LE STATUE COLORATE


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LA SCULTURA POLICROMA IN GRECIA

« Terribile è la mia vita e il mio destino, per colpa della mia bellezza. Oh potessi imbruttire di colpo, come una statua da cui vengano cancellati i colori, e una parvenza brutta invece della bella assumere! » esclama nell’Elena di Euripide la bellissima moglie di Menelao re di Sparta, involontaria causa della guerra di Troia.

I Greci pitturavano le statue, nonchè i rilievi, dai bassorilievi agli altorilievi, dai templi alle case, alle are, agli edifici pubblici e privati. A cominciare dalla scultura crisoelefantina, unendo i toni dell'avorio, dell'oro e dell'argento; il trono dello Zeus criselefantino di Fidia era inoltre dipinto con varie raffigurazioni eseguite da Paneno.

Coloravano perfino le statue in bronzo, applicando occhi in smalto o pasta vitrea e avorio nonché ciglia e talvolta labbra e capezzoli in lamina di rame.

PARTICOLARE DEL FRONTONE (ricostruzione)
Il nostro abituale concetto del bronzo patinato in modo uniforme, del marmo bianco, degli occhi privi di pupille, che riteniamo "classico" è in realtà nato nel Rinascimento e diffuso poi dal gusto neoclassico. Tutta la scultura greca fu policroma.

Bisogna però distinguere i vari periodi. Nel sec. VI a.c quando il materiale scultoreo era soprattutto una specie di tufo poroso di colore giallo bruno (poros), la policromia trionfò, applicata direttamente sulla pietra o sopra una specie di stucco.

Ne fanno fede i frontoni dei templi dell'Acropoli di Atene precedenti al saccheggio persiano (480 a.c.).

I colori predominanti sono il rosso e l'azzurro; distesi a larghe zone piatte; più rari, un color bruno, il nero e il bianco, ancora più rari il verde e il giallo.

Le figure virili sono rosse nelle parti nude; barba, capelli, ciglia, sopracciglia e pupille sono in nero; il globo degli occhi in biancastro, giallastro o del colore naturale della pietra.

Il mostro a tre corpi serpentini, sempre sul frontone, ha barba azzurra e occhi verdi. Un altro frontone aveva un toro azzurro e due leonesse rosse.

Alcuni studiosi hanno ipotizzato che l'azzurro greco fosse dovuto all'alterazione chimica di un colore nero (ossido di rame), così come hanno ipotizzato che il rosso pompeiano (di Pompei) fosse un'alterazione dell'azzurro a causa del calore dell'eruzione, ma ambedue le ipotesi si sono rivelate errate.

I colori in genere non erano scelti per aderenza alla realtà ma per convenzioni decorative. Del resto se osserviamo le pitture delle tombe etrusche, il cui stile risentì sicuramente dell'arte greca, le donne sono sempre bianche e gli uomini sono rigorosamente rossi, almeno sulle parti nude.

Ma anche a Creta le statuine della Dea sono colorate, più o meno come sono colorate le pitture. Anticamente la scultura non differiva così tanto dalla pittura, perchè ambedue erano policrome, anzi più erano antiche più erano colorate.

RICOSTRUZIONE DEI COLORI
Col  diffondersi dell'impiego del marmo si colorò un po' meno per mettere in evidenza il pregio del materiale, e si assistette, nel bassorilievo, ad una inversione tra fondo e figure, che corrispose anche nel tempo al passaggio dalla tecnica a figure nere a quella a figure rosse nella ceramica.

Le figure così spiccano in chiaro sul fondo scuro (tesoro dei Cnidî a Delfi: fondo azzurro, carni non colorate, armi e vesti leggermente colorate; basi con scene di palestra, dal muro di Temistocle, figure chiare sul fondo rosso vivo).

Nei frontoni di Egina (circa 490 a.c.) solo alcune parti rivelano policromia e non più a larghe zone, ma solo nei particolari della testa e negli orli ricamati delle vesti.

Gli esempi più mirabili sono le statue delle korai del Museo dell'Acropoli con labbra rosse, sopracciglia nere, palpebre bordate di nero (ciglia), iride formata da un cerchio rosso con centro nero e contorno nero sottilissimo; capelli rossi (biondo; in un caso solo con certezza color giallo ocra).

Isolatamente tracce di rosa anche sulle guance, sui seni, sull'ombelico. Orecchini e diadema hanno disegni in rosso e in azzurro. Le vesti erano colorate interamente oppure soltanto ornate da disegni policromi senza intenti d'imitare il vero, ma solo seguendo canoni decorativi.

