QUINTO PUBLILIO FILONE


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Nome: Quinto Publilius Philo
Nascita: 359 a.c.
Morte: 314 a.c.
Professione: politico e generale


Quinto Publilio Filone, ovvero Quintus Publilius Philo) (359 -314 a.c.) è stato un politico democratico e generale romano.

Quinto Publilius fu infatti una vera rivoluzione per Roma, perchè nonostante fosse plebeo, si fece eleggere console per ben 4 volte, nel 339, 327, 320 et 315 a.c.. e fu nominato dictator nel 339 a.c..

Fu il primo plebeo ad essere nominato pretore (336 a.c.), e inoltre il primo censore plebeo premier (332 a.c.)., e il primo console che ottenne il suo potere militare prolungato d’un ulteriore anno nel 326 a.c., acquisendo il titolo di proconsole.

Publilius raccoglieva consensi tra i plebei, visto che era un populares e stava dalla loro parte, ma doveva raccogliere consensi anche dagli optimates, visto che riuscì a far votare le sue leggi e a farsi eleggere tante volte e con gli incarichi più prestigiosi.

339 - Publilius Philo fece votare nel 339 a.c. le Leges Publiliae Philonis, contribuendo all'accrescimento dei diritti dei plebei con:

- divenne obbligatorio che uno dei due censori fosse plebeo, possibilità che ambedue i consoli fossero plebei, senza però che ambedue potessero essere patrizi.

- riconoscimento come magistrature cittadine delle cariche dei tribuni e degli edili della plebe, la cui elezione era affidata ai concilia plebis senza l'autorizzazione del Senato;

- approvazione preventiva del senato e delle curie per i progetti sottomessi ai comizi.

-  equiparava i plebisciti alle norme contenute nella Lex Valeria Horatia del 449 a.c., quindi obbligo dei patrizi di sottomettersi ai voti dei plebisciti.

 "Console nel 339 a.c. con Tito Emilio Mamercino, non compì in quell'anno azioni di rilievo ma  i due consoli si macchiarono di comportamento opportunista e sedizioso."

Le simpatie di Livio sono dichiaratamente patrizie, quindi le sue pesanti critiche all'operato di un homo novus come Publilius, hanno un chiaro perchè.



TITO EMILIO

Tito Emilio collega di Quinto Publilio e al suo fianco, condusse i romani alla vittoria contro i Latini nella pianura Fenectana. Posto l'assedio alla città di Pedo, il console Tito (secondo altre fonti Tiberio) Emilio tornò a Roma, e il conflitto languì fino all'entrata in carica dei due consoli dell'anno successivo.

A Roma però Tito venne a sapere che al collega console era stato concesso il trionfo, e pretese  lo stesso onore.
Al diniego del Senato, Tito Emilio nominò Quinto Publilio dittatore, in funzione anti-senatoriale, cioè promulgando tre leggi, tra le quali la Lex Publilia, per la quale i plebisciti avevano valore anche per i patrizi.

Livio peraltro accusa il console di aver pensato soprattutto alle faccende personali ed agli interessi della propria fazione. non digerendo questa ormai quasi totale parità di diritti tra patrizi e plebei, e siamo ancora al tempo della prima repubblica. La Grecia insegnò la democrazia al mondo, ma Roma la attuò in pieno.



L'AVANZATA DEI PLEBEI

338 a.c. la Lex Publilia Voleronis aumentò il numero dei tribuni della plebe da due a quattro (o forse cinque) e trasferì la loro elezione dai comizi alle tribù.

337 - Due anni più tardi, nel 337 a.c., durante il consolato di Gaio Sulpicio Longo e di Publio Elio Peto, fu il primo plebeo ad ottenere la carica di pretore, nonostante l'opposizione del Senato.

