LA VESTALE COSSINIA


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Tito Livio narra che le Vestali furono tra i primi ordini sacerdotali creati da Numa Pompilio: subito dopo i Flamini, e prima dei Salii e dei Pontefici. Il loro compito era di mantenere sempre acceso il fuoco sacro alla Dea Vesta e di preparare gli ingredienti per qualsiasi sacrificio pubblico o privato come la mola salsa.

Svetonio narra che l'imperatore Augusto: « Aumentò il numero, il prestigio, ma anche i privilegi dei sacerdoti, in particolare delle Vestali. Quando era necessario scegliere una vestale in sostituzione di una morta, vedendo che molti non volevano dare le loro figlie in sorte, giurò che se le sue nipoti avessero avuto l'età adatta, egli stesso le avrebbe offerte. » (Svetonio, Augustus)

Viene da chiedersi come mai le famiglie rifiutassero il sacerdozio alle figlie. Le vestali venivano sorteggiate in un gruppo di 20 bambine fra i 6 e i 10 anni appartenenti a famiglie patrizie. Il servizio durava 30 anni: nel primo decennio erano novizie, nel secondo erano addette al culto e gli ultimi dieci istruivano le novizie. In seguito erano libere di abbandonare il servizio e sposarsi.

FOTO DEL RITROVAMENTO
Si dice che potessero uscire uscire liberamente e che godessero di privilegi che le rendevano del tutto uniche tra le donne romane, nonché di diritti e onori civili: mantenute a spese dello Stato, affrancate dalla patria potestà al momento di entrare nel Collegio, erano le uniche donne romane che potevano fare testamento, potevano testimoniare senza giuramento e i magistrati cedevano loro il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio. Potevano chiedere la grazia per il condannato a morte che avessero incontrato casualmente e venivano sepolte entro il pomerio.

Sul fatto della libertà di uscire la cosa non è semplice, turni a parte le vestali non potevano uscire da sole, potevano comparire in pubblico solo nei tragitti eseguiti per fare i riti nei vari templi, per andare ai pubblici spettacoli (anche gladiatorii) e per recarsi da qualche alta personalità, a corte, con il pontefice massimo o l'imperatore, che poi erano la stessa persona. D'altronde dove potevano andare in giro? Di certo non con un maschio e neppure per fare spese (se non di cibo) perchè vestivano unicamente da vestali, in divisa religiosa.

Le uniche colpe di cui potessero macchiarsi erano lo spegnimento del fuoco sacro e le relazioni sessuali, perchè dovevano restare vergini per tutto il servizio sacro. In questi casi la vestale veniva frustata, vestita di abiti funebri e portata in una lettiga chiusa al Campus Sceleratus. Là veniva lasciata in una sepoltura con una lampada e una piccola provvista di pane, acqua, latte e olio, il sepolcro veniva chiuso e la sua memoria cancellata. Insomma una morte orribile.

Dionigi di Alicarnasso narra della vestale Orbilia che nel 472 a.c., quando a Roma si cercavano i motivi della peste, fu trovata colpevole di aver mancato al voto di castità, e mandata a morte.

Livio narra di una vestale, Minucia, condannata ad esser sepolta viva per un abbigliamento non adeguato alla posizione occupata (337 a.c.).

Fatto invece positivo lo scagionamento miracoloso (attribuito a Vesta stessa) di una vestale, Tuccia, nel 230 a.c., accusata di non aver conservato la sua verginità.

Insomma fare la Vestale significava segregazione e servizio, abnegazione e sacrificio.

Era come essere carcerati per trenta anni e occorreva una natura molto caritatevole per accettare di buon grado la detenzione.

Dopo trenta anni di servizio, quindi tra i 36 e i 40 anni le vestali potevano sposarsi, un'età un po' tarda per i romani, un'età in cui probabilmente le donne nemmeno erano più in grado di partorire, ciò che era considerato lo scopo principale del matrimonio.

Oppure avevano un'altra scelta, potevano rimanere in servizio, cioè segregate a vita.

Cossinia fu una di queste ultime. Discendente di una nobile famiglia tiburtina, fu destinata al sacerdozio di Vesta presso il tempio della Dea a Tivoli, ma terminato il servizio trentennale non tornò a casa, evidentemente non ci si trovava molto bene, ma invece si trovava bene tra le vestali, e forse aveva una sincera vocazione religiosa, tanto che continuò il sacerdozio fino alla fine dei suoi giorni.

Quando morì, a circa 75 anni, la popolazione la onorò grandemente per la sua devozione ed abnegazione, tanto è vero che il suo corpo fu portato a braccia nella sua ultima dimora come segno di grande stima e onore. Pertanto doveva essere rimasta sacerdotessa di sua scelta e di buon grado, visto che i romani la onorarono tanto.

