IL POZZO ROMANO



PUTEAL ALBANI CON FIGURE ELEUSINE

RODOLFO LANCIANI:

ABBEVERARSI AL TEVERE

" Le acque del Tevere giungendo a Roma dopo un percorso di 373 chilometri, ed una discesa di 116 40 (la sorgente sul monte Coronare trovandosi a m. 1167 sul livello del mare) hanno perduto per via la purezza e la limpidità primitiva. 
Attraversando un bacino argilloso ed i depositi delle proprie alluvioni, si assimilano, astrazione fatta da altre brutture, almeno otto sostanze più o meno solubili, delle quali darò più sotto l'analisi. Ciò che dice Frontino della loro potabilità, è provato da che, non appena i romani, distrutti gli aquedotti imperiali, vennero a trovarsi nelle condizioni dei loro antenati vissuti prima del 442, si dissetarono nuovamente alla corrente del Tevere. 
Che anzi il desiderio di trovarsela vicina deve essere posto fra le cause che determinarono gli abitanti delle colline a discendere al campo marzio, ove era altresì più facile e più efficace il perforamento dei pozzi."


L'ABBONDANZA DI ACQUE PER ROMA

"Nel fondo delle vallate del Tevere, dell' Aniene e di altri fiumicelli minori, scavate tra pareti di tufi vulcanici, è ricoperto da un'alluvione formata dai detriti di tutte le montagne sia calcaree sia vulcaniche circostanti, ridotti allo stato di ciottoli, di ghiaia, di sabbie ed anche di fini argille sabbiose, il tutto a stratificazione irregolare, e torrentizia.

PUTEAL DIONISIACO
Anche le convalli, borri, e gole che solcano l'altipiano della campagna hanno il loro strato permeabile d^alluvione sovrapposto alla roccia, strato prodotto dalle decomposizioni superficiali dell'altipiano stesso, trascinate a basso dalle forze dell'atmosfera.

Finalmente anche sul culmine delle colline la roccia vulcanica è velata, per così dire, da uno strato di terra vegetale, più o meno potente, e prodotto dalla propria decomposizione favorita dalla mano dell'uomo.

Da tale condizione del suolo ha origine la prodigiosa abbondanza delle acque di filtrazione nelle zone più depresse della campagna, e lo sviluppo della malaria anche nelle zone più elevate. Poiché le aquae coelestes attraversando facilmente gli strati vegetali o alluvionali si trovano subito arrestate dalla roccia impermeabile.

Ora se la superficie dì questa presenta delle concavità senz'esito, l'acqna piovana vi rimane a putrefarsi, per riapparire di nuovo sotto forma di miasma palustre all'epoca dei forti calori estivi. Se la superficie è piana od inclinata, allora scorrendole sopra, discende a valle, ove basta forare un pozzo di pochi piedi per averla limpida, fresca, perenne."



L'INVENZIONE DEI POZZI

In epoca romana vi erano diversi sistemi di provvedere al rifornimento idrico degli insediamenti, inizialmente i più diffusi erano le fonti, i pozzi e le cisterne.

Questo avvenne per molto tempo sino alla costruzione dei primi acquedotti, che inaugurarono una nuova era tecnologica nella fornitura di acqua potabile.

L’acquedotto Appio, costruito nel 312 a.c., fu il primo di una lunga serie di opere idrauliche realizzate soprattutto in età imperiale.

Tuttavia la costruzione degli acquedotti nelle grandi concentrazioni urbane non sostituì del tutto i precedenti sistemi di approvvigionamento, bensì li integrò, dove questi erano insufficienti. Difatti per tutta l'età romana si continuano ad utilizzare i pozzi come sistema economico e pratico di provvedere all'acqua potabile.

L’idea di costruìre i pozzi, cioè un condotto verticale per càptare le acque dal sottosuolo,
può essere nata anche dallo sviluppo di un altro sistema di approvvigionamento di acqua sotterranea, che ebbe, ed ha tuttora, dimensioni veramente strabilianti.

