LA PITTURA ROMANA




Della pittura greca si sa solo di quella che appare nei vasi greci, per cui non si può paragonare a quella romana, che di certo però è bellissima. Sappiamo però che Roma sviluppò l’arte pittorica inizialmente solo per decorare i suoi templi, prendendo sia dagli etruschi che dai greci. Successivamente, i modelli che appartenevano ai templi vennero trasferiti sulle abitazioni, con un progressivo mutamento di stili e materiali.

Qualcuno ha definito pittura greca quella della Tomba del tuffatore, come dire che non abbia risentito dell'arte romana, così come si potrebbe allora dire che è greca la pittura di Boscoreale, o di Ercolano e Pompei.

Anche se certamente la pittura romana ha risentito di quella ellenica, è inconfutabile che abbia risentito anche di quella etrusca, fondendosi alla fine in uno stile proprio.

TRABIAE
La pittura nacque per decorare le pareti, così come il mosaico nacque per i pavimenti e lo stucco per i soffitti o le alte pareti. Il gusto dei romani era alquanto diverso da quello di oggi. Una casa signorile aveva tutte le pareti dipinte con una straordinaria ricchezza di decorazioni e di colore. Oggi ci farebbero venire il mal di testa. Tuttavia non si può negare che fossero bellissime e forse con tempi trascorsi in modo molto più lento dei nostri tempi, le menti potevano non essere disturabate da tanti stimoli colorati e di decorazioni.

Queste opere però dovettero la loro origine soprattutto nella civiltà pittorica greca che interessò peraltro tutta l'italia del sud, cioè la Magna Grecia. Del resto sia Giulio Cesare che l’Imperatore Augusto furono grandi estimatori della pittura greca, e furono promotori della diffusione di dell'arte ellenica. Quando vennero alla luce le case sepolte dall’eruzione vesuviana gli archeologi notarono le differenze tra i vari affreschi e nel 1873 lo studioso tedesco August Mau (1840 - 1909) classificò i vari stili pittorici nei famosi “quattro stili”.



I QUATTRO STILI

La pittura romana ebbe 4 stili:
  1. “stile ad incrostazione”, o "stile strutturale", dal II al I sec. a.c., imitazione marmorea ellenistica con l'aiuto dello stucco. Molto simile al greco.
  2. “stile dell'architettura in prospettiva”, o "stile architettonico", dal I a.c. al I d.c., una specie di trompe l'oeil. Soprattutto dal 50 al 25 a.c. La casa prosegue con prospettive allargate o paesaggi con personaggi.
  3. “stile della parete reale”, o "stile ornamentale", le famose grottesche su fondo nero del I sec. d.c.. Sembra un acquarello, con poche pennellate ma perfette che delineano figure e paesaggi.
  4. “stile dell'illusione architettonica”, come il II, ma con maggior colore, movimento e architetture articolate e fantasiose. Detto pure "stile fantastico" o "ultimo stile" (quasi contemporaneo al terzo).
Questa suddivisione fu in seguito estesa a tutta la pittura romana anteriore al 79 d.c.

Vi fu poi la ritrattistica molto somigliante, di un verismo eccezionale, che coglie l'anima dei personaggi. Si sviluppò nelle “immagini su tavola”, “su tela”, e “su muro” con tempera, affresco, ed encausto, per raffigurare personaggi illustri, o per riti funebri.

C'è da pensare che Pompei si sia ispirata a Roma più di quanto Roma si sia ispirata a Pompei. E' chiaro che Roma dettava moda e innovazioni al mondo intero.
E' sufficiente guardare le decorazioni della villa di Livia e sul Palatino, o le pitture nelle volte della Domus Aurea di Nerone, le famose grottesche che regneranno nel Rinascimento, per capire che l'arte pompeiana è romana.




LO STUCCO ROMANO

Storicamente lo stucco consisteva in un impasto a base di calce spenta (idrossido di calcio) stagionata e polvere di marmo che, una volta terminata la presa si trasforma in carbonato di calcio. Esso venne impiegato in Grecia e in Italia per i rivestimenti parietali, per la realizzazione di ornamenti architettonici e per la creazione di caratteristiche forme decorative per pareti e soffitti.

