ABELLA - AVELLA (Campania)



ANFITEATRO DI ABELLA

Il suo nome antico, Abella, deriverebbe da nux abellana, la noce tanto presente in zona di cui parla anche Plinio il Vecchio. Si trova sulla via che collegava e collega la pianura Campana con la valle del Sabato e il Sannio Irpino, strada meno agevole della Via Appia ma pur trafficata; la posizione e la coltivazione della pregiata nux Abellana costituivano una risorsa economica, alla quale si aggiungevano lo sfruttamento dei boschi e l'allevamento nelle zone collinari.

Situata nel bacino superiore del fiume Clanio per la sua posizione geografica, ha sempre rappresentato un importante crocevia. La presenza umana sul suo territorio nella preistoria è accertata fin dal paleolitico superiore mentre il primo insediamento abitativo risalirebbe alla fase appenninica. Le testimonianze d’epoca protostorica, sono relative ad una necropoli dell’Età del Ferro.
Avella fu un insediamento osco, poi etrusco e poi sannitico, dato l'importante ruolo di mediazione tra le civiltà dell’interno e quelle della costa. Passata sotto la protezione dei Romani nel 399 a.c., divenne civitas foederata, dei Romani.

Essa fu centro della Campania Felix ed il suo abitato occupò la parte orientale dell’attuale centro storico,  di collegamento tra la pianura campana e la valle del Sabato. Di epoca romana, risalente alla metà del II secolo a.c., è uno dei reperti più significativi e cioè il Cippus Abellanus, rinvenuto nel 1685 fra i ruderi del castello e conservato presso il Seminario Vescovile di Nola.

Si tratta di un grosso blocco in pietra arenaria recante, inciso, il testo di un trattato in lingua osca tra Nola ed Avella sull’uso comune delle aree circostanti il tempio di Ercole, posto al confine tra le due città.

Nel periodo della guerra sociale (91-88 a.c.), Avella rimase fedele a Roma che riconoscente la elevò a Municipium e, più tardi, a colonia, di cui si ha testimonianza attraverso la centuriazione del suo territorio,  prosecuzione di quello nolano. Cosicché, dopo la ritirata di Silla dalla Campania, nell’87 subì, per punizione, la distruzione e l’incendio da parte dei Sanniti di Nola.

In epoca imperiale i romani vi dedussero una colonia. La città ebbe una forma arrotondata e racchiusa da mura tranne nella parte orientale, nei pressi dell’anfiteatro, e dotata di ben sei porte. Al suo interno, fu divisa in quattro settori dall’incrocio di due strade ortogonali mentre i quartieri vennero suddivisi a scacchiera tra cardini e decumani. L’attuale Corso Vittorio Emanuele, orientato in direzione est-ovest,
corrisponde all’antico decumano maggiore.

Nella città sorsero fin dall'età tardo-repubblicana edifici pubblici e furono ricostruiti quelli privati, anche se in qualche area periferica, quale quella attigua all'anfiteatro, subentrarono degli orti al posto di abitazioni, a causa dell'aumento sempre maggiore della popolazione, data la bellezza e la salubrità del territorio, nelle ville rustiche e padronali al centro dei vasti latifondi.

Tra questi edifici spicca l'anfiteatro, eretto in opus reticulatum di tufo probabilmente dopo la deduzione della colonia, simile nelle dimensioni a quello di Pompei. Fu appoggiato all'angolo sud-orientale delle mura ed in parte al pendio naturale, per renderlo agevole anche a coloro che venivano da altre contrade, e solo la parte meridionale poggia su grosse costruzioni a volta, mentre l'arena si trova al disotto del livello circostante. Sono ben conservati i due vomitorii principali nell'asse maggiore dell'ellisse (itinera magna) con ambienti laterali, e il podio che divideva la curva dall'arena, e dei sedili in tufo dell'ima cavea interrotti in corrispondenza dell'asse minore da podii (tribunali); è rimasto abbastanza per permettere la ricostruzione.

Un'immagine dell'edificio compare sul fianco di una base onoraria di età imperiale. Nel tardo impero fu iniziata la costruzione di stalle nel podio, poi interrotta dalle incursioni barbare.

