PORTUENSE

6.18 L’infelice storia di questa famiglia

Non c'è mai stata famiglia più sfortunata di questa. L'origine delle loro sventure è piuttosto curiosa: Licinio Crasso, che Seneca definisce "abbastanza stupido per essere fatto Imperatore", tra tante stupidaggini commise quella di nominare il suo primogenito Pompeo Magno, dal nome di suo nonno materno; un inutile dimostrazione di orgoglio dal momento che il ragazzo aveva già di per sé sufficienti titoli per svettare sull'aristocrazia romana. 

Caligola, geloso del suo nome altisonante, fu il primo a minacciare la sua vita, ma gliela risparmiò a spese del suo nome. Claudio gli restituì il titolo come regalo di nozze il giorno del suo matrimonio con Antonia, figlia dello stesso imperatore avuta da Elia Petina. La sua splendida carriera, la sua nobiltà e delicatezza di comportamento nonché i suoi legami con la famiglia imperiale, suscitarono l'odio di Messalina, un avversario molto più pericoloso di Caligola. Estorse al debole marito la sentenza di morte contro Pompeo, suo padre e sua madre. L'esecuzione ebbe luogo nella primavera del 47.

Il secondo figlio, Licinio Crasso, fu ucciso da Nerone nel 67.

Il terzo figlio, Lucio Calpurnio Pisone Frugi Liciniano, che aveva solo 11 anni al tempo delle esecuzioni del 47, passò diversi anni in esilio, mentre il lento sterminio della sua famiglia stava avendo luogo. Lasciato solo al mondo, alla fine Galba ebbe pietà di lui, lo adottò come figlio, gli diede in eredità le proprietà sulpiciane, e, infine, nel gennaio del 69 lo nominò suo successore al trono. 

Se gli avesse risparmiato solo questo onore! Solo quattro giorni dopo fu assassinato insieme a Galba dai pretoriani ribelli; la sua testa, spiccata dal corpo, fu consegnata alla sua giovane vedova, Verania Gemina.

La storia parla di un quinto sfortunato membro della famiglia, che morì di morte violenta durante il mite e giusto governo di Adriano. Il suo nome era Calpurnio Liciniano, ex-console nell’ 87 d.c.. Avendo cospirato contro Nerva, lui e sua moglie, Agedia Quintina, furono esiliati a Taranto. Una seconda congiura contro Traiano ne comportò l’esilio su un’isola solitaria e un tentativo di fuga da questo secondo luogo, fu la causa della sua morte.

Questo fu il destino dei sette ospiti di questa camera sepolcrale. Quando vi scesi per la prima volta, nel novembre 1884, e mi trovai circondato dai nomi questi grandi uomini e donne assassinati, ho percepito più che mai la grande differenza tra leggere la storia romana dai libri, e studiarla dai suoi monumenti, in presenza dei suoi attori principali; ho realizzato ancora una volta quale sia il privilegio di vivere in una città dove scoperte così importanti capitano di frequente.

Vorrei poter dire ai miei lettori di aver toccato con le mie mani le ossa e il contenuto delle urne cinerarie di questi patrizi assassinati. Non posso, purtroppo, perché le avversità della sorte sembrano aver perseguitato i Calpurni anche nelle loro tombe e c’è motivo di credere che il loro ultimo riposo sia stato turbato dai persecutori che li hanno seguiti fin nelle loro tombe. I loro cippi sono stati trovati fatti a pezzi, i loro nomi mezzi cancellati e le loro ceneri sparse ai quattro venti.

Le iscrizioni, che non fanno il minimo cenno alle loro morti violente, usano parole di estrema dignità unita ad una triste vena di ironia. Quella incisa sull’urna di Pompeo Magno dice:

CN · POMPeius
CRASSI F · MEN
MAGNVS
PONTIF · QUAEST
TI · CLAVDI · CAESARIS · AVG
GERMANICI
SOCERI · SVI

"[Qui giace] Cneo Pompeo Magno, figlio di Crasso, etc., questore dell’Imperatore Claudio, suo suocero".

Se ricordiamo che fu proprio la parentela con la famiglia imperiale a causare la morte del giovane, che la sua condanna a morte fu firmata da Claudio che era suo suocero, non possiamo esimerci dal pensare che i due nomi della vittima e dell’assassino siano stati messi vicini, in questo breve epitaffio, a bella posta.

In una seconda e più ampia camera furono scoperti dieci sarcofagi, preziosi come opere d’arte ma privi di importanza storica perché non c’è alcun nome inciso su di essi. Forse l’esperienza dei loro antenati ha spinto i Calpurni delle generazioni successive a non sfidare la sorte di nuovo ma a far propria la discrezione e la raffinatezza, anche nel segreto della tomba di famiglia. 

Dal punto di vista artistico, ognuna delle casse è un notevole esempio della scultura funeraria romana del II secolo della nostra era. Alcuni sono semplicemente decorati con festoni, geni alati, maschere sceniche o chimere; altri con scene ascrivibili al ciclo bacchico, come l’infanzia del dio, il suo ritorno trionfale dall’India ed il suo abbandono di Ariadne nell’isola di Naxos. 

Il sarcofago più bello, di cui riportiamo un’illustrazione, rappresenta il ratto delle figlie di Leucippo ad opera di Castore e Polluce.

La collezione di sarcofagi, iscrizioni, urne, ritratti, monete ed altri oggetti appartenenti alle tombe, nonché le stesse tombe, dovrebbero diventare di proprietà pubblica ed essere conservate come monumenti di interesse nazionale. Fino a poco tempo fa i marmi si potevano vedere al piano terra di Palazzo Maraini in Via Agostino Depretis, ma alcuni di loro sono stati trasferiti al n° 9 di Via della Mercede.

SARCOFAGO DEL RATTO LEUCEPPIDI

6.19 La tomba di un fanciullo precoce

180 metri più avanti, sullo stesso lato della Via Salaria, troviamo il basamento della tomba del giovanetto Quinto Sulpicio Massimo; la tomba fu scoperta nel 1871, all’interno del torrione destro della Porta Salaria, quella che vediamo oggi è stata ricostruita dopo i bombardamenti del 20 settembre del 1870. La tomba aveva costituito il nucleo della torre, proprio come quella del fornaio Eurisace, trovata nel 1833, inserita nella torre sinistra della Porta Praenestina.

