CULTO DI VITULA


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VITULARIA FESTA DELL'ALLEGRIA

LA DEA VACCA

Vitula era una divinità della religione romana antica, probabilmente di origine sabina. Dea della gioia, la cui esistenza è riportata anzitutto da Macrobio, era collegata alle celebrazioni dei vitulatio. La Dea Vitula, o Dea Giovenca, ricorda un'altra giovenca, la Dea Europa dall'aspetto bovino, declassata poi al rapimento di Giove incapricciato della bella ninfa chiamata Io oppure Europa.

In questo caso il Dio greco si appropria dell'aspetto bovino presentandosi all'umana Europa in qualità di toro mansueto che la invita a salirgli in groppa per poi ingravi
darla in luogo appartato dopo lunghissimo viaggio.

Vitula che, nel linguaggio comune, designa appunto una giovenca, ha avuto, di per sé e nei suoi derivati: ​​vitulari e vitulatio, un significato profondamente religioso. In realtà la Giovenca fu una delle frequenti rappresentazione della Dea Terra, ovvero la Natura, colei che provvede al nutrimento delle piante, degli animali e degli uomini. Come la giovenca era provvida di latte così la Madre Terra è provvida di latte per tutti suoi figli, cioè tutti gli esseri che la abitano, senza distinzioni.

AMENOFI II IN PIEDI DAVANTI ALLE ZAMPE ANTERIORI DI HATOR
E CHINO MENTRE NE SUCCHIA IL LATTE
Dall'Europa all'Asia e all'Africa la Dea Vacca fu grandemente onorata, ne fa esempio l'antica Dea Hator dalla testa di Vacca, o Iside dalle orecchie di vacca, o la Vacca Sacra dell'India, antica Dea della Natura. " Rallegrate la nostra fattoria con piacevoli muggiti.” sono versi del Rig Veda si riferiscono alla mucca come Devi (Dea), identificata con la Dea vedica Aditi, madre di tutte le forme esistenti, degli Dei e degli esseri viventi.

L'antica Dea Madre, o madre Terra, era Dea della vita e della morte, per cui anche la guerra e le battaglie le erano pertinenti. Pertanto Vitula divenne anche una divinità della vittoria, e il nome venne distorto successivamente in Vitellia (o Vitelia), probabilmente su influenza del nome della gens Vitellia, l'origine del cui nome si ricollega, stando a Svetonio, ad alcune divinità sabina.

Svetonio in realtà riporta due diverse versioni delle origini della gens Vitellia: una afferma che sarebbero discendenti degli antichi sovrani del Lazio, e questi a loro volta discenderebbero dalla Dea sabina Vitula; nell'altra descrive la famiglia come di umili origini (facendo derivare il nome dal cognomen Vitulus).

Nel Giornale Enciclopedico di Napoli, del 1815, si osserva che Cicerone scrive di una strada dell'Irpinia che chiama Via Vitularia, che si suppone sia un derivato del termine germanico per la Dea "Vitula", ma forse invece per le feste che si svolgevano in suo nome. 

Macrobio, sulla base di testi più antichi, ci informa che Vitula è una divinità che presiede alla gioia; e i poeti del primo periodo, Nevio, Ennio e Plauto, fanno dei termini "vitulari" e "vitulatio" sinonimi di allegria o di rallegrarsi, ma con una connotazione religiosa.

La Dea Vitula recava gioia con i suoi doni perpetui, e il contatto con la sua essenza donava gioia anche agli uomini che riuscissero a percepirla, così i suoi sacerdoti erano sempre sorridenti e ripieni di "gioia sacra", una specie di gioia estatica che proveniva dalla Dea. 



LA VITULATIO

Varrone narra che la divinità ebbe origine in Grecia. ma portata lì dagli Umbri, dove questa usanza sembra abbia avuto origine. La vitulatio consisteva infatti nel rincorrere prima una una mandria di vitelli che simboleggiano un esercito ostile, quindi se ne sacrificava uno come promessa di vittoria o come celebrazione della vittoria già conseguita. Vitula, Dea Vacca della fertilità dei campi e degli armenti, divenne pertanto una divinità della Vittoria  a cui si consacravano i morti e le vittorie. 

