I LIBRI SIBILLINI



LA SIBILLA

LA SIBILLA

La Sibilla (lat. Sibylla) è una realmente esistita, una figura mitica sia greca che romana. Le sibille erano vergini profetesse ispirate da una divinità che un tempo era La Madre Terra, cioè Gaia, che aveva per simbolo il serpente pitone, per cui le sue sacerdotesse erano anche dette Pitonesse o Pitie. In seguito con l'avvento del patriarcato i responsi passarono al Dio Apollo che ne prese l'onphalos (l'ara sacra rappresentante l'ombelico del mondo) e le sacerdotesse che davano responsi e predizioni, ora in nome di Apollo.

Mentre però le pitonesse erano legate ai templi e poi dirette dai sacerdoti, le sibille erano sacerdotesse eremite che non si appoggiavano a un tempio, che girovagavano per le terre o si fermavano in antri e grotte dove il pubblico veniva a chiedere i vaticinii.
Uno dei più famosi responsi di una sibilla latina è la frase "Ibis redibis numquam peribis in bello", legibile nei due sensi: "andrai, ritornerai, non morirai in guerra" o "andrai, non ritornerai, morirai in guerra"

Tra le più famose c'erano la Sibilla Eritrea, la Sibilla Cumana e la Sibilla Delfica, rappresentanti altrettanti gruppi: ioniche, italiche ed orientali. Durarono a lungo perchè il Pantheon patriarcale sia romano che greco non avevano sacerdoti in grado di vaticinare.

Nei suoi scritti Platone ne cita solo una, anche se in seguito le sibille divennero una trentina. Terenzio Varrone ne enumera dieci: Persica, Libica, Delfica, Cimmeria, Eritrea, Samia, Cumana, Ellespontica, Frigia, Tiburtina.
Una delle sibille non citate da Varrone in quanto medievale, ma secondo alcuni su una tradizione romana, è la Sibilla Appenninica detta anche "Oracolo di Norcia" legata alla Grotta della Sibilla situata sul Monte Sibilla, sui Monti Sibillini. Se ha dato il nome a quei monti una sibilla  dovevano esserci state.

Sembra infatti che anche nel medioevo restarono famose e rispettate, tanto che il cristianesimo dovette appropriarsene per acquistare prestigio, affermando che una sibilla giudaica nelle sue profezie aveva previsto l'avvento del Cristo. Ma sibille giudaiche non sono esistite perchè gli ebrei avevano anticamente le profetesse cui Mosè impedì poi di profetizzare, bollando la profezia come stregoneria, reato che veniva punito col rogo (Antico testamento - Leggi di Mosè - Non lascerai vivere la strega), al cui dettame la Chiesa Cattolica si è a lungo adeguata.

Sembra che i Libri Sibillini appartenessero alla Sibilla Cumana che li vendette ai romani, ma non è certo. Il titolo di Sibilla Cumana spettava alla somma sacerdotessa dell'oracolo di Apollo e di Ecate, oracolo situato nella città di Cuma, dove oracolava nei pressi del Lago d'Averno, in una caverna conosciuta come l'"antro della Sibilla". Qui la sacerdotessa, ispirata dalla divinità, trascriveva in esametri i suoi vaticini su foglie di palma le quali, alla fine della predizione, erano mischiate dai venti dell'antro, rendendo i vaticini "sibillini". La sua importanza era nel mondo italico pari a quella del celebre oracolo di Apollo di Delfi in Grecia.

Dunque una donna straniera venne dal principe con l’intenzione di vendergli nove libri, pieni di oracoli sibillini. Poiché Tarquinio non volle comprarli al prezzo proposto, essa se ne andò e né bruciò tre. Dopo non molto
tempo, riportò i libri rimasti e glieli offrì allo stesso prezzo, ma venne derisa e stimata stolta per il fatto che proponeva lo stesso prezzo per un numero minore, quando non aveva potuto ottenerlo per tutti. Essa se ne andò e brucio ancora la metà dei libri rimasti, e riportando poi i tre superstiti, chiese lo stesso oro. Tarquinio, esterrefatto per le proposte della donna, fece chiamare gli auguri e, esposto loro il fatto, domandò che cosa bisognava fare.
E quelli, riconoscendo da certi segni che egli aveva respinto un bene mandato dagli Dei, e dichiarando grande sciagura il l fatto che non avesse comperato tutti i libri, lo esortarono a pagare alla donna tutto il denaro che chiedeva, e a prendere gli oracoli che rimanevano. Quindi la donna, dopo aver consegnato i libri, e aver raccomandato di averne gran cura, se ne andò per sempre.



LA STORIA

Servius Grammaticus, In Vergilii Aeneida:

"I responsi Sibillini che è incerto da quale Sibilla siano stati scritti, sebbene Virgilio li attribuisca alla Cumana, Varrone, invece, all'Eritrea. Ma consta che sotto il regno di Tarquinio una donna, di nome Amaltea, abbia offerto al re nove libri, nei quali erano scritti i fati e i rimedi di Roma, ed abbia preteso per questi libri trecento filippi, che allora erano preziose monete auree. Costei respinta, dopo averne bruciato tre, ritorno un altro giorno e chiese altrettanto, ed egualmente il terzo giorno, dopo averne bruciati altri tre, ritornò con gli ultimi tre e ricevette quanto aveva chiesto, poichè il re era stato impressionato da questa stessa vicenda, cioè dal fatto che il prezzo restava immutato. Allora la donna non apparve all'improvviso. Quei libri si conservavano nel tempio di Apollo, né soltanto quelli, ma anche quelli dei Marci e della ninfa Vegoe che aveva scritto presso gli Etruschi i libri fulgurales: per cui aggiunse solo tuas sortes arcanaque fata. E ciò riferisce il poeta."

SIBILLA LIBICA
Dionigi di Alicarnasso racconta si trattasse di Tarquinio il Superbo, ma secondo Lattanzio di Tarquinio Prisco, e, sempre per Lattanzio, era la Sibilla di Cuma. Comunque, anche se scritti in greco, e attribuiti ad una profetessa greca, vi si possono cogliere elementi etruschi ed italici cui, in un secondo momento, si sarebbe aggiunto materiale greco e magari sibillino-oracolare. La contaminazione sarebbe avvenuta in età ellenistica e l’attribuzione sarebbe forse avvenuta nel III sec. a.c., un periodo di particolare rinnovamento dell’assetto religioso di Roma. In effetti i libri erano anche chiamati Fatales, come i corrispettivi Etruschi.

Questa raccolta di oracoli veniva consultata ogni volta che si manifestavano prodigi spaventosi, tetra prodigia, o eventi minacciosi contro Roma. I sacerdoti vi decifravano le espiazioni necessarie, i rimedi, remedia, che erano veri e propri pegni di salvezza.

I libri vennero conservati in uno scrigno di pietra custodito nei sotterranei del Tempio Capitolino di Iuppiter. Questa custodia, nonchè la loro consultazione venne affidata a due sacerdoti, i Duumviri sacri faciundis, che divennero poi 10, prima solo patrizi, ma dal 367 a.c. anche plebei.

La raccolta bruciò nell'83 in seguito all'incendio del Campidoglio per cui il dittatore Silla inviò messi da ogni parte, nel suolo italico e fuori, per recuperare la raccolta. Naturalmente non vennero recuperati i medesimi responsi e forse neppure della stessa sibilla, visto che nel mondo antico se ne conoscevano ben 16 sparse nel mondo.
In seguito Augusto la farà collocare sul Palatino, nel tempio di Apollo dove rimasero fino al V sec. d. c. dopodichè se ne perdono le tracce, come per tanti antichi documenti che la chiesa cattolica ha bruciato perchè pagani e quindi diabolici.

Nell'Eneide la Sibilla di Cuma profetizza ad Enea il grandioso destino di Roma ed Enea promette la conservazione degli oracoli:"Là deporrò i tuoi oracoli e i segreti dei destini annunziati al mio popolo, e ti sceglierò dei sacerdoti e te li consacrerò, o Benefica."



CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL V SECOLO A.C.

Tarquinio scelse tra i cittadini due uomini illustri e dopo aver assegnato loro due assistenti pubblici, li mise alla custodia dei libri. Ma poi fece gettare in mare, cucito in una pelle bovina come un parricida, uno di questi, Marco Atilio, accusato di tradimento da uno degli assistenti. Si suppone si trattasse di divulgazione dei sacri testi che non potevano cadere nelle mani del popolo.

Dopo la caduta dei re, la repubblica si assunse la custodia degli oracoli e nominò uomini illustri come custodi, esonerati da ogni altro dovere militare e civile, e pose accanto a loro degli assistenti pubblici, senza i quali non potevano consultare gli oracoli, cioè dei guardiani che li controllassero.


504 a.c. - I ludi Tarentini.

Il primo episodio legato alla consultazione dei libri Sibillini è riportato da Plutarco e data al 504 a.c., nel IV consolato di P. Valerius Publicola, subito dopo l'istituzione della res pubblica. Nell’anno, in coincidenza con la guerra imminente, si sarebbero verificate una serie di aborti e nascite di bambini malformati. Il console, dopo aver letto i libri, istituì dei sacrifici ad Ade e ripristinò quei giochi, ludi che, in altra occasione erano stati prescritti da un oracolo di Apollo.

Le origini dei ludi Taurii/Tarentini sono descritte da Valerio Massimo. Un certo Valerius, antenato della gens Valeria, per salvare i suoi tre figlioletti malati, aveva fatto loro bere l’acqua del Tarentum, luogo ‘extremo’ del Campo Marzio, ad un’ansa del Tevere, dove si trovava l’altare sotterraneo di Dis e Proserpina.
I figli ne erano stati miracolosamente guariti e come ringraziamento Valerio offrì alle due divinità sacrifici, un lectisternium e giochi per tre notti. Le acque del Tevere riscaldate nel Tarentum, utilizzate in un rituale terepeutico provocano così la guarigione.

Un altro racconto, riportato da Festo e Servio Danielino colloca invece i giochi al tempo di Tarquinio il Superbo, quando un'epidemia aveva colpito le donne in gravidanza, in modo che i bambini morivano in grembo. I ludi vennero allora istituiti in onore delle divinità infere, celebrati nel Circo Flaminio con sacrifici di vacche sterili (taureae).


496 a.c. - Ceres, Liber e Libera.

L’episodio accade poco prima della battaglia del lago Regillo, lo scontro che segnò la vittoria romana sulla Lega Latina (499/496 a.c.). Dionigi racconta che, poco prima di partire con l’esercito contro i Latini, il dittatore Aulo Postumio aveva ordinato ai duumviri di consultare i libri Sibillini, per porre fine ad una carestia a Roma che, oltre ad affamare la città, comprometteva il vettovagliamento dell’esercito.

SIBILLA
I duumviri indicarono di propiziarsi le divinità Ceres, Liber e Libera. Postumio promette che se il voto verrà esaudito, voterà un tempio ai tre Dei latini, infatti la carestia si estinse e il tempio venne ultimato nel 493.

Qui il ruolo dei duumviri sacris faciundi si limita ad indicare le particolari divinità a cui rivolgere i piacula, e non include la prescrizione dei riti espiatori. E’ lo stesso console Postumio che stabilisce la dedica del tempio; l’istituzione di ludi annui.
"[Postumio] spese quaranta talenti in giochi e sacrifici agli dei, e stipulò il contratto per la costruzione dei templi di Demetra, Dioniso e Core, a scioglimento del voto fatto. Infatti all’inizio, come sembra, i vettovagliamenti per la guerra scarseggiavano, e c’era una grande paura nei Romani di venir meno, poichè la terra era infeconda nè giungevano rifornimenti dai mercati stranieri a causa della guerra. Per questo timore Postumio aveva ordinato a coloro che ne erano i custodi di consultare i libri Sibillini; non appena aveva saputo che gli oracoli ordinavano di propiziarsi questi dei, aveva fatto voto a loro, mentre era sul punto di condurre in campo l’esercito, che, se nella citta’ fosse tornata, nel corso del suo comando, la stessa prosperità di prima, avrebbe eretto loro dei templi e avrebbe celebrato in loro onore sacrifici annuali. Questi dei, esaudendo le sue preghiere, fecero sì che la terra producesse frutti copiosi."


488 a.c. - Attaccare Coriolano

La terza consultazione del V sec. è testimoniata solo da Dionigi, quando Roma stava nuovamente per fronteggiare un conflitto interno. Si deve decidere se portare guerra o no a Marcio Coriolano, il patrizio mandato in esilio per il suo dispotismo e per essersi opposto alla distribuzione del grano alla plebe, che si era rifugiato presso i Volsci ponendosi a loro guida contro i Romani, accampato alle porte di Roma.

Dionigi riferisce che la decisione di non affrontare Coriolano venne presa non solo per convenienza, ma per rispettare la volontà degli Dei, contrari alla spedizione come apparve dagli oracoli Sibillini.
In questo caso i libri non sono consultati per espiare dei prodigia, ma per verificare il volere divino.
L’uso oracolare è in questo caso assimilabile all’auspicatio, come fa notare Dionigi. Né Livio né Plutarco però, nella vita di Coriolano, menzionano i libri Sibillini.

"Il senato decise di non inviare nemmeno allora un esercito oltre i confini, temendo per
l’inesperienza dei soldati (erano per la più parte reclute) e considerando che la titubanza dei
consoli (mancavano totalmente di energia) rendesse rischioso affrontare una dura lotta. Per
di più anche gli dei manifestavano la loro contrarietà alla spedizione mediante avvertimenti
oniromantici, oracoli Sibillini e altre forme tradizionali di divinazione, che gli uomini di allora
non ritenevano di poter trascurare, come invece capita oggi."


461 a.c. - Numerosi prodigia e un tumultus annunciato

Nel 461 a.c., come scrive Livio, venne .riproposta al senato la legge, presentata l’anno prima dal tribuno della plebe Tarentillo Harsa, che proponeva l’elezione di 5 magistrati per redigere leggi a limitare e regolarizzare il potere consolare, che i tribuni ritenevano gestito in modo arbitrario dai patrizi.

Il ricorso ai libri deriva dalla manifestazione di molti prodigi: cielo infuocato, un terremoto, una vacca parlante e soprattutto una pioggia di carne che non imputridisce. Dionigi ci aggiunge anche apparizioni di spettri e voci. Simili prodigi diverranno ricorrenti nel III e II secolo a.c.

L’anno seguente, quando la legge Tarentilla fu ripresentata da tutto il collegio contro i nuovi consoli, il cielo parve incendiarsi, e il suolo fu scosso da un violento terremoto. Si credette, cosa cui non si era prestata fede l’anno precedente, che una vacca avesse parlato. Tra gli altri prodigi una pioggia di carne che fu afferrata da un gran numero di uccelli; quella che cadde a terra vi rimase per parecchi giorni senza imputridire.

Consultati i Libri; fu predetto il pericolo di genti straniere contro le parti più alti dell’Urbe, con conseguenti stragi; e si ammonì che ci si astenesse dalle sedizioni. I tribuni protestavano che si era ricorso a questo espediente per ostacolare la legge e forse avevano ragione.

