CAIO MARZIO CORIOLANO


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Nome: Gaius Marcius Coriolanus
Nascita: 527 a.c.
Morte: 488 a.c. Antium

Caio Marzio Coriolano generalmente conosciuto come Coriolano, membro dell'antica Gens Marcia, antichissima gens di origine sabina che vantava di discendere dal re Anco Marzio, o Marcio, che fu uomo politico e valoroso generale al tempo delle guerre contro i Volsci, antico popolo italico di origini osco-umbra.

Secondo Tito Livio e Plutarco a Gneo Marcio fu attributo il cognome di Coriolano a seguito della vittoria di Roma contro i Volsci di Corioli, ottenuta anche grazie al valore del giovane patrizio; secondo altri storici il cognome indica che la sua famiglia fosse invece originaria di questa città.

« Quintus Marcius, dux Romanus, qui Coriolos ceperat, 
Volscorum civitatem, ad ipsos Volscos contendit iratus 
et auxilia contra Romanos accepit. Romanos saepe vicit, 
usque ad quintum miliarium urbis accessit, 
oppugnaturus etiam patriam suam, 
legatis qui pacem petebant, repudiatis, 
nisi ad eum mater Veturia 
et uxor Volumnia ex urbe venissent, 
quarum fletu et deprecatione superatus removit exercitum. 
Atque hic secundus post Tarquinium fuit, 
qui dux contra patriam suam esset. »

« Quinto Marcio, comandante romano, che aveva conquistato Corioli, 
città dei Volsci, accecato dall'ira si recò presso i Volsci 
e ottenne aiuti contro i Romani. 
Sconfisse spesso i Romani, arrivando fino a cinque miglia da Roma, 
pronto a combattere anche contro la sua patria, 
respinti i legati inviati per chiedere la pace, 
vinto solamente dal pianto e dalle suppliche 
della madre Veturia e della moglie Volumnia, 
andate da lui da Roma, ritirò l'esercito. 
E questo fu il secondo capo, dopo Tarquinio, 
ad essersi opposto alla propria patria. »
(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita, I,15)



LA PLEBE IN RIVOLTA

Nel 494 a.c., consoli Postumio Cominio Aurunco e Spurio Cassio Vecellino, a Roma, per quella che sarebbe stata ricordata come la I Secessione, la plebe aveva incrociato le braccia e si era ritirata sul Monte Sacro. Lo sciopero della plebe per il prezzo troppo caro del grano portò alla mancata coltura dei campi, con conseguente rincaro del grano e la necessità di importarlo. Sotto il consolato di Marco Minucio Augurino e Aulo Sempronio Atratino, nel 491 a.c., Coriolano s'oppose fortemente alla riduzione del prezzo del grano alla plebe, la quale lo prese in forte odio.

La situazione era poi resa oltremodo complicata dalla necessità di definire un nuovo trattato (Foedus) con i Latini, compito che fu affidato al console Spurio Cassio, trattato che da lui prese di nome (Foedus Cassianum), e dai preparativi bellici intrapresi dai Volsci, contro cui si decise di intraprendere l'ennesima azione militare, affidandola al console Postumio Cominio.

Postumio Comino iniziò la campagna militare guidando l'esercito romano contro i Volsci di Anzio, città che venne espugnata. Successivamente l'esercito romano marciò contro le città volsce di Longula, Polusca e Corioli, tutte e tre conquistate dai romani, quest'ultima con l'apporto decisivo di Gneo Marcio, tanto che Tito Livio annota:
« ....L'impresa di Marcio eclissò la gloria del console al punto che, se il trattato coi Latini, concluso dal solo Spurio Cassio in assenza del collega, non fosse rimasto inciso a perenne memoria su una colonna di bronzo, nessuno si ricorderebbe che Postumio Cominio combatté contro i Volsci »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 33)



IL TRIBUNATO

Ma la plebe non apprezzò le vittorie, e la contesa non riguardava tanto il prezzo del grano, ma il conflitto tra plebei e patrizi, poichè quest'ultimi non si erano ancora rassegnati all'istituzione dei tribuni della plebe, e cercavano in tutti i modi di contrastarne l'azione.
In questo contesto fazioso, Coriolano rappresentava l'ala più oltranzista dei patrizi, che propugnava l'abolizione del tribunato ai plebei, per cui era il più odiato dei patrizi. Durante una di queste infuocate assemblee mancò poco che Coriolano fosse mandato a morte, gettato dalla rupe Tarpea.