La tomba è composta da un basamento, costituito da blocchi di travertino, con sopra un cippo marmoreo, ornato con una statua del fanciullo e con la storia della sua vita scritta in versi greci e latini. La storia è semplice e triste.

Il 14 settembre del 95 d.c., per celebrare l’anniversario della sua ascesa al trono, Domiziano bandì per la terza volta il certamen quinquennale, una competizione mondiale di ginnastica, sport equestri, musica e poesia che era stata istituita all’inizio del suo regno. Si presentarono 52 concorrenti per la gara di poesia greca. L’argomento, estratto a sorte, era:

"Le parole usate da Giove per rimproverare Apollo di aver affidato il suo carro a Fetonte"

Quinto Sulpicio Massimo improvvisò, su questo tema estremamente stringato, 43 versi estemporanei. Il significato dell’aggettivo è dubbio. Non siamo certi se il ragazzo declamò i suoi versi di getto e le sue parole furono quindi trascritte all’impronta, o se lui e i suoi 51 colleghi ebbero del tempo per riflettere sull’argomento e per scrivere la composizione, come si usa fare oggi nelle competizioni letterarie.


6.20 Gli “improvvisatori” dei tempi passati

Gli scrittori antichi parlano di "improvvisatori" che davano prova del loro splendido dono in un’età prematura; tuttavia, sembra quasi impossibile si sia riusciti a radunare 52 prodigi in una sola competizione. Sulpicio Massimo fu incoronato dall’Imperatore con l’alloro capitolino e vinse il campionato del mondo. I versi con cui vinse la competizione sono veramente ottimi e dimostrano una profonda conoscenza della prosodia greca. La vittoria, comunque, gli costò cara: infatti la pagò con la vita. Sulla sua tomba è incisa la seguente iscrizione:

TOMBA Q. SULPICIO MASSIMO
"A Q. Sulpicio Massimo, figlio di Quinto, nato a Roma e vissuto 11 anni, 5 mesi e 12 giorni. Vinse la gara tra 52 poeti greci durante la terza celebrazione dei Giochi Capitolini. I suoi genitori infelici, Quinto Sulpicio Eugramo e Licinia Gianuaria, hanno fatto incidere questa poesia estemporanea sulla sua tomba, per provare che le lodi al suo talento non derivano solamente dal loro profondo amore per lui (ne adfectibus suis indulsisse videantur)".

Che il destino di questo ragazzo sia un monito per quei genitori che, scoprendo nei loro bambini una precoce inclinazione per qualche settore della conoscenza umana, incoraggiano e forzano questa abilità congenita per la gratificazione del proprio orgoglio invece di moderarla in accordo alle possibilità fisiche e ad un sano sviluppo dei giovani.

La gara mondiale istituita da Domiziano ha avuto una vita lunga ed un grande successo: sappiamo che venne celebrata per molti secoli, fino all’epoca di Petrarca e Tasso.

Un’iscrizione scoperta a Vasto, l’antica Histonium, descrive con le seguenti parole quella che ebbe luogo nel 107 d.c.:

"A Lucio Valerio Pudente, figlio di Lucio. A soli 13 anni, prese parte al sesto certamen sacrum, vicino al Tempio di Giove Capitolino; vinse il campionato di poesia latina con i voti unanimi dei giudici".

Queste ultime parole dimostrano che speciali giurie erano scelte dall’Imperatore per ogni tipo di gara. Nel 319 d.c. Costantino il Grande e Licinio Cesare celebrarono con grande solennità il 58°certamen. Ausonio di Burdigala, il grande poeta del IV secolo, parla di un certo Attio Delfidio, un bambino prodigio (paene ab incunabulis poeta), che vinse il premio sotto Valentiniano I. L’abitudine medievale e rinascimentale di "laureare" i poeti sul Campidoglio, deriva certamente dall’istituzione di Domiziano.

La genìa degli "improvvisatori" non è mai morta nell’Italia centro-meridionale. Uno dei più famosi nel XVI secolo, Silvio Antoniano, all’età di 11 anni era in grado di cantare, accompagnandosi al liuto, ogni argomento che gli veniva proposto, con ottimi e gradevoli risultati sia per la poesia che per la musica.
Un giorno, mentre sedeva in un ricevimento di Stato al Palazzo di Venezia, Giovanni Angelo de' Medici, uno dei cardinali presenti, gli chiese se era in grado di improvvisare "le lodi dell’orologio", il cui suono, proveniente dal campanile del palazzo, aveva appena colpito le sue orecchie. La melodiosa canzone di Silvio, su un tema così particolare, fu accolta da una selva di applausi; quando Giovanni Angelo de' Medici fu eletto Papa nel 1559 con il nome di Pio IV, elesse cardinale il giovane in riconoscimento del suo straordinario talento. 


6.21 La tomba di Lucilia Polla e di suo fratello

Il mausoleo di Lucilia Polla e di suo fratello Lucilio Peto fu scoperto nel maggio del 1885, nella Villa Bertone, di fronte a Villa Albani, ad una distanza di settecento metri dalla porta.

E’ la più grande struttura sepolcrale scoperta ai miei tempi, paragonabile per dimensioni al mausoleo di Metella sulla via Appia e al cosiddetto Torrione sulla Labicana. Originariamente si componeva di due parti: un basamento di 33,5 metri di diametro, costruito in marmo e travertino, l’unica parte rimasta, ed un cono di terra, alto quasi 16 metri, ricoperto di alberi ad imitazione del mausoleo di Augusto di cui è contemporaneo. 

Il cono è scomparso. L’iscrizione, lunga 4,8 metri, è scolpita sul fronte verso la Via Salaria, con caratteri della miglior forma che è possibile trovare a Roma. Dice che Marco Lucilio Peto, un ufficiale che ebbe il comando della cavalleria e degli ingegneri militari in diverse campagne al tempo di Augusto, aveva costruito la tomba per sua sorella Lucilia Polla, già deceduta, e per se stesso.