Infatti, finché si trattava di lampi in cielo, di fuochi che si accendevano sempre in un solo luogo, di muggiti e scosse continue di terra, di apparizioni di spettri e di voci che sconvolgevano le menti, si sapeva che anche in tempi precedenti erano avvenuti, ma ce ne fu uno di cui non avevano esperienza e che più li spaventava: venne una gran nevicata, ma non di neve, bensì di brandelli di carne che finì nel becco di torme di uccelli in volo, che li afferravano a mezz’aria, invece quelli che arrivavano a terra restarono per molto tempo nella città stessa e nei campi, senza marcire o mandare cattivo odore.

Gli indovini del luogo non furono capaci d’interpretare un simile prodigio, ma nei libri Sibillini si trovò quel che annunciava: nemici esterni sarebbero penetrati entro le mura e la città sarebbe fatta schiava; una sedizione interna avrebbe dato l’avvio alla lotta con i nemici esterni; sarebbe stato necessario bloccarla sul nascere e liberarne la città, allontanare i mali con sacrifici e preghiere, e cosi i romani avrebbero vinto il nemico

L’anno seguente, sotto il consolato di P. Valerio Publicola e G. Claudio Sabino, si verificò puntualmente quanto predetto dall’oracolo, come scrive Dionigi. Il pericolo preconizzato fu il sabino Appio Erdonio, il quale, a capo di una spedizione formata da esuli e schiavi stranieri, occupa il Campidoglio. Dionigi inquadra l’invasione come provocato dalla discordia civile e ricorda come fosse stata predetta dai Sibillini.


436 a.c. - Pestilenze, terremoti, obsecratio e la vicenda di Spurio Melio

Nel 444 a.c. la carestia e le sedizioni non erano stati considerati prodigia e dunque ‘non espiati’; questo aveva permesso all’eventum di verificarsi. Cioè la mancata espiazione del prodigium non compreso aveva permesso al monstrum di verificarsi.

Nel 436 a.c. la comparsa del tribuno Spurio Melio rischia di replicare la stessa situazione, ma non avviene, poiché i suoi tentativi non vengono considerati dal punto di vista politico, tuttavia viene organizzata l’obsecratio come remedium, a compensazione della mancata espiazione della carestia del 444 a.c.

La quinta consultazione è del 436 a.c. Sono ricordati molti prodigi per quest’anno, e i libri indicano di eseguire una obsecratio. una particolare forma di supplicatio, o ‘preghiera’ pubblica, una venerazione collettiva agli dei, a cui partecipava tutta la comunità. Il termine obsecratio indica in particolare una supplicatio volta a stornare una calamità.
Sotto il consolato di Marco Cornelio Maluginese e Lucio Papirio Crasso, gli eserciti furono condotti nel territorio dei Veienti e dei Falisci. Si fece bottino di uomini e di bestiame, ma non si trovò traccia del nemico, né si ebbe occasione di combattere, visto che il popolo era stato colpito da una pestilenza.

Il tribuno della plebe Spurio Melio aveva citato in giudizio Minucio e presentato una legge sulla confisca dei beni di Servilio Aala, sostenendo che Melio era stato vittima delle false accuse di Minucio, e imputando a Servilio l’uccisione di un cittadino che non aveva ricevuto alcuna condanna; ma non fu creduto.
Preoccupava invece l’epidemia, che andava aggravandosi, e alcuni terribili prodigi, e soprattutto che nelle campagne le case crollavano per i frequenti terremoti. Fu perciò fatta dal popolo, con a capo i duumviri, un' obsecratio.


433 a.c. - Problemi di peste

ANTRO DELLA SIBILLA LIBICA
Per il VI ed ultimo episodio sui libri Sibillini nel V sec., si ha la testimonianza di Livio, per cui nell’anno 433 a.c. un’epidemia richiede la consultazione: Pestilentia eo anno aliarum rerum otium praebuit. Aedis Apollini pro valetudine populi vota est; multa duumviri ex libris placandae deum irae avertendaeque a populo pestis causa fecere.

Non sono specificati i multa riti prescritti dai duumviri e il verbo fecere indica che furono gli stessi duumviri a compiere gli atti cultuali, come più volte accadrà nel III secolo. Nello stesso anno Livio scrive che venne votato un tempio ad Apollo, ma non si sa se sulla base della consultazione sibillina. Lo ipotizza Gagè in base al fatto che le raccolte oracolari dei libri erano attribuite alla Sibilla, ritenuta ispirata da Apollo.



CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL IV SECOLO A.C

399 a.c. - Una pestilenza, il primo lectisternium, ed il primo tribuno militare con potestà consolare

A quel triste inverno seguì un’estate funestata da una pestilenza che colpì tutti gli animali; e poiché non se ne trovava la causa nè si riusciva a porre fine, si consultarono per decreto del senato i libri Sibillini.

Come Dionigi e Livio narrano, duumviri libri Sybillini aditi sunt, il collegio duumvirale venne incaricato di andare a consultare i libri Sibillini. Come indicato da quest’ultimi, si tenne a Roma un lectisternium,
un particolare rito che esprimeva, attraverso la finzione rituale, la ricreazione della commensalità con gli Dei, le cui statue, vestite e ingioiellate venivano poste sui triclini del banchetto per parteciparvi ritualmente, coi deschi e le vivande approntati.

I duumviri sacris faciundis, fatto allora per la prima volta nella città di Roma un lectisternium, per otto giorni cercarono di placare Apollo e Latona, Diana e Ercole, Mercurio e Nettuno, stesi su tre letti addobbati riccamente. Tale sacrificio fu celebrato anche privatamente. Aperte in tutta la città le porte delle case e posta ogni cosa all’aperto, a disposizione di chiunque volesse servirsene, si ospitarono i forestieri, a quanto si racconta, senza alcuna distinzione, noti ed ignoti, e si conversò in modo affabile e bonario anche coi nemici; ci si astenne dalle dispute e dai litigi; si tolsero anche, in quei giorni, le catene ai carcerati.

"I Romani celebrarono quelle feste dette “letti”, per ordine degli oracoli Sibillini. Adornarono tre letti secondo l’ordine degli oracoli, uno per Apollo e Latona, un altro per Eracle ed Artemide, un altro ancora per Hermes e Poseidone, e per sette giorni continuarono a celebrare sacrifici pubblici e a far private offerte di primizie agli Dei, secondo le capacità di ciascuno, e ad allestire suntuosissimi banchetti e ad ospitare stranieri là residenti."

Pisone il Censore aggiunge che sebbene fossero stati liberati gli schiavi prima messi in catene e la città rigurgitasse di stranieri, e le case fossero aperte giorno e notte e vi potesse entrare chi lo volesse, nessuno ebbe a lamentare furti o violenze, contro la tradizionale serie di disordini e crimini conseguenti alle feste.

Per il IV secolo a.c. Livio attesta almeno 4 lectisternium, celebrati per epidemie e furono lasciate aperte le porte della città e anche quelle delle case private, e ogni cosa venne messa a disposizione di tutti, anche dei forestieri, e che vennero tolte le catena ai prigionieri.


390 a.c. - Expiare i templi dopo l’occupazione gallica

La II consultazione dei libri Sibillini registrata nel IV sec. riguarda l’incendio gallico di Roma del 390 a.c. Livio riporta come subito dopo la cacciata dei Galli, che avevano occupato il Campidoglio, ad opera di Furio Camillo, si fosse reso necessario ricorrere ai libri.
Il primo atto necessario dopo la devastazione dell’Urbe è ristabilire il culto degli Dei, iniziativa portata avanti da Furio Camillo, e dal senato con l’ordine dato ai duumviri di .cercare nei libri riti adeguati, per purificare i templi contaminati. Livio scrive anche che furono celebrati i ludi Capitolini in onore di Iuppiter Optimus Maximus, che si stabilirono vincoli d’ospitalità con gli abitanti di Cere, poiché questi avevano accolto gli oggetti sacri dei Romani e le vergini vestali.


364 a.c., I libri Sibillini e la clavifixio.

La terza consultazione del IV sec, avviene nel 364 a.c., la prima registrata dopo il 367 a.c., anno dell’istituzione dei decemviri sacris faciundis, la nuova magistratura che sostituiva il collegio dei duumviri, nonché dell’approvazione delle leggi Liciniae-Sextiae, che con l’apertura ai plebei del consolato, segnano la parificazione dei due ordini.

Il collegio preposto alla lettura dei Sibillini, aumentato nel numero dei componenti, risulta ora composto,
per metà da patrizi e per metà da plebei. Livio informa che nel 364 a.c venne celebrato a Roma il III lectisternium dalla fondazione dell’Urbs, per stornare una pestilenza che gravava da due anni sulla città.
Tuttavia a nulla servì il rituale, per cui vennero introdotti a Roma dall’Etruria, i ludi scaenici.

La pestilenza durò anche l'anno seguente, in cui furono consoli Caio Sulpicio Petico e Caio Licinio Stolone, e si celebrò allora un lettisternio; e poiché la violenza dell’epidemia non diminuiva tra gli altri mezzi per placare l’ira dei celesti si istituirono anche i ludi scenici, una novità, poichè fino ad allora l’unico spettacolo era stato quello del circo.

Qui assistiamo, per la prima volta, al fallimento della soluzione proposta dai Sibillini; la pestilenza non si placa con il lettisternio, e neppure con la soluzione proposta dai pontefici, l’introduzione dei ludi scaenici, anzi
l’anno dopo, nonostante l’introduzione dei ludi scenici, si verificano nuovi prodigi. L’anno dopo, nel 363 a.c., con l’aggravarsi dell’epidemia, non vengono consultati i libri Sibillini e si ricorre invece alla tradizione dei seniores, i quali propongono, in base ad una ‘lex vetusta …priscis litteris verbisque scripta’, il ripristino dell’affissione del clavis annalis. Livio annota:
"novità di non grande importanza, come quasi tutte le cose all’inizio, e per giunta straniera"

I più anziani ricordavano come una volta una pestilenza era stata arrestata grazie alla fissione del chiodo, compiuta dal dittatore.
"Spinto da tale superstizione il senato ordinò che si eleggesse un dittatore per la fissione del chiodo; fu eletto Lucio Manlio Imperioso […]. E’ antica legge, scritta in lettere e parole arcaiche che il supremo magistrato alle idi di settembre conficchi il chiodo; essa venne affissa sul lato destro del tempio di Giove Ottimo Massimo, dalla parte dove si trova la cappella di Minerva.
Dicono che questo chiodo, poiché rari erano in quell’epoca gli scritti, fosse il segno indicativo del numero degli anni, e che la legge fosse consacrata alla cappella di Minerva, perché invenzione di Minerva è il numero. Anche a Volsini, secondo quanto afferma Cincio, relatore scrupoloso di tali documenti, si possono vedere, piantati nel tempio di Norzia, divinità etrusca, i chiodi indicativi il numero degli anni.
Il console Marco Orazio dedicò il tempio a Giove Ottimo Massimo secondo il disposto di quella legge un anno dopo la cacciata dei re; la cerimonia della fissione del chiodo passo poi dai consoli ai dittatori, perché maggiore era la loro autorità."


362 a.c. - Il martirio per la salvezza della patria

Per il 362 a.c. abbiamo una consultazione dei Sibillini testimoniata da Dionigi. Il prodigium è una voragine che si apre nel foro e secondo i Sibillini la terra si sarebbe richiusa e avrebbe dato grande abbondanza di ogni tipo di beni, per il tempo a venire, eis ton loipon chronon, se la terra stessa avesse ricevuto i 'doni più consoni al popolo romano’

"Accade a Roma tra molti altri prodigi divini anche questo, che fu il maggiore: nel mezzo del foro si aprì una voragine di profondità insondabile, che permase per parecchi giorni. Per decreto del senato gli addetti ai libri Sibillini li consultarono e riferirono che la terra si sarebbe richiusa e avrebbe da allora in poi dato grande abbondanza di frutti di ogni genere, se prima avesse ricevuto i doni più degni del popolo romano. Dopo questo annuncio, ciascuno portava alla voragine le primizie che riteneva abbisognassero alla patria, non solo di frutti ma anche di denaro.

"Ma M.Curzio, annoverato tra i primi giovani della città a motivo della sua saggezza e valore militare, chiese di essere ammesso in senato e qui disse che il bene più bello e necessario per Roma era il valore dei suoi uomini. Se la terra avesse ricevuto una primizia anche di questo e colui che fosse così sacrificato per la patria fosse un volontario, la terra avrebbe prodotto molti uomini valorosi. Ciò detto, e comunicato che non avrebbe ceduto questo privilegio a nessun altro, indosso le armi e montò sul cavallo da combattimento. Alla presenza del popolo accorso allo spettacolo, scongiurò prima di tutto gli Dei di mantenere quanto era stato promesso dagli oracoli e di concedere a Roma molti altri uomini simili a lui.
Poi allento le redini al cavallo, gli diede di sprone e si precipitò nella voragine. Dopo di lui furono gettati nell’abisso molte vittime e frutti della terra e denaro e vesti e primizie di ogni arte, a spese pubbliche. E subito la terra si richiuse."

"In quello stesso anno, in seguito ad un terremoto o a qualche altro cataclisma, si dice che s’aprì nel Foro, quasi nella parte centrale un vasto e profondissimo baratro e che non si riuscì a riempire quella voragine per quanta terra vi si gettasse, portandone ognuno in proporzione alle proprie forze, prima che si fosse cominciato per avvertimento degli dei a cercare quale fosse il principale della potenza del popolo romano: predicevano infatti gli indovini ch’esso doveva essere consacrato a quel luogo se si voleva che la Repubblica romana durasse in eterno.
Allora, a quanto raccontano; Marco Curzio, giovane prode in guerra, rimproverò coloro i quali si chiedevano se potesse esservi per i Romani qualche bene più grande delle armi e del valore, e, imposto silenzio, volgendo lo sguardo ai templi degli dei immortali, che dominano il Foro, e al Campidoglio, e tendendo le mani ora al cielo, ora alla spaccatura che si apriva nella terra, si votò agli dei Mani; montando quindi in armi un cavallo il più possibile bardato, si lancio nel baratro; doni votivi e biade furono versate sopra di lui dalla folla degli uomini e delle donne, e il lago Curzio avrebbe preso il nome non da quell’antico Curzio Mezzio, soldato di Tito Tazio, ma da questo."


348 a.c. - Una pace duratura non basta

Nel 348 a.c. a Roma regna una situazione ottimale di pace e concordia, ciononostante scoppia una pestilenza. Il senato autorizza il ricorso ai Sibillini che propongono la celebrazione di un lettisternio.


344 a.c. L’aedes di Iuno Moneta e una pioggia di pietre

Nel 344 a.c. abbiamo la V consultazione sibillina per il IV secolo. Nell’anno si sarebbe resa necessaria una consultazione dei libri Sibillini per espiare una pioggia di pietre e l’improvvisa comparsa delle tenebre subito dopo la consacrazione del tempio a Iuno Moneta, votato l’anno prima da Marco Furio Camillo, durante la guerra contro gli Aurunci pro amplitudine populi romani, per l’ampliamento del popolo romano.

"Il tempio di Moneta fu consacrato l’anno dopo che era stato offerto in voto, essendo consoli Caio Marcio Rutulo per la terza volta e Tito Manlio Torquato per la seconda. La consacrazione fu immediatamente seguita da un prodigio, simile a quello anticamente accaduto sul monte Albano; infatti cadde una pioggia di pietre e parve che durante il giorno calasse la notte: e dopo che si furono consultati i libri, essendo la città in una atmosfera di fervore religioso, (cum plena religione civitas esset) il Senato decise che si nominasse un dittatore per stabilire delle ferie. Fu nominato Publio Valerio Publicola: come maestro della cavalleria gli venne dato Quinto Fabio Ambusto. Si decise che a celebrare le supplicazioni andassero non soltanto le tribù, ma anche i popoli confinanti, e si stabilì per loro un’ ordine di successione, fissando il giorno in cui ognuno doveva celebrarle."