Per i periodi successivi, in cui gli originali statuari sono conservati in minor numero, la policromia divenne più sobria, pur rimanendo sempre elemento integrale della scultura greca.

Platone (Republ., IV p. 420 C) afferma che solo la pittura può dare pienezza alla forma e al disegno dello scultore. Ma c'è di più.



LE RAGIONI DEL COLORE

Il di più riguarda due aspetti: quello della illusione e quello dell'umore. Man mano che le tecniche di colorazione si raffinarono ottenendo più colori e più sfumature, le statue presero sempre più un aspetto di persone reali.

MINERVA
Un Dio o una Dea colorati erano dei giganti di carne che non potevano non colpire l'occhio e l'anima dei fedeli, insomma l'illusione delle esistenze divine diveniva più materiale e realistica, quelle statue erano vive.

Ma c'è un altro aspetto importante: il gusto delle colorazioni. Oggi se vedessimo per miracolo uno squarcio della Grecia o della Roma antica, ci prenderebbe un colpo.

Vedremmo templi, basiliche, agorà, statue, bassorilievi, colonne, tutte zeppe di colori accesi. Del resto anche le pitture etrusche, che oggi sembrano così delicate, erano in realtà di colori accesissimi, e in Egitto accadeva altrettanto.

Questo perchè il gusto può essere raffinato o grossolano ma la colorazione è legata alla gioia di vivere. E' innegabile che gli antichi fossero più allegri di noi e senza una ragione reale, perchè erano esposti quanto noi e più di noi a malattie, guerre e cataclismi.

Forse perchè erano meno mentali e più istintivi, quindi più che di gusto è questione di umore. Il bianco divenne erroneamente l’emblema della civiltà greca, investendo pure l'arte romana, ma solo perchè l'assenza di colore è assenza di sentimenti.

Non a caso in una società molto cervellotica e poco istintuale come la nostra si è sviluppata ed ha trionfato un'arte astratta e non figurativa. Non è vero che si cercano nuove forme, è che si cerca di evitare le forme. Tutto deve essere squadrato, ma pure arrotondato, purchè non abbia fregi nè orpelli, la sobrietà deve essere assoluta, come in un mondo piatto.

Diciamola tutta, oggi quelle policromie ci sembrerebbero di cattivo gusto, oggi in particolare, dove le case moderne hanno un arredo basato su colori chiarissimi quasi bianchi: beige, grigio, azzurro pallido o verde chiarissimo, con qualche chiazza di colore su un quadro o dei cuscini.

Talvolta si giunge ad un grande ed imperante bianco con qualche tocco di nero lucido e sembra il massimo. Assenza di forme e assenza di colore è assenza di emozioni, quelle emozioni primitive che non siamo in grado di controllare e che pertanto ci fanno paura.

GIOVE DI VERSAILLES
Se un antico greco o romano per miracolo potesse osservare uno squarcio delle nostre città, e in particolare delle nostre case, gli prenderebbe un colpo e cadrebbe in depressione.

Tracce di colore si riscontrarono nel panneggio dell'Apollo del frontone occidentale del tempio di Zeus in Olimpia (v. apollo, III, tav. CXLIII); in una copia da Corinto della testa del Doriforo di Policleto.

Nelle statue del mausoleo di Alicarnasso e nei fregi del medesimo edificio, trame di fondo azzurro; tracce anche nei capelli e nei sandali dell'Hermes di Prassitele.

Per la policromia del sec. IV il miglior esempio è il sarcofago di Alessandro, dove i colori sono una girandola di violetto, porpora, azzurro, giallo, carminio, rossobruno e nero, le stesse tonalità che predominano ancora in certi affreschi pompeiani di derivazione classica; policrome sono le vesti, i capelli e gli occhi con iride azzurra o bruna.

Si può anche ricordare una testina di Alessandro Magno fine sec. IV, ora in proprietà privata a Berlino, che è in marmo giallognolo delle isole.

Dai resti di colore si può dedurre che il volto era dorato, le labbra e gli angoli degli occhi erano colorati in rosso. I suoi capelli invece erano ricoperti da un sottile strato di stucco colorato; il diadema era in metallo (Einzelnaufn., Monaco 1893 segg., n. 3902).