Vitruvio narra che l'invenzione o la prima realizzazione, della pompa a pistoni è attribuita al greco Ctesibio. da qui l'invenzione passò a Roma, dove venne ampliata e perfezionata, creando pompe a stantuffo, con uno o due cilindri, di prestazioni certo notevoli per quei tempi.

Alcuni ritrovamenti nell’Europa centrale dimostrano l’esistenza di pompe, infisse in pozzi, in
grado di superare dislivelli superiori ai quindici metri e di produrre una portata continua anche
superiore ai 60 l al minuto. I cilindri,  in legno rivestiti di piombo, erano percorsi da
stantuffi in legno con guarnizioni in pelle, mentre le valvole, alla base del cilindro, erano in pelle
fissate al cilindro con chiodature.

I numerosi pozzi rinvenuti in tutta la penisola ci rivelano che le profondità medie erano attorno ai 15 metri, ciò non dipendeva dalle conoscenze tecniche ma dalle profondità delle falde. A Pompei, ad esempio, in una situazione particolare dovuta alla presenza degli strati lavici, i pozzi erano profondi dai 25 ai 39 metri. Indipendentemente dalla profondità da raggiungere, per il rivestimento si utilizzavano tre tipi di materiali edilizi: il ciottolo di fiume non lavorato, il laterizio sagomato ad arco di cerchio e il settore cilindrico prefabbricato in terracotta.

Questi ultimi erano i più diffusi nel mondo ellenico, ma li troviamo anche in ambito romano; i laterizi ad arco di cerchio erano forse i più utilizzati e i ciottoli di fiume, infine, venivano consigliati da Vitruvio nel caso in cui l'acqua della falda doveva avere il modo di filtrare attraverso il rivestimento del pozzo.

Appreso il princìpio di funzionamento, i Romani antichi non mancarono di sfruttarlo per
risolvere un problema costante: l’evacuazione dell’acqua di sentìna nelle navi. Si conoscono reperti
che ci dimostrano la notevole capacità di costruìre piccole pompe portatili in bronzo, in grado di
svolgere egregiamente la funzione di espellere le acque che penetravano negli scafi.



LO SCAVO DEL POZZO

Si segna sul terreno la dimensione del pozzo, con un compasso a spago. Si scava il solco della dimensione di un mattone o delle pietre che si intendono utilizzare, profondità del solco va dal doppio al quadruplo del materiale di rivestimento, lo scasso deve essere molto preciso, immaginiamo siano mattoni.
Si mettono i mattoni nel solco, la chiusura dei cerchi deve essere forzata, fino al riempimento del solco. Si comincia a scavare all'interno del cerchio di mattoni, fino ad arrivare alla base del primo mattone posato, per controllare che i mattoni siano ben fermi.

Ora viene il bello.

Si scava sotto la prima fila, si leva la terra e si mette un mattone, si leva altra terra si mette un altro mattone, fino a chiudere il cerchio, facendo attenzione che siano a piombo e ben serrati.
Si toglie la terra al centro e si riscava sotto i mattoni, si leva la terra e si mette il mattone.

Così via fino ad arrivare a vedere che la terra sotto i piedi diventa umida, a questo punto oltre alla scala è bene assicurarsi ad una corda, se la vena è consistente la pressione può far saltare il fondo all'improvviso, e non è simpatico trovarsi in un pozzo con tre quattro metri di acqua. Con questo sistema sono stati scavati pozzi anche celebri, San Patrizio ad Orvieto, con doppia scala elicoidale a passo d' asino.

I numerosi pozzi rinvenuti in tutta la penisola ci rivelano che le profondità medie erano attorno ai 15 metri, ciò non dipendeva dalle conoscenze tecniche ma dalle profondità delle falde. A Pompei, ad esempio, in una situazione particolare dovuta alla presenza degli strati lavici, i pozzi erano profondi dai 25 ai 39 metri.

Indipendentemente dalla profondità da raggiungere, per il rivestimento si utilizzavano tre tipi di materiali edilizi: il ciottolo di fiume, il laterizio incurvato e il settore cilindrico prefabbricato in terracotta. Questi ultimi erano i più diffusi nel mondo ellenico, ma li troviamo anche in ambito romano; i laterizi curvi erano forse i più utilizzati e i ciottoli di fiume, infine, venivano consigliati da Vitruvio nel caso in cui l'acqua della falda doveva avere il modo di filtrare attraverso il rivestimento del pozzo.