La guerra contro gli Aurunci era cominciata a causa di un loro saccheggio che i Romani credevano organizzato dai Latini a loro danno. I rapporti con questi ultimi si erano guastati già nel 346 a.c., anno in cui alcuni delegati da Anzio avevano istigato ad una rivolta le città latine alleate di Roma. Giunone (Iuno) era una divinità diffusa in tutta l’Italia centrale e, per il periodo delle guerre Puniche il culto di Iuno venne utilizzato soprattutto per rinsaldare i rapporti con gli alleati latini e le città italiche.

La relazione del prodigium coi rapporti con i popoli vicini è accennato da Livio, dove il fenomeno della pioggia di pietre e dell’improvvisa oscurità è paragonato a quello accaduto anticamente sul monte Albano, sede dello Iuppiter Latiaris, centro religioso e punto della Lega Latina.

Per collegamento col prodigium del monte Albano, la pioggia di pietre divenne segnale di crisi nei rapporti con i popoli confinanti. La soluzione dei Sibillini riportata da Livio sono le supplicationes a cui vengono invitati non solo i cittadini romani, ma tutti i popoli vicini, secondo turni precisi. E' la prima volta che popolazioni non romane vengono coinvolte nell’espiazione di un prodigio avvenuto all’interno della città.


326 a.c. - Il V lettisternio: invitare a pranzo gli Dei

Il 326 a.c. si presenta come un anno tranquillo,. Livio non collega il piaculum ad un evento prodigiale, sappiamo solo che il rito si tenne placandis habitumest deis. Non sappiamo però quali siano questi dei, la cui identità Livio sembra dare per scontata. Da questa data in poi, lo storico non specificherà più il numero di successione dei lectisternia; forse perchè nel III sec. la cerimonia fosse ormai un rito espiatorio ordinario.

L'ORACOLO

CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL III SECOLO A.C.


295 a.c. - Vittorie e fulmini

Il primo ricorso ai libri Sibillini è nel 295 a.c. Livio presenta l’anno come fortunato, felix, dal punto di vista militare, ma anche di grandi apprensioni a causa di una pestilenza e di alcuni prodigi. Infatti girò la voce che in molti luoghi era piovuta terra e che parecchi soldati dell’esercito di Appio Claudio erano stati colpiti da fulmini. Per queste cose furono consultati i libri.


293 a.c. - L’introduzione di Asklepios /Aesculapius

La II consultazione sibillina del III sec. nel 293 a.c. segna l’introduzione del Dio in Roma. Ancora una volta una pestilenza, e libri Sibillini indicano come soluzione di portare il dio medico, da Epidauro a Roma.


Nel 292 a.c., viene dunque inviata una delegazione ad Epidauro. Così leggiamo in Livio:

"La felicità che quell’anno aveva procurato in tanti suoi eventi, servì appena a compensare un’ unico disastro: una pestilenza che devastò contemporaneamente la città e le campagne. Quella pestilenza sembrò ben presto il frutto di un disegno soprannaturale e furono dunque consultati i libri Sibillini per sapere come sarebbe terminata quella sciagura e se esisteva un rimedio che gli dei potessero concedere. Nei libri fu trovato che bisognava portare da Epidauro a Roma il simulacro di Esculapio. Per quell’anno comunque non se ne fece nulla perché i consoli erano interamente assorbiti dagli impegni militari; ci si limitò a tenere una giornata di pubbliche supplicazioni ad Esculapio.

CAPO BOEO
Poiché la città era in difficoltà a causa di una pestilenza, furono mandati degli ambasciatori perché trasferissero il simulacro di Esculapio da Epidauro a Roma; essi riportarono un serpente che si era introdotto nella loro nave e nel quale tutti pensavano che fosse presente il dio stesso. Siccome quel serpente sbarcò nell’isola Tiberina, in quel luogo fu eretto un tempio ad Esculapio.

Così i nostri concittadini pensarono che, se avessero mandato là una legazione, avrebbero ottenuto l’unico rimedio possibile voluto dai fati, confortati dal prestigio fino ad allora altissimo di quell’ oracolo.
Non si ingannarono: l’aiuto fu chiesto e promesso con tale zelo, ed immediatamente gli Epidauri accompagnarono la legazione romana al tempio di Esculapio - distante dalla loro città 5 miglia - e la invitarono con estrema cortesia a prendervi quanto avessero pensato fosse salutare per la loro patria. Ad una così pronta e generosa benevolenza, seguì subito la manifestazione del consenso da parte del dio stesso: se è vero che quel serpente, raramente visto nel passato dagli Epidauri, ma mai senza propria grande utilità, e venerato come ipostasi di Esculapio, cominciò a strisciare tranquillamente, con gli occhi miti, attraverso le zone più frequentate della città e, osservato per tre giorni tra la rispettosa ammirazione generale, dando chiaramente ad intendere che desiderava una sede più famosa, proseguì verso la trireme romana e tra il terrore dei marinai non abituati a quello strano spettacolo, salì sulla nave, fermandosi dove era l’alloggio del legato Quinto Ogulnio, e tranquillamente avvoltosi in molteplici spire, se ne stette quieto.

Allora i legati, lieti di aver raggiunto lo scopo, dopo i dovuti ringraziamenti e messi al corrente dagli esperti del rituale riguardante il serpente, salparono da lì e, compiuta una prosperosa navigazione, approdarono ad Anzio. Qui il serpente, che durante il viaggio era rimasto sempre immobile sulla nave, strisciando attraverso il vestibolo del tempietto di Esculapio rimase avvinghiato ad una palma altissima, che si ergeva presso un boschetto di mirto fitto di rami: gli furono posti accanto i cibi di cui soleva nutrirsi e, non senza che i legati non temessero fortemente che da lì non volesse tornare sulla trireme, prese dimora nel tempio di Azio. Dopo tre giorni si fece docilmente trasportare a Roma e quando i legati furono scesi a terra sull’isola Tiberina, dove si trova il tempio a lui dedicato, vi giunse anch’esso a nuoto e scacciò col suo arrivo la calamità per cui rimedio era stato richiesto."


276 a.c. - Il grande freddo e l’occupazione dei templi

Con la perdita della II decade liviana, per gli anni fino alla II guerra punica, la successiva testimonianza dei libri Sibillini viene da una fonte tarda e cristiana.

Agostino nel De civitate Dei scrive che, nel periodo della guerra contro Pirro:
"a Roma sì era verificata una grave pestilenza, di cui erano vittima soprattutto le donne, le quali morivano in gravidanza prima di dare alla luce i figli e che dello stesso male soffrivano anche gli animali; si tratta di una specie di ‘paralisi della vita’ - espressa anche dal prodigium del congelamento delle acque correnti del Tevere - resa secondo un modulo narrativo ricorrente: una malattia ferma la riproduzione, minando i parti"

"Durante una così grande strage militare scoppiò anche una grave moria di donne. Morivano nella gravidanza prima di dare alla luce i figli. Morivano con la medesima patologia anche gli animali domestici al punto di far credere che perfino la generazione di animali cessasse. Quell’ inverno fu memorabile perchè incredibilmente rigido al punto che a causa delle nevi, le quali rimasero ad una preoccupante altezza per quaranta giorni anche nel Foro, perfino il Tevere gelò.

Allo stesso modo una straordinaria epidemia, finchè infierì, ne fece morire molti. Ed essendosi prolungata con maggiore virulenza nell’anno successivo (malgrado la presenza di Esculapio), si consultarono i libri Sibillini. Il responso fu che a causa dell’epidemia vi era il fatto che molti occupavano abusivamente parecchi edifici sacri. Gli edifici erano stati occupati senza che alcuno lo impedisse, perché erano state inutilmente a lungo rivolte suppliche a una così folta moltitudine di divinità. Così un’ po’ alla volta i locali venivano disertati dai devoti in modo che essendo vuoti si potevano senza offesa di alcuno adibire agli usi umani. Per far cessare la pestilenza furono fatti restituire e restaurare.
Gli edifici sacri occupati, nemine prohibente, quindi nella totale disattenzione dell’autorità, venivano per così dire rimessi nel mercato una volta ‘profanati’: la ‘profanazione’ li rendeva disponibile al pubblico uso.

Essendo consoli Fabio Gurgite per la seconda volta e Caio Genucio Clepsina [276 a.c.] una grave pestilenza divampò in Roma e nel suo territorio. Essa colpì tutti ma in modo particolare le donne e le femmine degli animali, così che uccidendo i feti nel grembo materno, toglieva ogni possibilità di futura prole, oppure a causa di parti immaturi venivano alla luce degli aborti, con grave pericolo per le madri: si poteva prevedere che, non essendo più osservata la regolarità dei parti vitali, sarebbe venuta a mancare ogni discendenza e gli animali si sarebbero estinti."


248 a.c. - I ludi Saeculares

Varrone, nel I libro delle ‘Origini del teatro’ lasciò scritto così:

“Poiché avvenivano molti prodigi, e il muro e la torre che stanno tra la porta Collina e quella Esquilina erano stati colpiti da un fulmine, i quindecemviri, dopo avere consultato su ciò i libri Sibillini, dichiararono che si dovevano celebrare nel Campo di Marte per tre notti dei Giochi Tarentini in onore del Padre Dite e di Proserpina, si dovevano immolare a loro delle vittime nere e i giochi dovevano essere tenuti ogni cento anni."

I ludi Saeculares, antecedenti dei ludi Tarentini, dovevano allontanare il pericolo di un'interruzione generativa.


238 a.c. - I giochi in onore di Flora

Secondo Plinio, nel 238 a.c., vennero istituiti, ‘ex oraculis Sibyllae’, i Floralia, i ludi Florales, in onore della Dea Flora:

"La vita degli antichi fu rozza e priva di cultura. Tuttavia risulterà chiaro che il loro modo di osservare non fu meno ingegnoso delle attuali teorizzazioni. Infatti, tre erano i momenti che essi temevano per il raccolto, e per questo istituirono delle celebrazioni e dei giorni di festa: i Robigalia, i Floralia, i Vinalia. Ma la vera ragione è che 19 giorni dopo l’equinozio di primavera, in uno dei 4 giorni che procedono il IV giorno prima delle calende di maggio tramonta il Cane, astro di per sé dannoso e il cui tramonto è necessariamente preceduto da quello della Canicola.
Pertanto gli antichi, nel 516° anno di Roma, seguendo gli oracoli della Sibilla, il IV giorno prima delle stesse calende istituirono i Floralia, perchè tutte le piante potessero avere una buona fioritura. Varrone data queste feste a quando il sole entra nel 14° grado del Toro. Pertanto se il plenilunio cade in questi 4 giorni, i cereali e tutto quello che si troverà in fiore ne verrano danneggiati.

Non vigevano ancora gli altri strumenti del lusso, il ricco possedeva il bestiame oppure vaste campagne ma già ognuno si procurava ricchezze con mezzi illeciti. Invalse la consuetudine di pascolare nei boschi pubblici, e ciò accade a lungo impunemente, non vi fu alcuna pena; il popolo non aveva difensori dei beni comuni, e ormai si riteneva da inetti pascolare sul proprio suolo privato. Tale licenza fu denunciata agli edili della plebe Publicii: agli uomini degli anni precedenti era mancato il coraggio. Il popolo s’interesso attivamente alla cosa, i rei incorsero in una multa: la cura dei pubblici beni risultò di gloria ai difensori. Mi si offrì parte di quelle multe, e i vincitori delle liti istituirono con grande plauso nuovi giochi. Altro danaro delle multe fu investito in lavori sul colle, allora rupe scoscesa, ora comoda via chiamata Publicia"


228 a.c. - Un sacrificio umano

La successiva consultazione dei libri Sibillini si situa a poco più di un decennio della fine della prima guerra Punica, nel 228 a.c. In questo periodo, Roma oltre ad essere impegnata nell’integrazione all’interno della propria amministrazione del governo delle prime province acquisite dopo la vittoria su Cartagine, la Sicilia e la Sardegna, si trovava anche a dover contenere, assieme agli alleati latini, le infiltrazioni di tribù galliche provenienti da nord.

Si tratta di un momento di emergenza, in cui i Galli Insubri alleati con Boi e Gesati costrinsero per la prima volta gli eserciti romani a portarsi oltre il confine naturale del Po. Le fonti descrivono la consultazione dei Sibillini come risposta all’angoscia di uno scontro:

"I Romani furono colti da grande paura, sia per la vicinanza del nemico, la guerra si sarebbe svolta ai confini se non proprio alle soglie della loro città, sia per l'antica nomea dei Galli, il popolo che, a quanto pare, temettero più di ogni altro. Ad opera loro avevano già perso una volta la città, e da allora avevano istituito una legge, per cui i sacerdoti erano esentati dal prestare servizio in guerra, tranne nel caso che tornassero i Galli. La loro paura si rivelò anche nei preparativi che fecero adesso (si dice che mai, nè prima nè dopo, furono arruolate tante decine di migliaia di Romani), e dai sacrifici che offrirono agli Dei."

Ma il responso più famoso, e più terribile, è quello della II guerra punica, dopo la battaglia di Canne, in cui i libri consigliano di seppellire vivi, nel foro Boario, una coppia di Greci e una coppia di Galli in una cripta dalle pareti di pietra: "inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca in Foro Boario sub vivi demissi in loco saxo consaeptum, jam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum." Il responso è stato molto dibattuto, sia perchè non chiaro, sia perchè i Romani aborrivano i sacrifici umani, giudicati usanze barbare, contrarie al proprio sentimento.
Pure, quando scoppio la guerra, furono costretti per ubbidire ai libri Sibillini e a seppelire vivi nel Foro Boario, due persone, un uomo e una dona di nazionalità ellenica e due altre di nazionalità gallica. I Romani erano allarmati a causa di un oracolo della Sibilla, il quale avvertiva di fare attenzione ai Galli quando un fulmine sarebbe caduto sopra il Campidoglio, accanto al tempio di Apollo.

Poichè un tempo un oracolo aveva predetto ai Romani che Greci e Galli avrebbero occupato la città, due Galli e due Greci, maschi e femmine vennero sepolti vivi nel Foro in modo che il destino potesse essere compiuto, come se, da sepolti vivi, potessero essere considerati possessori di una parte della città.

Il delitto va considerato come ‘fatto religioso’ pienamente romano, anche considerando che la sepoltura di due coppie di stranieri è attesta nuovamente per il 216, il 213 e nuovamente per il 114 a.c., delineandosi dunque come remedium ‘tipico’ dei Sibillini. Ma è un'opinione altamente dibattuta, nelle date e nel merito.