CORIOLANO ESILIATO
« ...A questo punto Sicinnio, il più impudente dei tribuni, dopo una breve consultazione con i colleghi, proclamò davanti a tutti che Marcio era stato condannato a morte dai tribuni della plebe, e ordinò agli edili di portarlo immediatamente sulla rocca Tarpea e di gettarlo giù nella voragine. »
(Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, XVIII, 4)

Alla fine Coriolano fu davvero citato in giudizio dai tribuni della plebe, e a questo punto le versioni di Livio e Plutarco divergono. Secondo Livio, Gneo Marcio rifiutò di andare in giudizio, scegliendo l'esilio volontario presso i Volsci, e per questo motivo fu condannato in contumacia all'esilio a vita.
Invece per Plutarco Gneo Marcio fu sottoposto al giudizio del popolo con l'accusa di essersi opposto al ribasso dei prezzi del grano, e per aver distribuito il tesoro di Anzio tra i soldati, invece di consegnarlo all'Erario. Anche per Plutarco, la condanna fu quella dell'esilio a vita.



LA VENDETTA DI CORIOLANO

Gneo Marcio scelse di recarsi in esilio nella città di Anzio, ospite di Attio Tullio, eminente personalità tra i Volsci. I due, animati da forti sentimenti di rivincita nei confronti di Roma, iniziarono a tramare affinché tra i Volsci, più volte battuti in scontri campali dall'esercito romano, si sviluppassero nuovamente motivi di risentimento contro i romani, tali da far nascere in questi il desiderio di entrare in guerra contro il potente vicino.

« ... Marcio e Tullo discutevano di nascosto in Anzio con i più potenti e li spingevano a scatenare la guerra mentre i Romani si combattevano tra loro. Ma mentre i Volsci erano trattenuti dal pudore perché le due parti avevano concordato una tregua e un armistizio di due anni, e furono i Romani a fornire loro stessi il pretesto, annunziando durante certi spettacoli e giochi, sulla base di qualche sospetto o falsa accusa, che i Volsci dovevano lasciare la città prima del tramonto. ... »
(Plutarco, Vite parallele, 6. Gneo Marcio Coriolano e Alcibiade, XXVI, 1)

Alla fine i Volsci decisero per una nuova guerra contro Roma, ed affidarono a Coriolano e ad Attio Tullio il comando dell'esercito. Quindi i due comandanti si risolsero a dividersi le forze, rivolgendosi Attio ai territori dei Latini, per impedire che portassero soccorso a Roma, e Coriolano a saccheggiare la campagna romana, evitando però di attaccare le proprietà dei Patrizi, così da fomentare la discordia tra Plebei e Patrizi. L'espediente ebbe successo, tanto da permettere ai due eserciti Volsci, di tornare nel proprio territorio, carichi di bottino e senza aver subito alcun attacco dai romani.

Successivamente, mentre Attio proteggeva con il proprio esercito la città, Coriolano volse il proprio esercito contro la colonia romana di Circei che fu presa, mentre Roma non reagiva per il montare della discordia tra i due ordini.


Alla fine a Roma si decise di arruolare un esercito, e si permise agli alleati Latini di prepararne uno per proprio conto, in quanto Roma non era in grado di difenderli dalle incursioni dei Volsci. Ai Volsci, che si preparavano alla guerra, si aggiunse poi la rivolta degli Equi. Coriolano, al comando del proprio esercito quindi prese Tolerium, Bola, Labicum, Bovillae, senza che i romani portassero aiuto a queste città.

