PRODIGI E MIRACOLI DI ROMA




Cicerone:
"Devo dunque difendere le opinioni che abbiamo ricevuto dagli avi a proposito degli Dei immortali, delle cose sacre, delle cerimonie, delle regole religiose. Ebbene, le difenderò come le ho sempre difese, e mai nessun discorso, né di un sapiente né di un ignorante, mi allontanerà dall'idea che ricevetti dai nostri antenati circa il culto degli Dei. Quando si tratta di religione, io sono con Tiberio Corucanio, P. Scipione, P. Scevola e non con Zenone né con Cleante né con Crisippo. E, in materia di religione, preferisco ascoltare, anziché il più illustre degli stoici, le parole dell'augure, il saggio C. Lelio nel suo celebre e bel discorso. 
Non ho mai creduto fosse possibile spregiare alcuna delle tre sezioni che costituiscono tutta la religione del popolo romano: le azioni sacre, gli aruspici, e in terzo luogo ciò che gli interpreti dei Libri Sibillini, o gli aruspici aggiunsero, per quanto riguarda le predizioni, a proposito dei prodigi.
Sono convinto che l'istituzione degli Aruspici da parte di Romolo e quella del culto da parte di Numa furono le fondamenta della nostra società, che non sarebbe mai giunta all'attuale livello di potenza se non avesse saputo eccellere nell'arte di conciliarsi gli Dei immortali.
"

Per i Romani gli Dei mandavano continui prodigi per testimoniare la loro presenza e la loro volontà. Molto impararono dagli Etruschi, soprattutto nell'Auruspicina.

Cicerone:
"L’Etruria conosce profondamente i presagi tratti dai luoghi colpiti dal fulmine e sa interpretare il significato di ciascun prodigio e di ciascuna manifestazione portentosa. Giustamente, perciò, al tempo dei nostri antenati, quando il nostro Stato era in pieno fiore, il senato decretò che dieci figli di famiglie eminenti, scelti ciascuno da una delle genti etrusche, fossero fatti istruire nell’aruspicìna, per evitare che un’arte di tale importanza, a causa della povertà di quelli che la praticavano, scadesse da autorevole disciplina religiosa a oggetto di traffico e di guadagno. Quanto, poi, ai Frigi, ai Pisidii, ai Cilici, al popolo arabo, essi obbediscono scrupolosamente ai segni profetici dati dagli uccelli; e sappiamo che lo stesso è avvenuto per lungo tempo in Umbria."

Più precisamente i Romani distinguevano i Presagi dai Prodigi.



I PRESAGI

I Presagi venivano dati tramite parole, gli omina, o attraverso il volo degli uccelli, gli auspicia, avvertimenti per eventi a breve scadenza, per aiutare a compierli o ad evitarli, a seconda siano piacevoli o spiacevoli.


Omina

Un esempio famoso di omen riguardò il triunviro Crasso, in partenza per la guerra contro i Parti, dal mercante di fichi che gridò: "Cauneas!", alludendo ai fichi di Caunos, che Crasso udì come: "Cave ne eas!", cioè: "Non andarci!". Se Crasso avesse dato retta all'omen avrebbe evitato un'orribile fine.
Stava infatti all'uomo omen accipere, accettare il presagio, o omen execrari, rifiutare il presagio, in alcuni casi trasformarne il significato. Il Romano non aveva grande fede nel determinismo, forte della sua volontà, contava spesso di poter sviare i destini sfavorevoli.

"Absit omen" (sia assente il presagio) era una locuzione con la quale si voleva allontanare la mala sorte, che si ritiene altrimenti possa presagirsi da un fatto o evento: ad esempio nell'apprendere che il proprio medico curante si chiama Della Morte.

La locuzione contraria a "Absit omen" era "Sit omen" o Accipio omen" (ne traggo un presagio), con cui viceversa si fanno voti perché un determinato presagio si riveli veritiero. "Accipio omen", o anche "placet omen", è una locuzione con la quale si esprime il desiderio che un determinato presagio si avveri. Citata nel De Viris Illustribus di Lhomond (1779) la storia di Lucio Paolo Emilio, la cui figlioletta gli comunicò la morte della propria cagnolina Persea. Poiché stava preparando la guerra al re Perseo di Macedonia, Lucio Emilio consolò la figlia affermando trattarsi di un presagio: "Accipio omen," inquit, "mea filia." (Lhomond, 45.6).