I POZZI RITROVATI

È facile immaginare quanto sicuro fosse lo stabilimento dei pozzi cui accenna Frontino, bastando discendere ad una profondità massima di 5 m, nelle bassure della città per trovare il fluido benefattore. Più profondi eran quelli nelle colline. Questa umida saturazione del sottosuolo che non solo rende malsane le cantine delle nostre case, ma inabitabili anche i piani terreni, era conosciuta e combattuta nell'antica Roma. Uno esplorato dal ch. Canevari nelle fondazioni del palazzo delle finanze misurava m. 27,50 di profondità fino al pelo d'acqua. Nella mia esperienza degli scavi urbani ne ho incontrati di tutte le forme, e di varia profondità.

Generalmente i pozzi sono quadrati, con le sponde laterizie, nelle quali sono cavate intacche o pedarola per agevolare la discesa nel fondo. Nei nostri musei i puteali sono comunissimi, e dimostrano che anche sotto l'impero, dopo l' introduzione di tante acque peregrine, i pozzi furon tenuti in istima.

Epigraficamente e topograficamente parlando uno dei più ragguardevoli è quello dell' INSVLA BOLANI, una delle 4405 insule della regione XIV. Fu scoperto nel maggio 1744 nella piazza fra s. Cecilia e s. Giovanni de' Genovesi, cavandosi le fondamenta del conservatorio di s. Pasquale Baylon.
« Era un pozzo coll'orificio sollevato quattro palmi dal suolo, di bocca sferica, lavorato a mattoni detti a cortina e profondo 17 palmi, « otto de quali occupati sono dall'acqua, di diametro p. 2 e mezzo. In ambedue i lati e nella parte posteriore innalzavasi una fabbrica di mattoni quadrata, un tempietto come un tabernacolino co' muri di un palmo di grossezza, divisa nel mezzo da una iscrizione scolpita in travertino ».
BONa • DEAE . RESTITVT... • SIMVLACR.... • INTWTclam • INSWLae • BOLANi • POSVIT- ITEM • AEDem DEDIT • CLADVS • Libens • Aerito]
onde formava due nicchie .... nell'angolo sinistro del nicchio inferiore eravi piantata un'ara di pietra peperino con iscrizione \Bonae • Deae • KestUulae ' CLADVS • D • D ».

I
l costume di lasciar memoria del perforamento dei pozzi era frequente presso i romani, massime se ciò era fatto per servigio di luoghi pubblici o sacri, di scholae di collegi ecc. Sul margine di un pozzo antico scoperto nell'agro bolognese si lesse
APOLLINI • GENIOQVE AVGVSTI CAESARIS " L • APVSVLENVS • L • L • EROS MAGISTER „ PVTEVM • PVTEAL . LAVRVS „ SACRVM D • S • P.

Assai comune è la menzione dei pozzi nei titoli sepolcrali, talvolta accennati quasi ad indizio di proprietà, privata, talvolta dichiarati di uso pubblico o comune
(HVIC LOCO CEDIT ET PVTEVS ET PISCINA CVM ADITV COMMiini DE VWBlico — COMMVNE EST PVTEVM ET ITER AD TRICLEAM)

- Un bell'esempio di questi pozzi attinenti ad edifici sepolcrali è quello trovato dal Fortunati nel vestibolo del sepolcro degli stucchi dipinti al terzo miglio della via Latina. Fu sgombrato sino alla profondità di 20 metri senza raggiungere il fondo.

- In un colombaio di via labicana scavato l'anno 1862, e che conservava ancora 25 lapidi, si trovò nel centro del vano un pozzo, col relativo puteale di pietra, ripieno a metà d'acqua potabile.

