MURA SERVIANE



MURA SERVIANE, MANGIANAPOLI
Le prime difese di Roma erano un massiccio terrapieno costruito nelle zone più esposte della città, che collegavano le difese individuali dei colli, vale a dire il terreno scosceso. Livio racconta che fu Servio Tullio, nel VI secolo a.c., ad aggiungervi una cinta muraria di almeno 7 km, in grandi blocchi squadrati di tufo, con molte porte, all'esterno e tra un colle e l'altro, oggi per lo più scomparse, di cui si conservano solo la porta Esquilina e la Celimontana. Le Mura Serviane, secondo la tradizione, furono fatte costruire da Tarquinio Prisco, poi ampliate e dotate di un ampio fossato dal successore, Servio Tullio, dal quale presero il nome.

Queste mura durarono per circa un secolo e mezzo, finchè nel 390 a.c. i Galli le violarono mettendo a sacco l'Urbe. Dopo la partenza dei Galli vennero ricostruiti, dopo lungo consiglio, tutti gli edifici bruciati e vennero ricostruite le mura con le relative porte.

PIAZZA DEI CINQUECENTO (Stazione Termini)
Ultimate nel 378 a.c. le Mura Serviane vennero edificate imponendo un tributo alla cittadinanza, secondo le possibilità, tributo pagato di cuore dato che ne 390, quindi solo dodici anni prima, i Romani erano stati invasi dai Galli e l'unica zona che si era salvata era il Capitolium perchè protetto da mura.
La cinta muraria fu realizzata in Saxo Quadrato e con tufo di Grotta Oscura, probabilmente con l’ausilio di maestranze Siracusane.

Come già detto questa cinta di mura si apriva, probabilmente, una porta per ogni altura:
  • la Mugonia per il Palatino, 
  • la Saturnia (o Pandana) per il Campidoglio, 
  • la Viminalis, 
  • l'Oppia, 
  • la Cespia
  • la Querquetulana (Querquetulum era l'antico nome del Celio) 
  • la Collina (per il collis Quirinalis).
Esistono ancora reperti della fortificazione originaria, come i tratti di mura a piccoli blocchi di cappellaccio sull'Aventino e sul Campidoglio. Sul Quirinale e sull'Aventino invece la fortificazione doveva essere costituita da un più semplice terrapieno, alto cinque metri, ovvero l'agger descritto minuziosamente dalle fonti antiche ed oggi scomparso.

PERCORSO DELLE MURA SERVIANE




TESTIMONIANZE '800

Essendo stato compiuto in questi ultimi tempi il taglio di quella punta del monte Capitolino che domina la via di Marforio, si è avuta opportunità di esaminare a miglior agio l'avanzo delle mura Serviane quivi apparso sino dallo scorso gennaio. Questa scoperta riesce importante, perchè dai topografi non era ancora stato chiarito il problema se l'arce Capitolina avesse difese proprie e distinte da quelle della città Serviana, ovvero se le mura di Servio Tullio abbiano in certo modo assorbito e conglobato le opere più antiche di difesa del monte, almeno dalla parte che guarda e domina la pianura del Campo Marzio.

Il problema può considerarsi ora come risoluto: poiché i due tratti di muraglie, scoperti sul ciglio nord-est del monte in occasione dei lavori pel monumento nazionale a Vittorio Emanuele, corrispondono nella tecnica, nella qualità e misura dei massi, nel colore del tufo, e sepratutto nello sigle di cava aile costruzioni Serviane, delle quali si conoscono ormai ben 42 frammenti.
Nello stato attuale dei lavori non è possibile giudicare d'insieme sulla topografia dell'arce, ma si hanno però dati abbastanza sicuri per riconoscere il fatto che le primitive sue munizioni furono costruite con tufo a scorie negre, simili in tutto e per tutto al tufo delle mura antichissime Palatine.