LA SCULTURA POLICROMA A ROMA

A Roma le cose non andarono diversamente, Goethe e Canova s'infiammarono alla vista del candore delle statue e dei gessi riproducenti gli antichi capolavori, in realtà più gessi che statue, tanto è vero che Canova scolpì rigorosamente "in bianco", senza alcuna sovrapposizione di colori.

MINERVA
Ma di statue con tracce di colore ce ne sono tante, come mai per secoli nessuno se n'è accorto? Quando nell’Ottocento gli archeologi europei iniziarono a scavare e studiare sistematicamente le testimonianze dell’antichità greca, si trovarono di fronte a una dura realtà: piccole ma innegabili tracce di colorazione si presentavano nelle pieghe delle carni e delle vesti delle statue, sulla superficie di fregi, colonne e frontoni dei templi.

La risposta è semplice, perchè non piacevano, e in parte perchè i marmi non erano più disponibili come in antico, soprattutto per Roma che poteva importarne da ogni angolo del suo vasto impero.

Pensare che la preziosità del marmo possa essere occultata dal colore per noi moderni è una blasfemia, il materiale è così raro che va conservato nella sua integralità. 
Tanto sarebbe valso farli di gesso o di cemento. 

Tuttavia i Romani dettero importanza alla bellezza dei marmi, tanto che a un certo punto il porfido rosso egizio fu vietato nell'uso ai cittadini e destinato solo allo sfarzo dell'imperatore.

Solo lui poteva farlo importare e lavorare a suo piacimento e a lustro della sua reggia o delle sue statue.

Non solo, proprio per l'apprezzamento dei bei marmi, i Romani invalsero l'uso dei doppi marmi, cioè un busto in genere, ma pure una figura intera, con la veste scolpita in un marmo colorato e variegato da sostituire la colorazione che veniva confinata alle parti nude e altro.

Ve ne sono esempi bellissimi, come l'Apollo del Museo di Napoli, con una lucida e ampia veste rossa che lo avvolge fino ai piedi divini. 

Oppure Scipione l'africano, il cui busto si avvale di un marmo scuro, quasi nero, per la pelle e un marmo colorato per la veste.

Anzi il nero non solo venne usato per le Grandi Madri di turno, ma pure per vari personaggi, perchè c'era l'idea che un marmo scuro potesse già sostituire la pittura, insomma per i romani aveva una sua eleganza, che non aveva invece il marmo candido nudo e crudo.

Ma pure il bronzo sostituiva il colore, sempre per l'avversione al bianco, che era assenza di colore, o almeno così suonava ai Romani. 

Il bronzo aveva colore, necessitava solo dell'aggiunta degli occhi in smalto o pasta vitrea che risaltavano ancor più sul metallo scuro dando l'idea della vitalità della statua. Come si può vedere ad esempio nella bellissima statua pompeiana di Diana che tira l'arco.



GLI OCCHI DELLE STATUE

Nelle statue antiche, sia greche che romane, spesso gli occhi sembrano ciechi, manca l'ride e la pupilla.
Questo accadeva perchè l'iride la mettevano di vetro colorato a imitazione dell'occhio umano, e al posto dell'iride di solito c'era un forellino.  

Gli occhi bianchi come il resto del viso li hanno lasciati gli artisti del rinascimento quando hanno copiato le opere d'arte antiche. In realtà i romani coloravano tutto, compresi gli occhi delle statue, e coloravano anche le statue di bronzo.

Basta guardare uno dei bronzi di Riace ha ancora gli occhi dipinti, o la Saffo greca di bronzo, o il busto di Scipione l'Africano, anch' esso di bronzo e con gli occhi un po' sgranati. Insomma tutte le statue dovevano il più possibile sembrare "vere", e ovviamente l'iride era rappresentata. 

Veniva o applicata in altro materiale, o dipinta. Poi col tempo il colore si e' dilavato e quello che era incastonato è andato perso, senza contare lo scempio voluto dagli intolleranti cristiani.
Tuttavia dall'eta' antonina (Adriano, Marco Aurelio, Antonino Pio...) in poi, l'occhio e' inciso: ed ecco iride, pupilla, e pure ciglia. Che poi venivano colorate.

COME MAI NON SI ACCORSERO DEL COLORE, NON SE NE ACCORSERO PER 2000 ANNI

Ma il fatto avrebbe dovuto essere scontato: i contemporanei ritrovamenti in Egitto, nell’isola di Creta, in Etruria confermavano che tutti i popoli del mondo antico amavano colorare ogni cosa, dalle case alle statue. Rossi purpurei, splendenti turchini, gialli ocra coloravano le mura di Babilonia, i palazzi cretesi, i templi e le tombe di Luxor, i frontoni di terracotta e gli affreschi delle tombe di Tarquinia, gli stupefacenti vetri fenici che in quegli stessi anni venivano riportati alla luce.

