LE IDI DI MARZO





" Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore " 

(Th. Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V - Cap. XI)


LE LEGGI AGRARIE

Cassia. -
Spurio Cassio, console o tribuno, nel 486 a.c., presentò una legge per dividere il territorio conquistato agli Ernici, per una metà tra i Latini alleati di Roma, e per l'altra metà ai plebei. Il Senato rifiutò le concessioni ai Latini, ma accordò di dividere fra i plebei una metà del territorio Ernico. Non appena Cassio fu uscito di carica (269 a.c.), i patrizi lo misero a morte, dopo averlo fatto condannare per l'accusa di aver preso l'iniziativa di una legge agraria per diventare re con l'aiuto della plebe.

Sicinia. -
Presentata nel 487 a.c. da T. Sicinio, tribuno della plebe, proponeva che il territorio di Veio servisse a fondare una nuova città, identica a Roma, dove dovessero emigrare metà dei patrizi e metà dei plebei. Fu respinta dai comizi per un voto solo.

Licinia Sextia. -
Redatta nel 377 a.c. dai tribuni della plebe C. Licinio Stolone e L. Sestio Laterano; che per otto anni non riuscirono a presentarla ai comizi per il veto di altri colleghi. Nel 368 a.c. M. Furio Camillo riuscì ad impedire la votazione, ma dovette lasciare la carica. Il nuovo dittatore, M. Manlio Capitolino, tentò di conciliare patrizi e plebei e si dimise; finalmente nel 367 a.c. la legge venne approvata avendo il Senato bisogno dei plebei nell'imminenza di un'invasione dei Galli.

Sempronia I. -
Proposta da Tiberio Sempronio Gracco, eletto tribuno nel 133 a.c. con cui chiedeva la divisione in lotti con distribuzione ai cittadini poveri, di tutti i terreni già a libera disposizione dello stato, e di tutti gli altri terreni dei quali lo stato sarebbe rientrato in possesso per il ritiro stabilito dalla legge;
La legge fu approvata ma Tiberio fu assassinato, con trecento suoi partigiani, in un tumulto provocato dagli oligarchi. Dopo la morte del tribuno, le rivendicazioni vennero sospese.

Sempronia II. -
Caio Gracco, fratello di Tiberio, tribuno nel 123 a.c., presentò una nuova legge Sempronia agraria, molto simile alla legge di Tiberio; Caio fu ucciso in circostanze analoghe a quelle del fratello.
 Nel 120 a.c., un'altra legge, della quale ignoriamo il proponente, tolse il divieto di alienare i terreni assegnati.

Thoria -
Tra il 118 e il 111 a.c. una nuova legge abolì le assegnazioni e sancì la rinunzia definitiva alle rivendicazioni volute dalla legge Sempronia.

Thoria -
Tra il 111 e il 108 a.c. un'altra legge sanciva che:
"Sono rimessi in possesso coloro i quali furono espulsi ingiustamente con la forza da terreni che essi occupavano a buon diritto".

Appuleia. -
Nel 100 a.c., L. Appuleio Saturnino propose che venissero distribuite ai soldati della guerra cimbrica, romani e italici, le terre che nella Gallia transpadana erano state annesse al demanio pubblico, e altre pure demaniali, in Sicilia, in Macedonia. La legge fu approvata  nonostante l'opposizione vivissima del Senato. Qualche mese dopo, Saturnino fu trucidato col collega Glaucia, e la legge fu abrogata prima che ne fosse stata iniziata l'applicazione.

Titia.
- Proposta nel 99 a.c. da Sesto Tizio, tribuno della plebe, allo scopo di distribuire terre al popolo. Fu presentata ai comizi e approvata.

Livia II. -
Fu presentata nel 91 a.c. dal tribuno della plebe M. Livio Druso. per la fondazione di colonie da crearsi in Italia e in Sicilia:
a) coi terreni pubblici occupati sine iusta causa da cittadini romani e italici;
b) coi terreni pubblici affittati dai censori, fra i quali il famoso ager campanus (territorio di Capua).
La legge fu votata nei comizi, ma annullata dal Senato per difetto di forma. Druso tentò di applicarla lo stesso, fece nominare la commissione decemvirale, ma poco dopo venne ucciso da ignoti.

Corneliae. -
Emanate negli anni 82-81 a.c. da L. Cornelio Silla, che aveva eseguito immense confische di terre nella guerra sociale e nella guerra civile. Parte le fece vendere per un prezzo irrisorio ai suoi partigiani, o le lasciò addirittura occupare da persone a lui gradite senza alcun corrispettivo a vantaggio dello stato. Altri terreni assegnò invece ai suoi veterani, circa 120.000, in parcelle inalienabili.

Servilia. - Proposta nel 64 a.c. dal tribuno P. Servilio Rullo, ispirato da Cesare. La legge riconosceva valide tutte le vendite effettuate dallo stato, quindi anche le Sillane, e lo stato avrebbe provveduto all'acquisto di terre da assegnarsi a cittadini poveri. Rullo, prevedendo la sconfitta, ritirò la sua proposta prima che fosse messa in votazione.

Iulia. - Fu presentata nel 59 a.c. da Caio Giulio Cesare, conferma le vendite e le occupazioni Sillane; delibera assegnazioni inalienabili per venti anni a favore di cittadini poveri con almeno tre figlioli, e da effettuarsi con tutte le terre italiche ancora in possesso del demanio e che erano principalmente costituite dall'ager campanus e dal campus stellatis (tra il Volturno e il Savone). Ove queste non fossero bastate, la commissione esecutrice della legge era autorizzata a fare acquisti di terreni dai privati a un prezzo conforme alla stima dell'ultimo censo, e a spese pubbliche, cioè con le nuove rendite acquistate dallo stato, grazie alle conquiste asiatiche di Pompeo. La legge fu approvata non ostante l'ostilità del Senato. Nel solo ager campanus vennero fatte 20.000 assegnazioni in lotti di 10 iugeri; nel campus stellatis i lotti furono invece di 12 iugeri, per la minor fertilità del terreno.