218 a.c. - La sconfitta del Ticino e i prodigi

Nell’ inverno del 218 a.c., anno d’inizio della II guerra punica, Livio ricorda numerosi prodigi durante l’inverno, presumibilmente dopo la disfatta romana del Ticino, la prima grande sconfitta inflitta ai Romani dal generale punico. Un fanciullo di sei mesi, nato libero, lanciò il grido “Io trionfo” nel foro Olitorio; nel foro Boario un bue salì di sua iniziativa fino al terzo piano di un edificio e da lì, atterito dal tumulto degli inquilini, si butto di sotto; nel cielo apparirono le immagini sfolgoranti di alcune navi; il tempio di Spes nel foro Olitorio fu colpito da un fulmine; a Lanuvio una vittima sacrificale si era mossa e un corvo era volato nel tempio andando a posarsi sul pulvinare; ad Aminterno e altrove si ebbero apparizioni in forma umana, vestite di bianco e che non si erano avvicinate a nessuno; nel Piceno erano piovute pietre e a Cere le sorti erano diminuite di volume; in Gallia un lupo aveva strappato dal fodero di una guardia la spada e l’aveva portata via.

I decemviri ebbero l’ordine di andare a consultare i libri; per la pioggia di pietre nel Piceno fu indetto un novendiale e quasi tutti i cittadini si adoperarono per espiare gli altri prodigi. Prima di ogni altra cosa si provvide alla purificazione della città e furono immolate vittime adulte in onore degli Dei che i responsi avevano indicato. A Giunone, nel suo tempio di Lanuvio, furono portate in dono quaranta libbre d’oro. Sempre a Giunone, le matrone consacrarono una statua bronzea sull’Aventino.

A Cere, dove le sortes erano diminuite di volume, fu indetto un lettisternio e una supplica alla dea Fortuna sul monte Algido. Furono poi indetti in Roma un lettisternio alla Giovinezza e una supplicazione presso il tempio di Ercole e poi da parte di tutto il popolo in tutti i templi. Al Genio furono sacrificate cinque vittime adulte. Fu poi incaricato il pretore C. Attilio Serrano di formulare voti agli dei, se la repubblica fosse rimasta nelle stesse condizioni per i dieci anni successivi.


217 a.c. /a - I terribilli signa dopo la sconfitta del Trebbia

La successiva consultazione sibillina è dell’anno 217 a.c., e come la precedente si collegava alla battaglia presso il Ticino, in relazione con la pesante sconfitta romana della Trebbia nel maggio del 217 a.c.

Ad aumentare la paura, da diverse parti furono annunciati prodigi: avevano preso fuoco in Sicilia le punte delle armi di alcuni soldati e, in Sardegna, un bastone tenuto in mano da un cavaliere che stava effettuando il suo turno di guardia attorno alle mura; sui litorali si erano visti risplendere fuochi più e più volte; due scudi avevano sudato sangue; alcuni soldati erano stati colpiti da fulmini; era sembrato che il disco del sole si rimpicciolisse; a Preneste erano cadute dal cielo pietre infuocate; ad Arpi erano apparsi in cielo degli scudi mentre il sole combatteva con la luna; a Capena erano sorte, in pieno giorno, due lune; a Cere era sgorgata acqua mista a sangue; la fonte di Ercole aveva fatto scorrere acqua con grumi di sangue; ad Anzio, ad alcuni mietitori erano cadute nelle ceste delle spighe insanguinate; a Faleri il cielo si era aperto mostrando una luce intensissima; le sortes erano diminuite di volume e ne era caduta una che recava questa scritta: “Marte scuote la sua asta”; nelle stesse ore, a Roma, la statua di Marte sulla via Appia e le statue dei lupi avevano sudato; a Capua si era incendiato il cielo mentre la luna precipitava in mezzo alla pioggia. Alcuni si trovarono con le capre trasformate in pecore; una gallina divenne gallo e un gallo divenne gallina.

Quando questi prodigi furono riferiti esattamente dai testimoni introdotti in Curia, e il console consultò i senatori sulla liturgia da seguire. Fu decretato che quei prodigi venissero espiati in parte con vittime adulte, in parte con animali da latte, mentre dovevano essere tenute suppliche per tre giorni in tutti i templi. Gli altri prodigi, dopo che i decemviri avessero consultato i libri, dovevano essere espiati nel modo che i decemviri avessero riferito essere caro agli dei, stando alle formule dei libri.

Fu decretato che fosse offerto a Giove un fulmine d’oro del peso di cinquanta libbre; a Giunone e a Minerva doni d’argento; a Giunone Regina sull’Aventino e a Giunone Sospita a Lanuvio dovevano essere sacrificate vittime adulte. Inoltre le matrone, raccolto del denaro secondo le possibilità, dovevano portarlo in dono a Giunone Regina sull’Aventino; doveva essere celebrato un lettisternio e poi anche le liberte dovevano raccogliere una somma in proporzione alle proprie ricchezze per fare un dono alla dea Feronia.

Quindi i decemviri sacrificarono un toro nel foro di Ardea e delle vittime adulte. Infine, essendo giunto dicembre, fu compiuto un sacrificio a Roma nel tempio di Saturno e furono indetti un lettisternio e un pubblico banchetto. In tutta la città risuonarono per un giorno e una notte le grida dei Saturnali. Fu ordinato al popolo di considerare sacro quel giorno e di mantenerlo tale per sempre.

Forse le cerimonie in onore di Marte vanno inseriti nei sacrifici ordinati dal senato accanto ai tre giorni di suppliche in tutti i templi. I decemviri comunque ebbero l’ordine di consulatare i libri solo dopo l’esecuzione delle cerimonie, sulle quali si erano già pronunciati i patres, esplicitamente consultati dal console de religione. Tutti i piacula disposti da questi ultimi sono volti, di nuovo, principalmente a Giunone, già presente nei rituali dell’anno precedente.

Viene nuovamente onorata Iuno Sospita a Lanuvio e Iuno Regina sull’Aventino a cui le matrone sono chiamate a offrire un dono. Vengono inoltre offerti doni alle tre divinità formanti la triade capitolina, Iuppiter, Iuno e Minerva. Importante la partecipazione del mondo femminile, con le liberte accanto alle matrone, invitate ad offrire le loro ricchezze alla dea Feronia, il cui santuario nei pressi di Terracina era un famoso centro di scambi tra le classi sociali. Infatti valeva come luogo di emancipazione degli schiavi.

Durante la seconda guerra Punica, per decreto del senato per i molti prodigi avvenuti, i duumviri consultarono i libri Sibillini, e annunziarono che bisognava fare una supplica in Campidoglio ed un banchetto sacro con il ricavato di una colletta a cui potevano partecipare anche le liberte autorizzate a portare la veste lunga. Si tennero dunque le pubbliche preghiere e l’inno fu cantato da fanciulli liberi e liberti insieme e da vergini, non orfani né di madre né di padre; da allora anche ai figli dei liberti, purchè nati da matrimonio legittimo, fu concesso di portare la toga pretesta, e un collare di cuoio in luogo dell’ornamento del ciondolo.


217 a.c. /b - Gli errori di Caio Flaminio, la disfatta del Trasimeno e i remedia di Fabio Massimo

La successiva consultazione è ancora nel 217 a.c. I prodigi collegati alla pesante sconfitta romana presso il lago Trasimeno in giugno, dove l’esercito romano aveva subito un duro attacco dall’esercito cartaginese subendo numerose perdite, fra cui quella dello stesso console Caio Flaminio. Fu eletto dittatore, Q. Fabio Massimo Rulliano che, attribuendo la sconfitta di Flaminio al fatto che questi .avesse tralasciato di osservare i sacri riti e gli auspicia, richiese la consultazione dei libri Sibillini.

Quinto Fabio Massimo convocò il senato il giorno stesso in cui entrò in carica e illustrò ai senatori come il console C.Flaminio avesse sbagliato più per noncuranza dei sacri riti e degli auspici che per temerarietà e incapacità, e che bisognava consultare gli dei stessi su quali fossero i mezzi per placare la loro ira. Riuscì ad ottenere la consultazione dei libri Sibillini, di solito non deliberata se non per terribili prodigi.

I decemviri, esaminati i libri, riferirono ai senatori che il voto fatto a Marte per quella guerra, non essendo stato fatto secondo i riti, doveva essere fatto daccapo e più solennemente, con voto di grandi giochi a Giove e di templi a Venere Erycina e a Mente e si dovevano tenere una supplicazione e un lettisternio, e si doveva far voto di una primavera sacra, se si fosse combattuto con successo.

Il senato ordinò al pretore M.Emilio di attuare quelle prescrizioni, secondo il volere del collegio dei pontefici. Il Pontefice Massimo L.Cornelio Lentulo, suggerì di consultare il popolo circa la primavera sacra che non poteva essere offerta in voto senza l’autorizzazione del popolo.

"La proposta fu fatta al popolo secondo questa formula: "volete e ordinate che questi riti avvengano in questo modo? Se la repubblica del popolo romano dei Quiriti nei prossimi 5 anni si salverà, come io vorrei che si salvasse, da queste guerre, dalla guerra che il popolo romano ha con quello cartaginese, dalla guerra con i Galli che sono al di qua delle Alpi, allora il popolo romano dei Quiriti dia in dono: tutto ciò che la primavera produrrà di suini, pecore, capre, buoi, tutto ciò che di solito non si consacra agli dei sia sacrificato a Giove, dal giorno che il senato e il popolo Romano avranno fissato"
Per il medesimo scopo furono votati i grandi giochi per la somma di 333.000 assi e un terzo, con inoltre 300 buoi a Giove, molti buoi bianchi e le altre vittime ad altri dei. Pronunciati i voti secondo i riti, fu indetta la supplicazione; e si recarono in gran folla a supplicare con le mogli ed i figli non solo gli abitanti della città, ma anche i contadini.
Si celebrò per 3 giorni il lettisternio, per cura dei decemviri addetti al culto. Sei furono i letti sacri pubblicamente esposti: uno a Giove e a Giunone, un altro a Nettuno e a Minerva, un terzo a Marte e a Venere, un quarto a Apollo e a Diana, un quinto a Vulcano e a Vesta, un sesto a Mercurio e a Cerere. Poi furono promessi in voto i templi: il tempio a Venere Ericina fu offerto in voto dal dittatore Q. Fabio Massimo, poiché era stato ordinato dai libri fatali che a farne voto fosse colui il quale aveva nella città il supremo potere; il tempio a Mente fu offerto in voto dal pretore T.Otacilio. "

Si procedette poi all’introduzione di una nuova divinità, Mens, per rimediare alla ‘carenza di mente’ con la quale Flaminio aveva affrontato il nemico. Livio, per descrivere il comportamento di Fabio sugli Appennini, usa numerose parole come cautus, consilia, sollertia, che si ricollegano alla sfera di Mens a cui contrappone temeraritas. Il calcolato comportamento di Fabio contrappone anche la nuova dea del dittatore, la ‘previdente’ Mens alla improvvida e imprevedibile Fortuna, la divinità del console Flaminio. Possiamo osservare che il piano dei libri Fatales è presentato come un disegno lungimirante e cautelato rispetto all’improvvisazione sottointesa alla sfera di Fortuna.

Passiamo ora ad analizzare il particolare piaculum del Ver Sacrum. Il rito consisteva nella consacrazione agli dei, di tutti i ‘nati’ della primavera seguente al voto, fra cui i prodotti della terra, la prole animale e quella umana, quest’ultima però non veniva immolata, ma inviata ad insediarsi altrove; il rito è presente nei miti di fondazione di molte etnie italiche che si presentavano appunto come ‘germinate’ da altre popolazioni in seguito ad una ‘primavera sacra’, ver sacrum.

La richiesta di una celebrazione di questo rito è unica nei Sibillini e coinvolgeva unicamente la prole animale, la quale sarebbe stata sacrificata nei cinque anni consecutivi a Giove. Anche la dedica è stata eccezionale, in quanto le primavere sacre appartenevano principalmente a Marte. Ma Iuppiter può ritenersi la divinità maggiormente offesa dal comportamento empio di Flaminio, e per cui la principale da onorare.


216 a.c. - Il baratro di Canne: l’orrore della fine, lo stuprum della vestali e il secondo ‘delitto rituale'

La sconfitta romana a Canne del 216 a.c. segna il momento più drammatico della seconda guerra Punica, e si
decreta che i decemviri consultino i libri Sibillini. Il prodigium è lo stuprum, inteso come violazione dell’obbligo di castità, da parte di due vestali. La gente già angosciata si spaventò anche per il fatto che in quell’anno due vestali, Opimia e Floronia, furono riconosciute colpevoli di stuprum (violazione del obbligo di castità): l’esecuzione di una delle due vestali era avvenuta seppellendola viva, mentre l’altra si era suicidata, mentre Lucio Cantilio, segretario dei pontefici che aveva avuto una relazione con Floronia, era stato bastonato a morte dal pontefice massimo nel comizio.

SIBILLA CUMANA
Quinto Fabio Pittore fu mandato a Delfi per chiedere con quali preghiere e suppliche i Romani potessero placare gli dei. E intanto, seguendo le indicazioni dei libri Fatali, furono tenuti alcuni sacrifici straordinari: tra questi un uomo e una donna di origine gallica insieme ad un uomo ed a una donna di origine greca furono sepolti vivi nel foro Boario, in un luogo recintato da pietre che già in precedenza era stato impegnato dal sangue di vittime umane, con un rito non romano.

"Il tempio a Venus Verticordia fu eretto dopo un singolare incidente particolarmente grave che vide 1'«incesto» di tre vestali con tre cavalieri romani. L'atto scandaloso era stato commesso da fanciulle di nobili famiglie: Aemília, Licínia e Marcia. Una volta scoperto il crimine esse divennero lo sciagurato bersaglio della collera popolare; l'intervento di Crasso riuscì a salvare soltanto due delle malcapitate giovani, per una di loro il verdetto fu inesorabile. In quel periodo, malauguratamente alcune disgrazie avevano colpito la cittadinanza e furono interpretate come segnali dell'ira dei numi per la troppa clemenza di cui avevano usufruito le indegne vestali. Il processo fu riaperto e alle due infelici sopravvissute furono negati speranza e ulteriore appello. Dopo la consultazione dei Libri Sibillini, fu deciso di erigere un tempio a Venus Verticordia, «colei che volge i femminili cuori al pudore». Onde fosse anche visivamente impresso il distacco dai piaceri della voluttà, la statua della dea fu scolpita a modello di Sulpìcìa, moglie di Q. Fulvius Flaccus, la più casta e pura fra le matrone romane."


212 e 208 a.c. - Le profezie del misterioso Marcio e i ludi Apollinares

Nel 212 a.c. su indicazione dei decemviri vengono istituiti i Ludi Apollinares, giochi in onore di Apollo, la cui esecuzione era affidata ai decemviri. Sappiamo da Livio che nell’anno precedente, il 213 a.c., il pretore M. Emilio era stato incaricato dal senato di compiere un’ indagine (conquisitio) sui libri profetici, forse per controllare la circolazione non ufficiale di profezie, e il pretore era venuto così in possesso di due profezie attribuite ed un misterioso ‘Marcio’.

Una dichiarava di aver previsto la battaglia di Canne, l’altra prometteva ai Romani di vincere la guerra sui Cartaginesi e gloria imperitura in cambio della celebrazione di giochi ad Apollo. I giochi vennero di fatto celebrati nel 212 dopo un attento esame dei testi profetici, e dopo la consultazione dei libri Sibillini.

Questo Marcio era stato un vate famoso, e, mentre l’anno precedente sulla base di un senatoconsulto si procedeva alla ricerca di libri di tal genere, le sue profezie, rinvenute dal pretore urbano M. Emilio, vennero consegnate al nuovo pretore Silla.