Auspicia

Gli auspicia non riguardavano solo il volo degli uccelli ma anche tuoni, fulmini o altri segni. Però i Romani non si sentivano indifesi rispetto a questi, ritenendo di possedere i mezzi atti ad evitarli, cioè i riti opportuni. Ma questa tempestiva azione era fondamentale, Cicerone ammoniva: "Nuntiant ventura nisi provideris" La sventura era certa se non si era provveduto ad evitarla coi riti opportuni dopo il suo annuncio.
Gli auruspici invece raccomandavano di rispettare e mantenere a spese dello stato gli animali che avevano parlato, specie se si era capito il senso delle parole, diventando in questo caso animali sacri, come nel 192 a.c. quando un bue parlò pubblicamente e disse: "Roma cave tibi!" cioè "Sta attenta Roma!"

Alla decodificazione dei Presagi, Omina, provvedevano i sacerdoti, gli augures, che assistevano i magistrati durante l'esame degli Auspicia. I provvedimenti consistevano in rituali che dovevano essere assolutamente precisi, infallibili se fatti a regola d'arte, vani se con un sia piccolo errore.



PRODIGIA

Narra Ovidio che ad Albalonga, Proca, futuro re e nonno di Romolo, si ammalò dopo pochi giorni di vita. Ma erano le striges o arpie, che durante la notte entravano nella stanza e gli succhiavano il sangue, cercando di divorarne le viscere.

La nutrice si allarmò vedendo i tagli sulle guance del piccolo e chiese consiglio a indovini e aruspici ma nessuno ci capì nulla. La famiglia reale, disperata, inviò un messaggero a supplicare la Dea Cardea di salvare il bambino.

La divinità acconsentì e giunse ad Albalonga e visto Proca capì la colpa delle Strigi, per cui eseguì il rito di protezione. Collocò un rametto di biancospino sul davanzale di una finestra, con uno di corbezzolo, toccò tre volte la porta e per tre volte tracciò dei segni mentre aspergeva l’uscio con l’acqua. Si fece poi portare un giovane maiale che sacrificò alle divinità e da cui estrasse le viscere proibendo ai presenti di guardarle. Le sistemò davanti alla porta della stanza del bambino chiedendo che i mostruosi uccelli si accontentassero di esse e risparmiassero il piccolo. Questi i prodigi della Roma premonarchica, ma con la monarchia la credenza rimase.

A partire dal III sec.a.c. il Pontefice Massimo fece affiggere sulle mura della reggia la Tabula Pontificis che, come specifica Catone, conteneva i vari prodigi dell'anno. Nel 296 a.c. si ritiene, perchè la Lex Ogulnia riorganizzò il collegio dei pontefici e lo aprì alla plebe. In seguito, nel 130 a.c. la consuetudine cessò perchè fu lo stesso Pontefice a stilare e custodire gli Annali Massimi, più dettagliato e preciso.


JULIUS OBSEQUENS  

E' un autore latino vissuto nel IV sec. d.C.; attingendo da varie fonti, in particolare da Tito Livio, creò un "Prodigiorum liber" (Libro dei prodigi) in cui narra molti fenomeni curiosi: alcuni di essi possono essere interpretati come avvistamenti di UFO.

216 a.c.: "Delle cose simili a navi sono state viste nel cielo sopra l'Italia. Ad Arpi (presso Foggia) è stato visto uno scudo rotondo nel cielo".

99 a.c.: "Quando Caio Mario e Lucio Valerio erano consoli, a Tarquinia, cadde in vari luoghi una cosa simile ad una torcia accesa, e precipitò improvvisamente dal cielo. Verso il tramonto, un oggetto rotondo come un globo, o come uno scudo sferico o circolare, si fece strada nel cielo da ovest verso est".