Su dodici leggi agrarie di cui solo nove a favore del popolo, cinque promotori di quei nove vennero uccisi.
Cesare  andò avanti comunque e in questo rischiò la sua vita, ottenne le leggi a favore dei poveri ma cercò pure di riconciliarsi con gli optimates. Egli sapeva che l'aristocrazia si ricostituisce sempre e comunque.

È contro questo compromesso che si mosse la minoranza fanatica dei congiurati. Narra Plutarco che, durante il suo primo consolato (59 a.c), Cesare, di fronte all'ostilità preconcetta del Sena­to verso le sue leggi agrarie, aveva gridato in faccia al Senato
"che lui controvoglia si faceva trascina­re dalla parte del popolo, e ne assecondava le spin­te: per colpa della tracotanza e della durezza oppressiva del Senato".
Ciononostante fu giudicato dalla parte degli optimates e con mire di regalità.



LE MIRE DI REGALITA'

Cesare fa scrivere nei Fasti che il console Antonio, per volontà del popolo (populi iussu) gli aveva offerto il regno, ma che egli non aveva voluto servirsene (uti noluisse). Secondo Dione, Antonio offrì il diadema a Cesare, ma questi lo rifiutò e fece iscrivere tale rifiuto nei Fasti.

Cesare compare in pubblico ai Lupercalia per la prima volta dopo che il senato gli ha conferito particolari onori, e cioè: veste purpurea, calzari d' oro e seggio coperto d'oro e d'avorio, ma soprattutto il titolo di Dittatore Perpetuo. E perchè allora i cesaricidi non hanno ucciso i senatori anzichè Cesare?

Secondo Appiano Cesare non sollecita i favori del popolo ma si limita ad accettarli, proibendo invece ai suoi amici di parlare della possibilità di farlo re. La sua esasperata reazione contro i tribuni Cesezio e Marullo, al ritorno dalla celebrazione delle Feriae Latinae sui Monti Albani, che insistono perchè accetti la monarchia, denota la sua irritazione, di cui poi si pente, dovuta al timore di suscitare opposizioni dal popolo, che ha sempre odiato la monarchia.




LA CONGIURA

Presero parte alla congiura più di 60 persone, con a capo gli ex-pompeiani Caio Cassio, praetor peregrinus, e Marco Bruto, praetor urbanus.
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CESARE

Cassio ne fu l'ideatore, e Bruto, un filosofo stoico, ma pure usuraio, accettò solo poco prima dell'assassinio.

Vi aderirono anche alcuni cesariani, tra cui Decimo Bruto, console designato per l'anno seguente, e Trebonio, uno dei migliori generali di Cesare destinato al consolato nel 42.

I congiurati furono a lungo incerti se trucidarlo in Campo Marzio mentre faceva l'appello delle tribù in occasione delle votazioni, oppure se aggredirlo sulla via Sacra o all'ingresso del teatro.

Ma quando il Senato venne convocato per le Idi di marzo (15 marzo del 44 a.c.) nella Curia di Pompeo, preferirono quel tempo e quel luogo. I congiurati portarono in Senato delle casse con le armi, fingendo fossero documenti. Inoltre appostarono un gran numero di gladiatori nel teatro di Pompeo, a poca distanza dalla Curia.


BRUTO

Marco Bruto, quello della celebre frase "Tu quoque, Brute, Fili mi?" era figlio di Marco Giunio Bruto, tribuno della plebe nell'83 a.c. e di Servilia, sorellastra di Catone Uticense, grande amante di Cesare, legame che perdurò per tutta la vita.

Si narra che in senato, mentre si discuteva di un presunto coinvolgimento di Cesare nella congiura di Catilina, in aula giunse da un messo un plico per il generale romano; Catone gridò alla congiura, di certo istruzioni del nemico e insistè affinchè Cesare consegnasse la lettera. Alla fine Cesare eseguì e Catone si trovò tra le mani una profferta di amore non troppo casto della di lui sorella, Servilia, allo stesso Cesare.

Bruto nacque l'85 a.c. ma secondo altri nel  78 o 79 a.c. praticamente quando Cesare aveva 15 anni, ma secondo altri nacque nel  78 o 79 a.c. e poichè Servilia fu uno degli amori giovanili del dittatore, si sospettò, come riferisce Plutarco, che fosse figlio di Cesare, che avrebbe avuto 22 0 23 anni, ma non ce ne sono prove. 

Di certo però Cesare ebbe un grande amore per lui, perdonandogli pure molte cose. Bruto studiò in Grecia e divenne un filosofo stoico, molto apprezzato da Cicerone, che gli dedicò ben tre opere.

Nel 53 fu questore di Appio Claudio in Cilicia, pertanto il denaro non gli mancava, tuttavia prestava denaro ad usura, anche del 48 % quando il tasso normale era del 12, e utilizzava i soldati per farsi restituire i prestiti.

Busto di Marco Giunio Bruto (Michelangelo)
MARCO GIUNIO BRUTO
Cicerone, divenuto governatore della Cilicia, si rifiutò di mandare i militari romani a riscuotere un debito contratto dalla città di Salamina a Cipro, nonostante le insistenze di Bruto, che si era nascosto dietro due prestanome ingannando lo stesso Cicerone. .Bruto godeva indebitamente di ogni appoggio militare in quanto Appio, governatore della Cilicia, era suo suocero, avendo in prime nozze sposato sua figlia.

Nella guerra civile tra Cesare e Pompeo fu sostenitore di Pompeo, nonostante questi nel 77 avesse fatto uccidere suo padre, nonostante si fosse arreso a Modena. Dopo Farsalo (48 a.c.) venne perdonato da Cesare ed entrò a far parte del suo stato maggiore, abbandonando Pompeo in fuga verso l'Egitto.

Nel 46 divorziò dalla moglie Claudia e sposò Porcia, figlia di Catone Uticense, nemico di Cesare. Nel 46 ebbe il governo della Gallia Cisalpina, e nel 44 fu nominato praetor urbanus da Cesare. Porcia fu l'unica donna a conoscenza della congiura.

