CAPO DI BOVE (Appia antica - Lazio)





La collocazione del Mausoleo di Cecilia Metella veniva così descritta, nel 1855:
« Fuori dell'attuale porta di san Sebastiano, distante quasi un miglio dall'antica Capena , ai lati della via Appia sono orti e vigne.
Quindi percorse quasi due miglia incominciano deserti latifondi dell'agro romano, e sono i seguenti:

Capo di Bove,
Statuario, volgarmente Roma Vecchia;
Statuario, o sia Santa Maria Nuova;
Casal Rotondo;
Barbuta,
Selcia,
Fiorano,
Palombara.


La prima tenuta esistente sulla via Appia ai confini delle vigne è Capo di Bove. Così fu denominata dai bucrani detti volgarmente Capi di Bove , che servono di ornamento al sepolcro di Cecilia Metella ivi esistente.
Veggonsi similmente nella medesima gli avanzi di un circo denominato un tempo volgarmente di Caracalla, ed ora di Romulo figlio di Massenzio.
»

(Antonio Coppi, Memorie relative ad alcune tenute dell'Agro romano adiacenti alla via Appia, in "Dissertazioni della Pontificia Accademia di Archeologia", tomo XIII, Roma 1855, pp. 141-150)

Capo di Bove è un sito archeologico della via Appia Antica, a Roma. Qui sono state rinvenute le terme di una grande villa del II sec. d.c., appartenute a Erode Attico e a sua moglie Annia Regilla.

Il nome dell'area risale al medioevo, quando prendeva nome da un casale detto "Casale di Capo di Bove e di Capo di Vacca" (Castello dei Capi di Bue e di Vacca), così chiamato per le sculture della vicina tomba di Cecilia Metella.



LA STORIA

L'area, che ricopre 8500 mq. venne acquistata nel 1302 dal cardinale Francesco Caetani, nipote di Papa Bonifacio VIII. Nel XVII secolo sull'area venne eretto un ospedale, mentre nel XIX secolo passò in proprietà al monastero situato presso la Basilica di San Paolo Fuori le Mura. 

Capo di Bove era pertanto una proprietà privata che comprendeva un parco, una villa su tre livelli e una costruzione più piccola, con importanti reperti e mosaici. 


RODOLFO LANCIANI

- 1588, 30 gennaio. « Licentia elfodiendi prò DD. Hieronimo Ieni et Baptista Mutino: nobilibus viris Diìis Hieronimo leni et Baptiste Mutino Nobilibus Romaiiis De mand" Tenore piìtiuni Vobis ut in predijs et possionibus vestris Casalis Cupo.

Il medesimo Vacca ricorda nella mem. 82: « Presso s. Sebastiano, in una vigna di rincontro furono trovate molte statue in un luogo ornatissimo di pavimenti mischiati, con belli scompartimenti, e molte medaglie bruciate, come anclie molti musaici scrostati dai muro. Si notava non grande editizio ma delizioso, e ricco d'ornati. »

A questi scavi si riferisce forse il seguente appunto che ho trovato nelle schede di Giovanni Alberti: 
«le do Cornice presente sono di tutta grandezza trovate nel cortile di Capo di bove ... 1580 .... la presente segnata B nel luogo medesimo.
Gli architetti del secolo XVI hanno visitata questa contrada, e studiati e disegnati gli avanzi della villa — rifatta da Massenzio — con grande amore.» 
Il Peruzzi iuniore. 

Uffizi 665, dà la pianta del Ninfeo - totu e opus lateritiu prete cnliimne. le pariete erano tutte ornate di pietre bellissime cobelli lavori, schede 687 e 691, con i più minuti e inediti particolari del circo e dell' on'"i di Romulo. Notevoli pure sono i disegni del Sangallo vecchio. 1552 (2 febbraio). -



GLI SCAVI

Di proprietà della Chiesa, il vasto terreno coltivato a vigneto e collocato al n° 222 della via Appia è stato infine acquistato dal governo italiano nel 2002. Alla fine dello stesso anno iniziarono gli scavi che riguardarono una superficie complessiva di circa 1400 mq. nonchè le ricerche d’archivio. 