Virgilio denominò Avella la Malifera Abella, cioè terra ricca di mele ed altri frutti, mentre nell’Eneide si narra del suo coraggio per essersi schierata dalla parte di Turno contro Enea. Silio Italico, Strabone e Tito Livio, che ne decantarono i prodotti della terra e specialmente le nocciole.

L'ANFITEATRO

LA DECADENZA

Avvenne con la fine dell’Impero romano, con relative invasioni barbariche e saccheggio, da parte dei Visigoti di Alarico e da Genserico, re dei Vandali e degli Alari. Gli abitanti si dispersero così per le montagne circostanti.



IL SITO

L’abitato romano, nella parte orientale dell’odierno paese, è in parte occultato dalle moderne strutture urbane situate in località Cortalupino, Farrio, Casale, zona chiesa di S. Pietro, e interrato nelle zone sottoposte a colture agricole che si estendono, ad est, fino all’anfiteatro e, a nord-ovest, fin quasi al fiume.

I limiti della città antica sono tracciati a nord dal Clanio, a sud dalla via Cancelli, ad ovest dalla via S. Giovanni in prossimità di piazza Municipio, e ad est dai resti delle mura urbiche, in parte incorporati dallo stesso anfiteatro.
Il circuito delle mura, fine  IV sec. a.c., poi ampliato e restaurato nella II metà del II secolo a.c., racchiudeva un’area di circa 40 ettari, di cui oggi resta solo, ad oriente, un tratto di mura in opera cementizia, con paramento interno in opera incerta, rivestito un tempo da una cortina di blocchi di tufo in opus quadratum.

L’asse est-ovest, decumano massimo,  coincide con l’odierno corso Vittorio Emanuele, come evidenzia un tratto di strada lastricata con poligoni di calcare e resti delle crepidini in prossimità di via Anfiteatro. La via, frequentata fino alla seconda metà del IV sec. d.c., ha come assi ortogonali via dei Mulini, via Cancelli, via S. Nicola, via Cardinale D’Avanzo; leggermente spostati risultano l’attuale viottolo d’accesso all’anfiteatro e la strada alle spalle del convento.

Strade parallele al decumano massimo sono via S. Croce e in via Filippo Vittoria. La piazza del forum dell’Abella romana sorgeva accanto alla chiesa di S. Pietro, mentre resti di un edificio pubblico di epoca imperiale, sono emersi in località del Santissimo. L’interramento della città antica è minimo, specialmente nella fascia centrale e sud-orientale, dove oscilla tra i 40 e gli 80 cm.



I RESTI ROMANI
  • A sud, in via Filippo Vittoria, sono stati rinvenuti resti di un pavimento in cocciopesto con disegno a losanga, rinvenimento da collegare alla stessa domus dalla quale, nel 1931, fu recuperato il celebre mosaico policromo raffigurante re Edipo che uccide Laio, oggi al Museo Nazionale di Napoli.
  • resti di un mosaico in via S. Croce. 
  • resti delle strutture murarie che delimitavano gli ambienti della palestra che si trovava nei pressi dell’anfiteatro. 
  • Numerosi elementi architettonici reimpiegati nelle murature delle abitazioni del centro antico. 
  • Un’immagine schematica dell’anfiteatro (m. 0,38x0,30) con una coppia in rilievo di gladiatori, dei quali uno ferito cade sull’arena, sul lato destro di una base onoraria dell’età imperiale, dedicata ad un Lucio Egnatio Invento, attualmente visibile a destra dell’ingresso dell’ex-palazzo ducale, in piazza Municipio. Sul lato principale del blocco di travertino è l’iscrizione su dieci righe: “L. Egnatius Inventus patri L. Egnati Polli hic obliterato muneris specta impetrata editione ab indulgen max principis diem gladiatorum et omne apparatum pecunia sua edidit coloni et incola ob munificentia eius l. d. d. d.”.
  • Al di sopra della figura dell’edificio pubblico, invece, è scritto: “Tum XII April. Claro et Cethego cos.” (CIL X, 1211 = ILS 5058). 
  • Sempre in piazza Municipio è un blocco di travertino con l’iscrizione CIL X 1216 di epoca dioclezianea, che fa menzione del curator frumenti Numerio Pettio Rufo. 
  • Altri due basamenti onorari in travertino con iscrizioni ricordano Numerio Marcio Pletorio e Numerio Pletorio Oniro (CIL X 1277). 
  • Un’altra lapide con iscrizione (CIL X 1218) è murata nelle pareti di un edificio di via S. Candida, al numero civico 31. 
  • Uno scavo del 1991 in piazza Municipio ha evidenziato una serie di piccoli ambienti, forse un deposito privato, con all’interno dolia de fossum per la conservazione delle derrate alimentari. 
  • A nord-est di via Anfiteatro i resti di un pavimento in opera signina. 
  • A sud-est, in via Cancelli, una cisterna in opera mista. 
  • Ancora in via Cancelli, resti di un mosaico del II sec. a.c. 
Spostandosi verso nord, poiché la città è degradante da nord a sud, l’interramento aumenta considerevolmente fino a raggiungere un metro e mezzo di profondità. L’interramento della zona centro-orientale arriva, nella parte fuori dell’abitato attuale, fino a due metri.