RICOSTRUZIONE POLICROMA DELLA "KORE DEL PEPLO"
Ancora all’inizio del V sec. a.c., l’Acropoli di Atene e i templi di Delfi si annunciavano da lontano per i loro brillanti colori e le statue erano intarsiate di oro, di avorio e di smalti. Lo testimoniano gli straordinari ritrovamenti delle “colmate”, o "favisse", le fosse sacre in cui al momento della ricostruzione furono raccolte e sigillate le rovine superstiti alle devastazioni, riscoperte intatte appunto nell’Ottocento.

Il mito neoclassico di una statuaria di marmoreo candore, cristallizzato nel Settecento dallo storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann e perpetuato nei calchi in gesso delle accademie, offrì forse lo spunto della superiorità prima della razza bianca e poi di quella tedesca che dall’inizio dell’Ottocento si affermava con l’idealismo hegeliano e con i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte. 
Il bianco  non era la somma di tutti i colori, ma , la loro assenza, il contrassegno di una superiorità spirituale, scambiando  la mente inalterabile, cioè piatta, per uno stato spirituale superiore.
Ma non altrimenti avvenne in oriente dove alle figure coloratissime e formose degli Dei che si avvinghiavano e copulavano nelle pareti dei templi si sostituì la calma piatta degli asceti santoni, o dei magri fachiri che allignarono perfino in cima alle colonne divenendo i santi stiliti.
Per contrario, i colori rutilanti erano segno caratteristico del cattivo gusto primitivo dei popoli barbarici del Vicino Oriente e del Mediterraneo meridionale. Oggi si fa fatica a dire che Egizi, Etruschi, Greci e Romani avessero cattivo gusto, ma se non ci fosse lo schema fisso dei canoni insegnati a scuola molti lo direbbero.
Essendo il conflitto per ora insanabile, si preferisce tacere.
APOLLO

LA TECNICA

I colori venivano sciolti in cera e applicati a caldo, con un processo analogo all'encausto. Le parti policromate erano lasciate ruvide, le carni invece venivano levigate per accentuare il contrasto.

Il marmo veniva trattato avanti con un olio volatile (harpix), già noto agli Egiziani, che doveva impedire lo scorrere del colore; esso ha lasciato talvolta una traccia lucida là dove il colore è scomparso.

Nelle terrecotte in genere si coloravano in relazione anche le parti nude. Nella statuaria classica i nudi ricevevano per solito una velatura uniforme assai leggera per scaldare il tono del marmo, che prendeva un aspetto quasi di cera.

AUGUSTO DI PRIMA PORTA
Ma la colorazione delle statue necessitava di manutenzione, soprattutto se esposte all'aperto e quindi all'azione degli agenti atmosferici.

Per questa ragione i romani ponevano generalmente sopra i templi o sopra gli archi di trionfo statue di bronzo che non dovevano quindi essere restaurate, che sarebbe stato un problema per l'altezza, oltre che per il costo.

Tutte le altre statue però necessitavano di manutenzione, una manutenzione per nulla semplice, perchè la pittura veniva ricolata sopra per intero, quasi mai ritoccata, il che significava impalcature, ponteggi e teli di protezione.

Secondo Vitruvio (De Architettura) e Plinio (Nat. Historia) la pittura sui marmi era costituita da cera sciolta con poco olio, data a caldo con un pennello e asciugata con un panno, il che renderebbe più facile la tecnica, ma probabilmente le tecniche erano diverse.
Delle iscrizioni di Delo conservano la registrazione delle spese per la pittura statuaria per gli anni 279, 269, 250 e 201 a.c..

La scultura etrusca mantenne più a lungo la policromia totale in uso nella scultura greca arcaica (vedi Apollo e antefisse di Veio e il sarcofago di Orvieto), infatti il popolo etrusco era un popolo allegro (almeno fino a quando non fu sopraffatta dai Romani), erano eleganti e ricchi, le donne avevano una quasi parità con gli uomini e non avevano paura di morire, infatti le immagini sono festanti pure nei sepolcri.

La statua vaticana di Augusto da Prima Porta reca tracce di colore rossiccio nei capelli, di rosso sulla tunica e sul manto, di giallo e di azzurro sulle frange della corazza e sui rilievi che la adornano, i quali dovevano apparire come smalti, con toni variatissimi, e di bruno sul tronco dell'albero.