Fecero poi seguito i lavori sui due edifici, il minore destinato ad accogliere il pubblico, la villa vera e propria ristrutturata per ospitare il Centro di Documentazione dell’Appia e l’Archivio di Antonio Cederna, donato dalla famiglia allo Stato.

Gli scavi, visitabili a titolo gratuito, evidenziano dei bagni termali databili al II sec. d.c. e che vennero usati fino alla fine del IV sec. sempre per uso privato.

Le terme evidenziano fasi edilizie successive che testimoniano la frequentazione dell’impianto e la trasformazione di parti di esso, perlomeno fino al IV secolo con tracce di fasi di frequentazione più tarde, probabilmente medievali e post medievali, come documenta il ritrovamento di strutture a carattere agricolo-produttivo.

Emersero mano a mano ceramiche, monete, bolli laterizi, lucerne, numerosi frammenti di marmi policromi, porzioni di intonaco dipinto e i famosi mosaici.

Le iscrizioni greche qui rinvenute ci rammentano le origini greche di Erode Attico.

Nelle terme sono state portate in luce diversi mosaici molto ben conservati e costituiti con tecnica e materiali così pregevoli da dedurre che si trattasse di una villa molto elegante, ed era inusuale che i bagni privati avessero mosaici tanto belli e fossero forniti di ogni confort, dal caldarium al tepidarium e al frigidarium, con due grandi cisterne per la provvista dell'acqua.

L’impianto termale, edificato al IV miglio dell’Appia, sul margine occidentale della via, circa m 450 a sud rispetto al sepolcro di Cecilia Metella, è stato variamente attribuito. 

Secondo alcuni sarebbe stato il bagno di un collegium o di una qualche corporazione associativa con finalità cultuali o funerarie che aveva interessi nella zona. Secondo altri, basandosi anche sulla tecnica costruttiva e i materiali rinvenuti, le terme sarebbero state di pertinenza dei vasti possedimenti che Erode Attico e Annia Regilla avevano nella zona proprio nella metà del II secolo d.c.

Il sito include un casale convertito in villa dai precedenti occupanti. L'edificio incorpora numerose rovine romane nelle pareti, incluse le antiche tubature dei bagni che sono state incorporate in alcune finestre.
I lavori di ristrutturazione hanno completamente ridisegnato il giardino della villa dove sono stati ripiantati gli alberi e le piante odorose, mentre l'edificio minore è diventato in punto di accoglienza per i visitatori.

L'edificio più grande invece, costruito sopra una cisterna romana, e come emerge dal Catasto Gregoriano (1816-1835) una “casa ad uso della vigna” è stato trasformato nel secondo dopoguerra ed oggi si presenta con la caratteristica cortina muraria esterna, piuttosto in voga all'epoca sull'Appia, che fa uso di materiali antichi, molti dei quali purtroppo recuperati dai monumenti romani che fiancheggiavano l’Appia.



La Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Roma, dopo la donazione degli eredi, ha in deposito, presso la sede di Capo di Bove, l’archivio di Antonio Cederna (Milano, 27 ottobre 1921 - Ponte Valtellina, 27 agosto 1996) giornalista, intellettuale, saggista, politico e difensore instancabile
del patrimonio culturale e paesaggistico italiano.

Il fondo si compone di materiali che coprono un arco cronologico che va dagli anni Quaranta agli anni Novanta del Novecento:

- circa 1500 unità archivistiche ordinate in fascicoli e buste contenenti:
corrispondenza ufficiale e personale,
appunti manoscritti,
prime stesure di pubblicazioni,
materiale a stampa di vario genere,
documentazione di lavoro, articoli etc.;
- il materiale riguarda:
argomenti di tutela paesaggistica,
speculazione edilizia,
battaglie ambientalistiche,
legislazione su temi storico-artistici-ambientali;
mappe e planimetrie;
collezione fotografica;
documentazione cartacea e fotografica di Cederna.

E’ anche conservata la biblioteca di Antonio Cederna composta da circa 4.000 volumi di diverso argomento (archeologia, storia di Roma, Storia dell’Arte, urbanistica, architettura, ambiente, legislazione sulla salvaguardia di beni storico-artistici e paesaggistici).
L’Archivio è stato dichiarato di interesse storico particolarmente importante ai sensi degli artt. 13 e 14 del d. lgs. 42/2004.




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