CORIOLANO
Nel 489 a.c. Lavinium fu presa dall'esercito dei Volsci, condotto da Gneo Marcio Coriolano.
« ... Il primo bersaglio fu Circei: ne cacciò i coloni romani e restituì la città, ora libera, ai Volsci. Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra  Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 39])
Nello stesso anno Corbione fu una delle città attaccate dai Volsci condotti da Gneo Marcio Coriolano; saputo dei precedenti attacchi alle città di Tolerium, Bola e Lavinium, conclusisi con la presa della città, e la messa in schiavitù degli uomini, gli abitanti di Corbione si arresero a Coriolano senza combattere.

(Corbione tornò a Roma quando, nel 458 a.c. gli Equi furono sconfitti dalle legioni romane comandate da Lucio Quinzio Cincinnato nella battaglia del Monte Algido. Le condizioni di pace del dittatore Cincinnato, prevedevano la consegna dei comandanti  in catene a Roma, la liberazione dei combattenti nemici con passaggio sotto il giogo e la consegna dell'"oppidum Corbione.)

Quindi Coriolano si accampò a sole cinque miglia dalle mura della città in località Cluvilie, nel 488 a.c. dove fu raggiunto da un'ambascieria composta da cinque ambasciatori. Marco Minucio Augurino, uno dei cinque ex-consoli inviati dal Senato al campo dei Volsci perorò con un lungo discorso la causa di Roma senza farlo desistere dall'intento; anzi i Volsci, sempre guidati dal condottiero romano, presero Longula, Satricum, Polusca, le città degli Albieti, Mugillae, e vennero a patti con i Coriolani.

« .... Quindi conquistò Satrico, Longula, Polusca, Corioli, Mugilla, tutte città recentemente sottomesse dai Romani. Poi riprese Lavinio e di lì, raggiungendo la via Latina tramite delle scorciatoie, catturò una dopo l'altra Corbione, Vetelia, Trebio, Labico, Pedo. Infine da Pedo marciò su Roma e si accampò presso le fosse Cluilie, a cinque miglia dalla città »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 39)

Qui, alle porte dell'Urbe al IV miglio della Via Latina, dove si trovava il confine dell'Ager Romanus Antiquus (nei pressi dell'attuale Via del Quadraro), mentre i consoli del 488 a.c., Spurio Nauzio e Sesto Furio, organizzavano le difese della città, venne fermato dalle implorazioni della madre Veturia e della moglie Volumnia,, accorsa con i due figlioletti in braccio, che lo convinsero a desistere dal proprio proposito di distruggere Roma.
« ....Coriolano saltò giù come una furia dal suo sedile e corse incontro alla madre per abbracciarla. Lei però, passata dalle suppliche alla collera, gli disse:
«Fermo lì, prima di abbracciarmi: voglio sapere se qui ci troviamo da un nemico o da un figlio e se nel tuo accampamento devo considerarmi una prigioniera o una madre. »
(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, lib. II, par. 40)



LA MORTE

Tito Livio riporta come non ci fosse concordanza sulla morte di Coriolano; secondo parte della tradizione, fu ucciso dai Volsci, che lo considerarono un traditore, per aver sciolto l'esercito sotto le mura di Roma, secondo Fabio morì di vecchiaia in esilio.

Dopo aver condotto vittoriosamente i Volsci contro tutte le città di volta in volta attaccate, Coriolano decise dunque di concludere la campagna contro Roma, convinto da una delegazione di matrone romane, tra le quali era presente anche la madre.

Ma Attio, facendo leva sul risentimento dei Volsci, che si erano sentiti traditi dalla decisione di Coriolano, nella loro speranza di sconfiggere Roma, ordì una congiura che portò alla morte di Coriolano.

Infatti Plutarco e Dionigi di Alicarnasso raccontano come Coriolano fu ucciso da una congiura, capitanata da Attio Tullio, mentre si stava difendendo in un pubblico processo ad Anzio, dove era stato messo sotto accusa dai Volsci, per essersi ritirato, senza aver combattuto, da Roma.