Delle due profezie l’una, divulgata dopo il verificarsi del contenuto, ed essendosi avverata, apportava credibilità anche all’altra, di cui non era ancora giunto il tempo. Dalla prima profezia era stata preannunciata la sconfitta di Canne pressappoco in questi termini: “O discendenti dei nati a Troia, fuggi il fiume Canna, perché gente nata altrove (alienigenae) non ti costringa a venire a battaglia nella pianura di Diomede. E tuttavia non mi crederai tu, fino al momento in cui avrai inondato di sangue la pianura, e molte migliaia di tuoi uccisi il fiume trascinerà giù dalla terra feconda nel grande mare; per i pesi, e inoltre per gli uccelli e per le bestie che abitano le terre , deve diventare cibo la tua carne. Così infatti mi ha detto Giove”.

Fu data in seguito lettura della seconda profezia, più difficile da capire non solo per il fatto che più indefiniti sono gli avvenimenti futuri di quelli passati, ma più enigmatica anche per il modo in cui era scritta:
“Romani, se volete strappar via i nemici, tumore che è venuto da molto lontano, ritengo che si debbano promettere in voto ad Apollo dei giochi, i quali ogni anno con gioia in onore di Apollo siano celebrati, dopo che la cittadinanza abbia accordato (per le spese) una parte da trarsi dalle casse dello stato, in modo che sia data in contribuzione dei dai privati cittadini, per se e per i loro. Alla celebrazione di tali giochi presiederà quel pretore che al più alto grado amministrerà la giustizia per la cittadinanza e per la plebe. I decemviri compiano dei sacrifici con vittime secondo il rito greco. Se farete ciò come si deve, sarete contenti sempre e la vostra situazione migliorerà; annienterà, infatti, i nemici di guerra vostri quel dio che mite impingua i vostri campi”.

S’impiegò un giorno per interpretare la profezia. Il giorni dopo con un senatoconsulto si stabilì che i decemviri esaminassero i libri Sibillini circa i giochi in onore di Apollo e la celebrazione del sacrificio secondo il rito greco. Poi i senatori espressero il parere che si dovessero promettere in voto ad Apollo e celebrare dei giochi e che si dovessero dare al pretore dodicimila assi per la sacra celebrazione, nonché due vittime adulte.

Con un secondo senatoconsulto si stabilì che i decemviri compissero un sacrificio secondo il rito greco e con queste vittime: ad Apollo, con un bue ornato d’oro e con due capre bianche ornate d’oro; a Latona, con una vacca ornata d’oro. Il pretore ordinò con un editto che il popolo durante quei giochi contribuisse con un’offerta ad Apollo, commisurata alle possibilità. Questa è l’origine dei giochi Apollinari, offerti in voto e celebrati a motivo di una vittoria, non di una malattia come i più ritengono. Il popolo assisté ad essi con corone di alloro in capo le matrone supplicarono gli dei, si banchettò dappertutto, a porte aperte, nei cortili, e il giorno fu solenne per ogni tipo di cerimonie.

Mentre a Roma si celebravano i giochi in onore di Apollo, secondo il vaticinio dell’indovino Marcio e la profezia della Sibilla, la plebe fu chiamata alle armi per un improvviso attacco nemico e corse incontro agli assalitori; in quel momento si vide muovere contro gli avversari una nuvola di frecce che mise in fuga il nemico e permise ai Romani vincitori di ritornare agli spettacoli del dio salutare. Di qui si capisce che i giochi furono istituiti in seguito ad una battaglia, non a una pestilenza, come ritengono certuni.

"208 a.c, quando a causa di una serie di prodigia e di una pestilenza per i quali non si riusciva ad ottenere rimedio, non facile litabant, si decise di tenere i ludi Apollinares annualmente. I pretori partirono per le loro provincie; i consoli erano trattenuti da scrupoli religiosi perchè, per alquanti prodigi di cui era giunta notizia, non si ottenevano presagi favorevoli.
Infatti dalla Campania si era annunziato che due templi, quello della fortuna e quello di Marte, erano stati colpiti dal fulmine a Capua, insieme con alcune tombe; che a Cuma, tanto la mal intesa religione immischia anche nelle cose minime gli dei, i topi avevano rosicchiato l’oro nel tempio di Giove; a Casino si diceva che un grosso sciame di api era andato a posarsi nel foro.
Venne anche riferito che a Ostia le mura e la porta della città erano stati colpiti dal fulmine; che a Cere un avvoltoio era volato nel tempio di Giove; che a Vulsini vicino al lago di Bolsena il lago aveva riversato sangue. Per questi prodigi si fece una supplicazione pubblica di una giornata.

I ludi Apollinari erano stati celebrati la prima volta dal pretore urbano Publio Cornelio Silla, durante il consolato di Q.Fulvio e di Appio Claudio; in seguito, li avevano celebrati tutti i pretori urbani ma li votavano solo per quell'anno e li indicevano per un giorno variabile. Quell’anno una grave pestilenzia infierì sulla città e sulle campagne, ma si manifestò in malattie lunghe piuttosto che mortali. Per quell’epidemia si fecero preghiere
publiche in tutti i trivi dell’Urbe, e il pretore urbano P. Licinio Varro fu invitato a proporre al popolo una legge la quale stabiliva che quei ludi si celebrassero ogni anno in un giorno determinato. Così egli per primo li votò, e li indisse per il terzo giorno prima delle None del mese Quintile. E quel giorno rimase ad essi consacrato."


207 a.c. - La nascita dell’androgino

"Gli animi furono turbati dalla notizia che a Frosinone era nato un infante grosso come uno di quattro anni, né causa di meraviglia era tanto la grossezza, quanto il fatto che di questo era incerto se fosse nato maschio o femmina, come già quello di Sinuessa due anni prima.
Questo fu dichiarato prodigio turpe e funesto, dagli aruspici fatti venire dall’ Etruria; doveva essere escluso dal territorio romano, fuori da ogni contatto con la terra, e immerso in mare. Venne chiuso vivo in una cassa di legno e andarono a gettarlo in mare. I pontefici ordinarono poi che tre gruppi di nove fanciulle attraversassero la città cantando un inno.
Mentre esse, nel tempio di Giove Statore, studiavano quell’inno composto dal poeta Livio, fu colpito da un fulmine il tempio di giunone Regina sull’ Aventino; e poichè gli aruspici sentenziavano che quel prodigio riguardava le matrone e che si doveva placare la dea con un’offerta, furono convocate sul Campidoglio le matrone domiciliate a Roma ed entro il raggio di dieci miglia dalla città, ed esse, fra loro stesse, ne scelsero venticinque, alle quali ciascuna diede un’ offerta di denaro preso dalla propria dote.

Con quel denaro fu foggiato e portato sull’ Aventino un catino d’oro, e le matrone, pure e caste, celebrarono un rituale. Immediatamente dopo i decemviri indissero un giorno per un altro sacrificio alla stessa dea, e l’ordine della cerimonia fu il seguente. Dal tempio di Apollo furono condotte nell’Urbe, attraverso la porta Carmentale, due candide giovenche; dietro queste erano portate due statue di Giunone Regina, in legno di cipresso; seguivano in lunghe vesti le ventisette fanciulle, cantando l’inno a Giunone Regina, […]; alla schiera delle fanciulle seguivano i decemviri, in toga pretesta e coronati d’alloro. Dalla porta, per via Giogaria, pervennero nel Foro.

Qui il corteo si fermò e le fanciulle, facendo scorrere una fune tra le mani, avanzarono, modulando il loro canto con il battere dei piedi. Quindi, per il vico Tusco ed il Velabro, attraverso il Foro Boario proseguirono su per il Clivo Publicio fino al tempio di Giunone Regina. Qui i decemviri immolarono le due vittime, e le statue di cipresso vennero introdotte nel tempio."


205 a.c. - Un aiuto sibillino: la ‘Grande Madre’ asiatica a Roma

Al 205 a.c. per indicazione dei Sibillini si ordina di portare a Roma la Magna Madre Idaea, la Cibele asiatica. La consultazione dei libri è provocata da frequenti pioggie di pietre e i Sibillini avvertono che un nemico esterno può essere vinto solamente con l’introduzione a Roma della Mater Idaea di Pessinunte.

Nei libri Sibillini si era trovato un vaticinio secondo il quale, quando un nemico venuto da fuori avesse portato guerra alla terra d’Italia, esso sarebbe potuto essere vinto e cacciato dall’Italia se da Pessinunte fosse stata portata a Roma la Grande Madre Idea.
La festa in onore della Magna Mater, la Grande Madre frigia, commemorava l'arrivo a Roma, il 4 aprile del 204 a.C.,della Megalesia, la statua aniconica della dea Cibele prelevata dal suo luogo di culto a Pessinunte (Pergamo) in Asia Minore, per ordine dei Libri Sibillini al fine di stornare il pericolo costituito dalla guerra con Annibale. Giunta a Roma, la statua venne provvisoriamente collocata nel tempio della Vittoria (Aedes Victoriae) sul Palatino finché, il 10 aprile del 191 a.C., non le venne dedicato un tempio tutto suo. Insieme alla statua furono importati a Roma anche una misteriosa pietra nera (Shub-Niggurath) e i relativi culti misterici...
"Intorno scrosciano i tesi tamburi e i concavi cembali alle palmate: col rauco suono minacciano i corni, e con la frigia cadenza eccita gli animi il cavo flauto, ed in pugno, ad inizio del violento furore, portan falcetti che possano, con il rispetto che incute la maestà della dea, sbigottir gli animi ingrati e gli empi cuori del volgo... Qui sono, armato manipolo, quelli che in Grecia si chiamano Cureti Frigi, pel fatto, forse, che a volte tra loro, giostran con l'armi, e in cadenza ballan godendo del sangue..."
Tito Lucrezio Caro, La Natura delle Cose



CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL II SECOLO A.C.

Il II sec. a.c. è il periodo in cui risulta il maggior numero di consultazioni sibilline, testimoniate infatti ben 32. L’espiazione rituale coinvolge sempre divinità femminili ed in genere prevede un coro di vergini. Androgini espiati in conformità a rituali suggeriti dai libri Sibillini sono registrati per gli anni 200, 186, 142, 133, 125, 122, e 119 a.c.


200 a.c. - Monstrum ricorrente degli androgini. - Un androgino neonato, uno di sedici anni e altri mostri

Dicevano che in Lucania il cielo si era infiammato, che a Priverno, col cielo sereno, il sole era stato rosso per un giorno intero, che a Lanuvio, nel tempio di Giunone Sospita, di notte si era udito un grande strepito. In diversi luoghi si annunziava la nascita di esseri osceni: tra i Sabini era nato un bambino che non si capiva bene se fosse maschio o femmina ed un altro ne era stato trovato, già di sedici anni di sesso parimenti incerto; a Frosinone era nato un agnello con la testa di maiale, a Sinuessa un maiale con la testa d’uomo, in Lucania,
nell’ager publicus, un puledro a cinque zampe.

Sopra tutti aborriti erano gli ermafroditi, che si ordinò subito di gettare in mare, come poco prima sotto i consoli Caio Claudio e Marco Livio, nondimeno si ordinò ai decemviri di consultare i Libri e questi ordinarono che si compissero i medesimi riti che si erano celebrati dopo il secondo prodigio di quel genere.

Inoltre ordinarono a 3 cori di 9 vergini di percorrere la città cantando un carme religioso e di portare un dono a Giunone Regina. Il console Caio Aurelio curò l’attuazione di quei provvedimenti secondo il responso dei decemviri. Il carme venne composto da Publio Licinio Tegula; l’altro, secondo la tradizione, era stato composto da Livio [Andronico].


196 a.c. - Terremoti: la terra in crisi

All’inizio del consolato di Lucio Cornelio e di Quinto Minucio giunsero così frequenti notizie di terremoti che la gente si stancò delle tante cerimonie religiose indette al riguardo. Non si poteva riunire il senato né compiere un atto di governo dato che i consoli erano impegnati nei sacrifici e nelle cerimonie espiatorie. In ultimo i decemviri ebbero l’ordine di consultare i Libri e in seguito al loro responso furono indetti tre giorni di supplicazioni.
Il popolo si recò a pregare in tutti i templi, col capo coperto di una ghirlanda, e si stabilì che i membri di una stessa famiglia pregassero insieme. Inoltre per decisione del senato i consoli proibirono a chiunque di annunziare un nuovo terremoto il giorno in cui fosse stata fissata una cerimonia propiziatoria per l’annunzio di un altro terremoto.


193 a.c. - Alluvioni, fulmini e altri prodigi

Nel 193 Livio riporta numerosi prodigi per cui si rende necessaria una consultazione dei Sibillini, sconvolgimenti di tipi meteorologico o comportamenti straordinari di animali, come lo sciame di vespe che si insedia nel tempo di Marte nel foro.
In quell’anno si ebbero grandi alluvioni; il Tevere allagò le parti basse della città; nei dintorni della porta Flumentana alcuni edifici crollarono. E la porta Celimontana fu colpita dal fulmine, e così pure le mura in parecchi punti; ad Ariccia, a Lanuvio, sull’Aventino piovvero pietre; da Capua si seppe che un grosso sciame di api era andato a posarsi sul tempio di Marte: esse erano state catturate con cura e bruciate. Per questi prodigi fu dato ordine ai decemviri di consultare i libri Sibillini, si compì un novendiale, furono indette supplicazioni e si eseguì una lustrazione.


191 a.c. - Il malaugurato passeggio dei bovi sul tetto, i fulmini e lo Ieiunium Cereri

Quando Manio Acilo era già partito per la guerra e P. Cornelio si trovava ancora a Roma: nel quartiere delle Carine, due buoi aggiogati salirono su per una scala e giunsero sino alle tegole di un edificio. Per ordine degli aruspici furono bruciati vivi e le loro ceneri gettate nel Tevere. Giunse notizia che a Terracina e ad Amiterno si erano avute alquante piogge di pietre, che a Minturno il tempio di Giove e le botteghe intorno al Foro erano state colpite dal fulmine, che a Volturno alla foce del fiume due navi pure colpite dal fulmine si erano incendiate.
I decemviri, consultati per ordine del senato i libri Sibillini a proposito di tali prodigi, indissero un digiuno in onore di Cerere, da osservarsi ogni quattro anni, un novendiale sacro e un giorno di supplicazioni nelle quali si pregasse con una corona sul capo: il console P. Cornelio offrisse un sacrificio a quelle divinità e con quelle vittime che i decemviri avevano designato.


190 a.c. - Ancora fulmini ed altri prodigi

Nel 190 i fulmini caddero a Roma sul tempio di Iuno Lucina, a Pozzuoli sulle mura, a Norcia sulla città, con uccisione di due uomini, altri prodigi occorsero a Tuscolo e a Rieti. A Roma il tempio di Giunone Lucina era stato colpito da un fulmine in modo che ne rimasero danneggiati il frontone ed i battenti; a Pozzuoli, le mura ed una porta erano stati colpiti dal fulmine in più punti ed erano rimaste uccise due persone; a Norcia era scoppiato un uragano a cielo sereno; anche là due uomini liberi erano rimasti uccisi; a Tuscolo c’era stata una pioggia di terra, e a Rieti una mula aveva partorito.
Quando questi prodigi furono procurati, vennero rinnovate le Ferie Latine, perché ai Laurenti non era stata assegnata la porzione di carne che spettava a loro. Per gli stessi scopi religiosi si tennero anche supplicazioni nei giorni indicati dai decemviri in base ai libri Sibillini. Dieci fanciulli liberi e dieci vergini, tutti ‘patrimi’ e ‘matrimi’, furono assunti per quel sacrificio; ed i decemviri celebrarono il rito di notte sacrificando animali da latte.