Il ritrovamento del cippo funerario avvenuto nel 1929, lungo la riva destra del fiume Aniene, tra la stazione ferroviaria e la Villa Gregoriana, fece molto scalpore perchè per la prima volta, e unica a tutt’oggi, era stata scoperta la tomba di una sacerdotessa di Vesta. Durante gli scavi, oltre all’elegante ara issata su cinque gradini di travertino, fu scoperto un altro complesso di altri tre gradini sempre in travertino sotto cui si reperirono inumati i resti di una donna dentro un sarcofago marmoreo.

Accanto al capo della defunta si rinvenne una bella bambola, oggi conservata al Museo Nazionale Romano, che seguiva i dettami della moda del suo tempo, a cavallo tra il II e il III sec., perciò acconciata come la moglie di Settimio Severo, Giulia Domna, (moglie di Settimio Severo – 193-211 d.c.), periodo al quale quindi il monumento si dovette datare, anche in base alla sepoltura a inumazione e non più a incinerazione.

Aveva infatti la scriminatura centrale che divide la capigliatura in due bande ondulate e inoltre la bambola aveva con sè un prezioso corredo di minuscoli gioielli, da riporre in un delizioso cofanetto di pasta vitrea rosa con cerniere di rame: un girocollo d'oro, foggiato come una catena a doppie maglie, e un certo numero di braccialetti d'oro, tortili per i polsi e fili d'oro per le caviglie.

Il corpo, snello e adolescenziale, aveva le giunture snodabili: spalle, gomiti, anche e ginocchia potevano essere articolati in modo naturale per farle assumere le più diverse posizioni. La bambola è conservata presso il Museo Nazionale Romano, a Palazzo Massimo.

Sulla parte anteriore dell’ara, in un’elegante corona di quercia con nastro, si legge:

V V COSSINIAE L F
L.Cossinius Electus

e cioè:
alla Vergine Vestale Cossinia figlia di Lucio Lucio Cossinio Eletto (dedicante, forse un parente)

Sul retro due frasi:

Undecies senis quod Vestae paruit annis
hic sita virgo, manu popoli delata, quiescit
L(ocus) D(atus) S(enatus) C(onsulto)

(Obbedi a Vesta 11 volte l’età che aveva al suo ingresso nel sacerdozio
qui riposa la Vergine, trasportata a braccia dal popolo
il terreno per la sepoltura è stato donato per decisione unanime dal Senato)

Si credette che i resti fossero della Vestale Cossinia; ma lascia perplessi la presenza della bambola. Si sa che le fanciulle romane potevano giocare con le bambole fino al matrimonio, per poi offrire giusto prima delle nozze i loro giocattoli alle divinità in un tempio. Si pensò pure che la bambola fosse un simbolo di verginità, così da rendere pietosa e umana la figura della sacerdotessa Cossinia che aveva sacrificato tutta la sua esistenza dedicandola interamente alla divinità Vesta.

Ma nulla avvalorava l'ipotesi data pure l’incongruenza tra la datazione dall’acconciatura della bambola (III sec. d.c.) e quella relativa all’iscrizione rinvenuta sull’Ara che risalirebbe al I sec. d.c..

Si tratta quindi di due tombe, distinte, che probabilmente erano parte di un più vasto sepolcreto.

Forse la Vestale era stata cremata o forse il suo corpo era stato inumato in una posizione diversa, rispetto all’Ara, sotto cui scavando nulla si è trovato. Oppure il sarcofago adiacente era stato violato e distrutto in qualità di sacerdozio pagano dai cristiani.

Ora a Tivoli, lungo l’antica Via Valeria, il monumento funebre di Cossinia, un’ara con pulvini che si erge su cinque alti gradoni, mostra frontalmente la dedica alla vestale figlia di Lucio Cossinio, inserita in una ghirlanda di foglie di quercia e ghiande, con la sacra infula (cioè la benda sacra che indossavano le vestali); al di sotto è il nome del dedicante L.Cossinius Electus.

Il monumento doveva essere certamente completato da una statua di Cossinia, ma neppure questa è stata ritrovata, e non fa meraviglia, scoprendo come le statue delle altre vestali siano state mutilate e fatte a pezzi dall'iconoclastia cristiana. 

Come si apprende dall’epigrafe, Cossinia originaria di Tivoli, aveva servito la Dea Vesta per ben sessantasei anni, un servizio di eccezionale durata.

Il monumento, soggetto ad interrarsi per le continue frane della scarpata sovrastante, è stato decorosamente risistemato nel 1967, a cura dell'Azienda Autonoma di Cura, Soggiorno e Turismo, che ha realizzato, nell'area circostante, un giardino ed una comoda scalinata d'accesso.

Ma le cose sono cambiate, da allora non è seguito alcun altro intervento e sono passati oltre quarant'anni, quarant'anni di incuria.