6.22 La sua storia

La sorte del monumento merita di essere raccontata. Credo che non esista altro nella necropoli della Via Salaria che ha subito così tanti cambiamenti nel corso dei secoli. Il primo ebbe luogo sotto Traiano, quando il monumento fu sepolto sotto un ingente quantità di terra, insieme con larga parte del vicino cimitero. Infatti, sono stati trovati colombari, databili al tempo di Adriano, addossati alla splendida iscrizione di Lucilia Polla; la stessa iscrizione è stata sfigurata da uno strato di vernice rossa, per armonizzarla con il colore degli altri tre muri della cripta. 

COLOMBARIO DEL PIRANESI
L’intero tratto tra la Salaria e la Pinciana fu ugualmente sollevato per un’altezza di 7,6 metri; contiene, perciò, due strati di tombe, — quello inferiore appartiene all’epoca repubblicana, quello superiore al tempo di Adriano e ai successivi.

Da dove proveniva questa enorme massa di terra?

Un indizio per la risposta si può avere a pag. 87 del "Roma Antica" dove, descrivendo la costruzione del Foro di Traiano e della Colonna che si erge al centro "per mostrare ai posteri qual’era l’altezza della collina livellata dall’Imperatore" (ad declarandum quantae altitudinis monumentis et locus sit egestus),affermavo di aver calcolato la quantità di terra e roccia rimossa per far spazio al Foro pari a 68.000 metri cubi , e concludevo:

"Ho svolto indagini lungo la Campagna Romana per scoprire il luogo dove erano stati trasportati e scaricati i 68.000 metri cubi, ma i miei sforzi non sono stati, finora, coronati dal successo".

Il luogo è stato ora scoperto.

Nessuno tranne l’Imperatore avrebbe potuto osare seppellire un cimitero così importante come quello che mi accingo a descrivere; se pensiamo che questo era lo spazio libero più vicino agli scavi di Traiano e di più facile accesso, la sepoltura di un cimitero per pubblica utilità poteva essere giustificata dai precedenti di Mecenate ed Augusto descritti a pag. 67 dello stesso libro, e che tale cambiamento debba aver avuto luogo all’inizio del II secolo.

Sulla base di questi dati nonché delle costruzioni e delle tipologie di tombe che appartengono rispettivamente agli strati inferiore e superiore, credo che la mia ipotesi possa essere considerata un fatto accertato.

Di conseguenza il mausoleo dei Lucili scomparve alla vista e dalla memoria dei Romani del II secolo. Verso la fine del IV sec. i Cristiani, nello scavare gallerie per una delle loro catacombe minori in un terreno circostante, scoprirono casualmente la cripta e la occuparono. La forma di questa cripta può essere paragonata a quella del mausoleo di Adriano, era cioè un ambiente a croce greca al centro della struttura circolare ed era raggiungibile per mezzo di un corridoio. 

I Cristiani dispersero i resti dei primi occupanti, abbatterono i loro busti, costruirono arcosolia nelle tre rientranze della croce greca, e crivellarono di loculi i muri laterali del corridoio. La trasformazione fu così radicale che, quando entrammo per la prima volta nel corridoio, pensammo di aver trovato un’ala delle Catacombe di S. Saturnino. Alcuni dei loculi erano chiusi con tegole, altri con iscrizioni pagane che i fossores avevano trovato casualmente scavandosi l’ingresso verso la cripta. Due loculi, scavati vicino l’ingresso all’esterno del corridoio, contenevano corpi di neonati con cerchietti magici intorno al loro collo. 

Sono oggetti estremamente straordinari sia per i materiali che per le varietà delle forme. I pendenti sono in osso, avorio, cristallo di rocca, onice, giada, ametista, ambra, pietra, metallo, vetro e smalto; rappresentano elefanti, campane, colombe, flauti di pan, lepri, coltelli, conigli, pugnali, ratti, Fortuna, meduse, braccia umane, martelli, simboli di fecondità, timoni, palline, zanne di cinghiale, pagnotte e così via.

Le vicissitudini del mausoleo non ebbero fine con questo cambio di religione e di proprietà. Due o tre secoli fa, quando la febbre della scoperta e del saccheggio delle catacombe della Via Salaria era al suo culmine, qualcuno trovò l’ingresso alla cripta e si diede alla distruzione gratuita. Gli arcosoli furono distrutti ed i loculi profanati uno ad uno. Abbiamo trovato le ossa dei Cristiani del IV sec. sparse a terra e, tra loro, i busti marmorei di Lucilio Peto e di Lucilia Polla che i Cristiani del IV secolo avevano buttato giù dai loro piedistalli. Questa è la storia di Roma.

TOMBA DI LUCILIO PETO

6.23 La Valle della Caffarella

Una piacevolissima escursione in prossimità della città può essere fatta nella Valle della Caffarella dal cosiddetto "Tempio del Dio Redicolo" al "Bosco Sacro" presso S. Urbano. Uscendo da Roma da Porta S. Sebastiano e girando a sinistra subito dopo aver superato la cappella del Domine quo vadis, scendiamo nella valle del fiume Almone, oggi chiamata Valle della Caffarella, dalla famiglia ducale che la possedeva prima dei Torlonia. 

Il sentiero è pieno di fascino, corre, per lo più, lungo le rive dello storico torrente, tra le pendici di colline coperte di sempreverde e immerso nel profumo dei fiori selvatici. Il luogo è ameno e quieto; il passeggiatore solitario non può non ricordare inconsciamente la stanza di Orazio (Epod. II.):

"Beatus ille, qui procul negotiis,
Ut prisca gens mortalium,
Paterna rura bobus exercet suis,
Solutus omni foenore,
.....
Forumque vitat, et superba civium
Potentiorum limina."


La Via Appia e la Campagna Romana

In nessun’altra capitale dei nostri giorni il sentimento espresso da Orazio può essere sentito e goduto come a Roma dove è facile dimenticare le preoccupazioni e le frivolezze della vita cittadina camminando pochi passi oltre le porte delle mura. La Valle dell’Inferno e la Via del Casaletto, fuori Porta Angelica, le Vigne Nuove fuori Porta Pia, e la Valle della Caffarella, dove sto portando i miei lettori, sono splendidamente selvagge, fatte apposta per fornire ai nostri pensieri ispirazioni più pure e salutari. 