189 a.c. - Manlio Vulsone ed il divieto di superare il Tauro

Secondo Livio, il console Manlio Vulsone che, dopo la sconfitta del, re di Siria, era stato incaricato di prendere possesso del territorio d’Asia Minore, al suo ritorno a Roma, nell’anno 189 a.c, era stato accusato di aver tentato l’attraversamento del Tauro, rischiando così la disastrosa sconfitta predetta da un ‘carmen’ sibillino.

Il tema del divieto di superare i confini della catena dei monti Tauri rientra nella serie di profezie antiromane circolanti in Anatolia agli inizi del II sec. a.c.; è molto probabile che il carmen non facesse parte
della raccolta ufficiale del Campidoglio ma fosse un annuncio profetico ‘sciolto’, della produzione profetica che fiorì nel Mediterraneo di lingua greca fin dal III sec. a.c. Qualunque sia stata la provenienza del vaticinio, esso venne utilizzato da magistrati romani in un dibattito pubblico, dunque accolto ‘ufficialmente’ a Roma e pertanto considerato come ’autentico’ sibillino.


188 a.c. - Pietre dai cieli, fuochi dalla terra

L’anno 188 a.c., che doveva segnalare con la pace tra Antioco e Roma, è segnato da eventi prodigiositra cui un’eclisse, seguita da una piogge di pietre:
Prima che i nuovi magistrati partissero per le province, fu ordinata a nome del collegio dei decemviri una supplicazione per 3 giorni in tutti i crocevia, perché in pieno giorno, fra la III ora e la IV, erano spuntate le tenebre. Fu ancora indetto un sacrificio novendiale in seguito ad una pioggia di pietre caduta sull’Aventino.
Fu fatto un novendiale sacro, perchè nel Piceno si era avuta una pioggia di pietre; in molti luoghi comparvero dei fuochi celesti, dalle cui fiamme, le vesti di molte persone furono leggermente bruciacchiate.


187 a.c. - Pestilenza e supplicatio

186 a.c. - Pioggia di pietre, fulmini, ermafroditi: la destabilizzazione a Roma e in Italia

Il 186 a.c., è l’anno del famoso senatus consultum bacchannalibus, un provvedimento eccezionale per limitare una religio ritenuta destabilizzante. Livio segnala per l’anno in questione numerosi prodigia di caos atmosferico; la solita pioggia di lapides ma anche ‘ignes celestes’ non meglio identificabili, che sfiorano e infiammano le vesti di molte persone. Si aggiunge, per il Piceno, la scoperta di un semimas, un ermafrodito dodicenne.


183 a.c. - Piove sangue e nasce un’isola nuova

Dobbiamo passare all’anno 183 a.c., per un’esplosione di prodigia ed interventi di espiazione. Livio riporta una pioggia di sangue che cade sull'aria del tempio di Vulcanus e del tempio di Concordia. Si aggiunge, il fenomeno vulcanico riguardante l’emersione di un’isola dinnanzi alla Sicilia.
"Nell’area di Vulcano piovve sangue per due giorni, e nell’area di Concordia per altrettanti
giorni. In Sicilia comparve una nuova isola nel mare"

Per area di Vulcano‚ ’area Volcani’ si deve intendere il Vulcanal, zona situata nel Comizio, antichissimo luogo di culto del dio Vulcano. L’area Concordiae era la zona in cui sorgeva il tempio della dea a cui erano dedicati due santuari, uno nel Foro e uno sopra il Campidoglio.


181 a.c. - Piove sangue, la statua di Iuno piange, la peste uccide

L’area Vulcani et Concordiae è nuovamente coinvolta nel 181 a.c., in concomitanza di una pestilenza e della lacrimatio del simulacro della Iuno Sospita a Lanuvio. Livio descrive l’apertio dei libri Sibillini come una delle iniziative prese dal senato, assieme all’ordine dato ai consoli di procedere al sacrificio di 20 vittime maggiori. Si provvede inoltre ad indire una supplicatio di 3 giorni, coinvolgente l’intera Italia romana.
La grandiosità dell’espiatio è richiesta dalla grave pestilenza, con una innovazione del rituale, in quanto, per la prima volta, l’espiazione di un fenomeno occorso fuori Roma non viene attuata nell’Urbs, ma nel luogo in cui si verifica la crisi.


180 a.c. - Continua la pestilenza

L’anno 180 a.c. è segnato dalla continuzione della pestilenza che miete molte vittime. La situazione induce il senato ad ordinare al Pontifex Maximus, C. Servilius, di cercare mezzi espiatori, al console di votare doni e statue dorate ad Apollon, Aesculapius e Salus e ai decemviri di esaminare i libri Sibillini.
I decemviri dispongono una supplicatio per la salute di Roma, da tenersi in tutti i fori e mercati italici.


179 a.c. - Una tempesta e un mulo con tre zampe

L’anno 179 a.c., con un inverno particolarmente rigido, prodigia meterologici avvengono a Roma, a Terracina ed ad Alba, città del Lazio e a Capua, in Campania; inoltre una tempesta si abbatte sul monte Albano durante la celebrazione delle Ferie Latine. Si registra anche la nascita di un mulo con tre zampe a Rieti. Per questi prodigia i decemviri consulatano i libri, per sapere a quali dei e con quali vittime sacrificare.

I prodigia sembrerebbero indicare, con il coinvolgimento del Campidoglio e di Terracina, dove sorgeva il santuario di Iuppiter Anxur, e la tempesta che interrompe le Ferie Latine, dedicate al dio, un problema con Giove. I riti espiatori sono la supplicatio rivolta a Iuppiter.


174 a.c. - Prodigi, pestilenza e mostri

Nel 174 a.c., il senato decretò una consultazione dei libri Sibillini per allontanare una pestilenza, già iniziata l’anno precedente. Come remedium la supplicatio di un giorno, accompaganta dal voto di un'altra supplicatio e di feriae, per la durata di due giorni, una volta ristabilita la normalità. Nello stesso anno diversi prodigia: la nascita di un bambino con due teste, con una mano sola, una bambina con i denti, un arcobaleno a ciel sereno, tre soli in cielo, un bue parlante, temibili segni di sovvertimento totale del cosmo.


173 a.c - Una flotta in cielo e pesci in terra: prodigia e supplicatio

Il 173 a.c., è l’anno precedente all’inizio della terza guerra Macedonica, (172.-178 a.c.), contro Perseo, figlio di Filippo IV, che aveva aumentato pericolosamente il suo potere

Nell’attesa della guerra, i libri vengono interrogati per espiare alcunii prodigia e per sapere a quali dèi rivolgere le precationes. Tra i prodigia, l’apparizione in cielo di una grande flotta, mentre nell’agrum gallicum, l’aratro mette alla luce, sotto le zolle, dei pesci. I provvedimenti riguardano soprattutto le supplicationes.


172 a.c. - La colonna fulminata

Nell’anno 172 a.c., secondo Livio, una collona rostrata, ricordo della vittoria del console Marco Emilio su Cartagine durante la I guerra Punica, venne abbattuta da un fulmine. Per espiare il prodigio si ricorse sia al collegio decemvirale che agli aruspici.

SIBILLA DI ERCOLANO
I due corpi infatti hanno distinte funzioni: i decemviri si occupano di proporre rituali espiatori, mentre gli aruspici offrono l’interpretazione del prodigio. Il prodigio, interpretato come favorevole a Roma e all’espansione del suo dominio dagli aruspici, viene comunque trattato come un dirum prodigium dai decemviri, i quali si occupano appunto di prescrivere rituali considerati ‘straordinari’, a sottolineare la gravità del fenomeno.

In tal senso c'è l’ordine di indire ludi di 10 giorni in onore di Iuppiter Optimum Maximus, garante dell’ imperium romano, il cui tempio sul Campidoglio era il simbolo stesso dello stato, della res publica, la cui nascita era stata segnata dall’erezione del tempio e dalla sostituzione della triade pre-Capitolina, formata da Iuppiter-Mars-Quirino con la triade Iuppiter-Iuno-Minerva.

I ludi dovevano scongiurare possibili pericoli inerenti alla solidità dello stato e dell’egemonia romana. Per quanto riguarda i sacrifici rivolti a Minerva, essi certamente erano indirizzati allo stesso scopo, in quanto Minerva era divinità costituente la triade capitolina. I riti dovevano svolgersi in Capitolio, ma anche ‘in Campania ad Minervae promontorium’, cioè a Punta Campanella, presso Sorrento, in territorio greco, e dunque rivolti alla Minerva locale; le suppliche erano dunque indirizzate a propiziarsi la divinità del nemico, in un momento cui Roma si preparava alla guerra contro Perseo.


169 a. c. - Prodigi che coinvolgono Fortuna

L’anno 169 a.c. vede Roma impegnata nella terza guerra Macedonica che si concluderà l’anno dopo, con la battaglia di Pidna. Livio annota molti prodigia, in diverse località, che, coinvolgono tutti la dea Fortuna e due dei suoi tanti templi sparsi nella città, in particolare quello della Fortuna Primigenia in colle (il Quirinale), detto anche della Fortuna Publica. Il tempio, dedicato nel 194 a.c., stabiliva, con una scelta significante, l’inserimento al centro della città del culto della Fortuna Primigenia, che già aveva un culto a Preneste.

Dai libri Sibillini è proposto un remedium coinvolgente l’intera popolazione, in un rituale collettivo. A celebrare i sacrifici vennero chiamati “tutti” i magistrati, e che per espiare una crisi nella sfera di Fortuna fosse indicato di fare supplicationes in “tutti” i templi delle altre divinità: i prodigi riguardano la dea Fortuna, ma sembrano richiedere un coinvolgimento di tutti gli déi.


162 a.c. - La pestilenza e il tempio

Quell’anno una pestilenza si abbattè sull'Urbe, per cui si votò ad Apollo un tempio per la salute del popolo. Molte cose fecero i duumviri, seguendo i lbri Sibillini, per placare l’ira degli Dei e per allontanare l’epidemia dal popolo. A Roma, il Dio era venerato soprattutto come “salvatore” a garantire non solo la salvezza dalla peste, ma anche la ‘salus’ della repubblica, preservandola dai mali della discordia.


149/146 a.c. - Celebrazione dei Ludi Saeculares

All'inizio della III guerra Punica, il 149 a.c., Livio ricorda la celebrazione dei ludi Saeculares, in onore di Dis Pater. Per Livio, i ludi Saeculares del 149/46 a.c. non sono legati all’insorgere di prodigia, come i precedenti, ma vengono reiterati per stabilire una tradizione. Nell’imminenza dell’ultimo scontro con Cartagine, viene dunque riproposto un modello rituale che rassicuri cittadini e stato.


144 a.c. - Acqua contestata: la politica degli acquedotti ed i Marcii

Nel 144 a.c. il senato affida al pretore urbano Q. Marcius Rex la costruzione di un nuovo acquedotto che avrebbe dovuto raggiungere il Campidoglio. L’anno dopo, i decemviri, consultati i libri Sibillini a causa di
alcuni prodigia, riferiscono di aver trovato un oracolo che impediva la costruzione della nuova opera. Ma l'indicazione sibillina potrebbe essere stata creata dall’opposizione di una parte dei patrizi contrari alla gens Marcia.
Il divieto oracolare sarebbe un raggiro politico, o una qualche tradizione riguardante l’Anio e le sue acque, riguardanti la propiziazione di entità legate alle fonti. Comunque il divieto dei decemviri non fu rispettato e l’aqua Marcia venne costruita qualche anno più tardi.

L’azione dei decemviri è da considerarsi uno sconfinamento del collegio dal proprio ambito di competenza: i decemviri erano preposti ai prodigia e non a responsi oracolari per influenzare le scelte della città; ma ciò sembra ripetersi nell’anno successivo.


143 a.c. - Una sconfitta militare ed una prescrizione sibillina

Secondo Obsequens nel 143 a.c., dai decemviri, probabilmente consultati per espiare alcuni prodigia avvenuti ad Amiterno e a Caure, venne trovato un oracolo Sibillino che prescriveva un sacrificio sulla frontiera col territotorio gallico, prima di una invasione di quest’ultimo. La prescrizione è da ricollegarsi alla sconfitta subita dal console Appio Claudio Pulchro che, spinto dall’odio contro il collega Quinto Metello, aveva mosso guerra contro i Galli Salassi, per ottenere una facile vittoria e celebrare da solo il trionfo; finì invece col subire molte perdite. Due decemviri furono inviati a celebrare il sacrificio dell’oracolo, e la guerra finì favorevolmente per i Romani. Come nel 189 a.c. i libri Sibillini sono collegati al superamento di confini; lì stabilivano un limite da non oltrepassare, ora forniscono precise indicazioni per superare il confine evitando pesanti conseguenze.


142 a.c. - Fame, peste e un androgino

Per la peste viene indicato il remedium della supplicazione, si suppone vi fossero coinvolti i decemviri.


133 a.c - Un assassinio sacrilego e la richiesta di aiuto all’antiquissima Ceres

I libri Sibillini vennero riconsultati nel 133 in seguito ai molti prodigi: comparsa del sole di notte, un bue parlante, pioggia di sangue, fuochi che non bruciano, pianti di bambino nel tempio di Giunone Regina e, il più grave, la presenza di un androgino. Tutti in concomitanza dell'assassinio politico di Tiberio Gracco, ucciso mentre ancora ricopriva la carica di tribuno della plebe.

Tiberio voleva riformare la distribuzione terriera in favore della piccola proprietà, il cui decadimento aveva compromesso l’equilibrio della società e dell’economia. A partire dalle grandi conquiste seguite alle Guerre Puniche, l’aumento del terreno di proprietà statale, frutto di vittorie su suolo italico, non aveva comportato un miglioramento per i piccoli proprietari, perché lo stato preferiva vendere o affittare ai più ricchi, a favore dei latifondisti. La decadenza dei piccoli contadini minacciava le basi della potenza romana, in quanto rendeva sempre più difficile il reclutamento, poiché solo i proprietari di terra erano soggetti al servizio militare.

Tiberio Gracco intendeva recuperare allo stato i terreni dei grandi latifondi, per redistribuirli fra i piccoli contadini, suscitando ostruzionismo e disordine pubblico, fino all’uccisione, nel 133 a.c., del tribuno stesso e di molti suoi sostenitori, in occasione delle votazioni per l’elezione del tribuno per l'anno successivo, carica a cui Tiberio si era nuovamente candidato.

La morte di Tiberio Gracco fu un atto sacrilego; dopo essere stato ucciso, il corpo del tribuno, negato al fratello Caio che lo reclamava per la sepoltura, viene gettato nel Tevere. Allorché si era ricanditato alla carica di tribuno, Tiberio era stato accusato di aspirare alla monarchia, e attraverso la privazione della sepoltura e l’abbandono alle acque, viene segnata l’esclusione dalla città della persona e della azione politica del tribuno, considerato come un monstrum da eliminare. Ma la carica di tribuno dava diritto ad una sacra inviolabilità che era stata infranta.