Anche il gesso era occasionalmente utilizzato per simili scopi, sia da solo sia misto a calce (Vitr., VIII, 3, 3; Plin., Nat. hist., XXXVI, 183), ma più raramente a causa della rapidità della sua asciugatura che mal si addiceva nelle lavorazioni a rilievo o colorazioni ad affresco, per giunta aveva poca resistenza all'umidità. Viceversa la lenta presa dello stucco ben si prestava all'esecuzione di rilievi, solitamente realizzati a mano. Un suo diffusissimo uso era il fare da fondo alla pittura e all'affresco.

Il suo primo uso si ebbe comunque nello stile architettonico, come è testimoniato dal I stile pompeiano, in cui raggiunse una sua identità prettamente romana nel I sec. a.c. Quando le decorazioni parietali dimenticarono il rilievo dando luogo alla pittura illusionistica del II stile pompeiano, venne usato soprattutto per la decorazione per i soffitti. Inizialmente seguì lo schema dei soffitti a cassettoni o a pannelli di pietra o legno dell'architettura greca, ma poi trovò nuove forme inventandosi losanghe, medaglioni, riquadri lati concavi, reti di esagoni, e così via, arricchendosi sempre più di rilievi ornamentali e figurati.

Nel II stile pompeiano che sicuramente era anzitutto romano, alcuni soffitti, come nella Villa della Farnesina a Roma, mostrano campi stuccati a forma di L e lunghi fregi, pur conservando una trama di quadrati come schema di base. In alcuni casi, come nel cubicolo del piano superiore della Casa di Augusto al Palatino, la decorazione in stucco bianco si combina a ornamenti pittorici.

Nel III stile le volte delle domus presentano rilievi miniaturistici e motivi ornamentali, come nelle Stanze di Venere a Baia, Villa a Capo di Sorrento, tomba sulla Via Laurentina a Ostia, e soprattutto nella basilica sotterranea di Porta Maggiore. Negli sfondi colorati spiccano ornamenti dipinti sui rilievi in stucco, vedi nel vestibolo della basilica sotterranea di Porta Maggiore che a volte campeggiano nelle pareti sostituendo la pittura, o nel colombario di L. Arruntius a Roma e nel tepidarium nella Casa del Labirinto a Pompei.


La tecnica dello stucco dilagò nelle ville e negli edifici pubblici romani con motivi prevalentemente vegetali ed animali eseguiti con grande eleganza. Oltre alla “Tomba dei Pancratii” occorre ricordare la Basilica Neopitagorica a Roma, accanto a Porta Maggiore e la Casa dei Grifi sul Palatino, ma pure le volte di una villa a Frascati e la Casa del Criptoportico a Pompei.

Un altro graziosissimo uso fu di comporre scene figurate all'interno di lunette come nella Casa del Criptoportico o nella lunetta dei grifoni affrontati nella Casa dei Grifi, il cui fondo era colorato di rosso.

Nel IV stile, i rilievi a stucco colorato integrano le pitture decorando le volte, come nell'oecus della c.d. Villa Imperiale a Pompei, la Volta Dorata e le volte degli ambienti 80 e 85 della Domus Aurea di Nerone a Roma. A volte gli stucchi riguardano anche le pareti, come nella Domus Aurea e la palaestra delle Terme Stabiane a Pompei. Le decorazioni in stucco bianco invece, riguardano in genere ambienti poco illuminati o bagni. Abbondano ghirlande, colonnine e personaggi tipo statuette. Le volte non mancano di motivi più barocchi, come nel tepidarium delle Terme del Foro a Pompei, con larghi pannelli a singole figure a rilievo a file di piccoli riquadri su fondi azzurro pallido, rosso e violetto.

Nel II sec. d.c. le decorazioni in stucco sono appaiono solo sulle volte, spesso su medaglioni uniti da fasce di stucco bianco (Tomba dei Valerli sulla Via Latina a Roma) e schemi centralizzati, con esaltazione delle diagonali (tombe della necropoli sotto S. Pietro in Vaticano). Mentre l'epoca adrianea favoriva delicati rilievi, l'età antonina prediligeva decorazioni policrome con cornici in stucco bianco su fondi gialli, rossi e marrone.