MONUMENTI FUNERARI

I MONUMENTI FUNERARI

Lungo le strade che collegavano l’antica Abella con le località limitrofe, si allineano imponenti monumenti funerari romani dell’aristocrazia locale. Di questi quattro si trovano in località Casale, lungo la strada che portava a Nola, datati tra la fine dell’età repubblicana e la prima età imperiale e  in buono stato di conservazione. 

Si presentano a pianta quadrata poggiante su mattoni di laterizio, che utilizza blocchetti quadrati di pietra calcarea, poligonali, uniti da una malta durissima, e con una parte superiore cilindrica, terminante a cuspide o a edicola.

Erano alte, svettate e di forma elegante, recintate ed edificate in tufo soprattutto per i rivestimenti esterni.
Simili ad altre necropoli di età imperiale della Campania, sono formate da due corpi sovrapposti, di cui la parte inferiore a forma quadrangolare, a dado, e la superiore a cilindro, sormontata, il più delle volte, da una sorta di cuspide.

MONUMENTI FUNERARI
Il dado poggia di solito su mattoni laterizi sporgenti con paraste angolari e trabeazione.
Il piano inferiore presenta, sul lato opposto alla via l’ingresso, molto basso, la cella sepolcrale. 
La cella è rettangolare, di solito con volta a botte, di modeste dimensioni, in quanto dovevano accogliere solo urne funerarie con i resti cremati del defunto. 

I mausolei meglio conservati sono: uno, di età tardo repubblicana, a pianta circolare, in località S.Nazzaro, con volta a cupola nella cella sepolcrale, rivestito originariamente in pietra all’esterno; uno, nell’ex campo sportivo, con semicolonne nel piano inferiore ed edicola aperta in quello superiore, da cui proviene una testa-ritratto femminile degli inizi del I secolo d.c.; due in via Casale, inquadrati da recinti funerari, facenti parte di un gruppo di quattro, con il piano superiore ottagonale e circolare e murature in opera incerta con ammorsature in opera laterizia.
Nei recinti venivano ospitati bassorilievi, vasi, piante ed ornamenti vari dedicati ai defunti. Non si è rilevata invece presenza di marmo.
A causa della noncuranza per le opere d'arte sia del passato che del presente, i proprietari di questi mausolei sono a noi ignoti a causa delle frequenti spoliazioni che  hanno causato la perdita delle iscrizioni e dei corredi funebri.

Non lontano dai quattro monumenti sono stati rinvenuti dieci ipogei che a nord e a sud delimitavano un’importante arteria di comunicazione, con tombe a camera datate tra il III e il II sec. a.c. La pianta è quadrangolare con volte a botte. 

All’interno vi erano letti tricliniari per i banchetti funebri. Da ricordare in particolare la tomba numerata con l’88 la cui camera ipogea fu ritrovata ancora sigillata. Le tipologie architettoniche di tutti i monumenti funebri di Avella sono riscontrabili in altre zone della Campania e costituiscono uno dei più importanti esempi di architettura funeraria romana.





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