A volte, i rumori indistinti della città arrivano alle nostre orecchie portati dal vento, ma accrescono, per contrasto, la felicità del momento. Ma non è solo la naturale bellezza di questi luoghi ameni ad affascinare lo straniero: ognuno di essi presenta speciali associazioni che decuplicano il suo interesse. Alle Vigne Nuove si può circoscrivere in uno spazio di una trentina di metri il luogo dove ebbe luogo il suicidio di Nerone. La Val d'Inferno ci riporta alla memoria le due Domizie Lucille, le sue cave d’argilla e le sue fornaci di mattoni i cui prodotti erano spediti persino in Africa.


6.24 I suoi legami con Erode Attico

la Valle della Caffarella è piena delle memorie di Erode Attico e di Annia Regilla, ricordate dalle loro tombe, dal Bosco Sacro, dal cosiddetto Ninfeo di Egeria e dai resti della loro splendida villa. 


6.25 Il suo patrimonio e le sue origini

Erode Attico, nato a Maratona nel 104 d.c. da nobili genitori ateniesi, divenne uno degli uomini più illustri della sua epoca. Filostrato, il biografo dei Sofisti, ci fornisce un resoconto dettagliato della sua vita e delle sue fortune all’inizio del libro II.

ERODE ATTICO
A Roma sono state trovate iscrizioni sulla sua carriera, ai lati della via Appia: le più note sono le Iscrizioni Greche Triopee ora Borghesiane, pubblicate da Ennio Quirino Visconti nel 1794. Suo padre, Tiberio Claudio Attico Erode, perse il proprio patrimonio, confiscato per motivi politici. Per il proprio sostentamento fu quindi costretto a dipendere, all’inizio della sua carriera, dal patrimonio di sua moglie, Vibullia Alcia.

Improvvisamente divenne l’uomo più ricco di Grecia e, probabilmente, del mondo. Molti scrittori riferiscono di una straordinaria scoperta di un tesoro, fatta nelle fondazioni di una piccola casa che possedeva ai piedi dell’Acropoli, vicino al Teatro di Dioniso. 

Sembra che fu più impaurito che contento del ritrovamento, sapendo quanto fosse complicata la giurisprudenza su tali argomenti e quanto avidi fossero i magistrati provinciali. Si rivolse in termini generali all’Imperatore Nerva, chiedendo cosa avrebbe dovuto fare della sua scoperta. La risposta fu che poteva farne l’uso che preferiva (usane). 

Ma non fu rassicurato neanche allora e scrisse ancora all’Imperatore dichiarando che quella fortuna andava ben oltre ciò che si poteva spendere in una vita. La risposta di Nerva gli confermò enfaticamente il pieno possesso della sua ricchezza (Allora abusane!). Erode ne fece ottimo uso, come nobile rivincita sulle persecuzioni in cui era incappato negli anni della propria giovinezza; alla sua morte, suo figlio ereditò, insieme al patrimonio, anche la sua indole generosa e gentile.

La curiosità ci spinge a chiederci da dove venisse questo tesoro, chi fu che lo nascose nella roccia dell’Acropoli, quando e per quale motivo. L’ipotesi di Visconti che venne nascosto da un ricco romano durante le guerra civile e le proscrizioni che ad essa seguirono verso la fine della Repubblica, non è ovviamente corretta. Nessun generale romano, magistrato o mercante dell’epoca repubblicana avrebbe potuto raccogliere un tale patrimonio in una Grecia impoverita.

Ho un’ipotesi più probabile da suggerire.

Quando Serse spedì la sua flotta contro gli alleati greci nello stretto di Salamina, era così sicuro di vincere quel giorno che si sedette su un alto trono sulle pendici del monte Egaleo per assistere alla battaglia. 

Quando vide che la fortuna gli voltava le spalle obbligandolo ad una ritirata estremamente concitata in cui la salvezza dipendeva dalla velocità della fuga, suppongo che i fondi per la guerra, presi in consegna dal tesoriere dell’esercito, possano essere stati sepolti in una fenditura dell’Acropoli, nella speranza di un ritorno rapido e coronato dal successo. 

La somma di denaro gestita dagli ufficiali tesorieri di Serse per gli scopi della guerra deve essere stata enorme se consideriamo che si contarono 2.641.000 durante la rassegna nella pianura di Doriskos.

Qualunque sia stata l’origine della ricchezza di Attico, questa non sarebbe potuta cadere in mani migliori. La sua liberalità verso gli uomini di lettere e verso gli amici bisognosi, le sue opere di pubblica utilità eseguite in Grecia, Asia Minore ed Italia, i giochi e gli spettacoli da lui indetti nel circo e nell’anfiteatro, non gli impedirono di coltivare l’interesse per la scienza a tal punto che, al suo arrivo a Roma, fu scelto come tutore dei due figli adottivi di Antonino Pio, Marco Aurelioe Lucio Vero.

Qui sposò Annia Regilla, una delle donne più ricche dell’epoca, da cui ebbe sei figli. Ella morì di parto ed Erode fu accusato, non sappiamo su quali basi, di averne accelerato o causato la morte tramite avvelenamento o violenza. 

Il fratello di Regilla, Appio Annio Bradua, console nel 160 d.c., intentò una causa per uxoricidio contro Erode, ma non riuscì a provare l’accusa. Tuttavia, la calunnia fu dura a morire presso l’opinione pubblica. Per eliminarla e per riguadagnare la propria considerazione sociale, Erode, sebbene affranto di dolore, si diede a tributare onori alla memoria della defunta moglie quasi fino all’eccesso. 

I suoi gioielli furono offerti a Cerere e Proserpina; i terreni da lei posseduti tra la Via Appia e la Valle dell’Almone furono disseminati di edifici consacrati alla sua memoria ed a quella degli dei. Ai confini della proprietà furono innalzate delle colonne che riportavano la seguente iscrizione, in greco ed in latino:
"In memoria di Annia Regilla, moglie di Erode, luce ed anima della casa, cui questi terreni una volta appartenevano"

Da altri documenti apprendiamo che tali terreni ospitavano un villaggio chiamato Triopium, campi di grano, vigneti, oliveti, pascoli, un tempio dedicato a Faustina Minore, con l’appellativo di Nuova Cerere, un cimitero per la famiglia, posto sotto la protezione di Minerva e Nemesis e, infine, un bosco consacrato alla memoria di Regilla.