335 - Nel 335 a.c. Publilio fu scelto come magister equitum dal dittatore patrizio Lucio Emilio Mamercino Privernate, dunque era un membro della prestigiosa gens emilia a scegliere come luogotenente un plebeo. Questa la dice lunga sulle capacità non solo militari ma civili di un personaggio tanto amato e tanto odiato per gli stessi motivi.

332 - Nel 332 a.c. fu censore con Spurio Postumio Albino Caudino e insieme istituirono le nuove tribù Mecia e Scapzia.



ASSEDIO DI NEAPOLIS

328 - 326 - L'assedio a Neapolis tra il 328 ed il 326 a.c. fu condotto da Quintus Publilius Philo che ricevette dal senato romano l'incarico di assediare Neapolis, secondo la versione liviana Palaepolis, dopo che tutte le vie diplomatiche si erano rivelate inefficaci.

Livio in Ab Urbe Condita VIII 12:
NEAPOLIS ROMANA
"Ad un anno che fu famoso per la vittoria su così tante e tanto potenti nazioni, ed anche per la morte gloriosa di uno dei consoli e per la severità della disciplina dell'altro che, sebbene crudele, fu comunque rinomato in ogni tempo, successe il consolato di Tiberio Emilio Mamercino e Quinto Publilio Philo (anno 339 a.c.).
Questi uomini non ebbero tali opportunità e, inoltre, erano più preoccupati per gli interessi loro propri o del loro partito che per il Paese. 
I Latini presero nuovamente le armi, presi dall'ira per la confisca della loro terra, e subirono una sconfitta e la perdita del loro accampamento, nella Pianura Fenectana.
Mentre Publilio, sotto il cui comando ed auspici era stata condotta la campagna, riceveva la resa delle genti Latine i cui soldati erano lì caduti, Emilio guidò il suo esercito contro Pedum. I Pedani erano appoggiati dai popoli di Tibur, Preneste e Velitri, ed ausiliari erano giunti anche da Lanuvio ed Anzio.
Sebbene i Romani si dimostrarono superiori in alcuni scontri, pure la città di Pedum e l'accampamento delle nazioni alleate, che vi si erano associate, rimaneva ancora intatto e da affrontare, quando all'improvviso il console, saputo che per il suo collega era stato decretato un trionfo, lasciò la guerra incompiuta e tornò a Roma per chiedere un trionfo anche per sé, senza restare a guadagnarsi una vittoria. 
Quest'egoismo disgustò i Padri, che gli negarono il trionfo, a meno che egli non avesse catturato Pedum o ricevuto la sua resa. Estraniatosi le simpatie del senato per questo rifiuto, Emilio da allora in poi gestì il proprio consolato nello spirito di un tribuno sedizioso. Per tutto il tempo che fu console, non cessò di accusare i senatori al popolo mentre il suo collega, dal momento che era anch'egli plebeo, non offrì la minima opposizione.
La base per le sue accuse era l'avara ripartizione del terreno ai plebei nei distretti Latino e Falerno. E quando il senato, desiderando porre fine all'autorità dei consoli, ordinó che si nominasse un dictator per contrastare i Latini ribelli, Emilio, che aveva allora le fasce littorie, nominò il proprio collega dictator, dal quale Iunio Bruto fu nominato magister equitum.
Publilius fu un dictator popolare, sia a causa delle sue denunce contro il senato, sia perché fece approvare tre leggi molto vantaggiose per la plebe e dannose per i nobili: 
- una, che le decisioni della plebe avrebbero dovuto essere vincolanti per tutti i Quiriti; 
- un'altra, che i Padri avrebbero dovuto ratificare le misure proposte presso i comizi centuriati prima che esse fossero votate; 
- ed una terza, che almeno un censore avrebbe dovuto essere scelto dalla plebe - dal momento che essi erano giunti al punto di rendere legale che entrambi potessero essere plebei.
Il danno che fu apportato alla patria quell'anno dai consoli e dal dictator superò - nel sentire dei patrizi - l'aumento di imperium che risultò dalla loro vittoria e dalla loro gestione della guerra."

e ancora Livio:

"Nello stesso anno (337 a.c.) Quintus Publilius Philo fu fatto praetor, il primo ad essere scelto tra la plebe. Il console Sulpicius oppose la sua elezione e dichiarò che non avrebbe accettato alcun voto per lui; ma il senato, avendo fallito nella sua opposizione ai candidati plebei per le più alte magistrature, era meno ostinato al riguardo della pretura".

