SULMO - SULMONA (Abruzzo)



TEMPIO DI ERCOLE CURITO
Tanto Ovidio quanto Silio Italico, ritengono Sulmona, ricollegabile ai profughi della distruzione di Troia. Il nome della città deriverebbe da Solimo (Ovidio - Tristia IV 10), uno dei compagni di Enea. Tito Livio invece narra di un oppidum italico che, nonostante le disfatte del Trasimeno e di Canne, rimase sempre fedele a Roma contro Annibale.

Sulle alture del monte Mitra si hanno testimonianze archeologiche dell'oppidum, più in alto di Sulmona, che assunse tale posizione solo nel periodo romano.

In epoca romana, Sulmo ( Sulmona) divenne uno dei tre municipi peligni assieme a Corfinium e Superaequum.
Nell'81 a.c. avvenne la distruzione della città da parte di Silla, a seguito della ribellione per ottenere l'integrale applicazione della Lex Cornelia de Suffragiis.

Nel 49 a.c. però la città venne ricostituita, nonostante l'ennesima rivolta dei sulmonesi, attraverso la costituzione di una guarnigione pompeiana, che dovette arrendersi, per l'ennesima rivolta dei sulmonesi, a Marco Antonio, inviato da Cesare.

La data storica più importante per Sulmona è il 43 a.c., anno di nascita dell'illustre poeta latino Publio Ovidio Nasone, il cantore dell'amore e delle Metamorfosi, poi relegato a Tomi, in Romania, per ignote ragioni, dall'imperatore Augusto (la relegatio a differenza dell'exilium non comportava la perdita della cittadinanza romana e dei diritti conseguenti né comportava la confisca dei beni).

ERCOLE DI SULMO
Dalle iniziali del celebre emistichio ovidiano "Sulmo Mihi Patria Est", la città ha preso le lettere contenute nel suo stemma, 'SMPE'. Scrive Ovidio: "Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis, milia qui novies distat ab Vrbe decem" (Ovidius, Tristia IV, 10 - versi 3-4),

"Sulmona è la mia patria, ricchissima di gelide acque, che dista nove volte dieci miglia da Roma".
E ancora:
"Pars me Sulmo tenet Paeligni tertia ruris parva, sed inriguis ora salubris aquis. ... arva pererrantur Paeligna liquentibus undis ... terra ferax Cereris multoque feracior uvis"
"Sono a Sulmona, terzo dipartimento della campagna Peligna, piccola terra ma salubre per le acque che la irrigano... nei campi peligni scorrono limpide acque... Terra fertile di grano e molto più fertile di uve" (Amores II, 16).

Si tratta delle acque del fiume Gizio sorgive dal pittoresco paese di Pettorano sul Gizio (del Club Borghi più belli d'Italia) appollaiato su una collina tra le montagne a dieci km da Sulmona.

Le tracce della Sulmona romana sono riemerse dagli scavi nel tempio di Ercole Curino, posto ai piedi del monte Morrone in cui, secondo un'antica leggenda, vi sarebbero i resti della villa di Ovidio. Le ricerche hanno portato alla luce una copia in bronzo rappresentante l'Ercole in riposo, oggi custodito nel Museo archeologico nazionale d'Abruzzo, a Chieti.

Si tratta di un bronzetto, dono di un mercante, databile intorno al III secolo a.c., rappresentante l'eroe appoggiato col braccio sinistro sulla clava da cui pende una pelle di leone: viene considerato uno dei capolavori della piccola plastica antica. Oltre all'Ercole, sono stati ritrovati materiali architettonici e immagini votive.

TEMPIO DI ERCOLE CURINO

TEMPIO  DI ERCOLE CURINO

Tra pini e cipressi che costeggiano le pendici nord-occidentali della montagna si giunge aell’area archeologica con i resti della chiesetta celestiniana e le terrazze del tempio italico-romano con il sacello. Nella piana si distinguono la città di Sulmona, la base di Fonte d’Amore e la Badia Morronese. A sinistra si osserva Colle Mitra, che probabilmente in epoca romana ospitava un santuario di del Dio Mitra.

Il santuario di Ercole Curino si trova ai piedi del versante occidentale del monte Morrone, a circa 6 km. di distanza dalla città di Sulmona, nel comune di Bagnaturo. L´edificazione del santuario italico di Ercole Curino risale al IV secolo a.c. Si tratta di uno spazio sacro di epoca preromana consacrato ad Ercole, il cui culto era diffuso tra le genti peligne.