90 a.c.: "Nel territorio di Spoleto un globo di fuoco color oro cadde sulla terra con movimento a spirale. Quindi, parve aumentare di grandezza, si alzò da terra e salì in cielo, dove oscurò il disco del sole con il suo splendore. Ruotava verso il quadrante orientale del cielo".


Senato e prodigi

In ogni caso il prodigio veniva vagliato dal Senato, che decideva se riguardasse il cittadino privato oggetto del prodigio, e che quindi doveva provvedere di persona, o se riguardasse la comunità e quindi spettasse al Senato di occuparsene incaricando gli auruspici o i Libri Sibillini. Talvolta però il Senato decideva che il prodigio non aveva significato per cui non doveva essere preso in considerazione, e la faccenda finiva lì.
Ad esempio nel 172 a.c. la colonna rostrale del campidoglio, elevata durante la II guerra Punica, fu abbattuta da un fulmine. I decenviri ordinarono una serie di riti espiatori, ma gli auruspices decretarono che era di buon augurio, un Auspicio positivo, perchè il rostro caduto era l'insieme di quelli nemici che i Romani avrebbero abbattuti. Il senato dette credito agli auruspici.

I Prodigia si dividevano in Ostentum e portentum, e monstrum e miraculum.
"Avendo Aulo Postumio il dittatore combattuto presso il lago Regillio contro Manlio comandante degli etruschi, dicono che anche Castore e Polluce, gemelli figli di Giove e Leda, siano stati visti combattero tra i soldati romani.
Quando Furio Camillo il dittatore prese Veio, ordinò che la statua di Giunone Moneta fosse trasferita a Roma. Dicono che un soldati abbia chiesto per scherzo al simulacro se volesse vedere roma e che la statua abbia risposto: Voglio."


Fece scalpore la vestale accusata di non essere casta perchè la barca che portava la Dea Cibele sul Tevere si era bloccata. La sacerdotessa invocò allora la Dea e legando le funi alla nave le tirò da sola fino al porto tra il tripudio generale. Ne parlò anche l'imperatore Giuliano nel suo Inno alla Madre degli Dei.

Tutto il regno di Numa Pompilio fu costellato di prodigi, come lo scudo sacro caduto dal cielo ai piedi di Numa (i famosi ancilia), o il prodigio di Tarquinio Prisco, o quello di Servio Tullio, di etrusca memoria. Secondo la tradizione fu Numa Pompilio ad istituire i vari sacerdozi ed a stabilire i riti e le cerimonie annuali. Nel calendario, fine VI secolo a.c. si distinsero i giorni fasti e nefasti con l'indicazione delle varie feste e cerimonie sacre, e perfino alberi e piante fauste e infauste.

Giulio Ossequiente, nel IV sec.d.c. raccontò di un bue che si mise a parlare nell’anno 460 a.c., una pioggia di sassi dal cielo, nell’antica Velletri nel 200 a.c., la nascita di un agnello con due teste e cinque zampe ad Ascoli nel 195 a.c., una orribile pioggia di sangue e carne marcia a Cere, nel 126 a.c., che insozzò i tetti e le strade della città, pioggia di pietre e cocci nel territorio tra Pomba e Pescara, nell’89 a.c., la nascita di un mulo con cinque zampe a Rieti, nel 128 a.c., una statua di Apollo che, nel 167 a.c., fu vista lacrimare, da centinaia di persone, nella città campana di Cuma.

Si narra che Giulio Cesare, incerto se traversare o meno il Rubicone, vedesse un uomo raggiante di sovrumana forza e bellezza, suonare la tromba di guerra avviandosi nel fiume, e Cesare lo seguì.


Ostentum

L'Ostentum indicava di solito un evento naturale non accidentale, come la caduta di un fulmine su un luogo molto significativo. A Roma c'erano appositi pozzi per questo, detti Putealia o Bidentalia, dove si seppellivano i resti del passaggio di un fulmine su un luogo sacro, con i resti degli animali sacrificati. Se un uomo veniva colpito da un fulmine i suoi resti venivano sepolti nello stesso luogo e gli venivano rifiutati i funerali.