Ora, mentre dalla parte interiore del monte, che guarda la valle del Foro, si ritrovano parecchi avanzi di queste cortine di tufo, conglomerato di pomici nere, (massime nell'orto dell' Aracoeli, in via dell'Arco di Settimio), dalla parte opposta, ossia lungo la linea delle mura Serviane, non si è scoperta traccia di simili costruzioni, coeve ai primi anni di Roma.
Quelle viste dal Ficoroni nelle scuderie del palazzo Caffarelli lunghe m. 25,42 alte m. 2,89 (cf Montagnani Mus. cai). I, 6); quelle scoperte nel novembre 1872 a mezzo della salita delle tre Pile (cf. Bull. com. I, 141) anche oggi visibili; e finalmente quelle scoperte presso lo spigolo settentrionale del convento dell'Aracoeli circa tre anni or sono, sono tutte di fattura serviana, e si collegano cogli scarpellamenti della rupe, eseguiti per aumento di difesa lungo la fronte delle mura della città. II tratto ora scoperto misura m. 15,20 di lunghezza, e consta di quattro ordini di pietre.
L'infimo è appena visibile, sfiorando il suolo di pochi centimetri : il secondo consta di sette macigni messi per fianco, lunghi dai m. 1,40 ai m. 2,10: il terzo conta 17 pietre messe per testata. Nell'ultimo rimangono cinque soli massi tagliati di sbieco a piano inclinato. Le sei sigle sono tutte incise nelle testate dei massi del terzo ordine, come vedesi nel disegno che qui a tìauco si riproduce. Misurano m. 0,40 d'altezza.




MURA REPUBBLICANE

Le mura in tufo di cui vediamo oggi i resti, note come "mura serviane", sono in realtà la ricostruzione del periodo repubblicano lungo lo stesso tracciato, a rinforzo e spesso in sostituzione dell'antico agger, dopo il sacco di Roma del 390 a.c., sicuramente utilizzando anche le fortificazioni precedenti.

Secondo Livio furono costruite nel 378 a.c. dai censori Spurio Servilio Prisco e Quinto Clelio Siculo. Dopo il terrore e l'angoscia del saccheggio da parte dei Galli il 18 luglio 390 a.c., abbandonata l'idea del trasferimento dell'intera popolazione a Veio, si decise una rapida ricostruzione della città, talmente frettolosa e improvvisata che fu la causa principale del caos urbanistico dell'antica Roma.

SULL'AUDITORIUM DI MECENATE
Subito dopo iniziò la costruzione della cinta muraria, che durò oltre 25 anni e costituì il principale baluardo difensivo per sette secoli, sebbene con il tempo i confini si siano allargati e Roma per molti secoli non ebbe più bisogno di mura per difendersi.
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Il materiale utilizzato, come già detto, era tufo proveniente dalle cave di Grotta Oscura e in parte da quelle di Fidene, molto più consistente del cappellaccio in uso fino a poco tempo prima. D'altronde le cave di Grotta Oscura si trovano presso Veio, che fu conquistata nel 396 a.c., per cui prima di quella data non erano accessibili per Roma.
In base ad una valutazione sui reperti rimasti, sembra che per tutta la lunghezza delle mura sia stata usata la stessa tecnica: blocchi quasi regolari, alti fino a una sessantina di cm, disposti a file alterne di testa e di taglio. Il lavoro venne certamente svolto da diversi cantieri che procedevano contemporaneamente per tratti di 30-40 metri: i punti d'incontro dei lavori distinti di due cantieri non combaciano infatti perfettamente e erano di solito necessari interventi di aggiustamento.

I blocchi erano contrassegnati da marchi per controllare la realizzazione dei lavori, spesso con caratteri alfabetici greci. Infatti le maestranze, o almeno gli architetti, provenivano in buona parte dall'alleata Siracusa, nella Magna Grecia dominata da Dionigi il Vecchio, che aveva realizzato egregiamente nella fortificazione della sua città.