Alle Idi di marzo, mentre aspettava Cesare nella Curia, seppe che sua moglie Porcia stava morendo, ma Bruto decise di non andare a casa. In realtà Porcia era solo svenuta per l'ansia di non avere notizie del marito, ma questo Bruto non lo sapeva, il che dimostra la pochezza e la malvagità dell'uomo.
Dopo la morte di Cesare fu, insieme a Cassio, il capo della guerra contro Ottaviano e Antonio. Nel 42 morì suicida a Filippi.

Non si è veramente capito perchè odiasse tanto Cesare, forse geloso del suo successo e della relazione con la madre, Cesare fu come un padre per lui, ma non sembra che Bruto amasse la figura paterna.


CASSIO

Caio Cassio Longino ( Roma, 87/86 – Filippi, 42 a.c..) fu questore di Crasso e cognato di Bruto, avendo sposato la di lui sorella Iunia Tertia. Nel 49 fu tribuno della plebe. Fu dalla parte di Pompeo contro Cesare. Perdonato da Cesare dopo Farsalo (48 a.c.).

Divenne praetor peregrinus e Cesare gli promise il consolato entro tre anni. Nel 42 morì suicida a Filippi, dove comandava l'ala sinistra dello schieramento dei congiurati. Cassio stava per essere sconfitto e non sapeva che all'ala destra Bruto stava vincendo.


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BRUTO
DECIMO BRUTO

Decimo Giunio Bruto, figlio di Decimo Bruto, console nel 77 a.c. e adottato da Postumio Albino.
Molto stimato da Cesare, riportò la vittoria sulla tribù dei Veneti, per cui Cesare gli affidò la Gallia Cisalpina e lo designò console per l'anno seguente.

Per giunta nel suo testamento lo aveva dichiarò tutore di Ottaviano e suo erede.

Dopo l'assassinio di Cesare e la guerra di Modena si rifugiò nella Gallia Comata.

Tentò di raggiungere la Macedonia per ricongiungersi con Bruto e Cassio, ma venne catturato ed ucciso per ordine di Antonio.


TREBONIO

Gaio Trebonio, tribuno della plebe nel 55 a.c., fu luogotenente di Cesare in Gallia nel 55-50 a.c..
Amico di Cicerone, dopo l'uccisione di Cesare fu proconsole in Asia, dove morì ucciso da Dolabella.


LA MORTE 

"Andiamo là, dove i prodigi del cielo e l'ira dei miei nemici mi chiamano: il dado è tratto" (Cesare)

La morte, anzi l'assassinio di Caio Giulio Cesare fu un evento che scosse il mondo per secoli, e probabilmente cambiò la storia del mondo. Una catastrofe che sbigottì il mondo:
"Cum caput obscura nitidum ferrugine texit
Impiaque aeternam timuerunt saecula noctem
".

Cesare soleva dire che "la sua sopravvivenza fisica non era di suo personale interesse, al contrario interessava soprattutto la Repubblica, perchè, se a lui fosse accaduto qualcosa, sarebbe precipitata in guerre civili di molto più gravi delle precedenti".
Certamente, Cesare era ben consapevole dei frequenti attentati nella politica romana e non sbagliò affatto, tenendo conto della guerra civile che dovette sostenere Roma e il nipote ed erede di Cesare: Caio Giulio Cesare Ottaviano.

Eppure Cesare, pur sapendo dei rischi nonostante la sua lungimirante clementia, prese una iniziativa assurda: congedò la scorta degli hispanici che abi­tualmente lo proteggevano. Un'inconscio desiderio di morte? Dopo pochi giorni fu ucciso, a tradimento, in Senato. Ventitré pugna­late di cui una sola mortale.

Cesare non volle creare nuove strutture del pote­re, era troppo intelligente per volerlo. Ideò invece un compromes­so. Riutilizzò, dilatandone la durata nel tempo fino a farla illi­mitata, la dittatura: una magi­stratura «a tempo» prevista dal­l'ordinamento costituzionale ro­mano. Lo aveva già fatto Silla, ma con quanto sangue e quanta crudeltà. Eppure Silla non venne ucciso.

Cesare assunse le legioni a lui fedelissime, per la sua grande capacità di generale e per la sua magnaminità verso i soldati, soprattutto nella guerra civile, nella quale la legali­tà la calpestarono tutti, cesariani, catoniani e pompeiani. Una volta ottenuta la vittoria nello scontro armato delle fazioni, cer­cò l'accordo con la maggior par­te possibile della vecchia aristo­crazia, ma allargò anche enorme­mente il Senato, portandolo a 900 membri. Doveva far mangiare le belve perchè non gli si rivoltassero contro.


I presagi

Si racconta che la morte di Cesare fosse preceduta da molti presagi: fuochi celesti, uccelli nel foro, e grida notturne. Pochi giorni prima, Cesare, mentre compiva un sacrificio, non riuscì a trovare il cuore della vittima, un presagio di malaugurio.

CALPURNIA AVVERTE CESARE
DEL PRESAGIO
Sulla tomba del fondatore di Capua, Capi, fu trovata la scritta: "Quando verranno scoperte le ossa di Capi, un discendente di Iulo verrà assassinato per mano dei suoi consanguinei, e subito sarà vendicato con grandi stragi e lutti per l'Italia."

Il giorno prima, Calpurnia, la moglie di Cesare, sognò che la casa le crollava addosso, e teneva tra le braccia il marito morto. Cesare sognò di librarsi nell'etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove.

Il giorno delle Idi di marzo, il 15, Calpurnia pregò il marito di restare in casa, ma Cesare, che la sera prima aveva detto, a casa di Lepido, che avrebbe preferito una morte improvvisa alla lenta vecchiaia, sebbene stesse poco bene, fu convinto da Bruto a recarsi in senato, riferendo che tutti i senatori si erano riuniti per nominarlo re.

Cesare uscendo incontrò un indovino, Artemidoro di Cnido, che gli consegnò un libello in cui lo ammoniva del pericolo, ma Cesare non riuscì a leggerlo per la folla che lo attorniava.
Forse l'indovino aveva captato voci sulla congiura, dato che spesso i Romani si rivolgevano agli indovini per affrontare un'impresa. Spesso fattucchiere e indovini e maghetti sanno delle persone più di tanti altri.

