TEMPIO DEL SOLE SUL QUIRINALE


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TEMPIO DEL SOLE

TEMPIO DEL SOLE

Non era l'unico tempio in cui il Dio Sole veniva omaggiato, ormai non più Dio agreste ma Sol Invictus, quindi adattissimo come Dio della guerra e delle vittorie romane, un Dio che assicurava la vittoria sui nemici di Roma, assimilato non solo all'Elios greco ma al Mitra asiatico.

Ormai il suo accresciuto culto richiedeva un Tempio bello e maestoso tutto suo e Roma non era avara nei culti agli Dei seppure stranieri. Purchè non intaccassero le istituzioni e non stravolgessero le menti  ogni divinità era accolta, principio di alta civiltà che per tanti e tanti secoli venne negato dopo la caduta dell'Impero romano.

ACQUAFORTE 1611
Nel 272 l'imperatore Aureliano sconfisse la potente Zenobia, Regina di Palmira, grazie all'aiuto insperato della città stato di Emesa che rovesciò le sorti della battaglia. L'imperatore disse allora di aver avuto la visione del Dio Sole di Emesa, che interveniva a favore dei romani.

A posteriori sono in parecchi ad aver visto Dei o apparizioni in battaglia, naturalmente a loro favore, ma solo dopo che la battaglia era stata vinta. prima non  si azzardava nessuno.

Anche Costantino vide la croce in cielo e udì la raccomandazione di combattere in nome di quel segno, ma ne parlò dopo e non prima.

Comunque grato al Dio, oppure per farsi pubblicità, nel 274, Aureliano trasferì a Roma i sacerdoti del Dio Sol Invictus e ufficializzò il culto solare di Emesa.

Poi edificò un tempio sulle pendici del Quirinale e creò un nuovo corpo di sacerdoti (pontifices solis invicti).

Istituì inoltre dei giochi annuali con corse nel circo, e pure giochi quadriennali (agon Solis) da tenersi al termine dei Saturnalia, sempre per quella felice coniugazione tra festa e divertimento che era usuale al tempo degli antichi romani.

Dalle fonti sappiamo che il tempio si trovava nella regio VII "Via Lata", nel Campus Agrippae,e che fu ornato con il bottino di guerra preso a Palmira, un bottino di statue, ori, argenti, bronzi e alabastri.

Sappiamo anche che l'edificio era circondato da portici, e qui venivano custoditi i "vina fiscalia", ossia il vino destinato alle distribuzioni gratuite alla plebe per le feste pubbliche.

Alcuni scrissero che si dava vino a buon prezzo alla plebe ma il vino non veniva venduto bensì regalato perchè altrimenti la plebe non avrebbe libato agli Dei, per cui la donazione rientrava nel culto.

RICOSTRUZIONE DEL TEMPIO DEL SOLE CON GIARDINO


IL SITO

L'ubicazione del tempio coincide con l'attuale piazza di San Silvestro, presso la chiesa di San Silvestro in Capite. In effetti qui le rovine erano ancora visibili nel XVI secolo, nel senso che erano ancora in piedi tanto che vennero riprese  con disegno dall'architetto Andrea Palladio.

La Piazza di S. Silvestro sorge in effetti sull'area dove un tempo svettava il "Tempio del Sole", costruito da Aureliano nel 273 d.c. dopo la conquista di Palmira. 

Era formato da due grandi cortili porticati, collegati tra loro da una sala quadrangolare: il primo cortile aveva le pareti ornate da due ordini di nicchie inquadrate da semicolonne, mentre il secondo, di m 130 x 90, aveva al centro un tempio rotondo con un giro di 16 colonne.

Il primo cortile rettangolare di m 55 x 75 presentava i lati brevi costituiti da due emicicli e le pareti ornate da due ordini di colonne che inquadrano delle nicchie.

Gli ingressi ad arco erano inquadrati da colonne giganti per l'intera altezza. 

Un piccolo ambiente quadrato di m 15 m 15 separava il primo cortile dal secondo notevolmente più ampio (130 m x 90 m), posto sullo stesso asse.

Quest'ultimo presentava tre nicchie rettangolari aperte sui lati lunghi (le due laterali, più ampie, con ingresso a due colonne e dotate di una piccola abside) e altre tre nicchie sul lato breve di fondo.

La nicchia centrale semicircolare e quelle laterali anch'esse rettangolari, erano tutte e tre ancora con ingresso a due colonne. 

Al centro del secondo portico Palladio disegnò un tempio circolare, privo tuttavia di misure a differenza delle altre strutture e secondo alcuni una pura invenzione dell'architetto sul modello del tempio di Ercole a Tivoli.

Siamo invece propensi a credere che il palladio abbia visto i segni del tempio circolare abbattuto e abbia cercato di ricostruirlo nonostante i pochi indizi a sua disposizione. Difficile pensare che il Palladioo avesse tradito la sua solita accuratezza, ma piuttosto che avesse omesso le misure solo perchè non ne aveva piena certezza.



ARCO DI PORTOGALLO

L'Arco di Portogallo, fonte di numerose controversie tra gli studiosi, doveva invece costituire uno degli ingressi al complesso. 

Oggi la maggior parte degli studiosi attribuisce l'arco all'età di Aureliano, e doveva appunto costituire uno degli accessi monumentali al suo tempio del Sole. 

Due rilievi che da esso provengono, con l'Apoteosi di Sabina, la moglie di Adriano e un Discorso di Adriano sono opera di riciclo dell'età dei primi Antonini (metà del II secolo).