Avuto notizia della morte, i romani piansero Coriolano, e si misero a lutto.




Critica storica

Secondo parte della moderna storiografia Coriolano rappresenta un personaggio leggendario, creato per giustificare le sconfitte dei Romani nelle guerre contro i Volsci nella prima epoca repubblicana, guerre che arrivarono a minacciare l'esistenza stessa di Roma. I romani trovarono giustificazione delle loro ripetute sconfitte, nella credenza che solo un condottiero romano avrebbe potuto sconfiggere un esercito romano. La circostanza che Coriolano non appaia tra i Fasti consulares aumenta il dubbio che
si sia trattato di un personaggio storico.


Controcritica storica

Non avendo prove possiamo solo usare il buon senso per comprendere la veridicità o meno del personaggio storico. Dobbiamo quindi riflettere che se si può dubitare dell'esistenza del personaggio, non si può credere sia servito a coprire l'onta delle sconfitte perchè essere un traditore della patria era il crimine peggiore che un romano potesse compiere, un crimine assolutamente imperdonabile.

Tale crimine avrebbe inoltre gettato un velo di ignominia non solo sulla gens coriolana ma pure sulla gens marzia. Questa ignominia sicuramente pesò sui Coriolani che certamente l'avrebbero smentita se non vera. La dimostrata grande bravura del generale era però poca cosa di fronte a un nemico della patria. Meraviglia non poco il dolore dei romani alla sua morte, sia perchè la plebe di certo non lo amava, e il popolo era costituito soprattutto di plebe, sia perchè i romani non perdonavano facilmente i traditori della patria, sia perchè non vedevano di buon occhio nemmeno chi era stato sconfitto dai barbari, figuriamoci i traditori.
Nell'episodio delle Forche Gaudine dove vennero umiliati i soldati romani dai sanniti, le romane indossarono il lutto e i loro uomini si chiusero in casa dalla vergogna. Che alla sua morte i romani si mettessero a lutto sembra effettivamente poco credibile.



WILLIAM SHAKESPEARE

« Chi è già deciso a morire di propria mano non teme di morire per mano altrui. »
(William Shakespeare - Coriolano)

Coriolano è una tragedia in 5 atti del 1608 del drammaturgo William Shakespeare, ispirata alla vita del condottiero romano  Caio Marzio Coriolano, tratta dalle Vite parallele di Plutarco e dall'Ab Urbe condita di Tito Livio.

Roma, poco dopo la cacciata dei re Tarquini, è in sommossa dato che le scorte di grano sono state negate al popolo. I rivoltosi sono particolarmente adirati con Caio Marzio, un valoroso generale che incolpano della sparizione delle scorte alimentari. Incontrano dapprima un patrizio di nome Menenio Agrippa, quindi Caio Marzio stesso. Menenio tenta di placare i rivoltosi, mentre Coriolano si mostra sprezzante e dice che i plebei non meritano il grano perché non hanno servito l'esercito.

Due tribuni della plebe, Bruto e Sicinio, denunciano personalmente Caio Marzio che lascia Roma quando giunge la notizia che l'esercito dei Volsci è pronto a dare battaglia. Il capo dell'esercito dei Volsci, Tullo Aufidio, si è varie volte scontrato con Caio Marzio e lo considera un nemico giurato.

L'esercito romano è guidato da Cominio, mentre Caio Marzio è il suo secondo. Mentre Cominio conduce i suoi soldati contro l'esercito di Aufidio, Caio Marzio guida una sortita contro la città volscia di Corioli. L'assedio di Corioli è inizialmente infruttuoso, ma Marzio riesce poi ad aprire con la forza le porte della città e a conquistarla per Roma. Anche se esausto per la battaglia, Marzio raggiunge velocemente Cominio e si batte contro le rimanenti forze dei Volsci. Lui e Aufidio si sfidano ad un duello che termina solo quando i soldati di Aufidio lo trascinano via dalla battaglia.