Portentum

Il portentum aveva un carattere di maggiore stupore e inspiegabilità, come una pioggia rossa, o la apparizione di una divinità, o una statua che trasudasse, o la voce di un Dio.


Monstrum

Il monstrum era un essere umano o animale con fattezze mostruose, tipo la nascita di un vitello a due teste. Gli ermafroditi, in Etruria e poi a Roma, venivano chiusi vivi in un a bara e gettati nel Tevere o a mare. Gli animali mostruosi venivano bruciati infaustis flammes cioè con legna di arbores infelicies, come racconta Macrobio. Livio narra che nel 193 a.c. uno sciame di vespe invase il tempio di Marte e sempre per consiglio degli auruspici lo sciame venne bruciato.
Quando le legioni di Cesare varcaronoi il Rubicone vi furono terribili prodigi a Roma e l'indovino di Lucca Artunio ordinò di bruciare infaustis flammes i mostri prodotti dalla natura senza alcun seme.


Miracolum

Era un prodigio meraviglioso, tipo una guarigione stupefacente o una statua che brilla improvvisamente di luce, o un'aquila che scende su un'immagine, o un fuoco che scende dal cielo, ma pure una statua che gronda acqua o sangue.
Ebbene si, al tempo dei Romani le statue trasudanti esistevano come ai giorni nostri, ed erano oggetto come oggi di grande venerazione.


Ecco i prodigi descritti da Virgilio per la morte di Cesare:
"Chi osa chiamare mendace il sole?
talvolta anche ci avverte 
che covano ciechi tumulti e perfidie, 
e in segreto fomentano guerre.
Ed anche alla morte di Cesare pianse con Roma, coprendosi di oscura caligine il volto splendente,
e il maledetto secolo temette la tenebra eterna. quei giorni anche la terra e la distesa del mare,
cagne di malaugurio e uccellacci notturni davan presagi. 
Quante volte vedemmo nei campi
dei Ciclopi dell'Etna dilagar dalle rotte fornaci,
rovesciando globi di fuoco e liquide lave!
Le scolte in Germania udirono in cielo clangore
d'arme e tremuoti insoliti scossero l'Alpi,
Più volte anche fu udita nei taciti boschi
una grande voce e furono visti strani, pallidi spettri
nell'ombra della notte, e, inaudito, parlare gli animali.
Si fermano i fiumi, si crepan le terre,
mesti nei templi gemono gli avori, sudano i bronzi.."

Nel fregio del famoso Vaso di Portland c'è il prodigio del concepimento di Augusto, dove sua madre viene avvertita del concepimento da un Dio che le appare sotto forma di serpente.

Nella colonna Traiana è rappresentato Iuppiter che lancia un fulmine sui Daci mentre combattono contro i Romani. Nella colonna Aureliana un fulmine colpisce una macchina bellica drizzata contro un campo romano, e nei testi si legge che questo prodigio fosse stato espressamente richiesto da Marco Aurelio. Nella colonna appaiono altri due miracoli, una pioggia provvidenziale che disseta i romani a corto di acqua, e una pioggia torrenziale che travolge i guerrieri della Moravia cui i Romani avevano mosso guerra.
Nella colonna innalzata ad Antonino Pio, dai suoi figli, nei cortili dei Musei Vaticani, sono raffigurati Antonino e Faustina sollevati in cielo da un genio alato e da due aquile
.



LA SUPERSTIZIONE

Il termine "Superstizione" fu creato in ambito romano proprio da Cicerone che, nel De Natura Deorum, definisce superstiziosi coloro che sacrificano o pregano ossessivamente affinché i figli gli sopravvivano. Il concetto di Superstitio è connesso al verbo “superstare”, cioè sopravvivere, che è alla base del termine che designa il testimone, i superstes, da cui il termine "superstite".
Il testimone, termine usato soprattutto in questioni di leggi e tribunali, è colui che, essendo sopravvissuto ad un fatto, è in grado di narrarlo con autenticità.