TOMBA DI ANNIA REGILLA

6.26 Il monumento per la moglie Annia Regilla

Molti di questi monumenti esistono ancora. La prima struttura che incontriamo è una tomba di notevoli dimensioni costruita a forma di tempio, i cui gradini più bassi sono bagnati dall’Almone. Il suo nome popolare di "Tempio del Dio Redicolo" deriva dalla tradizione che indica questo punto come quello in cui Annibale tornò indietro davanti alle mura di Roma e dove, conseguentemente, i Romani innalzarono un tempio al “Dio del ritorno”.

La Campagna Romana abbonda di monumenti sepolcrali simili ma nessuno può essere paragonato a questo per l’eleganza delle sue decorazioni in laterizio, che danno la sembianza e la leggerezza di un ricamo. L’effetto policromo dato dall’uso alternato di mattoni gialli e rosso scuri è estremamente raffinato.

Sebbene non siano state trovate iscrizioni all’interno o vicino a questo heroön, ci sono motivi per provare che questa fosse la tomba di famiglia di Regilla, Erode e dei loro sei figli. E’ estremamente difficile trovare una struttura più bella ed interessante nella Campagna Romana e mi chiedo perché sia così poco visitata. Forse è meglio così, perché il suo attuale proprietario lo ha appena affittato come ricovero per i maiali. 

Risalendo la valle, su uno sperone sopra le sorgenti di Egeria, si erge il Tempio di Cerere e Faustina, oggi chiamato S. Urbano alla Caffarella. Appartiene ai Barberini che se ne prendono ottima cura al pari del bosco sacro di lecci che copre le pendici a sud delle sorgenti. 

Il vestibolo è sostenuto da quattro colonne marmoree ma, da quando gli intercolumni sono stati chiusi da Urbano VIII nel 1634, l’integrità del monumento appare compromessa. Qui Erode dedicò una statua alla memoria di sua moglie, minutamente descritta nella seconda iscrizione triopea, che ho citato prima. I primi Cristiani presero possesso del Tempio e lo consacrarono alla memoria di Papa Urbano, il martire i cui resti furono sepolti qui vicino nella cripta magna delle Catacombe di Pretestato.

Papa Pasquale I fece affrescare la Confessione della chiesa con un ciclo di affreschi che rappresentano il santo, da cui prende il nome la chiesa, con la Vergine Maria e S.Giovanni. Nel 1011 i pannelli tra i pilastri della cella furono dipinti con le vite ed i martiri di Cecilia, Tiburzio, Valeriano e Urbano e, sebbene rovinati dai restauri, questi affreschi danno un importantissimo contributo all’Arte Italiana dell’XI secolo. 

Sotto lo stesso tetto e all’interno delle quattro mura del tempio abbiamo quindi i nomi di Cerere, Faustina, Erode e Annia Regilla, insieme a quelli di S. Cecilia e S. Valeriano, di Pasquale I e di Papa Barberini; decorazioni in stucco e laterizio del tempo di Marco Aurelio; affreschi dei secoli IX e XI; la sorveglianza di tutte queste ricchezze è affidata alla cura di un pacifico vecchio eremita, i cui sogni non sono sicuramente turbati dal concorso di così tanti eventi.

Non intendo ricordare al lettore che il nome di Egeria, dato al ninfeo sotto al tempio, è di origine rinascimentale. La grotta in cui, secondo la leggenda e la descrizione di Giovenale, Numa Pompilio ebbe i suoi incontri segreti con la ninfa Egeria, era infatti all’interno delle Mura Aureliane, nei terreni sottostanti la Villa Fonseca, cioè ai piedi del Celio, vicino a Via della Ferratella. 

L’ho vista per la prima volta nel 1868 e di nuovo nel 1880 mentre raccoglievo materiale per il mio volume “Acquedotti e sorgenti dell’antica Roma”. Nel 1887 fu interrata dagli ingegneri militari intenti alla costruzione dell’Ospedale vicino Santo Stefano Rotondo. Le sorgenti sgorgano comunque ancora nello splendido ninfeo di Villa Mattei (von Hoffmann) all’angolo tra Via delle Mole di S. Sisto e Via di Porta S. Sebastiano.

Riguardo al Bosco Sacro, non c’è dubbio che i suoi attuali lecci continuino la tradizione e prosperino esattamente sul luogo dell’antico bosco consacrato alla memoria di Annia Regilla, CVIVS HAEC PRAEDIA FVERVNT.

CORPO RITROVATO NEL 1485

6.27 L’importante scoperta del cadavere di una giovane ragazza, fatta nel 1485

Ritornando, comunque, alla "Regina viarum", tra le molte scoperte che hanno avuto luogo nei cimiteri che la costeggiano, quella fatta il 16 aprile del 1485, durante il pontificato di Innocenzo VIII, rimase insuperata.

Ci sono stati tantissimi resoconti pubblicati dai moderni scrittori su questo evento straordinario, ma può interessare i miei lettori imparare come sono andati i fatti passando in rassegna l’evidenza che emerge dalla loro semplicità originale. Citerò solo testimonianze che ci permettono di accertare cosa è realmente accaduto in quel memorabile giorno Il caso in sé stesso è talmente unico che non ha bisogno di amplificazioni o dell’aggiunta di dettagli immaginari. 


6.28 Le varie testimonianze contemporanee sul ritrovamento

Consultiamo per primo il diario di Antonio di Vaseli:

"Oggi, 16 aprile 1485, è arrivata a Roma la notizia che è stato trovato in una fattoria a Santa Maria Nova, nella campagna vicino al Casale Rotondo, un cadavere sepolto un migliaio di anni fa.... (f. 49.) I Conservatori di Roma mandarono a Santa Maria Nova una bara di ottima fattura ed un gruppo di uomini per il trasporto del corpo in città. 
Il corpo è stato esposto nel Palazzo dei Conservatori ed una grossa folla di cittadini e nobiluomini è accorso per vederlo.Il corpo sembra essere ricoperto da una sostanza gelatinosa, un miscuglio di mirra ed altre sostanze oleose, che attraggono sciami di api. 
Il citato corpo è intatto. I capelli sono lunghi e forti; le ciglia, gli occhi, il naso e le orecchie sono immacolate, al pari delle unghie. 
Sembra essere il corpo di una donna, di buona corporatura; la sua testa è coperta da una leggera cuffia intessuta con fili d’oro, molto bella. I denti sono bianchi e perfetti; la carne e la lingua hanno mantenuto il loro colore;se però si toglie la sostanza gelatinosa, la carne si annerisce in meno di un’ora. 
Si è cercato con attenzione nella tomba in cui è stato trovato il corpo, nella speranza di trovare l’epitaffio con il suo nome; deve essere stato quello di una persona illustre, perché solo una persona nobile e ricca poteva permettersi di essere sepolta in un sarcofago così costoso, ricoperta di preziosi unguenti".