In segno di riconoscimento per il suo incredibile valore Comino concede a Marzio il soprannome onorifico di "Coriolano". Quando tornano a Roma Volumnia, la madre di Coriolano, incoraggia il figlio a candidarsi alla carica di console. Coriolano esita ma alla fine cede ai desideri della madre. Grazie al sostegno del Senato vince senza difficoltà e sulle prime sembra avere la meglio anche sugli oppositori della fazione popolare.

Tuttavia Bruto e Sicinio tramano per distruggerlo e aizzano un'altra rivolta contro la sua elezione a console. Di fronte di tutto ciò Coriolano si infuria e critica duramente il concetto di governo del popolo. Paragona il permettere ai plebei di esercitare il potere sui patrizi al concedere "ai corvi di prendere a beccate le aquile". Per queste parole i due tribuni lo condannano come traditore e ordinano che sia mandato in esilio.

Dopo essere stato esiliato da Roma Coriolano si reca da Aufidio nella capitale dei Volsci e gli propone di guidare il suo esercito alla vittoria contro Roma. Aufidio e i nobili volsci abbracciano Coriolano e gli concedono di condurre un nuovo assalto contro la città.

Roma, in preda al panico, cerca disperatamente di convincere Coriolano di abbandonare i suoi propositi di vendetta, ma né Cominio né Menenio riescono nell'intento. A questo punto viene mandata ad incontrare il figlio Volumnia, insieme alla moglie e al figlio di Coriolano: la donna riesce a dissuadere il figlio dal distruggere Roma.

Invece di muovere battaglia conclude un trattato di pace tra i Volsci e i Romani. Quando però Coriolano torna nella capitale dei Volsci, dei congiurati guidati da Aufidio lo uccidono per il suo tradimento.


VOLUMNIA
Restassimo mute e senza parola, queste vesti e questi corpi direbbero quale vita abbiamo fatto dopo il tuo esilio.
Pensaci, siamo venute qui le più sventurate delle donne.
Perché la tua vista, che dovrebbe riempirci gli occhi di gioia, e far danzare i cuori di felicità, li forza a piangere e tremare di paura e dolore, mostrando alla madre, alla moglie, al figlio, il figlio e il marito e il padre che strappa i visceri alla propria terra. E a noi povere la tua inimicizia è più mortale.
Tu c'impedisci di pregare gli dei, conforto di tutti, e non nostro. Perché come possiamo, ahimè, come possiamo pregare per la patria, com'è nostro dovere, e simultaneamente per la tua vittoria com'è nostro dovere? Ahinoi, o dobbiamo perdere la patria, nostra cara nutrice, o te, nostro conforto nella patria.
Andiamo incontro a una sciagura certa, anche se potessimo decidere chi vince. O tu dovrai essere spinto in catene per le nostre vie come un traditore, o pesterai trionfante le rovine della patria e avrai la palma per aver versato da prode il sangue di moglie e figlio.
Quanto a me, figlio mio, io non intendo vedere come la fortuna farà finire questa guerra. Se non potrò convincerti a fare nobile grazia alle due parti piuttosto che spegnerne una, non appena muovi all'assalto del tuo paese non potrai - credimi, non lo potrai - che pestare coi piedi il ventre di tua madre che ti portò al mondo.



VIRGILIA
Sì, e il mio ventre, che ti partorì questo ragazzo, per far vivere il tuo nome nel tempo.


IL RAGAZZO
Me non mi pesta certo! lo me ne scappo, fìnché son grande, ma poi mi batto.


CORIOLANO
Per non intenerirsi come le donne non bisogna vedere volti di bimbi o donne. Sono stato seduto troppo.Si alza.