Lungo la strada verso il Senato, rac­conta Plutarco, un insegnante di greco di nome Artemidoro, amico di amici di Marco Giunio Bru­to, gli mise tra mano un libello in cui gli denunciava la congiu­ra, di cui qualcosa era trapelato. Ma Cesare non potè leggerlo. Intanto i congiurati erano già in Senato. Un tale si avvicinò a Casca e gli sibi­lò: "Tu ci nascondi il segreto, Casca, ma Bruto mi ha rivelato tutto", lasciandolo di sasso.

Giunto alla Curia di Pompeo, fu avvicinato dall'aruspice Spurinna, che lo aveva avvisato di guardarsi dalle Idi di marzo. Cesare gli disse che le Idi erano arrivate e nulla era successo ma Spurinna rispose che non erano ancora finite. E torna in mente lo scetticismo di Cesare di fronte agli indovini, che stavolta però non lo aiutò.

Pochi giorni prima, discutendo su quale fosse la morte migliore, Cesare aveva detto a Marco Lepido "Ad ogni altra ne preferisco una rapida ed improvvisa". E così fu.

Popilio Lenate si avvicinò a Bruto e a Cassio e disse a brucia­pelo: "Prego perché possiate compiere l'impresa che avete in mente. Vi esorto a far presto. La cosa ormai è risaputa".
In senato prese posto sullo scranno, attorniato dai congiurati che finsero di chiedere favori.
Mentre Bruto intratteneva Antonio fuori dalla Curia, al segnale di Longo, Publio Servilio Casca sfoderò il pugnale e colpì Cesare al collo, causandogli una ferita superficiale.
Allora entrambi, narra Plutarco, cominciarono a urlare, Cesare in latino: "Scelle­rato Casca, che fai?". E lui, in greco, volgendosi al fratello: "Fratello, aiutami!".


Cesare reagì, afferrò il braccio di Casca e lo trapassò con lo stilo. Tentò di alzarsi in piedi, ma venne colpito un'altra volta. 

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CESARE cd CHIARAMONT
Cesare si difese co­me una belva ferita, finché Bruto, che forse era figlio suo e di Servilia, sua amante, lo colpì all'in­guine. e qui Cesare pronunciò le sue ultime parole: - Anche tu Bruto, figlio mio! -
Allora si coprì per morire composto, ben sapendo, come lo sapeva anche Socrate morente, che la morte è brutta da vedersi. Sembra ricevette 23 pugnalate. Strano tanto odio per un uomo che fu amato dal mondo intero, da allora ad oggi. Solo al primo colpo si era lamentato. Poi il silenzio. Cadde a terra esanime.

I senatori fuggirono spaventati. Rimasero solo i congiurati. Tre schiavi deposero il cadavere su di una lettiga e lo riportarono a casa. Era il 15 marzo del 44 a.c., Cesare aveva 56 anni.

Antonio sfuggì alla morte perché Bruto fermò Cassio intenzionato a far fuori anche il console.I congiurati, snudando i pugnali insanguinati, si riversarono nel Foro inneggiando alla libertà e a Cicerone. La notizia della morte di Cesare si sparse per Roma. I negozi vennero chiusi. Le strade divennero deserte. La gente si chiuse in casa.

Quasi nessuno degli assassini, nota Svetonio, gli sopravvisse più di tre anni e nessuno morì nel suo letto. La Curia in cui Cesare era stato ucciso venne murata e le idi di marzo proclamate «giorno del parricidio». Né fu più lecito convocare il Senato in quel gior­no.

A sera i congiurati decisero di ritirarsi sul Campidoglio. Alcuni, che non avevano preso parte alla congiura, decisero di unirsi agli assassini sperando di averne vantaggio. Gaio Ottavio e Lentulo Spintere furono tra questi.

Durante la notte Lepido, magister equitum, occupò il Foro con i soldati e all'alba parlò al popolo contro gli assassini, asserragliati sul Campidoglio. Il console Marco Antonio, che era per poco sfuggito alla morte e aveva trascorso la notte travestito da schiavo, saputo che Lepido aveva preso il controllo della situazione, convocò il Senato nel tempio della Dea Tellus.

Cicerone, alla notizia della morte di Cesare, aveva scritto a Minucio Basilo, uno dei congiurati: "Tibi gratulor, mihi gaudeo", ossia "Mi congratulo. Io sono felice". E un mese dopo, il 27 aprile del 44, scriverà ad Attico di: "gioia assaporata con gli occhi, per la giusta morte del tiranno".

Il Senato concesse l'amnistia agli assassini, decretò onoranze solenni per Cesare, confermò tutti i decreti e le nomine di Cesare, assegnò a Bruto e ai suoi incarichi prestigiosi fuori Roma. Tuttavia i congiurati non si fidavano a scendere dal Campidoglio e chiesero in ostaggio il figlio di Lepido e il figlio di Antonio. Poi Bruto andò a cena da Lepido, di cui era parente e Cassio a cena da Antonio.

Anni dopo Augusto preferi­va andare in Senato con la coraz­za sotto la toga, visto che nell'oli­garchia romana poteva sempre allignare il tipo umano del «libe­ratore». E non solo, perchè nel suo stesso palazzo alloggiò ben 800 pretoriani, i soldati a guardia del princeps, tante volte scoppiasse una rivolta popolare per la stanchezza di avere come capo un uomo giusto e illuminato. Non dimentichiamo che il crudele Silla non subì mai attentati.

Uccidendolo, i congiurati eliminarono il più lucido e lungimirante esponente del loro ceto. A Roma essi persero il potere in pochi giorni, rifugiandosi perciò a organizzare la guerra civile in provincia facendo leva sulle loro clientele provinciali, con le lusinghe o con la violenza. E così risospinsero la repubblica per anni nella guerra civile. Si proclamarono «libe­ratori» e tali sono rimasti nell'immaginario di mol­ti, grazie essenzialmente alla complice ignoranza dei posteri.


DISCORSO DI MARCO ANTONIO
Cesare cadde, per ironia della sorte, sotto la statua di Pompeo, l'uomo che più di ogni altro gli era stato nemico, ma anche uno degli uomini che Cesare aveva stimato di più.