Anche la statua di Augusto da Via Labicana (Museo Naz. Rom.) mostrava tracce di colore violaceo sulla toga mentre il plinto su cui poggia era di un rosso squillante.

I numerosi ritratti di personaggi imperiali che si vedono nei musei, composti da teste di marmo bianco e busti di marmo o alabastro colorato, sono composizioni di età moderna, generalmente barocca.

Ma si riscontra pure in un'opera antica, nella statua colossale di Minerva/Roma del Museo Nazionale Romano.

Col sec. III la policromia si attenua, ricorrendo invece agli effetti di lumeggiature d'oro sul bianco del marmo. Sul sarcofago Ludovisi con battaglia (Antike Denkmäler, IV, 1929, p.61) capelli e barba di tutti i personaggi erano dorati, così pure le criniere dei cavalli; le armi e le vesti lumeggiate a strisce d'oro.

Contorni degli occhi e delle bocche forse colorati in rosso. Resti ancora più evidenti di analoga policromia si notano sopra un sarcofago del Laterano (O. Marucchi, Mon.del Mus. Crist. Pio Laterano, tav. 23,1), dove erano dorati capelli e barbe dei pastori, i velli delle pecore; i tendaggi e la veste dell'orante mostravano listature d'oro, precedenti diretti della listatura delle vesti nelle icone bizantine.

Un'équipe di archeologi, chimici e filologi che ruotano attorno a tre musei (la Gliptoteca di Monaco, la Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen e i Musei Vaticani) ha unito le forze per tentare di visualizzare come doveva apparire ai contemporanei una serie di sculture tra l’arcaismo greco (VI secolo a.c.) e l’età romana imperiale.

Sia chiaro: pensare di ripristinare l’aspetto delle sculture esattamente "come nuove" sarebbe una presunzione eccessiva. Ogni ricostruzione si basa su una complessa serie di analisi, che integrano l’occhio dell’archeologo con foto a luce ultravioletta o radente, con l’uso di microscopia ottica e a scansione elettronica, con cromatografia a gas e liquida.

Le copie policrome così ottenute mantengono necessariamente una percentuale di ipotesi che, a seconda della conservazione dell’originale, sarà ora più ora meno elevata. 
TESTA DI GUERRIERO - TEMPIO DI ALPHAIA

Si potrà dunque discutere sul singolo dettaglio, ma nell’insieme si tratta di uno sforzo che permette di sfatare vecchie concezioni e di avere un’idea assai più verosimile della realtà antica.Il "racconto" del colore inizia con l’arcaismo greco e subito ci si accorge che il recupero della decorazione policroma non è un dettaglio secondario, ma coinvolge il significato stesso della scultura. 
L’esempio migliore si ha in uno dei pezzi che si trovano in tutti i manuali: la cosiddetta kore del peplo del Museo dell’Acropoli di Atene. Una volta che ne venga ricostruita la policromia originaria, infatti, questo nome si rivela doppiamente sbagliato: non è una kore, né porta il peplo.

Ma cominciamo dall’inizio: alla fine dell’Ottocento vennero alla luce le sculture dedicate nei santuari dell’Acropoli, distrutte dall’invasione persiana del 480 a.c. e pietosamente seppellite sul posto dagli Ateniesi prima della ricostruzione. 
In quell’occasione fu scoperto un gran numero di statue femminili ritte in piedi, dal volto luminoso e dal sorriso lievemente enigmatico. 
Dovevano rappresentare l’offerta di famiglie della fascia sociale più elevata dell’Atene dell’epoca e vennero definite korai, in greco "fanciulle".

Tra queste era anche la nostra kore, vestita di una mantellina sopra una veste lunga che si apriva sul davanti, al di sotto della cintura, a mostrare la gonna. 


Qualcosa, però, non era del tutto chiara: l’abito lineare e severo, infatti, era un po’ troppo all’antica se paragonato allo stile della testa (530-520 a.C.).

Esaminando la statua con particolari tecniche fotografiche sono saltati fuori dettagli interessanti: la luce radente ha permesso di riconoscere i sottili graffiti preparatori delle figurazioni dipinte e la luce ultravioletta ha fatto emergere tracce di colore ormai invisibili a occhio nudo. Si sono così ricostruiti i disegni della veste e si è recuperato il fregio ad animali e cavalieri sulla gonna.