Il successivo passo di Livio, riporta che:

"Il console (Marcus Valerius Corvus) ottenne il trionfo (il terzo) in osservanza di un decreto senatoriale, ed affinché Atilius non fosse privato della sua occasione di gloria, entrambi i consoli vennero diretti a marciare contro i Sidicini.
Ma prima, essendo così stati istruiti dal senato,  essi nominarono un dictator per presiedere alle elezioni, e la loro scelta cadde su Lucius Aemilius Mamercinus, che scelse Quintus Publilius Philo come magister equitum . Sotto la presidenza del dictator, Titus Veturius e Spurius Postumius furono eletti consoli
."

Ma Publilius lo troviamo ancora ad occupare importanti cariche politiche ancora nel 332 a.c., come ancora Livio riporta al passo VIII, 17:

"In questo stesso anno fu fatto il censimento e vennero riconosciuti nuovi cittadini. Con questi numeri furono aggiunte le tribù Maecia e Scapzia. I censori che le aggiunsero furono Quintus Publilius Philo e Spurius Postumius. Il popolo di Acerra divenne Romano sotto uno statuto, proposto dal pretore Lucius Papirius, che garantiva loro la cittadinanza senza il suffragio."

Dunque Quintus Publilius Philo, il console Romano al quale fu affidato l'assedio di Neapolis,  aveva scalato tutte le tappe che conducevano a quella magistratura, la massima prevista dall'ordinamento Romano, praticamente comando incontrastato per un anno. Successivamente fu ancora dictator, pretore (il primo plebeo ad assurgere alla magistratura), magister equitum e censore.

Ma ci fu di più: per permettergli di prendere Neapolis senza che abbandonasse l'assedio, fu investito del titolo di proconsul, il primo nella storia. In pratica fu varata una legge ed istituita una carica esclusivamente per Publilio, tanto era importante il suo operato. Fu nuovamente console nel 320 e nel 315 a.c. anche se la legge, come abbiamo detto, non l'avrebbe consentito.

I SANNITI


LA II GUERRA SANNITICA

Si decise di inviare degli ambasciatori ai Sanniti prima di dichiarare guerra, ma i Sanniti risposero di non aver fornito ai Greci alcun aiuto né collaborazione ufficiale, e di non aver spinto all'ammutinamento gli abitanti di Formia e di Fonda. 

Inoltre a loro non piaceva che la città di Fregelle, da essi tolta ai Volsci e rasa al suolo, fosse stata rimessa in piedi dal popolo romano e che in territorio sannita fosse stata fondata una colonia chiamata Fregelle dai coloni romani. Era affronto, da rimediare o da cancellare col sangue.

Ai tentativi di conciliazione degli ambasciatori romani replicarono: 
«Perché agire in maniera tanto tortuosa? Le nostre controversie, Romani, le decideranno non tanto le parole degli ambasciatori o l'arbitrio di qualche giudice, quanto la pianura campana, dove è destino che si scenda in battaglia: decideranno le armi e la comune fortuna in guerra. Accampiamoci dunque faccia a faccia tra Capua e Suessula e stabiliamo se debbano governare l'Italia i Sanniti o i Romani».

Gli ambasciatori romani risposero che sarebbero andati non dove il nemico li avesse convocati, ma dove li avesse guidati il loro comandante, e tornarono in patria.
I consoli informarono il senato che la guerra coi Sanniti era inevitabile. Publilio riferì che Paleopoli aveva ricevuto duemila soldati nolani e quattromila sanniti, più per richiesta degli abitanti di Nola che per volontà dei Greci.