- Ostia, siccome costruita nel delta del Tevere, abbonda di pozzi. Taluni sono ancora in uso, ed il loro puteale apparisce solcato dalle corde dei secchi, come in quello esistente sulla crepidine snistra della via parallela al fiume, poco prima di giungere alla casa imperiale. Ben conservato parimenti, ed assai ampio è il pozzo ostiense scoperto all'estremità del campo sacro di Cibele, e che ho già disegnato nella tavola che accompagna l'articolo del eh. Visconti su quell'edificio. Forse in questo quartiere della colonia, occupato in gran parte da collegi e scholae di varie corporazioni, sarà stato ritrovato il bel puteale scritto (Henzen 7205), ora al Vaticano.

- Ben conservato ed assai ampio è il pozzo ostiense scoperto all'estremità del campo sacro di Cibele, e che ho già disegnato nella tavola che accompagna l'articolo del eh. Visconti su quell'edificio. Forse in questo quartiere della colonia, occupato in gran parte da collegi e scholae di varie corporazioni, sarà stato ritrovato il bel puteale scritto (Henzen 7205), ora al Vaticano.

- Un gruppo insigne in questo genere di monumenti è costituito dai puteali cristiani, con inviti scritti pei sitibondi, allusioni spirituali e simboliche, desunte dai sacri testi.

- L'epistilio della cisterna nell'atrio dello xenodochio portuense di Pammachio ha inciso il verso attribuito a s. Girolamo « quisquis sitit veniat cupiens haurire fluenta ».

- Il medesimo è inciso sul labro di un puteale forse damasiano, veduto dal Sarazani in Boma. A s. Giovanni a p. Latina è un puteale del secolo decimo col motto « omns siti | entes venite ad aquas.

-  Altro simile fu veduto in Marino dal Lucidi.

- Il Doni nel secolo XVII vide nella vigna di M. Antonio Toscanella di fronte a s. Rocco un puteale eretto dai preti dì s. Marco, con la leggenda « omnes sitìente(s) venite, benite ad aqua(s), et si quis de ista acqua pretio tuleri(t) anathema sit».

- L'indicazione del Doni accenna alla villa già Altoviti ora Cahen, dove il puteale fu rintracciato dal de Bossi nel 1867.



LE VERE DA POZZO

Numerosi puteali scolpiti, di provenienza varia, si trovano in musei e collezioni pubbliche e private. Ma la forma cilindrica e cava non è sempre sufficiente a definire la natura di quegli oggetti come "vere da pozzo".
  • Il pozzo di Cattolica si apre all'interno di una mansio, cioè una stazione della Via Flaminia, adibita alla sosta ed al rifornimento di viaggiatori e animali, fra i secoli I e IV d.c.. Assieme ad alcuni canali per lo scorrimento di acqua e ad alcune vasche, forse di un uso anche artigianale, sull'angolo sud-est dell'insediamento si apre l'imboccatura di un pozzo.
 Per costruirlo si raggiunse una profondità superiore agli otto metri, lo scavo fu realizzato puntellando con tavole o altre strutture con funzione di centina. Raggiunto il fondo, si iniziò il rivestimento, con un doppio spessore di grossi ciottoli di fiume. Procedendo dal fondo verso la superficie si elevò una muratura cilindrica, accostando i ciottoli senza malta, perché l’acqua della falda fosse libera di filtrare attraverso la muratura.

Gli archeologi hanno individuato cinque strati principali corrispondenti a cinque fasi della storia del pozzo e della mansio. Dallo strato più recente, molto materiale edilizio, marmi e tegole di tipica fatta romana, alcune con il bollo FVSCI, marchio di una fornace locale romagnola, e poi molte ossa di animali riferibili alla frequentazione del sito dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente. Infine i due strati più profondi definiti d'uso, con ceramiche, brocche per l'acqua, metalli, vetri colorati, monete. Tutto materiale che testimonia un uso costante del pozzo soprattutto nel corso del III secolo d.c..