IL TESTAMENTO DI CESARE

Su richiesta del suocero Lucio Pisone, in casa del console Antonio, venne aperto il testamento di Cesare, scritto alle Idi di settembre del 45 nella sua villa sulla via Labicana e affidato in custodia alla Vestale Maggiore. Eredi erano nominati i suoi tre pronipoti per parte delle sorelle. Come erede principale a cui spettavano i tre quarti delle sue ricchezze, Cesare lasciò il giovane pronipote diciottenne Ottavio, che informato dell'uccisione del prozio, tornò a Roma per reclamare l'eredità.  Coeredi minori furono Lucio Pinario e Quinto Pedio, ma solo Ottavio, si fregiò, in quanto figlio adottivo, del nome del prozio, divenendo così Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Tra i tutori venivano nominati molti di coloro che poi l'avrebbero ucciso. Decimo Bruto era indicato secondo erede, ossia sarebbe subentrato ad Ottavio qualora questi non fosse venuto in possesso dell'eredità. Al popolo vennero lasciati i giardini intorno al Tevere e 300 sesterzi furono assegnati ad ogni cittadino romano.

« Allorchè fu aperto il testamento di Cesare e si scoprì che aveva lasciato a ciascun cittadino romano un dono considerevole in danaro, e la folla vide il suo corpo, che fu portato attraverso il Foro romano, tutto rovinato dai colpi di spada, non seppe più mantenere l'ordine e le disciplina. Il popolo raccolse dalla piazza alcuni banchi, transenne e tavoli, li accatastarono attorno alla salma, poi vi appiccarono il fuoco e la bruciarono con grande rapidità. Presero quindi dal rogo alcuni tizzoni ardenti e corsero verso le case degli assassini di Cesare con lo scopo di bruciarle. »
(Plutarco, Vite parallele, Cesare, 68.)


I FUNERALI DI CESARE

"Tuas aras tuaque sancta templa, dive Iuli, alacri corde, colo; propitio et faventi numine cives protege."
"O divo Giulio, io venero con cuore lieto le tue are e i tuoi santi templi; con una propizia e favorevole potenza divina proteggi i cittadini."

CESARE cd  FARNESE
Marco Antonio, il nuovo capo cesariano. fece costruire la pira nel campo Marzio, vicino alla tomba delle figlia di Cesare, Giulia, e fece collocare nel foro, vicino ai Rostri, l'edicola con un trofeo dove fece esporre la toga insanguinata di Cesare.

Davanti ai Rostri, nel Foro, l'edicola dorata, che riprendeva le forme del tempio di Venere Genitrice, attese le spoglie di Cesare, adagiato
su un cataletto d'avorio coperto di porpora e d'oro, portato a spalla dai magistrati, che venne deposto all'interno dell'edicola.

Durante i ludi funerari furono cantati dei versi, tra cui: "E io ne avrei salvati tanti per conservare chi perdesse me?" (Pacuvio, Giudizio delle armi)

Antonio fece leggere il senatoconsulto con cui i senatori si erano impegnati per la salvezza di Cesare. Poi tenne il suo discorso funebre.

Si discusse se cremare il corpo nel tempio di Giove Capitolino o nella Curia di Pompeo. Ma improvvisamente due uomini, con la spada al fianco e armati di giavellotto, gettarono due ceri accesi sul cataletto.

Immediatamente il popolo alimentò il fuoco portando fascine e distruggendo le tribune di legno che erano state innalzate per la cerimonia. I veterani delle legioni gettarono nelle fiamme le loro armi, le matrone i loro gioielli, i musicisti e gli attori, che avevano rappresentato gli antenati del defunto, le vesti indossate per l'ultimo trionfo di Cesare. 

Intorno al rogo si avvicendarono anche gli stranieri ed in particolare i Giudei riconoscenti verso Cesare, che li aveva liberati dall'oppressione di Pompeo. Intanto il popolo aveva preso dei tizzoni ardenti e si era diretto verso le case di Bruto e di Cassio per incendiarle, ma venne bloccato dai soldati.

Così il 20 marzo il corpo di Cesare fu cremato nel foro: i suoi assassini avevano pensato di gettarlo nel Tevere, ma non trovarono complici tra i Senatori che spaventati dall'accaduto erano scappati via.



ELOGIO FUNEBRE DI CESARE

(Da Cassio Dione, Storia romana)

- «Se quest’uomo fosse morto da privato cittadino, e anch’io mi trovassi a essere un privato, non avrei bisogno, o Quiriti, di fare un lungo discorso e di enumerare tutte le imprese da lui compiute, ma dopo aver speso poche parole sulla sua ascendenza, sulla sua educazione, sulle sue abitudini e – se fosse stato il caso – anche su ciò che egli avrebbe fatto nell’interesse della Res Publica, avrei potuto terminare il mio discorso, per non annoiare coloro che non avessero avuto familiarità con lui.

- Ma siccome egli è morto mentre deteneva il summum imperium su di voi, e siccome io ho ricevuto e detengo il secondo posto di comando, sono costretto a fare un duplice discorso, uno come erede designato, l’altro come console, e a non tralasciar nulla di ciò che è mio dovere di dire, ma a esporre ciò che tutto il popolo ad un’unica voce celebrerebbe, se potesse avere un’unica voce. 

- So bene che è difficile esprimere in modo adeguato ciò che voi provate, difficile essere all’altezza di tale compito. Quale discorso potrebbe eguagliare le sue grandi imprese? E voi che siete avidi di ascoltare appunto perché le conoscete, non sarete benevoli giudici del mio discorso. Se io mi trovassi a parlare davanti a gente che non l’avesse conosciuto, mi sarebbe molto facile convincerla, sbalordendola con la grandezza delle imprese; ma siccome voi le avete conosciute, è inevitabile che il mio discorso risulti inferiore alla loro grandezza. 