Coma cerimonia di espiazione è indicata una lustratio, che con il coro delle 27 fanciulle rimanda alla cerimonia approntata per la prima volta nel 207 a.c. e riccorente nell’espiazione di androgini. Forse le cerimonie furono indirizzate a Iuno Regina, anche in connessione con le grida di un bambino udite nel suo tempio.
Secondo altre fonti, in seguito ai molti prodigi occorsi dopo la morte di Tiberio i libri Sibillini avevano suggerito di placare l’antichissima Cerere, la Ceres siciliana di Enna, a cui venne inviata la delegazione deii decemviri.
Con l’uccisione di Tiberio Gracco si era colpito un tribuno della plebe, protetto dalla sacrosanctitas, che sanciva la inviolabilità della persona dei tribuni della plebe, in base alla lex sacrata del 449 a.c., anno della creazione della carica plebea. Ai violatori della sacrosanctitas era imposta la vendita dei propri beni in favore di Ceres, Liber e Libera, nonché la sacratio capitis a Iuppiter (chiunque poteva ucciderlo impunemente). La scelta di onorare la Ceres/Demeter di Enna, anziché quella dell’Aventino, è per la dea “titolare” della famosa triade plebea, investita in prima persona della tutela della carica stessa.


125 a.c. - L’abominio dell’androgino e il carme sibillino di Flegonte da Tralles

Flegonte da Tralles, liberto di età adrianea, ha tramandato due oracoli Sibillini che fanno riferimento ad un prodigio del 125 a.c., la nascita di un androgino. L’oracolo di Flegonte è l’unico oracolo sibillino ‘romano’ di una certa lunghezza e riguardante prescrizioni rituali a noi pervenuto.

I due oracoli prescrivono rituali diversi; il primo indica come divinità da onorare Demetra e Persefone e forse Zeus ed Hera, a partecipazione femminile, sia anziane che fanciulle. Il secondo oracolo è rivolto a Demetra, Persefone, Plutone, Febo ed Era. I carmi sono di origine cumana e nel pantheon cumano Apollo, Era, Demetra e Persefone avevano un ruolo importante.
L’oracolo potrebbe confermare quelle fonti antiche che attribuivano i libri Fatales alla Sibilla Cumana, oppure che nei sibillini potè confluire anche materiale sibillino cumano.


122 a.c. - L’operato di Caio Gracco, la sua uccisione e un androgino

Anche per il 122 a.c. c'è la presenza di un androgino, in un anno che vede culminare un altro momento tragico della battaglia riformistica dei fratelli Gracchi.

SIBILLA CUMANA
Dopo dieci anni Caio Gracco aveva ripreso la politica agraria redistributiva delle terre cominciata dal fratello; nel 122 a.c., rieletto tribuno della plebe, aveva proposto una riforma per estendere la cittadinanza romana a tutti i popoli italici alleati e per fronteggiare il problema dell’esurimento delle terre da distribuire, una legge che approvasse la costituzione di nuove colonie latine sul suolo italico e anche estero; una colonia, dal nome Iunonia Cartagho, avrebbe dovuto ad esempio sorgere nel territorio di Cartagine.

Ma la proposta sulla concessione della cittadinanza non venne accolta dalla plebe urbana, cosa che permise all'opposizione di organizzare disordini. Alla fine del 122 venne dato l’ordine ai consoli di smantellare la nascente colonia di Iunonia Carthago e a Roma vi furono scontri che terminarono con l'omicidio di Caio Gracco e di numerosissimi popolari.
La testa di Caio venne gettata nel Tevere, secondo il modello di eliminazione dalla città che abbiamo visto. Sorge allora una serie di prodigia in cui compare anche un androgino, segno del caos cosmico e politico.


119 a.c. - Un androgino gettato in mare

Il 119 a.c. segna la fine definitiva delle riforme agrarie con lo smantellamento della commisione che doveva occuparsi degli aspetti tecnici della redistribuzione. Anche per quest’anno è ricordata la presenza di un androgino monstrum che segnala la situazione di caos.


118 a.c. - Un fegato incompleto, una pioggia di latte ed altri fenomeni

Mentre veniva fatto un sacrificio dal console Catone, le interiora delle vittime si corruppero subito; non venne trovata la parte superiore del fegato; piovve del latte; la terra tremò e si udirono muggiti; uno sciame di api si pose nel foro. In base ai libri Sibillini venne fatto un sacrificio. E’ la prima volta che viene compreso fra i prodigia da espiare la particolare formazione del fegato di una vittima sacrificale; ciò è dovuto forse all’importanza sempre più grande data agli aruspici. Per questo e per altri prodigia vennero comunque consultati i decemviri.


117 a.c. - Vari prodigi e un androgino a Saturnia

Per il 117 a.c. sono ricordati prodigia sia a Roma che in altri municipi, Preneste e Priverno; a Saturnia in particolare venne trovato un androgino; è nuovamente predisposta la cerimonia comprendente il coro di 27 vergini, non sono però specificate le divinità che vennero così onorate.


114 a.c. - Uno stupro fulmineo

Anche Plutarco riporta il passo riguardante il prodigio, ponendo in relazione la vicenda riguardante Elvia e la scoperta della colpa delle vestali, che considera nefasta. L’incestum delle vestali e il prodigium riguardante Elvia, che si presenta come stuprum celeste di un corpo virginale oscenamente violato richiamano l’attenzione sul significato dell’obbligo alla castitas, valore fondante il senso stesso della salvezza dell’Urbs. Nella città, l’integrità femminile garantisce l’integrità del ‘centro simbolico’, la verginità femminile, che si rispecchia nell’integrità della Dea e delle sue sacerdotesse, diviene simbolo della imprendibilità della città stessa.

Secondo Plutarco, per stornare entrambi gli eventi, i libri prescrissero il seppellimento di due coppie formate da greci e galli. Mentre Pompeio Elvio, cavaliere romano, stava ritornando in Puglia, dopo i ludi romani, e stava attraversando il territorio stellate, sua figlia, una vergine, che procedeva a cavallo, venne colpita dal fulmine e morì. Quando le si tolsero i vestiti si vide che la lingua usciva dall’inguine, attraverso le parti inferiori, come se vi fosse uscito il fuoco, entrato per la bocca.

Il responso fu che ciò significava disonore per le vergini e per l’ordine equestre, in quanto gli ornamenti del cavallo si erano dispersi. Nello stesso tempo tre vergini vestali di nobilissima famiglia con altrettanti cavalieri romani subirono la pena per aver commesso incesto. Venne fatto un tempio a Venere Verticordia teso a preservare sul piano pubblico la virtù delle donne romane; Venus doveva cioè ‘cambiare i cuori’ volgendoli alla castità intesa come virtù femminile civica.


108 a.c. - Un caso di cannibalismo

Nel passo, particolare interesse suscita il fatto avvenuto nelle Latomie, cave a cielo aperto; le più famose erano quelle di Siracusa che servivano da prigione. A Roma fu visto un uccello infuocato ed un allocco. Nelle Latomie un uomo venne divorato da un altro uomo; fu dato ordine, dai Sibillini, che trenta fanciulli e altrettante vergini, di condizione libera, patrimi e matrimi, facessero sacrifici sull’isola Cimolia.



CONSULTAZIONI E SOLUZIONI SIBILLINE NEL I SECOLO A.C.

Nel I sec. a.c. si credeva che i libri erano stati portati a Roma, durante la fine della monarchia, dalla Sibilla Cumana. Varrone, secondo Lattanzio, nella sua lista di Sibille, aveva descritto la Cumana come colei che aveva venduto i libri Sibillini a Tarquinio Prisco:

"Septimam Cumanam nomine Amaltheam,
quae ab aliis Herophile vel Demophile nominetur,
eamque novem libros atulisse ad regem Tarquinium Priscum
ac pro iis trecentos philippeos postulasse regemque aspernatur
pretii magnitudinem derisisse mulieris imsaniam;
illam in conspectu regis tris combussisse
ac pro reliquis idem pretium poposcisse;
Tarquinium multo magis insanire mulierem putavisse:
quae denuo tribus aliis exustis cum in
eodem pretio perseveraret,
motum esse regem ac residuos trecentis aureis emisse;
quorum postea numerus sit auctus, capitolio refecto,
quod ex omnibus civitatibus et Italicis et Graecis
praecipueque Erythris coacti adlatique sunt Romam
cuiuscuque Sybillae nomine fuerunt."

Dionigi non identificava la venditrice dei libri con la sibilla Cumana ma con una vecchia straniera, e non lega l’episodio a Tarquinio Prisco, ma al Superbo. Dionigi e Aulo Gellio riportano lo stesso episodio.
Virgilio nell’Eneide, descrive i libri Sibillini conservati a Roma come rivelati dalla Sibilla Cumana e contenenti gli arcana fata della città.


98 a.c. - Un fegato anormale

Nel 98 a.c. mentre i decemviri sacrificavano nel tempio di Apollo, il fegato di una delle vittime venne trovato senza la parte superiore. Il prodigium, si accompagna al ritrovamento di un serpente nell’altare. Altri prodigia i fulmini e tuoni a ciel sereno, la presenza dell’allocco ‘bubus’, prodigio ricorrente, considerato di malaugurio, la pioggia di gesso, l’alterazione del fegato, l’androgino. Non è esplicitata la espiazione per mezzo del collegio decemvirale, ma questo può essere sottointeso all’espiazione dell’androgino.


97 a.c. - Ancora androgini a Roma

Nell’anno seguente, nel 97 a.c., è registrato nuovamente da Obsequens un altro caso di nascita di un androgino. Il dato, secondo cui 27 vergini onorarono Iuno Regina, mira a espiare il monstrum: possiamo supporre che nell’ordinare le espiazioni fossero nuovamente coinvolti i decemviri insieme agli aruspici.


95 a.c. - Un androgino ad Urbino

Non c’è citazione diretta dell’azione decemvirale, ma può essere implicita nella espiazione dell’androgino.

"Si tennero delle supplicazioni nell’Urbe, poichè, era stato trovato un androgino che era
stato gettato in mare... Statue di cipresso vennero portate a Giunone Regina da ventisette
vergini, che fecero una lustrazione nella città."
"Un androgino, nato ad Urbino, fu gettato in mare"


92 a.c. - Due androgini ad Arezzo e altri mostri

Due androgini nascono nel 92 a.c. ad Arezzo, una vacca che parla, l’acqua che diventa sangue, un bambino senza ano, una donna con doppio sesso. Per espiare tali fenomeni, si onorarono Ceres e Proserpina con un inno cantato da 27 vergini.
L’alta frequenza dei prodigi, costituiti dalla presenza di androgini e altri mostra e le relative procedure di espiazione, sottintendono il rischio alla quale la res pubblica era sottoposta nei primi anni del secolo soprattutto per pericoli esterni.

SIBILLA ERITREA
Un allocco, catturato nel tempio di Fortuna Equestre morì nelle mani di chi lo aveva preso, a Fesoli venne udito un boato sotterraneo, una schiava partorì un bambino in cui mancava l’orifizio degli umori del corpo. Fu trovata una donna che aveva i genitali doppi. Fu vista una torcia nel cielo. Un bue parlò. Uno sciame d’api andò a posarsi sul tetto di una casa privata. A Volterra nel fiume scorsero rivi di sangue. A Roma piovve latte.
Ad Arezzo furono trovati due androgini. Nacque un pulcino con quattro zampe. Il fulmine colpì molti luoghi. Si tenne una supplicazione. Il popolo portò a Cerere e Proserpina. Ventisette vergini, cantando un inno, fecero una lustrazione nella città.

Dopo il I decennio del secolo, i libri Sibillini vengono comunque consultati raramente, per un silenzio delle fonti o per un declino dell’uso istituzionale dei libri Sibillini, forse corrispondente ad un declino dell’autorità del collegio decemvirale sulla espiazione dei prodigia, forse per la crescente importanza degli aruspici.

Il diradarsi del ricorso ai Sibillini coincide con un aumento della manipolazione di frammenti oracolari da parte di singole personalità, al fine di sfruttare il pubblico immaginario a fini personali. Infatti, le fonti attestano numerosi casi di divulgazione di ‘oracoli Sibillini’, di cui risulta arduo stabilire l’appartenenza alla raccolta ufficiale romana.


87 a.c. - Il pericolo della monarchia

Nell’anno 87 a.c. i libri Sibillini furono usati in modo atipico. L’episodio va inserito nella situazione politica e partitica delle Guerre Civili; nell’anno in questione, il console Ottavio, fautore di Silla, aveva ottenuto l’allontanamento del collega Lucio Cornelio Cinna, di parte democratica, accusato di aspirare alla monarchia.

Nella perorazione della sua causa davanti al popolo, aveva .tenuto una pubblica lettura di un oracolo che sarebbe stato ‘trovato’ nei libri. L’episodio è riportato da Granio Liciniano, autore del IV sec. d.c. La profezia porta riferimenti precisi alla situazione dell’anno ed alla persona di Cinna, probabilmente un falso, collegato al largo utilizzo di oracoli e profezie nell’ambito delle lotte partitiche dell’epoca, sia da parte di Silla che di Mario

In un passo del Liber prodigiorum di Obsequens, per l’anno 83 a.c. dà un elenco di numerosi prodigi e cita l’inizio delle coscrizione sillane. I prodigia potrebbero essere stati in seguito facilmente interpretati come annuncianti l’inizio della dittatura di Silla In tal caso si volle colpire un rappresentante della parte democratica, il quale aveva promosso, durante il suo consolato la distribuzione dei nuovi cittadini italici nelle 38 tribù.
Ricorrendo ad un intervento sibillino si voleva .forse indicare Cinna come monstrum, foriero di conseguenze deleterie, se non espiato, per la città.

Ai tempi di Silla venne udito tra Capua e Volturno un gran rumore di armi ed insegne, accompagnato da un orribile clamore, come se due esercirti si stessero combattendo, che durò per molti giorni. Alcuni vollero interpretatre il prodigio, considerando le tracce di uomini e cavalli nell'erba recentemente schiacciata, come presagi di una grande guerra. In Etruria, nella città di Chiusi una madre di famiglia partorì un serpente vivo, che fu gettato nel fiume per ordine degli aruspici e annegò contro la corrente. Una notte prese fuoco il tempio Capitolino, per colpa del custode. A causa della crudeltà di Silla, ci fu una feroce proscrizione dei più importanti cittadini di Roma. Centomila uomini, si dice, morirono nella guerra Italica e nella guerra Civile


63 a.c. - La profezia dei tre Cornelii

Nel 63 a.c. un’esponente della gens Cornelia, il catilinario Publio Lentulo Sura, fu condotto in senato con l’accusa di aver cospirato contro la repubblica. Sallustio che riporta l’episodio, ci informa che, secondo i Galli Allobrogi, con cui Lentulo si era alleato, questi si era vantato di essere destinato a regnare su Roma, sulla base di una profezia sibillina. La profezia diceva che regnum Romae tribus Corneliis portendi, a tre Cornelii era destinato il ‘regnum’ di Roma; la profezia si era avverata per Cinna e Silla, e lo stesso Lentulo si vedeva come il terzo destinatario della profezia.

I Galli confermarono e e dimostrarono che Lentulo era un mentitore, facendo presenti le lettere ed i discorsi che era solito tenere: diceva che era scritto nei libri Sibillini che a tre Cornelii sarebbe passato il regno di Roma; e che egli era il terzo, dopo Cinna e Silla, destinato ad impadronirsi della città; che erano passati esattamente venti anni dall’incendio del Campidoglio, quindi – secondo le previsioni degli aruspici – in quell’anno si sarebbe sparso sangue in una guerra civile.