Il concetto di superstizione cambia significato a partire da Lattanzio, retore romano convertito al Cristianesimo nel 300, come comportamento o credenza indebiti che conservano frammenti di paganesimo in un contesto cristianizzato, una sopravvivenza di epoche remote che illegittimamente continua a plagiare le menti più deboli e ingenue.

Lattanzio rifiuta invece l’idea ciceroniana, pur adottandone il termine, perchè è del tutto normale trarre auspici affinché i figli ci sopravvivano, mentre sono superstizione tutte le pratiche che derivano dal paganesimo, soprattutto l’evemerismo, cioè la divinizzazione dei morti e l’idolatria, cioè il culto tributato alla creatura, idolo fabbricato artificialmente, animale o vegetale, in opposizione al precetto sancito nell’Esodo che recita “Non avrai altri Dei all’infuori di me”. Per questo diversi teologi cristiani avversarono, e taluni lo avversano ancora, il culto dei Santi, e persino della Madonna, come espressione di idolatria.

Pertanto se gli antichi giuravano, come avvenne, che la statua di Apollo trasudava acqua, cioè lagrime, ed in un'altra occasione sangue, era menzogna e superstizione, ma se a versare lagrime o sangue è la statua di una Madonna, allora può essere un miracolo.
Così come Cristo Salvatore è un dato di fatto, ma Giunone Salvatrice (Sospita) è menzogna e superstizione.

I Romani comunque erano alquanto superstiziosi, proprio per dar retta ai presagi. Portava sventura se un cane nero entrava in casa, se un serpe cadeva dal tetto nel cortile, se una trave di casa si spaccava, se si rovesciava vino, olio, acqua; se si incontravano muli carichi di ipposelino, erba che ornava i sepolcri; se un topo faceva un buco in un sacco di farina, se un simulacro divino sudava sangue, se dei corvi beccavano l'immagine di un Dio, se i pesci in salamoia, arrostendo, guizzassero come fossero vivi, se un toro in corsa infilava le scale di un caseggiato e si fermava solo al terzo piano.

Tanti ricorrevano a scongiuri contro la jella, anche degli insospettabili come Giulio Cesare: ci dice Plinio il Vecchio che il conquistatore, dopo che il suo carro si era rotto durante la celebrazione del Trionfo, recitava sempre uno scongiuro che ripeteva tre volte per garantirsi la sicurezza del viaggio (Caesarem dictatorem, post unum ancipitem vehiculi casum, ferunt semper, ut primum consedisset, id quod plerosque nunc facere scimus, carmine ter repetito securitatem itinerum aucupari solitum, «Riportano che il dittatore Cesare, dopo una pericolosa caduta da un carro, non appena vi fosse montato sopra, usava sempre ripetere per tre volte un certo scongiuro, per allontanare da se tale pericolo; cosa che vediamo ancora oggi fare da molti»
( Plinio il VecchioNaturalis Historia, XXVIII 16).

I Romani evitavano di sposarsi in certi giorni e in certi mesi; badavano a non varcare la soglia col piede sinistro. Durante il banchetto se a un commensale cadeva in terra del cibo che teneva in mano; il cibo doveva esser subito restituito al convitato che non doveva ripulirlo nè soffiarci sopra. Se il cibo cadeva di mano al Pontefice durante una cena rituale, si riposava il cibo sulla mensa e si bruciava come sacrificio al Lare. Era di cattivo augurio che a uno venisse uno starnuto nel momento in cui gli si porgeva il vassoio; l'unico rimedio era che cominciasse subito a mangiare. Nei banchetti con commensali in numero dispari, un momento di silenzio collettivo preannunziava un insuccesso a tutti.



AMULETI E TALISMANI

L'Amuleto proteggeva e dava benessere a chi lo porta, il Talismano invece mirava ad esaudire desideri poco accessibili nella realizzazione.

A Roma il fallo veniva spesso raffigurato nelle piazze, agli angoli delle vie e all'ingresso di ville ed abitazioni patrizie. Il pene eretto era un amuleto contro invidia e malocchio. Le matrone patrizie propiziavano la loro fecondità portando il fallo come monile al collo o al braccio.