Da una lettera di messer Daniele da San Sebastiano, datata MCCCCLXXXV (1485):

"Durante gli scavi fatti sulla Via Appia per cercare pietre e marmi, sono state scoperte tre tombe di marmo in questi ultimi giorni, sepolte 3,60 metri sotto terra. Una era di Terenzia Tulliola, figlia di Cicerone; l’altra era priva di epitaffio. 
Una di loro conteneva il corpo di una giovane, intatto in tutte le sue membra, ricoperto dalla testa ai piedi da una sostanza aromatica, spessa 2,5 cm. Rimuovendo questo rivestimento, che crediamo fosse composto da mirra, incenso, aloe ed altre preziose sostanze, è comparso alla vista un volto, così bello, così affascinante che, sebbene la ragazza fosse morta da almeno 1500 anni, sembrava essere stata deposta proprio quel giorno. 
La spessa massa di capelli, riunita in uno nodo superiore, secondo l’antico uso, sembrava essere stata appena pettinata. Le palpebre potevano essere sollevata e richiuse; le orecchie ed il naso erano così ben conservati che, dopo essere state deformate leggermente, tornavano immediatamente al loro posto. 
Esercitando della pressione sulle guance il colore scompariva come in un corpo vivo. Si poteva vedere la lingua tra le labbra rosa; le articolazioni delle mani e dei piedi conservavano ancora la propria elasticità. L’intera Roma, uomini e donne fino al numero di ventimila, visitarono la meraviglia di Santa Maria Nova quel giorno. 
Mi preme rendervi edotti su questo evento, perché voglio che sappiate quanto gli antichi tenessero a preparare per l’immortalità non solo le loro anime ma anche i loro corpi. Sono certo che se aveste avuto il privilegio di presenziare a questo avvenimento, il vostro piacere sarebbe stato pari allo stupore".

COLOMBARIO COSTANTINIANO ALLA CAFFARELLA
Da una lettera datata Roma, 16 Aprile del 1485, tra le carte di Schedel nel Codice 716 della Biblioteca di Monaco:

"Conoscendo la vostra bramosia per le nuove notizie, vi mando quella di una scoperta appena fatta sulla via Appia, cinque miglia fuori dalla porta, in un luogo chiamato Statuario (lo stesso di S. Maria Nova). 
Alcuni operai intenti a ricercare pietre e marmi hanno scoperto una cassa marmorea di grande bellezza con un corpo femminile all’interno, con uno nodo di capelli dietro la testa, secondo una moda oggi in auge presso gli Ungheresi. Era coperta con una cuffia intessuta d’oro e legata con lacci d’oro. La cuffia e i lacci furono rubati al momento della scoperta insieme ad un anello che la ragazza indossava all’indice della mano sinistra. 
Gli occhi erano aperti ed il corpo conservava ancora una tale elasticità che la carne si ritirava se premuta, riprendendo immediatamente la forma precedente. Il corpo era estremamente bello; apparentemente era quello di una ragazza di circa 25 anni. 
Molti la identificano con Tulliola, figlia di Cicerone ed io sono pronto a crederlo perché ho visto, lì vicino, una lapide con il nome di Marco Tullio e perché è noto che Cicerone possedeva dei terreni nelle vicinanze. 
Ma non importa di chi fosse figlia, era certamente nobile e di famiglia ricca. Il corpo doveva il suo stato di conservazione ad un rivestimento oleoso spesso 5 cm, composto di mirra, balsamo e olio di cedro. La pelle era bianca, soffice e profumata. 
Le parole non possono descrivere il numero e l’eccitazione delle moltitudini di persone corse ad ammirare questa meraviglia. Per facilitare ciò, i Conservatori acconsentirono a che il corpo venisse trasportato sul Campidoglio. Sembrava quasi che si potesse guadagnare l’indulgenza e la remissione dei peccati salendo sul Colle, tanto grande era la folla, soprattutto di donne, accorsa all’esposizione.
La cassa marmorea ancora non è stata trasportata in città, ma mi è stato riferito che sopra vi sono incise le seguenti parole:
’Qui giace Giulia Prisca Seconda. Visse 26 anni ed un mese. Non ha avuto alcuna colpa, se non quella di morire'
Sembra che inciso sulla stessa cassa sia scolpito anche un altro nome, quello di Claudio Ilaro, morto a 46 anni. Se dobbiamo credere alle voci che corrono, gli scopritori del corpo sono fuggiti portando con sé un grande tesoro".

Ed ora lasciamo che il lettore guardi questa misteriosa ragazza. Il disegno che segue rappresenta il suo corpo quando fu esposto nel Palazzo dei Conservatori ed è eseguito sulla base di uno schizzo originale nel Codice n° 1174di Ashburnham, f. 134.

Celio Rodigino, Leandro Alberti, Alessandro di Alessandro e Corona ci forniscono altri interessanti particolari:

- Gli scavi furono eseguiti dai monaci di Santa Maria Nova (l’odierna S. Francesca Romana) a 5 miglia dalla porta. La tomba si trovava sul lato sinistro, cioè orientale, della strada e si ergeva sopra il livello stradale. Il sarcofago era inserito nei muri di fondazione e il suo coperchio era sigillato con piombo fuso. 
Appena questo fu aperto i presenti avvertirono un intenso odore di mirra e trementina. Il corpo viene descritto come ben composto all’interno della cassa, con braccia e gambe ancora flessibili. I capelli erano biondi e tenuti insieme da una fascia (infula) intessuta d’oro. Il colore della pelle era del tutto roseo. 
Gli occhi e la bocca erano parzialmente aperti e se si tirava fuori la lingua con delicatezza, questa tornava al suo posto da sola. Durante i primi tre giorni di esposizione sul Campidoglio questa meravigliosa reliquia non diede alcun segno di decomposizione; 
Dopo un certo tempo, però, l’azione dell’aria iniziò a farsi sentire e la faccia e le mani diventarono nere. 
Sembra che la cassa sia stata posta sulla cisterna del Palazzo dei Conservatori per consentire alla folla di visitatori di girarvi intorno e di guardare la meraviglia con più facilità. 
Celio Rodigino dice che si notarono i primi segni di putrefazione al terzo giorno; egli attribuisce la decomposizione più alla rimozione del rivestimento protettivo che all’azione dell’aria. Alessandro di Alessandro dice che l’unguento che riempiva il fondo della cassa emanava un fresco profumo. -

Questi diversi racconti sono senza dubbio dettati dall’eccitazione del momento, tuttavia concordano tutti su molti dettagli della scoperta: sulla data, sul luogo della scoperta e sulla descrizione del cadavere.