Venne parzialmente modificato dai romani nel I sec. a.c.. Nel II sec. d.c. fu sepolto da frane e il sito fu abbandonato fino a quando fra' Pietro da Morrone, il futuro Celestino V, per cancellare, come usava all'epoca, le tracce di un culto pagano, vi fece erigere, pur essendo il luogo molto lontano dall'abitato, una chiesa detta di S. Maria "in gruttis", trasformata poi in chiesa di S. Gaetano. 

La chiesa di San Gaetano: l'antica Santa Maria intus, di origine alto medievale, nonostante la modestia delle architetture esterne, rivela all'interno una eccezionale sequenza di emergenze archeologiche che documentano in successione stratigrafica le varie fasi del tempio cristiano, eretto sui resti di un preesistente edificio romano con mosaici del I-Il sec. d.c.

A sud, la Piazza Maggiore della città rinascimentale, è evidente la presenza di un campus, luogo in cui ci si allenava in esercizi ginnici e si addestrava l'esercito. Il rinvenimento in questa zona, presso la Fontana del Vecchio, di una iscrizione mutila recante le lettere CIRCV, fa pensare all’area dell’antico circo. Tanto più che le dimensioni del pianoro settentrionale esterno alla cinta urbica, attualmente sede dei giardini pubblici, coincidono con le misure canoniche di un circus (70 x 350); ne consegue che diversi studiosi hanno localizzato il circo in quest'area..

FONTE DELL'AMORE

FONTE DELL'AMORE

Madre degli amor teneri, cerca un nuovo poeta,
sfioran queste elegie ormai l'ultima meta,
l'elegie che composi, io dei Peligni nato
(nè mi sconvenne, penso, il verso innamorato),
io per antico rango, se ciò può mai valere,
non per recente turbine di guerre cavaliere.
Ebbe in Virgilio Mantova, ebbe in Catullo il Cigno
Verona; io sarò detto gloria del popolo peligno,
che il libertario orgoglio spinse ad armi onorate,
quandò paventò Roma le schiere federate.
E l'ospite, guardando le mura dell'acquosa Sulmona,
che i campi chiudono ben poca cosa,
dirà un giorno: vi chiamo grandi pur se modeste,
voi che un tale cantore dare al mondo poteste.
(Amores - Ovidio, libro III)

Fonte d’Amore, la fontana celebrata da Ovidio. Un’area di sosta, con panchine all’ombra degli alberi, invita a leggere i versi ovidiani tratti da Tristia (IV,10,3-4) Sulmo mihi patria est, gelidis uberrimus undis milia qui novies distat ab Urbe decem (La mia patria è Sulmona, ricchissima di gelide acque, che dista nove volte dieci miglia da Roma) e dagli Amores (II,16,1-2) Pars me Sulmo tenet Paeligni tertia ruris parva sed inriguis ora salubris aquis (Sono a Sulmona, una delle tre città della campagna peligna; è una piccola località, resa però salubre dalle acque che la irrigano).

Collocata ai piedi del Monte Morrone in prossimità dell’Abbazia di Santo Spirito e dell’Eremo di Sant’Onofrio, in un’area la cui sacralità è attestata anche dalla presenza del santuario italico- romano di Ercole Curino, la fontana è stata fin da tempi remoti considerata miracolosa per le sue acque, dotate, secondo la leggenda locale, di poteri straordinari e afrodisiaci e perciò denominata, come la località, Fonte d’Amore. 

Sempre stando alla tradizione, le sue particolari virtù si ricollegano alla memoria del poeta latino Ovidio (Sulmona 43 a.c. – Tomis 17 d.c.), l’autore degli Amores e dell’Ars Amandi che qui avrebbe tenuto i suoi numerosi convegni amorosi con Corinna.

Infatti, attorno alle rovine del Tempio di Ercole Curino, nacque l'insediamento di Fonte d'Amore in onore del poeta Ovidio. Dato che il santuario veniva erroneamente attribuito al poeta: si pensava che i resti del tempio fossero i resti della "Villa d'Ovidio".

CHIESA DI S. GAETANO

GLI SCAVI

Nel 1957, gli scavi diretti da Valerio Cianfarani, nella convinzione di riportare alla luce l´abitazione natale del poeta latino, vedono emergere, invece, i resti dell´imponente santuario. Il santuario di Ercole Curino era uno dei più importanti luoghi di culto dell´epoca romana, dedicato ad Ercole, Dio protettore di sorgenti ed acque salutari nonché dei mercanti e di soldati. 