- Persone straniere, anche se fossero diffidenti per invidia, accetterebbero, malgrado questa loro diffidenza, tutto ciò che direi; ma voi siete necessariamente insaziabili di ascoltare, appunto perché lo amavate! Voi avete ricavato il maggior vantaggio dalle virtù di Cesare e perciò esigete un elogio di tali virtù non con indifferenza, come cosa a voi estranea, ma con affetto, come cosa che vi appartiene. 

- Mi sforzerò dunque di soddisfare i vostri desideri il più a lungo possibile, convinto che voi non giudicherete la mia condotta sulla base della debolezza del mio discorso, ma compenserete con il mio zelo ciò che manca alle mie parole. Parlerò innanzitutto della sua stirpe: non voglio dirvi che essa è nobilissima, quantunque il fatto che essere virtuoso non per sol merito personale, ma anche per disposizione ereditaria, influisca non poco sulla natura della virtù. 

- Infatti, coloro che non discendono da nobile stirpe possono apparire virtuosi, ma i bassi natali possono talvolta mettere a nudo la loro cattiva natura; quanti invece possiedono un germe di virtù derivante da lontani antenati hanno necessariamente una virtù spontanea e duratura. Tuttavia ciò che massimamente io esalto in Cesare non è il fatto che la sua più recente famiglia derivi da molti nobili antenati, e la più antica derivi da re e da Dei; esalto in primo luogo la sua stretta parentale con la nostra città.

- Cesare, infatti, discende da coloro che hanno fondato Roma! E poi il fatto che egli non solo ha confermato pienamente la fama che presenta i suoi antenati come uomini accolti tra gli dèi per la propria virtù, ma l’ha anche accresciuta. Perciò, se nel passato qualcuno poteva dubitare che Enea fosse figlio di Venere, adesso ci può credere! In passato ci sono stati uomini ritenuti a torto figli di divinità; ma nessuno potrebbe negare che gli antenati di quest’uomo furono Dei!

- Lo stesso Enea e alcuni suoi discendenti furono re; ma Cesare fu di tanto superiore a loro, in quanto, mentre quelli regnavano su Lavinium e Alba Longa, egli non volle regnare su Roma, e mentre quelli posero le fondamenta alla nostra città, egli l’ha innalzata tanto che è riuscito, tra l’altro, a fondare colonie più grandi delle città sulle quali quelli regnarono. Così dunque stanno le cose riguardo alla sua stirpe....

- È mai possibile che un uomo straordinariamente dotato da un fisico eccellente e di uno spirito adatto in massimo grado e allo stesso modo alle operazioni di pace e di guerra e non sia stato allevato nella maniera migliore? Eppure è raro che un uomo bellissimo sia anche particolarmente resistente alle fatiche, è raro che un uomo robustissimo di corpo sia anche particolarmente assennato, ed è molto raro che la stessa persona sia eccellente tanto nel parlare quanto nell'agire. 

- E costui lo fu davvero! Parlo davanti a persone che l’hanno conosciuto, così che io non potrei affatto mentire, perché verrei ad essere scoperto come bugiardo, né ingrandire i suoi meriti, perché otterrei proprio il contrario di ciò che mi prefiggo. Se io facessi una cosa simile, sarei sospettato, e non a torto, di essere un millantatore, e tutti penserebbero che io avrei fatto apparire il suo valore inferiore al concetto che di esso voi avete. Qualunque discorso fatto su questo argomento, se contenesse anche solo una minima parte di menzogna, non sarebbe per Cesare un elogio, ma piuttosto un rimprovero! 

- Gli ascoltatori, avendolo conosciuto, non accetterebbero le menzogne e si rifugerebbero nella verità; così, trovando subito soddisfazione in essa, saprebbero nello stesso tempo quale tipo di uomo egli dovette essere e, confrontando tra loro le due immagini, noterebbero le mancanze. Basandomi dunque sulla verità, affermo che Cesare ebbe un corpo adatto a ogni fatica e uno spirito straordinariamente versatile, che poté disporre di incredibili doti innate e che ricevette un’educazione completa e accurata.

- Per questo è del tutto naturale che comprendesse con il massimo acume ogni necessità e sapesse spiegarla nel modo più convincente; che potesse disporre e regolare le cose nella maniera più saggia; che non si facesse sorprendere da alcuna casualità piombatagli addosso tra capo e collo; che non ignorasse nessun piano segreto riguardante il futuro. 

- Egli conosceva ogni cosa prima che venisse compiuta ed era preparato ad ogni imprevisto che potesse capitare; sapeva perfettamente trovar ciò che veniva accuratamente nascosto e nascondere abilmente ciò che era manifesto, fingere di sapere ciò che non sapeva e nascondere ciò che non conosceva, far accordare tra di loro gli avvenimenti e trarre da essi le necessarie conclusioni, e infine portare a compimento ogni cosa, una per una. 


- La prova sta nel fatto che nell’impiego del suo patrimonio è stato nello stesso tempo molto economo e generoso, attento nel conservare con cura i propri beni, prodigo nello spendere con larghezza il denaro acquistato, molto affezionato ai parenti, eccettuati quelli del tutto indegni. Non ha trascurato chi si trovava in difficoltà, né ha invidiato l’uomo fortunato, ma ha aiutato questo ad accrescere la sua fortuna e ha fornito a quello ciò che gli mancava, dando a chi denaro, a chi terre, a chi magistrature, a chi cariche sacerdotali. 

- Con gli amici e con i consociati si è comportato in modo ammirevole: non ha disprezzato e non ha offeso nessuno; egualmente cordiale con tutti, ha ricambiato i favori ricevuti con doni molte volte maggiori. Si è guadagnato la simpatia degli altri con benefici; non ha umiliato il potente e non ha abbattuto chi s’innalzava, ma era lieto che molti lo eguagliassero, come se attraverso tutti costoro egli stesso acquistasse splendore, potenza e onore. 

- In tal modo dunque egli si è comportato con gli amici e i conoscenti. Con i nemici non è stato né spietato né implacabile: ha lasciato impuniti molti di coloro che lo avevano combattuto in guerra, e ad alcuni di essi ha offerto anche cariche e magistrature. Aveva un’innata e profonda tendenza alla virtù; non solo non aveva cattiveria, ma credeva che neppure gli altri potessero averne.