Le mura si estendevano per circa 11 km, mentre qurlla del VI sec. era di 7 km, segno che l'urbe si era ingrandita, includendo circa 426 ettari. Il Campidoglio aveva già la sua fortificazione propria, l'arx capitolina, a cui vennero collegati Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Palatino, Aventino e parte del Foro Boario, usando anche le difese naturali dei colli.

VIA S. ANSELMO
Nel tratto pianeggiante lungo poco più di un chilometro, tra Quirinale ed Esquilino, furono rafforzate con un agger, cioè un terrapieno largo più di 30 metri. La cinta romana era all'epoca una della delle più grandi in Italia e forse dell'intero Mediterraneo.

In alcuni tratti le mura erano ulteriormente protette da un fossato largo mediamente più di 30 metri e profondo 9. Erano alte circa 10 metri e spesse circa 4 e, secondo alcune testimonianze, avevano 12 porte, sebbene in realtà se ne conoscano in numero maggiore. Furono restaurate in vari periodi: 353, 217, 212 e 87 a.c.

Le porte delle mura serviane non erano monumentali, come dimostrano i pochi resti ritrovati, ma erano limitate alla funzione di protezione e di passaggio. Col tempo Roma si ingrandì oltre la cinta muraria, con interi quartieri che Augusto suddivise in XIV Regiones, in quest'epoca si procedette alla monumentalizzazione e abbellimento delle porte e alcune vennero poi trasformate in archi. Il ruolo difensivo delle mura serviane era ormai completamente scaduto, le porte vennero monumentalizzate o ridotte a semplici accessi stradali, come Porta Celimontana o Porta Esquilina, finchè nel III secolo, quando ci fu il rischio di attacchi delle tribù barbare, l'imperatore Aureliano fu costretto a costruire una nuova cinta muraria per proteggerla: le Mura aureliane.



LE PORTE

Col tempo le porte serviane aumentarono insieme al traffico e al commercio cittadino, procedendo dal Campidoglio in senso orario, erano:
PORTA SANQUALIS
  • Porta Fontinalis: davanti al Museo del Risorgimento, sul lato sinistro guardando l'Altare della Patria (secondo alcuni l'antica Porta Ratumena)
  • Porta Sanqualis: i resti in Piazza Magnanapoli, nell'aiuola centrale
  • Porta Salutaris: in via della Dataria
  • Porta Quirinalis: in Via delle Quattro Fontane
  • Porta Collina: i resti, all'incrocio tra via Goito e via XX settembre, furono demoliti durante la costruzione della sede del Ministero delle Finanze
  • Porta Viminalis: in Piazza dei Cinquecento
  • Porta Esquilina: trasformata prima da Augusto e poi nell'Arco di Gallieno
  • Porta Celimontana: poi Arco di Dolabella, vicino a Santa Maria in Domnica
  • Porta Querquetulana: vicino alla Basilica di San Clemente
  • Porta Capena: tra il Circo Massimo e via delle Terme di Caracalla
  • Porta Naevia: tra le basiliche di San Saba e Santa Balbina all'Aventino
  • Porta Raudusculana: in piazza Albania
  • Porta Lavernalis: sotto la chiesa di Sant'Anselmo
  • Porta Trigemina: alla base dell'Aventino, verso il Foro Boario
  • Porta Triumphalis: nell'area di Sant'Omobono
  • Porta Carmentalis: presso l'Anagrafe
  • Porta Flumentana: tra il Tempio di Portuno ed il TeverePorta Catularia: alla base della scalinata del Campidoglio, risalente ad un rifacimento successivo della cinta serviana.



IL PERCORSO

Il Campidoglio, incluso nelle mura, aveva due porte, la porta Fontinalis e la porta Catularia, situata al termine della scalinata dei Centum Gradus, la scalinata che scendeva dalla Rupe Tarpea. 