IL POZZO PROIBITO

Sembra che nella religione romana fosse frequente il caso di inibire l'uso di certe aree di terreno considerate sacre per qualche motivo speciale, specialmente in quei luoghi dove si era abbattuta la folgore, e pertanto il punto considerato sacro veniva isolato e protetto mediante un recinto, vero e proprio puteale (oidental o puteal)
  • Notissimo nel Foro repubblicano di Roma il puteal Libonis o puteal Scribonianum, eretto dal magistrato Scribonio Libone per ordine del Senato, e riprodotto su un denaro argenteo del 54 a.c. Rimane controverso il punto dove sorgeva. 
Il Puteal Scribonianum o Puteal Libonis era una struttura del Foro romano, un classico recinto in pietra, in genere tondo ma talvolta quadrato, che si metteva sopra al pozzo aperto per impedire che la gente ci cadesse dentro. Esso fu dedicato o restaurato da un membro della familia Libo. Probabilmente fu il Lucius Scribonius Libo, forse pretore nel 204 e comunque tribuno della plebe nel 149 ac..

Il Tribunale dei pretori era stato convocato nelle vicinanze, essendo stato rimosso dal Comizio nel II sec. a.c. diventando così un luogo dove si riunivano i litiganti, gli usurai e gli uomini d'affari.
Qui infatti Scribonius, membro di una famiglia senatoriale. accusò Servius Sulpicius Galba di oltraggi contro i Lusitani. Egli fu inoltre lo Scribonius che consacrò il Puteal Scribonianum spesso menzionato dalle antiche fonti, che fu posto nel Foro presso l' Arcus Fabianus. Esso fu chiamato Puteal perchè era aperto in cima come un pozzo. Anni più tardi fu riparato e dedicato da un altro Libo, pretore nell' 80 a.c.

Secondo le antiche fonti i Puteal Scriboniano era un bidentale, cioè un punto che era stato colpito da un fulmine. Prese il nome dal cordolo in pietra o bassa recinzione che lo recingeva, simile a quella che si pone attorno a un pozzo, e si trovava tra il Tempio di Castore e Polluce e il Tempio di Vesta, nei pressi del Porticus Julia e dell' Arcus Fabiorum. Non ci sono resti di questo puteale, o almeno, non sono stati scoperti. Un tempo si pensava che un cerchio irregolare di blocchi di travertino nei pressi del tempio di Castore facesse parte del puteale, ma questa idea è stata abbandonata nei primi anni del XX sec.

Una moneta emessa nel 62 ac. da Lucio Scribonio Libo, console nel 34 ac., descrive questo puteale, che egli aveva fatto restaurare. Assomiglia un cippo (monumento sepolcrale) o un altare, con corone di alloro, due arpe e un paio di pinze o tenaglie sotto le corone. Le pinze possono essere quelli di Vulcano, colui che forgiava il fulmine, l'arpa sembrerebbe l'emblema di Apollo, ma non sappiamo a che titolo.
PUTEAL DI MONCLOA
  • Anche l'ubicazione del leggendario Lacus Curtius del Foro era indicata in età storica per mezzo di un puteal. Secondo Tito Livio, il sabino Mevio Curzio (Mettius Curtius), dopo aver ucciso in duello il romano Osto Ostilio, e inseguito da Romolo desideroso di vendetta, trovò scampo nella palude (lacus Curtius) ove in seguito sarebbe sorto il Foro Romano. 
Per Plutarco siccome era straripato il fiume si era formata una melma densa, Curzio non se ne accorse e perse il proprio cavallo inghiottito dalla melma, e per poco anche la vita.

Per Terenzio Varrone, invece si tratterebbe di un luogo dichiarato sacro, secondo l'usanza romana, perché colpito da un fulmine, e la cui consacrazione avvenne nel 445 a.c. sotto il consolato di Gaio Curzio Filone.

A memoria del fatto resta un bassorilievo marmoreo rinvenuto nel 1553 nei pressi della Colonna di Foca, rappresentante il cavaliere Marco Curzio mentre si getta nella voragine.