Ora però rincorrere vitelli considerandoli nemici era già una corruzione del rito più antico, dove i giovani guerrieri spingevano con suoni di tamburi e trombe dei giovani tori, mentre altri gli correvano ai fianchi o addirittura davanti, cercando di sfuggire ai loro zoccoli e alle loro corna.

Si trattava di una prova di coraggio, un po' come l' “Encierro” spagnolo, che consiste in una corsa di circa 800 m davanti ai giovani tori, che ha come punto di arrivo la" plaza de toros", per una durata media tra i tre e i quattro minuti. Solo dopo aver dato prova di sè alla Dea, i giovani potevano mangiare la carne del toro sacrificato che veniva offerto anche al popolo.

La parola Vitula venne poi corrotta in Vitellia o Vitelia, confondendosi col nome della gens Vitellia, le cui origini Svetonio collega peraltro con Fauno e Vitellia, divinità Sabine trapiantate a Roma. L'antica festa della Vitulatio sarebbe da ricercare nella festa della Poplifugia o Capratine Nones, in onore di Giunone Caprotina.  (Varrone - Juno, p 685; Poplifugia, p 579)

Le None Caprotine erano una festa femminile celebrata in onore di Giunone Caprotina dove le donne banchettavano nel Campo Marzio sotto un caprifico, col sacrificio di solo latte che veniva versato sull'ara. Partecipavano alla festa anche le schiave che si colpivano tra loro con un ramo di caprifico, si lanciavano sassi e beffavano i passanti. 

VICTORIA
Gli antichi spiegarono l'origine della festa con la leggenda per cui, avendo i popoli confinanti imposto con le armi ai Romani la consegna di matrone e fanciulle, vennero consegnate schiave vestite da libere e poi, nel campo nemico, una di loro, salita di notte su un caprifico, diede ai Romani il segnale convenuto perchè piombassero sui nemici dormienti dopo l'orgia.

Le Poplifugia commemoravano invece la fuga dei Romani quando i Fidenati e i Ficulei li assalirono poco dopo la conquista di Roma da parte dei Galli, nel 390 a.c.

Ma non era dei romani commemorare l'onta di una fuga. Si sa poi che i Galli di Brenno assediarono Roma in quella data e che molti romani si rifugiarono sul Campidoglio.

I Galli stavano per riuscire, nottetempo, a entrare nel Campidoglio, ma delle oche, unici animali superstiti alla fame degli assediati perché sacre a Giunone, cominciarono a starnazzare avvertendo del pericolo. I romani riuscirono a tenere il Campidoglio pur dovendo pagare a peso d'oro lo scioglimento dell'assedio nemico.

Così ne parla Varrone:

Il giorno del Poplifugia par così chiamato perciò che in esso sia fuggito il popolo, levato ad improvviso tumulto. Ed invero questo dì è poco dopo quello in cui i Galli lasciarono Roma; a quel tempo i Ficolesi ed i Fidenati ed altri popoli presso che formavano allora i sobborghi di Roma, le congiurarono contro. 

Nei sacrifici di questo giorno v’han più ricordi che accennano a siffatta fuga... Nel Lazio le donne in quel dì si sacrificavano a Giunone Caprotina, e questi sacrifici si fanno sotto un Caprificio. Perchè poi in questo giorno concedasi loro la pretesta."

Sembra che tale festa fosse contigua alle None Caprotine e al Poplifugia, due feste dedicate alle donne, visto che alle Caprotine officiavano le donne e pure ai Poplifugia, dove addirittura indossavano la toga pretexta dei senatori. Evidentemente ambedue le feste commemoravano le donne per essersi comportate in quei frangenti con grande valore.

La festa, celebrata nel mese di luglio, era molto allegra, con canti, suoni e danze, con ghirlande di fiori sulla testa degli animali e delle persone. Sembra durasse tre giorni e fosse nei tempi più antichi riservata solo alle donne, ma che in seguito, venendo la Dea associata alla Dea Victoria, venisse estesa anche agli uomini ed ebbe anche inizio il sacrificio del toro sacro. 



 

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