Nel III sec. d.c., le decorazioni in stucco passarono di moda; lo stucco veniva ancora impiegato in scultura, come economico sostituto della pietra (teste e tauroctonia ad altorilievo nel mitreo sotto S. Prisca a Roma, figura dipinta di Serapide nella insula di Serapide a Ostia), ma pochi esempi di decorazioni in stucco di pareti o soffitti.

Gli stucchi erano un tipo di decorazione di lunga e costosa lavorazione e Pompei, a eccezione degli edifici pubblici, essa era riservata principalmente all'ambiente più importante della casa (il grande oecus della Villa Imperiale, il triclinium nella Casa dell'Efebo). Nelle necropoli lo stucco era utilizzato solo in alcune tombe dei un certo lusso. Le difficoltà economiche del III sec. penalizzarono dimore lussuose; la richiesta calò e quest'arte si estinse.

Mentre la pittura e il mosaico conobbero una nuova fioritura con la ripresa economica all'epoca dei Tetrarchi e di Costantino, scarse sono le testimonianze di decorazioni in s. in ambito provinciale.

ESEMPIO DI PRIMO STILE - VILLA DI ARIANNA (STABIAE)

IL PRIMO STILE

Detto “stile ad incrostazione”, o "stile strutturale", risale all'età sannitica del 150 a.c., fino all’80 a.c. Questa tecnica imita il rivestimento delle pareti con lastre di marmo rettangolari, delimitato da strisce di colore diverso, con o senza strisce di colore che imitano le venature del marmo.

L'elemento decorativo che caratterizza le pareti delle case dell'epoca è spesso costituito da cubi o da losanghe in prospettiva, in genere con la pretesa di sostituire marmi screziati, colorati e molto preziosi che avrebbero conferito la giusta dignità alle dimore degli aristocratici romani. Evidentemente c'era l'ambizione di eguagliare le domus più ricche che attraverso i commerci con l'oriente si erano ornate di marmi rari e colorati il cui trasporto per nave ne rendeva oneroso l'acquisto.

ESEMPIO DI SECONDO STILE - VILLA DEI MISTERI (POMPEI)

IL SECONDO STILE

Detto anche "stile architettonico", va dall’80 a.c. alla fine del I sec, a.c. ed ha inizio a Pompei all’epoca della colonia sillana. Vitruvio, nella sua sua opera De Architectura, lo descrive come una raffigurazione di edifici, di colonne, di frontoni, tetti, balconate ed esedre, tutti nella loro prospettiva con porti di mare, fiumi, sorgenti, boschi, prati e pastori con greggi o con eroi mitici. Il tutto con la tecnica della prospettiva, equivalente all'odierno “trompe l’oeil”.

I soggetti mitici prediletti, narra ancora Vitruvio, sono divinità, favole mitologiche, le guerre troiane e i viaggi di Ulisse. Da ricordare a Pompei le scene del mito di Dioniso nella Villa dei Misteri ma pure nelle ville di Boscoreale i cui affreschi oggi si trovano, divisi in pannelli, in più musei come l’Archeologico di Napoli, il Metropolitan di New York ed altri.

ESEMPIO DI TERZO STILE - CASA DI MARCO LUCREZIO FRONTONE (POMPEI)

IL TERZO STILE
Detto anche "Stile ornamentale", arrivò fino alla metà del I sec. Questo abbandona ogni raffigurazione di architetture e profondità. La parete è solitamente un campo tripartito in senso verticale e orizzontale con pannelli monocromatici, delimitati da sottili elementi vegetali o architettonici. C'è un pannello centrale, spesso un grande quadro di soggetto mitologico. Poi motivi dell'antico Egitto, in particolare dopo la conquista da parte di Ottaviano.

E’ caratterizzato dalla mancanza di prospettiva e tridimensionalità che sono caratteristiche del secondo stile, è caratterizzato dalla divisione delle pareti in campi più o meno grandi al centro dei quali sono dipinti piccoli pannelli raffiguranti scene di vario genere separati da elementi verticali. Sono riprodotti molto spesso candelabri, figure alate, scene mitologiche.