Cornelio riferì invece che i magistrati sanniti avevano bandito una leva militare, che tutto il Sannio si preparava all'attacco e che i popoli dei dintorni, Privernati, Fondani e Formiani, venivano invitati ad allearsi contro i romani. La situazione è molto pericolosa tanto più che i Sanniti sono valorosi combattenti, e pure spietati.
Publilio, accampatosi con l'esercito tra Paleopoli e Napoli, aveva già privato il nemico di quella reciproca assistenza di cui i diversi popoli avversari si erano serviti non appena le varie postazioni venivano messe sotto pressione. 
Così, dato che il giorno delle elezioni era ormai prossimo e non sarebbe stato un vantaggio per il paese richiamare Publilio, che stava già minacciando le mura nemiche e contava di far cadere la città a giorni, il senato indusse i tribuni a presentare al popolo una proposta in base alla quale Quinto Publilio Filone, allo scadere del mandato, potesse continuare a gestire la campagna militare in qualità di proconsole fino a quando i Greci non fossero stati definitivamente sconfitti.



IL DITTATORE PLEBEO

327 - Fu eletto console nel 327 a.c. con il patrizio Lucio Cornelio Lentulo. Gli fu affidato il comando dell'esercito nell'assedio della città di Paleopolis, mentre il Lucio Cornelio entrava nel territorio dei Sanniti, alleati ai greci di Palopolis. 
In seguito all'elezione dei nuovi consoli, a Publilio fu accordato il potere proconsolare, per continuare la campagna militare contro Palopolis. 

Poiché neppure Lucio Cornelio, che era già entrato nel Sannio, secondo il senato doveva essere richiamato dalla sua vigorosa offensiva, gli venne inviato l'ordine di nominare un dittatore per presiedere le elezioni. Egli scelse Marco Claudio Marcello, che nominò maestro di cavalleria Spurio Postumio. Tuttavia le elezioni non furono tenute dal dittatore, perché venne messa in questione la regolarità della sua nomina.

Gli àuguri consultati dichiararono che essa era infatti irregolare. I tribuni replicarono che l'irregolarità non poteva esser venuta facilmente alla luce, visto che il console nominava il dittatore alzandosi in silenzio nel cuore della notte; che il console non aveva scritto a nessuno - né in forma privata né in forma pubblica - circa quella procedura; che non vi era alcun mortale in grado di aver visto o udito qualcosa che potesse aver invalidato gli auspici e che gli àuguri non avevano potuto, stando a Roma, divinare in quale irregolarità fosse incorso il console nell'accampamento.

A chi non era chiaro che l'irregolarità rilevata dagli àuguri era in definitiva l'origine plebea del dittatore?  Alla fine si passò a un interregno, e Lucio Emilio, nominò consoli Gaio Petilio e Lucio Papirio Mugillano.

La popolazione di Paleopoli, contando sia sulle proprie forze sia sulla slealtà dimostrata dai Sanniti nei confronti degli alleati Romani, o forse confidando nell'epidemia scatenatasi a Roma, di nuovo fece scorrerie nell'agro Campano e Falerno. Vennero allora inviati a Paleopoli i feziali per chiedere soddisfazione. Non ottenendola Roma dichiarò guerra ai Paleopolitani. 
I consoli si divisero gli incarichi e la guerra contro i Greci toccò a Publilio. Cornelio, con un altro esercito, ricevette disposizione di andare a fronteggiare i Sanniti, nel caso in cui avessero preso qualche iniziativa militare. Ma poichè correva voce che essi si sarebbero messi in movimento in concomitanza con l'attesa defezione dei Campani, Cornelio ritenne che la cosa migliore da farsi fosse di accamparsi in zona e attendere.