Un altro amuleto era il corno di luna crescente in oro o argento, simbolo di buona fortuna, ma anche l'ambra scongiurava il malocchio, e in casa un rametto di ruta salvava dagli incidenti. Anche il ferro di cavallo, appeso dietro la porta di casa, proteggeva l'ambiente.

Per capodanno i romani si scambiavano un vaso bianco con miele, datteri e fichi, ornato da una ghirlanda di alloro, come portafortuna per l'anno nuovo.
Dai “fantasmi”, o Lemures, in occasione delle feste Lemurie, il pater familias a mezzanotte, a piedi nudi, schioccando le dita, metteva in bocca delle fave nere, e poi le buttava dietro le spalle pronunciando per nove volte le parole:“ "Le getto e redimo me e i miei con queste fave!"
I Crepundia, medaglioni a sonagli, si appendevano al collo dei bambini per tenere lontani i demoni con il suono.

Secondo Plinio l’agata sarebbe efficace contro i morsi di ragni e scorpioni; l’ambra un rimedio contro gonfiori delle tonsille e del collo; l’ametista, come lo smeraldo, preserverebbe dall’'ebbrezza, allontanerebbe le tempeste e contrasterebbe i veleni.
Il pugno chiuso, col pollice alzato stretto tra indice e medio, raffigurato in oro, avorio, osso, era simbolo della vagina e si usava come scongiuro, ma in seguito divenne segno di spregio. Il corno di corallo fu indossato moltissimo dai romani contro la sfortuna, soprattutto come ciondolo al collo.

Anche gli animali erano Felices o Infelices. Felices cioè di buon augurio gli animali domestici, soprattutto il cavallo, Infelices le belve feroci specie leone e lupo, ma anche uccelli da preda, uccelli notturni e pure le api, perchè predicevano il ritorno della monarchia.



GLI ORACOLI

Infondo anche gli oracoli, seppur di natura diversa, rientravano nei prodigi, perchè includevano la volontà degli Dei di comunicare qualcosa agli uomini. A Roma andarono parecchio gli Oracoli Sibillini, ovvero la consultazione dei libri sibillini, ma pure la consultazione del destino, che si faceva nel tempio della Dea Fortuna a Preneste, esattamente nell'Antro delle Sorti, dove le sacerdotesse eseguivano un specie di lancio di dadi, che erano però tavolette di legno incise.

Cicerone:"Quante volte il senato ordinò ai decemviri di consultare i libri sibillini! In quanto importanti e numerose occasioni obbedì ai responsi degli arùspici! Ogni volta che si videro due soli, e tre lune, e fiamme nell’aria; ogni volta che il sole apparve di notte, e giù dal cielo si sentirono dei rumori sordi e sembrò che la volta celeste si fendesse, e in essa apparvero dei globi. Fu anche annunziato al senato una grossa frana nel territorio di Priverno, quando la terra s’abbassò fino ad una profondità immensa e la Puglia fu squassata da violentissimi terremoti. E da questi portenti erano preannunciate al popolo romano grandi guerre e rovinose sedizioni, e in tutti questi casi i responsi degli arùspici concordavano coi versi della Sibilla."



I LIBRI SIBILLINI

Servius Grammaticus, In Vergilii Aeneida:

"I responsi Sibillini che è incerto da quale Sibilla siano stati scritti, sebbene Virgilio li attribuisca alla Cumana, Varrone, invece, all'Eritrea. Ma consta che sotto il regno di Tarquinio una donna, di nome Amaltea, abbia offerto al re nove libri, nei quali erano scritti i fati e i rimedi di Roma, ed abbia preteso per questi libri trecento filippi, che allora erano preziose monete auree. Costei respinta, dopo averne bruciato tre, ritorno un altro giorno e chiese altrettanto, ed egualmente il terzo giorno, dopo averne bruciati altri tre, ritornò con gli ultimi tre e ricevette quanto aveva chiesto, poichè il re era stato impressionato da questa stessa vicenda, cioè dal fatto che il prezzo restava immutato. Allora la donna disparve all'improvviso. Quei libri si conservavano nel tempio di Apollo, né soltanto quelli, ma anche quelli dei Marci e della ninfa Vegoe che aveva scritto presso gli Etruschi i libri fulgurales: per cui aggiunse solo - tuas sortes arcanaque fata - . E ciò riferisce il poeta."