ESEMPIO DI QUARTO STILE - MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE DI NAPOLI

IL QUARTO STILE

Il quarto stile, detto “stile dell'illusione architettonica”, ma pure "stile fantastico" o "ultimo stile" (quasi contemporaneo al terzo). Fu anche detto "Barocco Latino", perchè molto carico e senza spazi vuoti, nacque nell’età neroniana celebrandosi nelle fastose decorazioni dei palazzi imperiali, dove si caratterizzarono le finte architetture, più delicate rispetto a quelle imponenti del secondo stile, da ornamenti come tralci vegetali e miniature di animali ed altro.

“E’ significativo che l’unico nome di pittore appartenente a quest’epoca trasmesso da fonti scritte sia quello di Studius, il quale secondo Plinio il Vecchio ‘per primo inventò l’assai leggiadra pittura delle pareti raffigurandovi case di campagna, porti e temi paesaggistici, boschetti sacri, boschi, colline, peschiere, canali, fiumi, spiagge secondo i desideri di ognuno, e in quell’ambiente vari tipi di persone che passeggiano e che navigano, oppure che si dirigono per terra verso le loro ville su asinelli o carri, oppure che pescano o cacciano o anche vendemmiano. Tra i suoi soggetti compaiono anche delle nobili dimore di campagna, raggiungibili attraversando una palude, e delle donne, prese al collo da trasportatori a pagamento, che caracollano sulle spalle dei trepidi facchini".

Le pitture erano eseguite con la tecnica dell’affresco (su intonaco di calce fresca con colori macinati e diluiti in acqua), della tempera (si diluivano i colori con solventi collosi e gommosi, con il rosso d’uovo e la cera) dell’encausto (miscelando i colori con la cera). Con quest’ultima tecnica il dipinto, una volta eseguito, veniva scaldato (encaustizzato) per far penetrare la cera nei colori che così si fissavano acquistando forza e splendore.


NOZZE DI ZEFIRO E CLORI

GLI INTONACI

L’intonaco che usavano i romani era quello che oggi chiamiamo marmorino o stucco romano, o, mescolandovi terre colorate, stucco veneziano. In sostanza uno strato di grassello e polvere di marmo pressato e lisciato da divenire lucido e compatto, assumendo alla vista ed al tatto un aspetto molto simile al marmo levigato.

Poteva essere rifinito a cera d’api per aumentarne la lucentezza e renderlo impermeabile all’acqua, pur rimanendo assolutamente traspirante. Questo intonaco, già bello così, veniva spesso affrescato, lo stesso fondo usato per gli affreschi rinascimentali, ed arricchito con stucchi.

Vitruvio nel De Architectura distingue la realizzazione dell’intonaco secondo una tecnica a più strati:

"Si applica il rinzaffo, sottile strato preparatorio di malta quanto più ruvido possibile e quando stia asciugando si passa a stendere almeno 3 strati di arenato; si stende il primo strato di malta, avendo cura di regolare la squadratura e le verticali delle mura incidendo e pareggiando l'intonaco prima che asciughi.

Quando il primo strato sia in fase di essiccazione si stenderanno in successione almeno altri due strati di malta, preparata con una parte di grassello di calce e 2 o 3 parti di sabbia avendo cura di usare via via sabbia più fina e di diminuire lo spessore in ogni strato successivo riducendolo a circa la metà del precedente."

Lo spessore di ogni singolo strato poteva variare da mezzo pollice ad alcuni pollici; per migliorare l'adesione tra il I ed il II strato l'intonaco appena steso poteva venire inciso con la cazzuola; nel I strato venivano affogati pezzi di mattoni o di marmo disposti di piatto o scaglie di pietre per aumentarne la solidità e la compattezza.

L'arenato è la parte più spessa dell'intonaco ed ha funzione protettiva del muro, per preparare un supporto perfettamente piano per la successiva intonacatura.

Successivamente, umido su umido, senza attendere la completa essiccazione dello strato appena applicato, si stendono 3 strati di marmorato ottenuto utilizzando una parte di grassello e due o tre parti di polvere di marmo.

La malta deve essere tale "che rimescolandola non si attacchi alla cazzuola ma venga via con facilità dal ferro".