Il vestito "all’antica" non era dunque un attardamento della moda, ma una veste cerimoniale di origine orientale (l’ependytes) utilizzato per la Dea Atena o, forse, per Artemide, pure venerata sull’Acropoli. Perdiamo dunque la «kore del peplo» per guadagnare una «dea con ependytes».

Sorprendenti per altri motivi sono le ricostruzioni delle statue dei frontoni del tempio di Atena Aphaia sull’isola di Egina, il vanto della Gliptoteca di Monaco, raffiguranti una battaglia fra Greci e Troiani. La scultura più completa dal punto di vista del colore è il cosiddetto Paride, un arciere troiano inginocchiato che sta per scoccare la sua freccia micidiale.

Veste una giacchetta di cuoio attillata e senza maniche, decorata da bordure e da una fascia, mentre al di sotto indossa una specie di "pullover". Le maniche sono fittamente decorate di motivi romboidali che si incastrano gli uni negli altri, giocati sul rosso, verde malachite, blu e giallo, con un effetto da far invidia a un moderno designer, mentre i pantaloni hanno un disegno simile, che segue elasticamente la modulazione delle membra asciutte e vigorose.

Passando all’età romana troviamo due casi molto diversi di ritratti imperiali. Uno è l’Augusto di Prima Porta dei Musei Vaticani, la statua più famosa di questo imperatore, trovata nella villa della moglie Livia poco fuori Roma, sulla via Flaminia. Anche a distanza e in penombra non si può sbagliare: solo l’imperatore portava quel mantello rosso porpora, un tono squillante ottenuto con una lacca organica finora raramente identificata sulla scultura.

TESTA DI CALIGOLA
È il paludamentum, segno inconfondibile dell’autorità militare, che Augusto portava solo sul campo e che mai poteva indossare in città, nella vita civile. Sulla corazza, il cui fondo conserva il colore bianco e luminoso del preziosissimo marmo di Paros, spiccano invece in blu, rosso e marrone i rilievi che raccontano la restituzione ai Romani delle insegne che i Parti avevano strappato all’esercito di Crasso, distrutto nella battaglia di Carrhae. 
Era uno dei vanti dell’imperatore averle recuperate per via diplomatica, rimuovendo una grave onta senza ricorrere a ulteriore spargimento di sangue. Il colore, in questo caso, sottolinea solo gli elementi salienti per comunicare nel modo più chiaro e immediato il messaggio politico dell’opera, con tecnica quasi pubblicitaria, anche a costo di violare le convenzioni realistiche lasciando bianca la corazza e la pelle.

Tutto al contrario avviene nel ritratto di Caligola della Gliptoteca Ny Carlsberg di Copenaghen, dove le tracce di incarnato hanno permesso di ricostruire una pelle vivacemente colorata.
L’originale conserva ancora l’occhio sinistro con ciglia, sopracciglio e iride, mentre le frange dei capelli sono delineate con sottili tratti di pennello a integrare le ciocche che lo scultore aveva realizzato plasticamente. 
Per ottenere la copia destinata all’esperimento di colorazione, si è ricorsi addirittura a una scansione laser dell’originale: sulla base di questi dati una fresa guidata dal computer ha scolpito un duplicato in marmo, per non danneggiare con calchi tradizionali i resti di colore.

Per dare un’idea dell’evoluzione del gusto cromatico romano è esposto un sarcofago paleocristiano dei Musei Vaticani di cui un recentissimo restauro oltre alla policromia ha recuperato la doratura: nelle scene campestri il vello delle pecore al pascolo è finemente tratteggiato in oro a suggerire una vibrazione luminosa che, vista alla fiamma tremolante delle lucerne nel sepolcro, doveva conferire un’aura particolare al rilievo.

Chiude la mostra il ritratto di Ariadne, moglie dell’imperatore bizantino Zenone: l’imperatrice che vide la caduta dell’impero romano d’occidente. Un volto dallo sguardo perforante grazie alle pupille dilatate, ottenute mediante inserti di pietra nera, e coronato dal copricapo purpureo e dorato, colorazione di cui restano ancora tracce piuttosto evidenti.

Visto così il mondo antico ci appare molto meno (neo)classico. Oggi che si è consumata la frattura tra radici greco-romane e modernità c’è almeno questo vantaggio: la possibilità rivedere le prime con occhio libero da preconcetti per esplorarne lati nonostante tutto ancora nuovi, come "opera aperta", dunque veramente classica.


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