LA RESA

Ma durante la II guerra sannitica (326- 304 a.c.) accade un fatto straordinario, si aprono le porte della città di Neapolis ai nemici, cioè ai romani. A spalancare le porte, sono i seguaci di Carilao e Ninfio, esponenti della comunità cittadina.

I Sanniti avevano già sottomesso Capua, Nola, Pozzuoli, Cuma, Nuceria Alfaterna, Pompei ed Ercolano e si erano infiltrati pacificamente a Palepolis e Neapolis, ambedue abitati da una popolazione cumana. I Romani, invece, avevano fondato nuove colonie e si erano alleati con alcune comunità limitrofe ai Sanniti.

Gli abitanti di Palepolis, nel 327 a.c. devastano l’Agro Campano e Falerno minacciando gli interessi romani. Il Senato manda ambasciatori per un chiarimento ma ottengono beffe. I paleopolitani, confidando nell’aiuto dei Sanniti e della città greca di Taranto, addirittura decidono per la guerra.

E Roma che fa?  Nomina ancora una volta console Quinto Publilio Filone e gli affida un esercito. A Palepolis, nel frattempo, arrivano quattromila sanniti e duemila nolani.

Filone, da quel grande stratega che è, pone il campo tra Palepolis e Neapolis, così che non possano aiutarsi tra loro. Come esce un contingente i romani lo assalgono. Poi assedia Neapolis. 
«Quasi prigionieri dei loro alleati - scrive Tito Livio nella sua “Storia di Roma”- dovevano ormai sottostare agli oltraggi rivolti anche ai loro figli e mogli e soffrire tutti gli orrori delle città conquistate».

I cittadini di neaples pensano sia meglio arrendersi a Roma, i romani sono molto più clementi dei sanniti. Così Ninfio convince il comandante della guarnigione sannitica a imbarcare una parte delle truppe sulle navi per tentare una sortita direttamente contro Roma; Carilao tratta la resa con Filone e nottetempo fa entrare insieme ad alcuni compagni le truppe romane a Palepolis. I sanniti e i nolani, in forte svantaggio numerico, devono fuggire.
A Roma si esulta, Filone ha vinto e senza colpo ferire, grazie alla sua fine intelligenza. Gli viene tributato un nuovo trionfo.

In quanto alle due città il quartier generale dell’intera comunità di Paleopoli si sposta nella Città Nuova, Neapoli, con cui Roma stipula un trattato di alleanza vantaggioso per entrambe. Il nome della città sconfitta, invece, viene registrato nei Fasti Trionfali: servirà unicamente per tramandare ai posteri il ricordo del trionfo del console Filone “de Samnitibus Palaepolitanis”, cioè sui Sanniti di Palepolis.

La città si arrese l'anno successivo, anche grazie ad uno stratagemma con il quale i greci allontanarono i Sanniti dalla città, e a Quinto Publilio fu decretato il trionfo.

FORCHE CAUDINE


LE FORCHE GAUDINE

320 - Nel trattato di pace che seguì alla sconfitta, Roma dovette fu costretta ad abbandonare Fregelle e Lucera, due località già occupate. 

L'esercito romano, sconfitto e umiliato dal giogo delle forche Gaudine, si diresse verso l'alleata Capua senza osare entrare in città. I Capuani uscirono per portare soccorso in cibo, vestiti, armi e perfino i simboli del potere per i consoli. 

Ma i Romani erano inerti per il dolore e la vergogna. A Roma non venne convocata una nuova leva ma si ebbero manifestazioni di lutto, chiudendo le botteghe e sospendendo le attività del Foro. I senatori tolsero il laticlavio e gli anelli d'oro.