- Giunto ormai a questo punto del mio discorso, comincerò a parlare degli uffici pubblici da lui ricoperti. Se egli fosse vissuto appartato, forse non avrebbe potuto rivelare le sue alte qualità; ma essendosi sollevato a grandissima altezza ed essendo divenuto il più potente non solo tra i suoi contemporanei, ma anche tra tutti gli uomini che abbiano mai esercitato il potere pubblico, ha potuto rivelarle nel modo più chiaro.

- Quasi tutti gli uomini hanno mostrato, nella potenza, la loro debolezza; Cesare invece si è rivelato ancor più forte. Infatti, intraprendendo imprese corrispondenti alle sue capacità, si è mostrato degno di esse, ed è stato il solo uomo che, avendo ottenuto con il suo valore un così grande successo, non l’ha né screditato né sciupato capricciosamente.

- Tralascio le sue splendide vittorie militari e i magnifici spettacoli da lui offerti dei Ludi che gli spettavano di volta in volta, quantunque siano stati tali che basterebbero a dare grande lustro a qualsiasi cittadino. Però, in confronto alle eccezionali imprese da lui compiute in seguito, mi sembrerebbe di occuparmi di inezie se m’intrattenessi su di esse. Dirò soltanto ciò che ha fatto come magistrato.

- E neppure in quest’ambito riferirò tutte le cose da lui compiute, perché la mia esposizione non potrebbe essere completa e perché riuscirei molto noioso a voi che le conoscete. Quest’uomo, innanzi tutto, quando fu pretore in Hispania, non permise che quel popolo sedizioso, sotto l’apparenza della pace, si comportasse da nemico. Anziché passare nell’ozio tutto il tempo del suo mandato, ha voluto compiere imprese utili alla nostra patria, e poiché non volevano di propria volontà cambiare condotta di vita, li fece rinsavire loro malgrado.

- Egli ha tanto superato tutti i condottieri che nel passato si sono coperti di gloria nelle guerre contro gli Ispanici, quanto il mantenere una posizione è più difficile che il conquistarla, e il far in modo che il nemico non insorga di nuovo, quando le sue forze sono ancora intatte, è più utile che il sottometterlo la prima volta. Per questo voi gli decretaste il trionfo e lo eleggeste subito console. E apparve in modo assai chiaro che egli non avesse intrapreso la guerra per puro desiderio di combattere, né per gloria personale, ma in considerazione degli eventi futuri....

...Sarebbe troppo lungo elencare tutto ciò che egli ha fatto in città durante il consolato; guardate poi quante e quali cose ha compiuto da quando lasciò Roma e intraprese la guerra gallica! Non solo non è stato di peso agli alleati, ma li ha anche aiutati, poiché non nutriva sospetti su di loro, e inoltre vedeva che avevano subito dei danni. Sottomise i nemici, non solo quelli che confinavano con gli alleati, ma tutte le popolazioni che abitano la Gallia, conquistando molti territori e innumerevoli città, delle quali noi in passato non conoscevamo neppure i nomi....

...Portò a termine l’impresa così rapidamente, che voi foste informati della sua vittoria prima ancora di sapere che aveva iniziato la guerra: una vittoria così completa da rendere la Gallia un’ottima base di partenza per la conquista della Celtica e della Britannia. E ora la Gallia è sottomessa, quella Gallia che mandò contro di noi gli Ambroni e i Cimbri ...

...Con la sua intraprendenza e il suo ardire ha conquistato per noi luoghi che non sapevamo che esistessero e di cui non conoscevamo neppure i nomi; ha reso accessibili località prima sconosciute, e navigabili regioni prima inesplorate. Se alcuni uomini, invidiosi della sua fortuna, anzi della vostra, non avessero provocato disordini e non lo avessero costretto a tornare a Roma prima del termine stabilito, egli avrebbe certamente soggiogato tutta la Britannia insieme alle isole che la circondano e tutta la Celtica fino al mare settentrionale, cosicché noi avremmo avuto in avvenire come frontiera non più terre e popoli, ma il cielo e il mare lontano.

- Per questo voi, vedendo la grandezza dei suoi piani, le sue imprese e la sua fortuna, gli assegnaste un imperium perpetuum, voglio dire un imperium di otto anni consecutivi: cosa che non aveva mai ottenuto nessuno, da quando esiste la Res Publica. Tanto eravate convinti che egli aveva realmente conquistato tutte quelle terre per voi, e non sospettavate minimamente che egli potesse usare la sua potenza contro di voi.

- Voi volevate che egli si fermasse ancora a lungo in quei luoghi; ma quelli che consideravano la Res Publica come loro proprietà privata e non come cosa di tutti, non gli permisero di conquistare le restanti regioni e vi impedirono di diventarne padroni, ma sfruttando il fatto che Cesare fosse troppo occupato, osarono ordire molte ed empie trame, in modo da costringervi a invocare il suo aiuto.

Per questo motivo, rinunciando ai suoi piani, egli corse subito in vostra difesa e liberò tutta l’Italia dai pericoli che la minacciavano...... allora fu costretto a intraprendere la guerra civile.

- E che bisogno ho di dire con quanto coraggio salpò contro Pompeo, benché fosse inverno, con quale ardire lo attaccò, benché fosse padrone di tutti quei luoghi, e con quale valore lo vinse, benché quello avesse un esercito molto più numeroso? Se uno volesse enumerare uno per uno tutti i suoi atti, dimostrerebbe che quel famoso Pompeo si comportò come un bambino: tanto inferiore si rivelò nell’arte della guerra in tutta quella campagna!

- Ma non voglio tralasciare quest’argomento: infatti neppure Cesare menò vanto della sua vittoria, maledicendo la dura necessità! Ma dopo che il destino ebbe deciso nel modo più giusto le sorti della battaglia, chi tra i nemici catturati per la prima volta uccise, chi non onorò?