In realtà Dionigi di Alicarnasso racconta si trattasse di Tarquinio il Superbo, ma secondo Lattanzio di Tarquinio Prisco, ed è sempre Lattanzio a sostenere si trattasse della famosissima Sibilla di Cuma.

Questa raccolta veniva aperta e consultata ogni volta che dei prodigi spaventosi, tetra prodigia, oppure eventi spaventosi, minacciavano Roma. I sacerdoti vi decifravano le espiazioni necessarie, i rimedi, remedia, che erano veri e propri pegni di salvezza.

I libri vennero conservati in uno scrigno di pietra custodito nei sotterranei del Tempio Capitolino di Iuppiter. Questa custodia, nonchè la loro consultazione venne affidata a due sacerdoti, i Duunviri sacri faciundis, che divennero 10 e ne fecero parte anche dei plebei nel 367 a.c.

La raccolta bruciò nell'83 in seguito all'incendio del Campidoglio. Allora il dittatore Silla inviò messi da ogni parte, nel suolo italico e fuori, compresa la Grecia e l'Asia Minore, per recuperare la raccolta. Pur essendo di enorme importanza per il mondo di allora i responsi delle Sibille, pare ovvio che non vennero recuperati i medesimi responsi e forse neppure della stessa sibilla, visto che nel mondo antico se ne conoscevano ben 16 sparse nel mondo.
In seguito Augusto la farà collocare sul Palatino, nel tempio di Apollo dove rimasero fino al V sec. d.c. dopodichè se ne perdono le tracce, come per tanti antichi documenti che la chiesa cattolica ha bruciato perchè pagani e quindi diabolici.

Nell'Eneide la Sibilla di Cuma profetizza ad Enea il grandioso destino di Roma ed Enea promette la conservazione degli oracoli:
"Là deporrò i tuoi oracoli e i segreti dei destini annunziati al mio popolo, e ti sceglierò dei sacerdoti e te li consacrerò, o Benefica."

Ad esempio dopo la battaglia del lago Trasimeno, il dittatore Quinto Fabio Massimo chiese e ottenne dal senato la consultazione dei Libri Sibillini.
Nel 496, prima di partire in guerra contro i Latini, il dittatore A. Postumius fece consultare i Sibillini a seguito di un carestia. I libri risposero che occorreva ingraziarsi gli Dei Cerere, Libero e Libera. Postumio promette che se il voto verrà esaudito, un tempio ai tre Dei latini, infatti la carestia si estingue e il tempio viene ultimato nel 493.

Ma il responso più famoso, e più terribile, è quello della II guerra punica, dopo la battaglia di Canne, in cui i libri consigliano di seppellire vivi, nel foro Boario, una coppia di Greci e una coppia di Galli in una cripta dalle pareti di pietra: "inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca in Foro Boario sub vivi demissi in loco saxo consaeptum, jam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum." Il responso è stato molto dibattuto nel suo significato, sia perchè non chiaro di per sè, sia perchè i Romani da molti secoli non facevano più sacrifici umani.

Dione Cassio narra poi che il sacerdote Aulius Cotta, per responso dei libri sibillini, annunciò nel 44 a.c. che i Parti, contro cui Cesare si apprestava a combattere, potevano essere vinti solo se a capo dei Romani vi fosse stato un re. Il che forse fece temere a Bruto che la profezia si avverasse ed entrò in azione uccidendo Cesare.

Approfondimento: LIBRI SIBILLINI




ARTICOLI CORRELATI



2 comment:

Aldo Amico on 24 maggio 2016 16:46 ha detto...

Ancora oggi molte di queste superstizioni sopravvivono.

Unknown on 25 maggio 2016 20:50 ha detto...

Ciao! Buon articolo! Una domanda, di dove è la prima immaggine di questo articolo? Grazie!

Posta un commento

Post più popolari

 

Copyright 2009 All Rights Reserved RomanoImpero