VOLUMNIA
No, non andartene così.
Se la nostra richiesta mirasse a salvare i Romani, e quindi a distruggere i Volsci che tu servi, potresti respingerci come veleni del tuo onore. No, la nostra richiesta è di riconciliarli.
Che i Volsci possano dire, "abbiamo mostrato clemenza", i Romani, "l'abbiamo ricevuta", e ciascuno ti acclami, da ogni parte, e gridi, "benedetto per aver fatto questa pace"! Tu sai, mio grande figlio, che l'esito della guerra è incerto. Ma questo è certo: se conquisti Roma, il beneficio che ne raccogli è un nome inseguito da una muta di maledizioni ogni volta che lo si dica, e di esso e cronache scaveranno: "Quest'uomo ebbe nobiltà, ma la sua ultima impresa la spazzò via tutta, egli distrusse la patria, e il suo nome resta esecrabile per le età future". Parlami, figlio.
Toccare hai voluto la quintessenza dell'onore, imitare gli dei graziosi, che col tuono làcerano le guance ampie dell'aria, ma caricano il lampo d'una potenza che schianti solo una quercia. Perché non parli? Credi sia degno d'un animo nobile ricordare le offese per sempre? Figlia, parlagli tu. Del tuo pianto non si cura. Parlagli tu, ragazzo.
Forse un bambino lo commuoverà più dei nostri ragionamenti. Non c'è uomo al mondo più obbligato a sua madre, eppure mi lascia qui cianciare come una alla gogna. Nella tua vita non hai mostrato mai gentilezza a tua madre, a lei che, povera chioccia, non volle una seconda covata, e che starnazzava se andavi alla guerra, e se ne tornavi salvo, pieno d'onori. Di' che la mia richiesta è ingiusta e cacciami via. Ma se non lo è, non sei onesto, e gli dei ti faranno pagare l'obbedienza dovuta a una madre e che neghi.
Mi volta le spalle. A terra, donne! Svergognamolo con le ginocchia.
Al suo soprannome Coriolano s'addice più la superbia che la pietà per le nostre preghiere. Giù! Sia finita.

Le tre donne e il ragazzo s'inginocchiano.

È l'ultima preghiera. Ora torneremo a Roma per morire tra i nostri. No, guardaci!
Questo ragazzo che non sa dire ciò che vuole ma s'inginocchia e tende le mani come noi perora la nostra richiesta con più forza che tu non abbia nel rifiutarla. Andiamo.

Si alzano.

Costui ha per madre una volsca, sua moglie è a Corioli, e il figlio gli somiglia per caso. Di' almeno, andate via. Starò zitta finché la città sarà in fiamme, e poi dirò poche parole.


CORIOLANO (La prende per mano, in silenzio)
O madre, madre! Che cosa hai fatto? Guarda, i cieli si aprono, gli dei guardano quaggiù, e ridono di questa scena innaturale. O madre, madre! Ah! Hai vinto una felice vittoria per Roma.
Ma per tuo figlio - credilo, ah credilo - su lui hai prevalso con suo rischio gravissimo, se non mortale. Ma che venga.
Aufidio, non posso più fare una guerra leale, ma forgerò una pace conveniente. Dimmi, buon Aufidio, fossi stato al mio posto, avresti meno ascoltato una madre? O avresti concesso di meno, Aufidio?



AUFIDIO
Il fatto mi ha commosso.


CORIOLANO
L'avrei giurato!
E sai, non è facile far sudare pietà ai miei occhi. Ma amico mio, consigliami, quale pace vuoi fare. Per me, non vado a Roma, tomo con te, e ti prego, sostienimi in questo. O madre! Moglie!



AUFIDIO (a parte)
Sono contento che tu abbia azzuffato dentro di te pietà e onore. Su questo ricostruirò la mia fortuna.


CORIOLANO (alle donne)
Ma sì, subito.
Intanto beviamo assieme. Riporterete qualcosa di più certo delle parole, che noi firmeremo, e con uguali condizioni. Su, entrate. Voi, signore, meritate un tempio.
Tutte le spade d'Italia, tutti i suoi eserciti assieme non potevano fare questa pace.




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