VIA SALANDRA
Seguendo la sella tra Campidoglio e Quirinale, le mura salivano a largo Magnanapoli, dove il muro al centro dell'aiuola appartiene al contrafforte della porta Sanqualis. Ma nell'atrio del palazzo storico dirimpetto allo spartitraffico, Palazzo Antonelli, al civico 157, che ora ospita uffici della Banca d'Italia, c'è la Porta Sanqualis, incorporata nell'edificio probabilmente nello stesso punto in cui sorgeva. Altri piccoli frammenti di età romana sono esposti nel medesimo atrio, e nell'adiacente cortile.
Seguendo il percorso dell'odierna via XXIV Maggio raggiungeva la Dataria, dove si apriva la porta Salutaris, mentre all'altezza di via delle Quattro Fontane, dalla parte di piazza Barberini, si apriva la porta Quirinalis. 

Con un percorso parallelo a via XX Settembre la cinta raggiungeva il largo di S.Susanna dopo aver piegato bruscamente a nord e proseguiva costeggiando le attuali via di S.Nicola da Tolentino-Via Carducci-Via Salandra: proprio qui si era conservato integro nei secoli un bel tratto di mura di circa 32 metri, finché nel 1909, per l'apertura di via Carducci, se ne demolì barbaramente una porzione di circa 9 metri, lasciando due miseri tronconi separati. 

VIA CARLO ALBERTO
Costeggiando l'odierna via Sallustiana le mura raggiungevano piazza Sallustio e proseguivano fino all'incrocio tra via XX Settembre e via Goito, dove si apriva la porta Collina. Qualche blocco appartenente alle mura lo si può vedere anche nei Musei Capitolini, lungo il passaggio sotterraneo che collega Palazzo dei Conservatori e Palazzo Nuovo, cioè i due edifici sui lati opposti della piazza. Il frammento è inserito poco sotto il soffitto, alla base della rampa di scale che conduce a Palazzo Nuovo.

Da qui aveva inizio il tratto più potentemente fortificato della cinta, noto come Agger, a proteggere il lato più debole della città, interamente pianeggiante. La lunghezza dell'Agger è di 1.300 m, con un fossato largo 36 e profondo 17. Al fossato seguiva un muro alto circa 10 metri, al quale si appoggiava sul lato interno il terrapieno. Quest'ultimo era sostenuto a sua volta da un muro di controscarpa, distante 30-40 m in media da quello di facciata. 

Con un percorso corrispondente alle attuali via Cernaia, via Macao, via Calatafimi e via Volturno, l'Agger raggiungeva piazza dei Cinquecento dove si apriva la porta Viminalis. Il tratto di mura in corrispondenza di Piazza dei Cinquecento era sotterrato e venne purtroppo sbancato nel 1869-70. Tracce sotterranee delle mura sono visibili anche presso la stazione Repubblica della metropolitana, non lontana da Termini, lungo uno dei corridoi di uscita, ma nulla è rimasto a livello del terreno.

VIA SAN MARTINO AI MONTI
Proseguendo per le vie Giolitti-Cattaneo- piazza M.Fanti-Napoleone III- Carlo Alberto, l'Agger terminava nei pressi di piazza Vittorio Emanuele II, dove si apriva la porta Esquilina. Lungo via Carlo Alberto, si riconosce facilmente un altro piccolo frammento delle mura, dove i suoi grossi blocchi ora sporgono da un palazzo, sorretti da un supporto di mattoni.

Un tratto di muro lungo una ventina di metri, in opus quadratum di tufo, assai simile agli altri descritti ma integrato con mattoni, si trova lungo uno dei lati della chiesa di San Martino ai Monti, un interessante esempio di riutilizzo in età imperiale dell'ormai inservibile muro repubblicano.
Infatti sopra di esso sorge l'antichissima chiesa di San Martino ai Monti, fondata nel IV sec. ed edificata in uno dei punti più scoscesi di Roma, la sommità del Fagutale (una delle tre cime del colle Esquilino), tale da richiedere un piano su cui poggiare. I blocchi da cui è formato sono quelli del muro serviano, ma a differenza del tradizionale opus quadratum, realizzato secondo la tecnica del muro a secco, questi sono legati da una grossolana malta, testimoniando l'appartenenza ad un'epoca successiva.