Da queste bellissime opere si può desumere la splendida fattura non solo dell'arco, ma del tempio, purtroppo demoliti entrambi dalla feroce iconoclastia cristiana.

Il pregevolissimo arco era costruito in blocchi di peperino e travertino, con l'attico in laterizio. 

Le colonne, con capitelli compositi che inquadravano il fornice unico furono in parte eliminate, insieme alla trabeazione, tra il 1550 e il 1565.
Alcuni pannelli con rilievi datati all'epoca di Adriano o Antonino Pio, provenienti dall'arco demolito, si possono ancora ammirare nei Musei Capitolini.

Non così l'arco di Portogallo che venne fatto abbattere nel 1662 da Papa Alessandro VII, grande Inquisitore nonchè grande amante del barocco e del Bernini. 

Peccato che per instaurare il barocco fece demolire tante pregevolissime opere romane ancora in piedi all'epoca sua.
Qui a fianco si può ammirarne la pregevole esecuzione sempre ripresa dal Palladio come ispirazione dei suoi tanti lavori.
Approfondimenti: ARCO DI PORTOGALLO



I RESTI OGGI

RESTI DELLE COLONNE DEL TEMPIO NEL CORTILE DELLA
CHIESA DI SAN SILVESTRO
La chiesa di S.Silvestro in Capite originariamente fu dedicata ai santi Stefano e Silvestro ma in seguito rimase soltanto il secondo con l'aggiunto appellativo "in Capite" perché vi si conserva la testa di S.Giovanni Battista custodita in una teca del '300 nella Cappella dell'Addolorata.

Molti furono gli interventi di restauro della chiesa fino alla grande ricostruzione del 1594 ad opera di Francesco da Volterra e di Carlo Maderno per dare il giusto rilievo alla testa di S.Giovanni Battista. 

Ovviamente l'intervento cancellò ogni presenza del tempio anche se se ne servì spogliandolo di marmi, travertini e colonne.

Solo il cortile conserva resti di frammenti architettonici romani e colonne spezzate,  appartenenti all'antico "Tempio del Sole".  

A fianco della chiesa vi era il monastero di proprietà dei monaci greci, poi benedettini e, dal 1277, delle suore Clarisse. 

Il monastero fu proprietario della Colonna di Marco Aurelio, come recita la lunga epigrafe del 1119 situata nel portico della chiesa, ma non comprendiamo cosa ne facessero a meno che non avessero in animo di farlo a pezzi e venderlo all'estero come ahimè avvenne per moltissime opere romane rinvenute all'epoca.

Dopo il 1870, il monastero venne espropriato dai re di Savoia per le nuove costruzioni per Roma capitale e divenne così il palazzo delle Poste e Telegrafi.

Alcuni frammenti del tempio rimangono conservati nella chiesa di S. Silvestro e sotto la piazza, che tuttavia, nonostante il recente lavoro di ristrutturazione non ha prodotto alcun reperto, difficile da credere in pieno centro di Roma. 



RODOLFO LANCIANI (1552)

Il Pighio, Berlin, e. 175' riferisce quattro iscrizioni di marmi grezzi lette su blocchi "ex portu cardinalis Salviati advecti ".

NIKE E DIOSCURI DEL TEMPIO DEL SOLE
Gli scavi più vasti eseguiti per conto dei costruttori della villa furono quelli del tempio del Sole, gli avanzi del quale erano stati offerti in dono da Ascauio Colonna a Giulio III, perchè li manomettesse e spiantasse a suo talento. 

I blocchi di marmo forniti dagli scavatori di antichità erano segati sul posto con un congegno meccanico messo in moto da un cavallo.

Il Ligorio, Torin. 8, assicura che molti di questi marmi erano stati scavati al Borghetto di Teverina, nell'agro di Otricoli. 

Dai ricordi che precedono si conosce come sieno stati messi a contributo per la fabbrica della vigna, e spogliati dei materiali più preziosi:

- il cortile delle Logge,

- la vigna degli Altoviti nei prati di Castello,

- il cosiddetto stadio palatino di messer Alessandro Ronconi,

- un sito a me ignoto di Gaspare Omodei, il quale s'era arricchito sotto Paolo III con l'appalto della gabella della Farina, e aveva esercitato l'ufficio di primo conservatore nel 1549:

- i sepolcri di via Flaminia a Tor di Quinto;

NIKE
- le terme delle acque Albule;

- gli Orti Aciliani sul Pincio,

- le rovine di Porto e di Otricoli,

- e sopra tutto quelle del tempio del Sole sul Quirinale.

(viene da chiedersi come possa venir voglia di demolire ballezze come queste fotografate alla mia destra, la Nike o Vittoria alata, per la dolcezza, la maestria e la delicatezza della composizione.

Eppure tutta Roma fu demolita colpevole di avere tanta bellezza pagana che doveva essere assolutamente dimenticata).

A questi ultimi scavi accennano forse Ligorio e Bartolomeo Ammanati.

Sopraintese alle opere di architettura il Vignola. assistito da Michelangelo e da Giorgio Vasari.

E tutti tre ebbero la pazienza messa a dura prova dal papa.

Il quale, come scrive il Vasari stesso nella vita di Girolamo da Carpi

" al principio s' intendea  pochissimo del disegno, e non voleva la sera quello che gli era piaciuto la mattina.

Mestava anche in corte, con molto disturbo degli artisti Pier Giovanni Aleotti, vescovo di Forlì, che Michelangelo chiama con aria di sprezzo il Tantecose, il quale, come maestro di camera del papa, voleva che tutto muovesse da lui, provvedendo egli a medaglie, a gioie, a camei, a figurine di bronzo, a pitture, a disegni ".



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