Le donne si vestirono a lutto. Una volta giunti i soldati, gli ufficiali e i consoli si chiusero in casa. Tanto che il Senato dovette nominare un dittatore, ma il popolo non accettò le magistrature e si dovettero eleggere due interreges: Quinto Fabio Massimo e poi Marco Valerio Corvo. Questi proclamò consoli Quinto Publilio Filone e Lucio Papirio Cursore, i migliori comandanti militari disponibili.
Di nuovo i patrizi richiamano Publilio, l'uomo di cui si fidano, per l'onestà, la prontezza decisionale e la capacità di generale dell'esercito. Nel 320 a.c., l'anno successivo della ignominiosa disfatta, i due consoli, con l'esercito, tornarono alle Forche Caudine, per rigettare la condizioni di pace imposte a Roma, consegnando ai Sanniti anche i due Consoli che le avevano accettate; un gesto terribile perchè si conosceva la ferocia dei sanniti. Ma accettare la resa era stato un disonore e Roma aveva una gloria e un prestigio che nessuno poteva intaccare. E fu guerra.

Mentre Publio si fermò nel Sannio per fronteggiare lì l'esercito Sannita, Lucio si diresse verso Luceria, dove si era asserragliato Gaio Ponzio, comandante dei Sanniti, con i cavalieri romani, ostaggio dei Sanniti dopo la battaglia delle Forche Caudine.

L'esercito romano sotto il comando di Publilio, dopo aver sbaragliato quello Sannita nei pressi di Caudio, si diresse in Apulia per ricongiungersi a Lucio Papirio ad Arpi, presso Luceria.

Con il ricongiungimento dei due eserciti e l'assedio di Luceria, i Sanniti dovettero accettare lo scontro in campo aperto. I romani vinsero la battaglia, e solo il pensiero dei 600 cavalieri, ancora ostaggio dei Sanniti a Luceria, li trattenne dal massacrare tutti i nemici sconfitti in battaglia.

Ripreso l'assedio, alla fine i Sanniti, stremati dalla fame e dagli stenti, si arresero ai romani, che oltre al bottino, pretesero che i 7.000 guerrieri Sanniti, compreso il loro comandante Gaio Ponzio, passassero sotto il giogo delle armi romane. La vendetta era compiuta.

« Quanto ai soldati, li avrebbe fatti passare sotto il giogo con un solo indumento addosso, più per vendicare l'umiliazione subita che per infliggerne una nuova. Non venne respinta alcuna delle condizioni. A passare sotto il giogo furono in 7.000 soldati, mentre a Luceria venne rastrellato un ingente bottino. Tutte le insegne e le armi perdute a Caudio vennero riprese , e - gioia questa superiore a ogni altra - furono recuperati i cavalieri consegnati dai Sanniti affinché venissero custoditi a Luceria come pegno di pace. Con quell'improvviso ribaltamento di fatti, nessuna vittoria del popolo romano fu più splendida, e ancor di più se poi è vero quanto ho trovato presso alcuni annalisti, e cioè che Ponzio figlio di Erennio, comandante in capo dei Sanniti, venne fatto passare sotto il giogo insieme agli altri, affinché espiasse l'umiliazione inflitta ai consoli »
(Livio, Ab Urbe condita libri, IX, 15.)

315 - Publilio viene eletto di nuovo console nel 315 a.c. insieme al collega Lucio Papirio Cursore. I due consoli rimasero a Roma, mentre la campagna contro i sanniti fu affidata al dittatore Quinto Fabio Massimo Rulliano. Non era costume dei romani rinnovare le cariche, soprattutto la più alta, ad un solo uomo. C'era anzi una legge che vietata di rinnovare la carica prima dei dieci anni, perchè era temutissima la presa di potere di un uomo solo. Ma di Publilio si fidavano tutti, per la grande saggezza, la calma prontezza delle decisioni e la profonda onestà. Era l'uomo su cui anche i patrizi si
trovavano d'accordo.

Poi di lui le cronache non parlarono più, qualcuno sospetta che fosse morto di lì a pochi anni, ma il suo ricordo rimase tra i posteri come colui che seppe imporsi, nonostante plebeo, ottenendo le più alte cariche dello stato e soprattutto mettendo d'accordo popolo e senato sugli interessi superiori di Roma.



 

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