E’ difficile dire in base al passo in questione se la profezia dei tre Cornelii facesse parte dei libri Sibillini e sia poi venuta a conoscenza di Lentulo grazie ad una fuga di notizie dal Campidoglio, o se si trattasse di una profezia non compresa nella raccolta ufficiale romana.

Si può anche ipotizzare che la profezia fosse stata inserita nei libri Sibillini dopo la ricostruzione del 76 a.c., tenendo conto che la commissione della raccolta era stata istituita immediatamente dopo la dittatura sillana. Plutarco asserisce che l’oracolo dei tre Cornelii era una falsificazone di ciarlatani al servizio di Lentulo.

Anche Cicerone riporta l’episodio nella terza orazione contro Catilina. Egli scrive che la profezia proveniva ex fatis Sibyllinis. Ed inoltre, che quello in corso era l'anno 'fatale' di Roma, la preoccupazione attorno alla durata della città di Roma non era nuova. Nel racconto sono implicati sia i libri Sibillini che gli aruspici, più volte coinvolti in procedimenti di consultazione dei Sibillini. Forse a loro toccava di stabilire un tempo per il verificarsi della profezia, considerando i calcoli etruschi per determinare la precisa durata dei saecula.


58 a.c. - Il re d’Egitto

Tolomeo Auletes, monarca egiziano, alla fine del 58 a.c., messo in fuga dall’ira dei suoi sudditi, in Alessandria, si rifugiò a Roma. Qui chiese a Pompeo di essere reinsediato, e Pompeo acconsentì. Ma dopo che nel 56 a.c. un fulmine colpì la statua di Giove sul colle Albano, si consultarono i libri sibillini, dai quali emerse che si doveva evitare la restaurazione di un re egiziano.

Il divieto sibillino venne comunque disatteso dallo stesso Pompeo, il quale nel 55 a.c. scrisse al suo vecchio compagno, Gabinio, proconsole della Siria, incitandolo a rimettere sul trono Tolomeo, cosa che egli fece con la forza delle armi. Gabinio, a causa di questa azione venne messo in accusa. In quell'occasione, Cicerone chiese al senato una lettura completa dell’oracolo, confidando nel fatto che contenesse la punizioni per i trasgressori; pare invece che ciò non fosse contemplato nell’oracolo. Inoltre i fautori di Gabinio risposero sostenendo che l’oracolo del 56 a.c. era stato male interpretato, e si doveva in realtà riferire ad un’altra occasione.


44 a.c. - Il re di Roma

Secondo una breve notizia di Svetonio, poco prima della morte di Cesare, nel 44 a.c., il quindecemviro Lucio Cotta, avrebbe presentato al senato la proposta di dare a Cesare il titolo di rex, in quanto si era trovata nei Fatales libri una profezia secondo cui soltanto un re avrebbe potuto vincere i Parti:
"L.Cottam, quindecemvirum, sententiam dicturum, ut quoniam fatalibus libris contineretur Parthos nisi a rege non posse vinci, Caesar lex appellaretur".

Svetonio indica tale proposta come determinante nella preparazione della congiura contro Cesare e sostiene che i congiurati avevano stretto i tempi perché temevano una approvazione della proposta. Secondo Plutarco l’oracolo era stato fatto circolare da coloro che desideravano conferire il titolo regio al dittatore.

Dopo l’epoca repubblicana l’uso dei libri Sibillini divenne sporadico; la storia delle profezie attribuite alla Sibilla sempre meno si lega alla raccolta conservata nel tempio di Apollo e sempre più riguarda oracoli di diversa provenienza spesso concernenti la persona dell’imperatore.


18/17 a.c. L’ imperium sine fine

Nel 17 a.c. vennero celebrati i ludi Saeculares. Augusto nel 18 a.c. ordinò ad Ateio Capitone, capo di una grande scuola giuridica e aderente entusiasta al regime, di consultare i libri sibillini, affinchè facesse coincidere l’inizio dell’età dell’oro, tanto attesa dai romani, con l’anno 17 a.c.

Per accedere a questi libri oltre al consenso dei senatori occorreva un vero e proprio rito di iniziazione: innanzi tutto bisognava essere puri nel corpo, nell’animo e negli abiti, quindi si doveva salire al tempio deorum omnium in cui erano custoditi, provvedere ad adornare di lauro i seggi, e solo allora si potevano srotolare gli scritti sacri, ma non certo a mani nude, bensì accuratamente coperte.
I libri Sibillini, che dovevano per definizione contenere la conoscenza allargata di tutto il tempo della storia, diventano parte integrante del sistema divinatorio romano e vengono consultati come un oracolo.

Alla loro custodia e consultazione era preposto un apposito collegio, il quale poteva leggervi il contenuto solo e quando il senato ne avesse dato ordine, come avveniva in quelle occasioni di crisi per la comunità intera evidenziate dalla comparsa di un prodigio, per la ricerca dei mezzi attraverso cui ristabilire l'ordine delle cose.

Questa ‘doppia valenza’ dei libri Sibillini, sia depositari della storia di Roma, che fonte a cui ricorrere in occasioni di crisi, era ben presente agli scrittori latini. Secondo Varrone, la Sibilla non solamente aveva
vaticinato i pericoli agli uomini mentre era in vita, ma aveva altresì provveduto a lasciare attraverso le fonti scritte un mezzo che permettesse di conoscere ciò che si doveva fare nel caso della comparsa di un prodigio.

Durante l’epoca imperiale i libri SIbillini continuarono ad essere consultati tramite il collegio dei quindecemviri, anche se abbiamo scarse notizie, forse per un’effettiva decadenza del collegio causata dalla concentrazione di autorità nella figura del princeps, inaugurata da Augusto. Emblematico l’atteggiamento di Tiberio nel 15 d.c. che, secondo Tacito, si oppose alla proposta di Asinio Gallo, che a seguito di un’inondazione del Tevere aveva chiesto di consultare i Sibillini presumibilmente alla ricerca di un rituale espiatorio.

L’atteggiamento dell’imperatore poteva rispondere alla volontà di evitare manipolazioni politiche della materia religiosa da parte di gruppi avversi. In ogni caso Tiberio si assunse con questa decisione la responsabilità di interpretare il segno straordinario, sottraendo all’avvenimento il carattere di prodigium; infatti si preoccupa di affidare ad una commissione tecnica la cura idrografica del Tevere. In realtà, i rituali introdotti dai Sibillini .rispondevano ad esigenze che tenevano conto delle diverse culture e culti. Fin dal sec. VI a.c. Roma si presentava come ‘città aperta’ pronta ad accogliere altri elementi religiosi. I sistemi ‘politici - politeisti’ si dimostrano infatti molto adatti all’integrazione dell’altro.

La Sibilla, originariamente greca, dovette subire dei cambiamenti passando alla cultura romana, per cui i libri Sibillini diventano un prodotto originale romano. Un esempio, il fatto che nei libri Sibillini furono inserite le cosiddette ‘profezie marciane’ – scritte in latino - e le profezie della etrusca ninfa Vegoia. La religio era funzionale alle esigenze dello stato, non era cioè rivolta al singolo in quanto tale, ma in quanto cittadino.

Alla lettura di questi era preposto uno specifico collegio, quello dei duumviri, poi decemviri e infine, sotto Silla, quindecemviri sacris faciundi. Solamente i componenti del collegio potevano avere visione degli oracoli contenuti nei libri. Il collegio aveva la funzione di conservare e consultare – ma solo sotto richiesta del senato ai viri sacris faciundi, ai quali veniva ordinato di ‘adire ad libros’, ossia recarsi ad interpretare il contenuto dei libri Sibillini per stabilire il rito espiatorio da applicare.

La pratica divinatoria romana non affidava ai decemviri la valutazione della qualità di un prodigio, ma era il senato a stabilire se un dato evento avesse bisogno di un’espiazione e fosse da considerarsi perciò un prodigio nefasto. Quando il senato affidava ai decemviri l’espiazione di un prodigio questo era già stato considerato 'pericoloso'. Ai decemviri dunque non spettava l’interpretazione ‘esegetica’ del prodigio, ma solamente il compito di ricercare l’adeguato rituale espiatorio nei libri Sibillini.

I componenti di questo collegio, che agiva quando e solo se il senato ne dava ordine, non erano considerati individui ‘carismatici’, ma agivano come ‘funzionari’ e non quali depositari di una conoscenza particolare, come gli auguri e gli aruspici. In questo senso i viri sacris faciundi erano interpretes dei Sibillini, in quanto dovevano applicare ai vari prodigia i remedia adeguata.

.A Roma, dunque, la mantica ispirata non era del tutto esclusa ma era fissata su un supporto, ossia il libro, ritenuto contenere le parole scritte espressione di un sapere ‘naturalis’. La mantica ispirata non era la voce di una persona fisica, (che rivela il messaggio ‘al momento‘ come la Pizia a Delfi), ma era fissata nella scrittura istituzionalizzata con un testo.

Augusto stesso proclama la sua partecipazione ai giochi, come magister del collegio dei quindecemviri sacris faciundis. L’attenzione posta da Augusto sulla celebrazione dei ludi Saeculares è riscontrabile nella risistemazione della cronologia relativa, che prevedeva saecula di 110 anni, in modo che il Princeps avesse modo di celebrarli nel corso della sua vita.
" ….Ma quando giunga il tempo ultimo della vita umana ed esso avrà raggiunto il ciclo dei 110 anni, ricordati, o romano ( e non scordare queste cose ), ricorda bene queste moniti: agli dei immortali versa nel Campo Marzio presso la tomba della Timbride acqua lustrale, nella stagione più secca, quando la notte scenderà sulla terra ed il sole avrà nascosto la sua luce.
Ed alle Moire che tutto sanno, sacrifica agnelle e capre nere, e sugli altari di Ilizia che protegge i parti, sacrifica. E a Gea s’immoli una scrofa nera con i suoi tre porcellini. E siano condotti, di giorno e non di notte, tori tutti bianchi presso l’ara di Zeus, che agli dei Urani del sacrificio, il rito avvenga di giorno; in tal modo si compia il sacrificio.
Nel tempio di Era da te sia poi condotta una giovenca bella nel corpo; e Febo Apollo, chiamato anche Helios, il figlio di Latona, uguali sacrifici riceva. E i Latini, cantando peani con fanciulli e fanciulle vadano al tempio degli Immortali. A parte abbiano le fanciulle un coro, ed a parte si scelga il fiore dei fanciulli, e tutti nati da genitori viventi, ai quali è chiara la stirpe.
Le matrone fedeli al legame del matrimonio, in quel giorno, preghino le divinità in ginocchio protese presso l’ara di Era, perché diano assenso lieto agli uomini ed alle donne ed alle altre creature. Tutti da casa rechino in offerta rituale le vivande necessarie alla vita mortale dell’essere umano, e vittime agli dei benevoli ed ai beati Urani. Siano ben conservate tutte quante le offerte; ed alle matrone ed agli uomini che stanno seduti là ricordalo attento.
E sia di giorno, sia di notte, stia la gente affollata con compostezza ed esultanza, accalcandosi fitta, su splendidi scanni seduta. Quest’oracolo sia sempre fisso nella tua mente, così tutta la terra italica e tutta la terra latina, a te staranno strette e salde sotto lo scettro."

Nell’ambito della propaganda di Augusto, i ludi dovevano celebrare il periodo di pace e prosperità iniziato dopo la vittoria di Azio, ma soprattutto riprendevano il messaggio di rinnovamento già auspicato nel 40-41 a.c. dalla famosa quarta Ecloga virgiliana, in cui la Sibilla Cumana annunciava il rinnovo dell'ordo saeclorum e la reintegrazone dell’età dell'oro, dei Saturnia Regna, vale a dire il ritorno ai meravigliosi tempi degli inizi, caratterizzati da mancanza di conflitti e prosperità.

Nei versi 791-795 del libro VI dell’Eneide è possibile scorgere una identificazione fra Saturno e Augusto, quest’ultimo come colui in grado di riattualizzare gli aurea saecula delle origini.
L’idea dell’eternità di Roma, probabilmente formatasi all’inizio del II sec. a.c. e ben presente in Cicerone, proprio a partire dal principato di Augusto assume particolare importanza.

I preziosi testi dopo essere stati acquistati, sarebbero stati sistemati entro un contenitore di pietra nascosto nei sotteranei del tempio capitolino sino all’incendio di questo avvenuto nel corso della guerra civile dell’83 (Dionisio di Alicarnasso IV 62). Dopo l’incendio per far ricostruire tale patrimonio Augusto inviò un’ambasceria nei luoghi celebri di dimora della Sibilla. Questa ritornò con un migliaio di versi che nel 76 vennero depositati nel ricostituito tempio capitolino, essi da questo momento sanciranno il potere divino di Giulio Cesare, di Antonio e di Ottaviano.

Poiché in progresso di tempo si erano infiltrate falsificazioni di carattere politico, Augusto fece sottoporre ad una rigorosa revisione questi versi e li collocò nel nuovo tempio da lui dedicato ad Apollo Palatino (Svetonio). Ordinando che le falsificazioni che circolavano privatamente fossero consegnate al pretore urbano, egli fece in modo che tutti gli scritti potenzialmente sovversivi fossero distrutti tra le fiamme, furono bruciati oltre duemila volumi e si risparmiarono solo i libri sibillini (Svetonio).

Augusto e l’autorità statale in genere volevano che non si compromettesse il loro contenuto sacrale. Molto difficile fu questo compito basta pensare che ancora nel 32 della nostra era, l’imperatore Tiberio ingiunse con durezza affinchè si indagasse circa l’opportunità di aggiungere un altro scritto ai libri sibillini (Tacito).

Ricostituitosi tale patrimonio divinatorio in altri edifici sacri, a secondo del periodo storico nel tempio di Apollo (Serbio) e precisamente alla base della statua del dio (Svetonio), oppure nel pantheon, il triangolo tra potere, tradizione e religione era ricomposto. Da quel momento l’impero troverà la propria conferma nelle antiche profezie. Ogni loro riapparizione dalla chiusa segretezza del sasso onde essere consultati in occasione di una crisi statale doveva essere, come si è visto, autorizzata dal senato, altrimenti sarebbe stata ascritta a colpa dei custodi e punita duramente, alla stregua del parricidio.
Anche Valerio Massimo racconta che M. Tullio duumviro, per aver permesso a Petronio Sabino di farne una copia, fu punito con il supplizio destinato ai parricidi, cioè cucito vivo in un sacco di cuoio e gettato in mare, onde le diverse componenti dell’universo non ne restassero contaminate. Gli storici testimoniano che essi furono consultati per tutta l’età repubblicana e imperiale almeno fino all’imperatore Giuliano l’Apostata.

Gli oracoli rimasero comunque al loro posto, sino a quando Il generale Stilicone, in una Roma ormai completamente cristianizzata (pena la perdita dei beni e pure la morte) per ordine dell’Editto di Teodosio, del 381 d.c., ordinò che la raccolta venisse distrutta, quale vestigia delle antiche superstizioni pagane.




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2 comment:

Anonimo ha detto...

Habeo liberum decimum

Anonimo ha detto...

Hai libero il decimo o hai il X libro?

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