Ora c'è impervio l'accesso al monumento e un penoso stato di abbandono in cui versa questa ara. Una cosa vergognosa. 



“Strappiamo al degrado la Tomba della Vestale Cossinia”, l’iniziativa di Legambiente nell’ambito della campagna nazionale “Salvalarte”

18 novembre, 2010 Articolo di La Voce

TIVOLI -

Salvare dal degrado la Tomba della Vestale Cossinia. E’ la missione del circolo Legambiente di Tivoli nell'ambito della campagna nazionale Salvalarte dedicata alla tutela delle opere d'arte e dei monumenti.

Versa ancora - denuncia il presidente degli ambientalisti, Gianni Innocenti - in condizioni insultanti per un sito archeologico di così grande importanza. Rifiuti, sterpaglie, rami divelti, indumenti abbandonati, escrementi animali ed umani, siringhe, accolgono quei turisti che scesi dal treno muniti di guida turistica o degli itinerari scaricati gratuitamente dal meritorio sito Tibur Superbum credono di trovare un monumento accessibile, protetto e ben conservato”.

E continua: “L'impressione del turista deve essere di un tale disgusto che le fontane di Villa d'Este non riescono a cancellare l'immagine iniziale di una città sciatta e noncurante dei suoi patrimoni”. 

Domenica 21 novembre, dalle ore 8.30, i volontari di quattro associazioni tiburtine (associazione Subacquei volontari tiburtini, Federazione Volontari del Radio Soccorso, volontari Tibur associati e Circolo Legambiente di Tivoli), muniti di attrezzi propri, effettueranno nuovamente la pulizia del vialetto di accesso e dell'area circostante l'antico sepolcro.

Collaborazione è stata assicurata dall'Asa che assicurerà un sopralluogo preventivo per asportare le siringhe abbandonate nella zona, metterà a disposizione alcune ramazze e assicurerà il recupero dei sacchi di rifiuti riempiti che i volontari depositeranno in un punto prestabilito.

Lo scopo principale dell'operazione - spiega Innocenti - è quello di portare nuovamente a conoscenza della cittadinanza e degli ambienti culturali nazionali lo stato del sepolcro. 

Le amministrazioni comunali succedutesi, le Soprintendenze competenti, nonostante siano trascorsi due anni dalla precedente denuncia pubblica, non hanno trovato il modo di rendere un aspetto degno al monumento che mostra ancora le offensive scritte di vernice rossa, ed alla sua area di rispetto”.

Poi le informazioni di servizio: “Le associazioni che parteciperanno alla manifestazione, invitano i cittadini a collaborare e ad essere presenti, muniti di guanti, scarpe pesanti ed attrezzi, sul luogo dell'appuntamento a viale Mazzini. L'invito è esteso anche agli amministratori della città che recentemente hanno comunicato un interesse destinato alla riqualificazione del sito”.
(18 novembre 2010 -www.lavocedelnordestromano.it) Red

Dopodichè altri 4 anni di incuria:



Tomba della Vestale Cossinia: ricoperta da erbacce, scritte e siringhe
Martedì, 08 Luglio 2014 13:26

Siringhe, sterpaglie e scritte alla tomba della Vestale Cossinia.

Il degrado dell'antico ceppo commemorativo che si trova lungo l'antica via Valeria è descritto nell'interrogazione presentata dal consigliere regionale Fabio De Lillo  per denunciare lo stato d'abbandono in cui versa l'opera.

"Cossinia era originaria di Tivoli, fu sepolta in quel luogo per volontà del Senato -
la dichiarazione dei De Lillo che interpella l'amministrazione regionale

-, il monumento rappresenta un’opera sacra di rara bellezza, di grande rilevanza storica nonché un’opera strategica per il rilancio turistico di Tivoli". 

Ma oggi la situazione denunciata parla di

"stato di degrado in cui versa la tomba e l’area circostante, scritte ed incisioni che hanno rovinato il monumento e condizioni igienico-sanitarie precarie con l’area circondata da sterpaglie, siringhe e rifiuti di ogni genere".

A tal proposito l'appello agli assessori regionali di Ambiente e Cultura per sapere:

"se erano a conoscenza dello stato di degrado e abbandono di tale sito archeologico e quali azioni intendono portare avanti per risolvere da un lato l’emergenza igienico-sanitaria e dall’altro la tutela e la promozione di uno dei siti archeologici più importanti del nostro territorio".

(fonte: tiburno.tv)



COMMENTO

E' mai possibile che il paese che ha dato il maggiore contributo al mondo di civiltà e di arte sia oggi il paese che meno si interessa di ambedue? Come è possibile che si trascuri così ignobilmente il più grande patrimonio artistico esistente sulla terra?



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