L’ideale è mettere quanta più polvere di marmo sia possibile mantenendo però l'amalgama ben stendibile con la spatola; poca polvere di marmo faciliterà le crepe; troppa impedirà di stendere adeguatamente la malta; gli strati successivi di marmorato, di alcuni mm. di spessore, saranno via via più sottili e verrano lavorati e levigati con crescente energia; l'ultimo strato verrà quindi battuto a cazzuola e levigato col marmo.

Con tale procedura l'intonaco risulterà solido e durevole ed i colori splenderanno maggiormente; in particolare dando la pittura sull'ultimo strato di stucco quando non ancora asciutto, il colore resterà a lungo brillante ed anche lavando il muro i colori non si dilaveranno; infatti la calce:

"privata della sua umidità nelle fornaci ed essendo divenuta porosa ed asciutta, si impregna rapidamente di qualunque sostanza con cui venga a contatto e quando si secca l'impasto diviene un blocco omogeneo".

"Quando si utilizzi un solo strato di sabbia ed un solo strato di polvere di marmo, questo si crepa facilmente a causa della sua finezza".
"Lo stucco quindi, quando ben eseguito, non perde la levigatezza sporcandosi e non perde il colore quando venga lavato, a meno che non sia stato dato con disattenzione o che il colore sia stato steso essendo lo stucco già asciutto".





I COLORI

Anzitutto c'era la sinopia, che era una traccia di colore rossastro d'incerta composizione, usato un tempo dai pittori di affreschi per i disegni preparatori.

I colori venivano preparati con pigmenti di origine vegetale o minerale e Vitruvio nel De Architectura VII, 7 parla di un totale di 16 colori di cui 2 organici, 5 naturali e 9 artificiali:

I due organici:

- il nero (atramentum), ottenuto per calcinazione della resina con pezzetti di legno resinoso oppure della vinaccia bruciata nel forno e poi legata con farina; - il porpora, derivato dal murice, che veniva usato di più nella tecnica della tempera.

i 5 naturali sono di origine minerale: 
 - bianco, 
 - giallo, 
 - rosso, 
 - verde 
 - i toni scuri.

CASA DEL BRACCIALE D'ORO

Questi si ottenevano per decantazione o calcinazione. La decantazione è una tecnica di separazione di due sostanze di un miscuglio solido-liquido, facendo depositare il solido sul fondo del recipiente finchè tutto il liquido sovrastante risulta limpido. La calcinazione usa un riscaldamento ad alta temperatura protratto per il tempo necessario ad eliminare tutte le sostanze volatili da un composto chimico, adoperato per la produzione dei pigmenti pittorici tra cui anche il ceruleo.

I nove artificiali si ottenevano dalla composizione con varie sostanze:

- il cinabro (rosso vermiglio), di origine mercuriale, era di difficile stesura e manutenzione (scuriva se esposto alla luce) ed era molto costoso (70 sesterzi la libbra) e molto ricercato. Era importato dalle miniere presso Efeso in Asia Minore e da Sisapo nella Spagna.

- il ceruleo (blu egizio), ottenuto con sabbia triturata con fior di nitro mescolata con limatura di ferro umida fatta asciugare e poi cotta in piccole sfere. Questo colore era importato a Roma da un banchiere, Vestorio, che lo vendeva col nome di Vestorianum e costava sugli 11 denari.

La legge stabiliva che il committente fornisse i colori “floridi” (i più cari) mentre quelli “austeri” (più economici) erano compresi nel contratto. Nella bottega agivano il maestro con i suoi aiutanti. Questi artigiani, molto cari, facevano parte dell’instrumentum della bottega e, quando la bottega veniva venduta ad altri proprietari, anch’essi, insieme con gli strumenti da lavoro (la livella, il filo a piombo, la squadra ecc.) e con gli attrezzi, cambiavano padrone. Il loro lavoro iniziava all’alba e terminava al tramonto e, anche se le loro opere venivano ricercate e ammirate, non erano tenuti in alcuna considerazione.



ROSSO POMPEIANO

Era un colore ottenuto da cinabro, minio, terre e ossidi di ferro. Secondo alcuni studiosi il celebre rosso pompeiano potrebbe essere stato un blu, alterato dal tempo. Come affermano le cronache di Plinio il Vecchio e oggi Daniela Scagliarini, archeologa all’Università di Bologna.
«Plinio il Vecchio l'aveva scritto, ma finora non si era dato troppo peso a quel passo in cui dice che nel Golfo di Napoli il colore caeruleus o blu egiziano si usava ovunque, persino nelle finestre», dice Daniela Scagliarini.