Chi era dunque la ragazza di cui si era tentato di conservare i resti con estrema cura?

Pomponio Leto, l’archeologo più insigne dell’epoca, espresse l’opinione che poteva trattarsi di Tulliola, figlia di Cicerone, o di Priscilla, moglie di Abascanto, la cui tomba sulla via Appia è descritta da Stazio (Sylv. V. i. 22). Entrambe le ipotesi sono errate. La prima è confutata dal fatto che il corpo era quello di una ragazza molto giovane, mentre sappiamo che Tulliola morì di parto all’età di 32 anni. Inoltre, non c’è alcun documento che provi che Cicerone possedesse una tomba di famiglia al sesto miglio della via Appia. 

La tomba di Priscilla, moglie di Abascanto, un liberto tenuto in grande considerazione da Domiziano, è ubicata da Stazio vicino al ponte sull’Almo (Fiume Almone, Acquataccio) quattro miglia e mezza più vicino alla porta di fronte alla Cappella del Domine quo vadis dove è stata ritrovata e scavata due volte: la prima nel 1773 da Amaduzzi, la seconda nel 1887, sotto la mia supervisione. 

L’unico indizio degno di nota è quello fornito dalla lettera di Pehem, oggi alla Biblioteca di Monaco, del 15 aprile, ma anche questo non porta alla soluzione. L’iscrizione che, si disse, citava il nome e l’età della ragazza, è del tutto vera e debitamente registrata nel "Corpus Inscriptionum", al n 20.634.

E’ quella che segue:

D · M
IVLIA · L · L · PRISCA
VIX · ANN · XXVI · M · I · D · I ·
Q · CLODIVS · HILARVS
VIX · ANN · XXXXVI
NIHIL · VNQVAM · PECCAVIT
NISI · QVOD · MORTVA · EST

"Agli dei degli inferi. [qui giace] Giulia Prisca, liberta di Lucio Giulio, che visse 26 anni,un mese e un giorno; [e anche] Q. Clodio Ilaro, che visse 46 anni. Ella non commise nulla di sbagliato, eccetto morire".

Pehem, Malaguy, Fantaguzzi, Waelscapple e tutti gli altri affermano all’unisono che l’iscrizione fu trovata insieme al corpo il 16 aprile del 1485, ma sono tutti in errore. Era stata vista e copiata, almeno 22 anni prima, da Felice Feliciano di Verona, e può essere trovata nella collezione manoscritta di antichi epitaffi che egli dedicò ad Andrea Mantegna nel 1463.

Il numero di iscrizioni spurie connesse arbitrariamente all’episodio del ritrovamento è notevole. Giorgio di Spalato (1484-1545) fornisce la seguente versione di quella appena riportata nei suoi diari manoscritti, oggi a Weimar:

"Qui giace la mia unica figlia Tulliola, che non ha commesso alcun danno, eccetto morire. Marco Tullio Cicerone, il suo infelice padre, ha eretto questo memoriale"

S. URBANO ALLA CAFFARELLA - TEMPIO DI CERERE E FASTINA

6.29 La sua sorte

La povera ragazza, il cui nome e la cui condizione sociale non si conosceranno mai ed il cui corpo era sfuggito così miracolosamente alla distruzione per 1.200 anni, fu trattato in maniera ignominiosa dai suoi scopritori del 1485. Ci sono due versioni sulla sua ultima sorte. 
Secondo la prima, Papa Inncocenzo VIII, per porre un freno all’eccitazione ed alle superstizioni dei cittadini, costrinse i Conservatori a trasportare di notte il corpo fuori dalla Porta Salaria ed a seppellirlo in gran segreto ai piedi delle mura della città. L’altra versione dice che fu gettata nel Tevere. Entrambe le ipotesi hanno lo stesso grado di probabilità.

Com’è diverso il comportamento che abbiamo oggi di fronte a tali scoperte!
(Non era superstizione credere che alcuni corpi trovati intatti lo fossero per miracolo di Dio, trattandosi di santi, ma se si strattava di pagani il popolo che li riteneva santi era fanatico e superstizioso. Insomma i miracoli non erano uguali per tutti, ma dipendevano dalla "fazione religiosa" - nota nostra)

6.30 Una scoperta simile fatta nel 1889

La mattina presto del 12 maggio 1889, fui chiamato a testimoniare l’apertura di una cassa di marmo che era stata scoperta due giorni prima sotto le fondazioni del nuovo Palazzo di Giustizia, sulla riva destra del Tevere, vicino al mausoleo di Adriano. Di norma, la cerimonia del taglio delle graffe metalliche che sigillano i coperchi delle urne e dei sarcofagi si effettua in uno dei nostri depositi archeologici, lontano dall’eccitazione, a volte pericolosa, della folla. 

In questo caso, non si è potuta seguire questa modalità operativa, perché si accertò che la cassa si era riempita d’acqua che, nel corso dei secoli, era filtrata goccia a goccia dalle fessure del coperchio. Il trasporto in Campidoglio fu quindi evitato, non solo a causa del peso eccessivo del sarcofago, ma anche perché agitare l’acqua che era all’interno avrebbe danneggiato e mischiato i resti dello scheletro e gli oggetti che, presumibilmente, si trovavano all’interno.

Il sarcofago marmoreo era immerso in uno strato di argilla azzurra, alla profondità di 7,6 m sotto il piano di campagna e solamente 1,2-1,5 m sopra il livello del Tevere che scorre nei pressi. Era inciso semplicemente con il nome CREPEREIA TRYPHAENA ed era decorato con bassorilievi che rappresentavano la scena della sua morte. 