Secondo una terza versione di Tito Livio, il luogo ricorderebbe una profonda voragine apertasi al centro del Foro. Secondo gli auguri, la voragine si sarebbe colmata soltanto gettandovi la cosa più preziosa del popolo romano. Allora il giovane cavaliere Marco Curzio, ritenendo che la cosa più preziosa del popolo romano fosse il coraggio dei suoi soldati, armatosi di tutto punto montò a cavallo e si consacrò agli dei Mani gettandosi nella spaventosa voragine, "e una folla di uomini e donne gli lanciò dietro frutti e offerte votive"          
  • Infine davanti all'edicola di Giuturna, presso il tempio dei Dioscuri, si conserva un puteale vero e proprio, marmoreo, con dedica scolpita sul giro e ripetuta sul piano dell'orlo.                      Quando un puteal si trovava in un santuario, era anch'esso sacro, come quello appunto coll'iscrizione dedicatoria davanti all'edicola di Giuturna sul Foro Romano. 
Puteal o corpi formalmente corrispondenti a bocche di pozzo furono adibiti al coronamento di pozzi sacri d'indole speciale od alla recinzione di luoghi sacri, sia per tenere il luogo aperto al cielo o per impedire che venisse calpestato, sia per immetterci sacrifici ed offerte.
Non si può perciò sempre definire con assoluta sicurezza la natura e la destinazione, sacra o profana, di parecchi puteali antichi scolpiti: la cui importanza intrinseca, del resto, risiede nella loro decorazione sculturale.
  • È famoso il puteale di Madrid (Collezione Medinaceli), con la scena, a bassorilievo, della nascita di Atena, ispirata dal frontone orientale del Partenone.
  • Un altro puteale pure artisticamente importante è quello di Marbury Hall (Inghilterra), istoriato col mito di Elena e Paride.
  • Altri interessanti puteali scolpiti si trovano nella Collezione Albani (Roma): uno con figure di divinità eleusine, copia di un originale greco del IV sec. a.c. 
  • e un altro della collezione Albani con scena di pigiatura dell'uva.
  • Una scena affine si osserva su un puteale del museo di Napoli.
  • Due puteali del Museo Vaticano sono decorati con scene ispirate dal mondo infero.
Con particolare frequenza s'incontrano scolpite, intorno ai puteali classici, teorie e processioni di divinità olimpiche:
  • come si vede intorno a un puteale del Museo Capitolino,
  • in uno del museo di Napoli (di provenienza Farnese) 
  • e in un terzo in Inghilterra, proveniente da Corinto: tutti di arte neoattica.


LE SECCHIE

Si conservano anche alcune secchie, corredo naturale dei pozzi, fra le quali una di metallo, ora nel museo cristiano vaticano, ritrovata sui principi del secolo in piazza s. Marco, con graffiti esprimenti il Salvatore e gli apostoli. La secchia nella galleria Doria, ornata di rappresentanze omeriche, proviene da Cesarea di Palestina.



I POZZI ARTESIANI

Si è disputato se i romani abbiano conosciuto la teoria dei pozzi artesiani, e se, conoscendola, abbiano tentato di porla in esecuzione. Il chiarissimo Payen in un articolo inserito nel Recueil della società arch. di Costantina dichiara di aver ritrovato attorno il lago di Hodna presso Sitifi una serie di questi pozzi, disposti a giusta distanza lungo una via vicinale romana, che circuiva il lago alla distanza media di 5500 metri.

Il bacino artesiano di Hodna, la cui fertilità è celebrata da Procopio, avrebbe avuto una superficie di 20000 ettari. I pozzi sono riconoscibili da che l'infiltramento delle acque, arrestando le arene, ha formato dei tumuli. Il eh. Payen dice di non aver potuto scoprire il sistema del loro perforamento.


Biblo

J. A. Hild, in Daremberg e Saglio, Dictionnaire s. v. Puteal; R. Cagnat e V. Chapot, Manuel d'archéol. romaine, II, Parigi 1920; L. Paschetto, Ostia, colonia romana, Roma 1912; A. Mau, Pompeji, Lipsia 1913; A. Maiuri, Pozzi e condutture d'acqua nell'antica città di Pompei, in Notizie scavi, 1929, p. 414; 1931; D. Vaglieri, ibid., 1912; per i putealia del Foro v. H. Thédenant, Le Forum Romain, Parigi 1908, passim; L. Du Jardin, I pozzi della valle del Foro Romano, in Rend. Pont. Acc. di Arch., VII (1932); per i puteali scolpiti: S. Reinach, Répert. de Reliefs, II e III.



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