Infatti, con le analisi fisiche e chimiche che lei stessa ha coordinato, si è scoperto che c'è del blu egiziano in quasi tutte le pitture di Pompei.

A suo dire la tavolozza dei colori pompeiani andrebbe riscritta. Il calore dell'eruzione del Vesuvio, nel 79 d.c. e l'usura del tempo avrebbero alterato pitture e mosaici.

Le pareti a sfondo rosso delle case pompeiane, per esempio, un tempo erano di una bella ocra gialla, che col calore ha perso l'idratazione diventando rossa. Mentre il rosso cinabro o "rosso sangue" si sarebbe trasformato in nero cupo. Inoltre, le tessere dei mosaici rosso vivo sarebbero diventate, col tempo, di colore verde.

Il discorso però non convince affatto, perchè il rosso pompeiano è stato ritrovato a iosa nelle domus romane, oltre che altrove. E a Roma non ha eruttato alcun vulcano.



I RITRATTI DEL FAYUM

Tra le opere pittoriche più famose, ci sono i circa 600 ritratti funebri delle cosiddette “Mummie del Fayum”, ritratti su tavolette di legno poste su mummie egizie di età romana.

Il nome Fayum deriva dal sito ove sono state ritrovate le mummie. Queste tavolette, di grande verismo, raffigurerebbero i discendenti di quei coloni greci che sposarono donne egiziane e che adottarono gli usi e i costumi egizi.

In pratica sono maschere funebri già in uso da molto tempo presso gli Egizi ma realizzate in modo nuovo e originale poiché questa ritrattistica, che riproduce visi dai tratti tipicamente mediterranei, è pervasa da quella fedeltà al vero che solo i Romani seppero usare in modo così realistico.

Tutti i volti riprodotti hanno una totale aderenza alla realtà, senza il minimo ritocco, non nascondono l’aspetto popolare, ci fanno conoscere la bellezza o la bruttezza del soggetto dipinto. I ritratti, che vanno dalla fine del I sec. alla metà del III sec. d.c. cessarono improvvisamente.

Le opere furono eseguite ad encausto o a tempera con base d’uovo. Quelle ad encausto hanno colori molto più vivi, talvolta decorati anche con foglia d’oro per illuminare corone o gioielli. La maggior parte è eseguita su tavolette di legno duro come quercia, cedro, sicomoro; alcune sono dipinte da ambo le parti, alcuni ritratti sono realizzati direttamente sulle tele e le bende usate per l’imbalsamazione e ogni tavola veniva poi applicata sul volto ed inserita tra le bende.

Osservando questi ritratti non si può fare a meno di notare l’impressionante realismo che li caratterizza, gli sguardi pensosi, l’intensità dell’espressione, i dettagli del volto con i grandi occhi. Queste immagini venivano accompagnate da iscrizioni che specificavano il nome e l’età del defunto, per poterne consentire l’identificazione non dai vivi, ma per permetterne il passaggio nell’aldilà.

Questi dipinti ci permettono non solo di conoscere i volti di persone ( uomini, donne, vecchi, bambini) vissuti più di duemila anni fa ma anche di dare uno sguardo alla loro vita e così conosciamo gli abiti, le acconciature, il trucco, i gioielli delle signore ma anche i vari tagli di capelli e le varie fogge della barba degli uomini.

Le tavole rappresentano perfettamente non solo i tratti somatici ma rappresentano con grande minuzia una ricerca dell’individualità: il colore della pelle, degli occhi, i difetti come nei e verruche e, sebbene vi siano delle eccezioni, gli esame effettuati con la TAC rivelano corrispondenza d’età e, in determinati casi, di sesso tra la mummia e l’immagine.


Biblio

Plinio il Vecchio - Naturalis Historia (XXXV 22 - 135)
Ranuccio Bianchi Bandinelli e Mario Torelli - L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma (Utet, Torino 1976).
L. Quilici - Collatia (Forma Italiae, Regio I, 10 - Roma 1974).
R. J. Ling - Stucco Decoration in Pre-Augustan Italy (BSR XL 1972)


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