Non appena si ruppero i sigilli e si sollevò il coperchio, i miei assistenti, io stesso e la folla di operai del cantiere del Palazzo di Giustizia, fummo tutti inorriditi dalla scena che ci si presento davanti agli occhi: guardando lo scheletro attraverso l’acqua limpida, scorgemmo il teschio coperto di una lunga massa di capelli bruni. 

I commenti cui si diede la folla semplice ed eccitata da cui eravamo circondati, furono interessanti quasi come la stessa scoperta. La notizia del prodigio dei capelli corse come il vento tra la popolazione del circondario; di conseguenza l’esumazione di Crepereia Trifena fu portata a termine con inattesa solennità ed il suo ricordo rimarrà per anni nelle tradizioni popolari del nuovo quartiere di Prati di Castello. 

Il mistero dei “capelli” può essere facilmente spiegato. Insieme all’acqua sorgiva, erano entrati nel sarcofago anche dei germogli o dei semi di una pianta acquatica che avevano attecchito sulla superficie convessa del cranio ed avevano originato lunghi e lucidi filamenti di colore scuro.


Oggetti trovati nella tomba di Crepereia Tryphaena 

Il teschio era leggermente reclinato sulla spalla sinistra verso una deliziosa piccola bambola, intagliata in quercia, che era distesa sulla scapola. Su ambedue i lati della testa c’erano orecchini di perle. Tra le vertebre del collo e della spina dorsale c’era una collana d’oro, intrecciata come una catena con 37 pendenti di giada verde ed una spilla con un intaglio di ametista di fattura greca, che rappresentava la lotta tra un grifone ed un cervo. 

Dove doveva essere stata la mano sinistra, trovammo quattro anelli d’oro massiccio. Uno è un anello di fidanzamento, con un’incisione in giada rossa che rappresenta due mani unite. Il secondo porta inciso sulla pietra il nome PHILETVS; il terzo ed il quarto sono semplici fascette d’oro. Proseguendo nella nostra indagine, scoprimmo accanto al fianco sinistro un cofanetto che conteneva oggetti da toilette. Era fatto di sottili pezzi di legno duro, intarsiato alla Certosina, con linee, quadrati, triangoli e rombi di osso, avorio e legno di vari tipi e colori. Il cofanetto, comunque, era stato completamente sconnesso dall’azione dell’acqua. 

Dentro c’erano due pettini splendidamente conservati, con i denti più larghi da un lato rispetto a quelli dell’altro lato, un piccolo specchio di acciaio lucidato, una scatolina d’argento per cosmetici, una spilla per capelli d’ambra, un lungo pezzo di morbida pelle ed alcuni frammenti di una spugna.

La scoperta più suggestiva fu fatta dopo aver rimosso l’acqua. La donna era stata deposta in un sudario di ottimo lino, pezzi del quale furono trovati incrostati e cementati sul fondo e sui lati della cassa; le era stata inoltre messa intorno alla fronte una ghirlanda di mirto fissata con dei fermagli d’argento. La conservazione delle foglie è veramente stupefacente.

Chi era questa donna, la cui improvvisa ed inaspettata ricomparsa tra noi nel maggio del 1889 suscitò così tanto scalpore? Quando visse? A che età morì? Cosa ne causò la morte? Qual’era la sua condizione di vita? Era bella? Perché era stata sepolta con la sua bambola? L’attento esame della tomba e dei suoi contenuti ci permette di rispondere pienamente a tutte queste domande.

Crepereia Trifena visse all’inizio del III se. d.c., durante i regni di Settimio Severo e Caracalla, come dimostrato dalla forma delle lettere e dallo stile dei bassorilievi incisi sul sarcofago. Non era nobile; il suo cognome greco Tryphaena dimostra che apparteneva ad una famiglia di liberti, una volta servitori della nobile famiglia dei Creperei. 

Non sappiamo nulla delle sue sembianze se non che possedeva una dentatura bella e robusta. La sua postura, comunque, deve essere stata piuttosto imperfetta, a causa di una deformità delle costole, probabilmente dovuta a scrofola. 

La scrofola, infatti, sembra essere stata la causa della sua morte. Comunque, nonostante la sua deformità, non c’è dubbio che fu promessa in sposa al giovane uomo Fileto, il cui nome è inciso sulla pietra del secondo anello, e che i due felici amanti si erano scambiati il giuramento di fedeltà e di mutua devozione che è espresso dal simbolo delle mani giunte.

La storia della sua triste dipartita e dell’improvviso dolore che colse la sua famiglia alla vigilia di un felice matrimonio, è chiaramente indicata dalla presenza nella bara della bambola e della ghirlanda di mirto che rappresenta una corona nuptialis. Credo, infatti, che la donna sia stata sepolta con il suo vestito da sposa e quindi avvolta nel sudario di lino, perché ci sono frammenti di vesti di vari tessuti e qualità, confusi con quelli di lino bianco.

Ed ora rivolgiamo la nostra attenzione alla bambola. Questa splendida “pupa”, è essa stessa un’opera d’arte; è in quercia, ma l’azione combinata del tempo e dell’acqua gli hanno conferito la durezza del metallo. E’ stata realizzata imitando perfettamente le sembianze di un corpo femminile ed è considerato uno degli oggetti più belli trovati finora a Roma tra quelli del suo genere. 

Le mani ed i piedi sono incisi con abilità estrema. L’acconciatura dei capelli è tipica dell’età degli Antonini e differisce di poco dalla capigliatura di Faustina Maggiore. La bambola aveva probabilmente dei vestiti, perché nel pollice della sua mano sinistra erano inseriti due portachiavi d’oro come quelli portati dalle casalinghe. Questa affascinante figurina, le cui articolazioni dei fianchi, delle ginocchia, delle spalle e dei gomiti, sono ancora in buono stato, è alta quasi trenta cm.

Bambole e giocattoli non si trovano facilmente nelle tombe dei bambini. Era abitudine delle giovani donne offrire le proprie bambole a Venere o Diana nel giorno del loro matrimonio. Questa fu destinata a condividere il triste fato della sua giovane padrona ed ad essere deposta con il suo cadavere, prima che la cerimonia nuziale potesse essere officiata."

(Rodolfo Lanciani 1845 - 1929)


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