SCALE DEL TEMPIO
L'imponente santuario di Ercole Curino si scorgeva dalla valle per miglia e miglia, articolato su due grandi terrazze. Sulla terrazza inferiore si trovano quattordici ambienti, probabilmente locali di servizio, che venivano comunemente denominati poteche. Tutti gli ambienti presentano la traccia della volta a botte, tranne che ai due estremi, i quali fungevano da tromba per le scale che conducevano ai piedi della terrazza superiore. 

La gradinata monumentale separava la zona più sacra del luogo di culto dagli altri spazi del santuario.

Il percorso di ascesa al tempio vero e proprio era cadenzato da “tappe” rituali che hanno caratterizzato l’architettura dello spazio sacro: un donario era posto al limite della piazza lastricata, alla base della scalinata di accesso al terrazzo superiore.

Nel donario si raccoglievano le offerte dei fedeli in denaro o in oggetti preziosi.

Sull’ultimo gradino la fontana, rappresentava il momento della purificazione: la valenza cultuale e rituale dell’acqua è chiaramente espressa sul santuario di Ercole Curino, dove sono state scoperte successivamente le tracce di diverse canalizzazioni sottostanti la gradinata, probabilmente confluenti in un’ulteriore fontana o vasca di cui finora si è persa la memoria.

DONARIO
Il terrazzo superiore doveva essere interamente coperto da un tetto a doppio spiovente, le tracce di decorazione policroma interessano tutte le pareti superstiti, anche all’esterno del sacello.

Questo ambiente è addossato alla parete orientale del terrazzo, e precede uno spazio che probabilmente ospitava la cella vera e propria, ora completamente perduta.


Qui si trovava un porticato in marmo colonnato con tre bracci, del quale resta un muro, e la gradinata che conduce al sacello. 

Su uno dei ventuno gradoni è rappresentato, in rilievo, un simbolo fallico che aveva una funzione apotropaica. 
Sull'ultima terrazza un antico mosaico di ispirazione ellenistica ritraeva il nuoto dei delfini, accompagnato dai colori vividi di vecchi affreschi.
Gli scavi recenti hanno reso possibile visitare i resti di due edifici di età romana: della chiesa di San Gaetano e all’interno del Palazzo della SS. Annunziata (museo della domus). 

Le ricerche finora compiute e gli scavi occasionali effettuati dalla fine dell’Ottocento hanno infatti interessato siti in cui insistevano per lo più abitazioni: le notizie di rilievo si riferiscono al rinvenimento di mosaici, che spesso sintetizzano con la loro evidenza la presenza di un’ "altra" città sottostante quella moderna.



Le indagini archeologiche permettono anche di ipotizzare un’antica struttura urbana che oggi non è più visibile, perché altri edifici e altri spazi pubblici si sono sovrapposti nel tempo alle case e agli spazi della città di età romana.

Per l’individuazione del sito del teatro, una recente ipotesi prende spunto dal rinvenimento di una poderosa muratura in opera quasi reticolata su cui ancora si accalcano i palazzi di via Manlio D’Eramo: i limiti costruiti del giardino retrostante, relativo al Palazzo Mazara, delineano una struttura a emiciclo aperta verso sud-ovest e addossata al forte dislivello del pianoro su cui si apre il centro storico. E' evidente che quello altro non può essere che l'antico teatro.

Per quel che riguarda invece il sito dell’anfiteatro, la fotografia aerea ne svela la presenza  nella forma ellittica di un edificio posto a nord del centro storico, che risulterebbe, nella città antica, addossato alle mura. Per il rinvenimento dei siti è importante lo studio degli spazi non edificati posti ai due estremi dell’abitato, che hanno sempre conservato una funzione commerciale e ludica: a sud piazza Garibaldi, sede del mercato, e a nord la "villa comunale".

Della città antica restano anche le epigrafi, che tramandano la presenza di collegi sacerdotali per il culto di Cerere e Venere, di magistrati (i quattuorviri municipali) dei cives e della plebe, di uno scriba dei publicae e dei seviri Augustales, mentre lo scenario cittadino ricostruibile dalle iscrizioni è limitato ad un "locum publicum", ad un edificio "vetustate dilapsum", e animato dal vociare dei ludi circenses.

A Sulmona non si è scavato abbastanza, per cui per ora restano solo le ipotesi sulla ubicazione dei monumenti pubblici che erano d'obbligo nelle città romane, come ad esempio il teatro, l’anfiteatro, il circus, la curia, il capitolium, le basiliche, il forum.




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