VIA S. ANSELMO
Successivamente il percorso delle mura diventa meno certo: esse si ritrovano ancora in piazza Leopardi dove una traccia del muro si individua presso il cosiddetto Auditorium di Mecenate, resti del ninfeo della villa del celebre diplomatico vissuto nel I sec. a.c., situato al di sotto dell'attuale livello stradale, e protetto da una costruzione in mattoni che ricopre il sito.
In origine il muro passava proprio per questo punto, ma già al tempo in cui fu edificata la villa, la struttura difensiva era con ogni probabilità caduta in disuso. Ne rimangono alcuni blocchi, sporgenti da un lato della copertura moderna. La cinta, qui sparita, doveva seguire il Colle Oppio, scendendo nella valle tra questo ed il Celio, per poi inerpicarsi su quest'ultimo.

Vicino alla chiesa dei SS. Quattro Coronati doveva aprirsi la porta Querquetulana mentre alla fine dell'attuale via di S.Stefano Rotondo si apriva la porta Caelimontana. 

Scendendo dal colle nel punto dove pressappoco oggi è situata la chiesa di S.Gregorio Magno, le mura traversavano la valle tra il Celio e l' Aventino nell'odierna piazza di Porta Capena dove si apriva  porta Capena. 

NEI MUSEI CAPITOLINI
La cinta inglobava così il Piccolo Aventino ricalcando il viale G.Baccelli fino a giungere all'altezza di largo Fioritto dove si apriva la porta Naevia, dalla quale originariamente usciva la via Ardeatina; quindi, con un andamento curvilineo, le mura giungevano a piazza Albania, dove, più o meno nel mezzo di viale Aventino, si apriva la porta Raudusculana. 

La cinta saliva verso la sommità del Grande Aventino lungo via di S.Anselmo con resti importanti delle mura, fino alla porta Lavernalis, situata sull'omonima via. I grandiosi resti delle mura prossime all'antica porta Raudusculana, all'angolo tra viale M.Gelsomini e via di S.Anselmo, constano di 15 filari di tufi per una lunghezza di 42 ed un'altezza di 8 m e presenta solo il paramento in blocchi di tufo, mentre il nucleo è in opera cementizia. L'arco che si apre nel muro, sopra l'ottavo filare, è un'apertura per camera balistica.
Dalla tecnica di costruzione si rileva che è un settore ricostruito in epoca tardo-repubblicana, probabilmente nell'87 a.c. Nel proseguimento delle mura lungo via di S.Anselmo che salivano verso il colle Aventino fino alle sue pendici meridionali, dove si apriva la porta Lavernalis, vi sono 12 filari di tufi per una lunghezza di 43 ed un'altezza di 7 m.


NELLA METROPOLITANA
Le mura proseguivano includendo il territorio attualmente occupato dalla chiesa di S.Anselmo e dal complesso dell' Ordine dei Cavalieri di Malta, seguendo il percorso medioevale delle mura della Rocca dei Savelli e scendevano al Tevere con il percorso sul clivo di Rocca Savella. 

Esiste ora una teoria secondo la quale il lato della città rivolto verso il fiume non sarebbe stato chiuso da mura, se non per due tratti distinti, perpendicolari al Tevere, che univano questo all' Aventino ed al Campidoglio. Questa teoria è confermata da uno scritto di Livio, ma fu modificata successivamente da un braccio di muro parallelo al fiume, con la porta Trigemina situata nelle immediate vicinanze della chiesa di S.Maria in Cosmedin, la porta Flumentana nell'area del tempio di Portunus e la porta Carmentalis situata presso l' Area Sacra di S.Omobono, a concludere la cinta muraria.


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