- E non solo dei senatori e dei cavalieri e in generale dei cittadini romani, ma anche degli alleati e dei popoli sottomessi. Di costoro nessuno fu ucciso, nessuno fu punito, fosse un privato o un principe; non fu punito nessun popolo, nessuna città. Alcuni si schierarono dalla sua parte, altri ottennero perdono e onori, tanto che allora tutti compiansero i morti. Ebbe tale eccesso di umanità, che lodò coloro che aveva collaborato con Pompeo, ai quali mantenne tutti i privilegi che avevano ricevuto da lui, e condannò invece il comportamento di Farnace e di Orode perché, pur dichiarandosi amici, non l’avevano aiutato.

- Proprio per questo fece subito una guerra contro l’uno e si accingeva a farla contro l’altro. E avrebbe certamente risparmiato anche Pompeo, se l’avesse preso vivo. La prova l’abbiamo nel fatto che non lo inseguì subito, ma permise che fuggisse con suo comodo, e apprese con dolore la sua morte, e poco dopo uccise gli autori della strage, anziché elogiarli, e detronizzò Tolemeo perché, sebbene fosse ancora un ragazzo, aveva permesso che Pompeo venisse ucciso. Non c’è bisogno che io dica come, dopo quei fatti, egli sistemò gli affari d’Egitto e quante ricchezze portò da lì a Roma.

- Avendo fatto una spedizione contro Farnace, signore di gran parte del Ponto e dell’Armenia, arrivò contemporaneamente nello stesso giorno la notizia che aveva marciato contro di lui, che era giunto presso di lui, che lo aveva attaccato e che lo aveva vinto.....  Come avrebbe infatti potuto vincere così facilmente quella guerra, se non avesse avuto un intelletto sano e un fisico vigoroso? E dopo che anche Farnace si era dato alla fuga, egli si apprestava a marciare subito contro i Parti; ma, avendo alcuni facinorosi provocato a Roma dei disordini, fu costretto a tornare in mezzo a noi. Qui sistemò le cose in modo tale da togliere ogni timore che vi sarebbero stati altri tumulti.

- Però nessuno fu ucciso, nessuno fu esiliato, nessuno fu oltraggiato per ciò che era successo, non perché ci fossero giusti motivi per punire molti cittadini, ma perché Cesare pensava che i nemici vanno uccisi senza pietà, mentre i propri concittadini vanno perdonati, anche se alcuni di essi non lo meritano. Per questo egli si batté valorosamente contro gli eserciti stranieri, ma fu generoso verso i cittadini turbolenti, anche se fossero indegni della sua generosità per quello che avevano fatto.

- Si comportò poi allo stesso modo anche in Africa e in Hispania, rimandando liberi tutti quegli avversari sconfitti che non erano già stati da lui una prima volta catturati e perdonati. Considerava infatti non generosità ma pazzia perdonare uomini che lo avevano varie volte insidiato: era convinto che è dovere di un uomo degno di questo nome perdonare chi ha commesso un primo errore, senza serbare un rancore inconciliabile e concedendo anche onori, e sbarazzarsi di color che permangono ostinati negli stessi errori.

- Ma perché sto parlando di queste cose? Egli salvò perfino molti di costoro, dando a ciascuno dei suoi sostenitori e a coloro che lo avevano aiutato per vincere la battaglia la facoltà di salvare uno degli uomini catturati. La prova più convincente che egli ha compiuto tutte queste cose per un’innata bontà e non per ostentazione o in vista di un qualche tornaconto, com’è il caso di molti che fanno il bene proprio per questo, si ha nel fatto che dovunque e in tutte le circostanze si è dimostrato sempre lo stesso: né l’ira l’ha inasprito, né il successo guastato, né la vittoria cambiato, né la potenza modificato.


giuliocesare



- Eppure è assai raro che un uomo messo alla prova in così numerose e importanti imprese, che si sono susseguite una dopo l’altra, imprese che egli ha già felicemente condotto a termine, o che non ha ancora condotto a termine, o che sa che dovrà affrontare, si comporti sempre bene e allo stesso modo, senza commettere un’azione violenta o dannosa, se non per vendicarsi di passati torti, allo scopo di premunirsi contro torti futuri.

- Anche questo è sufficiente per dimostrare la sua bontà. E che Cesare fosse un discendente di Dei lo mostra il fatto che egli salvava coloro che meritavano di essere salvati, non cercava di far punire da altri quelli che lo avevano combattuto, e sapeva guadagnarsi il favore di chi in passato aveva sbagliato.... Fu per questi motivi e per tutta la sua opera legislativa e di ricostruzione, importante per se stessa, ma di scarsa rilevanza rispetto a tutte le altre cose che fece in seguito (che io non ho bisogno di esporre dettagliatamente), che voi lo amaste come un padre, lo aveste caro come un benefattore, lo colmaste di onori mai concessi a nessun altro, e voleste averlo dictator perpetuus della vostra città e di tutto l’Impero.

- Foste pienamente d’accordo sui numerosi titoli onorifici da conferirgli, che giudicavate inferiori ai suoi meriti, affinché, se ciascuno di essi, considerato singolarmente e alla luce delle usanze, non fosse sufficiente ai fini della completezza dell’onore e della potenza, potesse essere completato dagli altri. Così lo eleggeste pontifex maximus per gli Dei, console per voi, summus imperator per i soldati, dictator per i nemici. E perché enumerare tutti questi titoli, quando voi, per tralasciare tutti gli altri, lo chiamaste con un solo nome pater patriae?

- Ma questo padre, questo sommo pontefice, l’inviolabile, l’eroe, il Dio… ahimè, è morto! È morto non vinto dalla malattia, né disfatto dalla vecchiaia, né ferito lontano dalla sua città in qualche guerra, né rapito all’improvviso da qualche sciagura! Qui, dentro le mura, è stato insidiato l’uomo che aveva felicemente condotto una spedizione in Britannia ed è stato tratto in agguato l’uomo che aveva ampliato il pomerium della città; nella sede del Senato è stato sgozzato l’uomo che aveva costruito a sue spese un’altra sede.

- È morto inerme il valoroso guerriero, nudo l’autore della pace, nel tribunale il giudice, nella sede del comando il magistrato; è stato ucciso dai cittadini l’uomo che nessun nemico aveva potuto uccidere, neppure quando cadde nel mare; è stato ucciso dai suoi compagni l’uomo che tante volte aveva loro perdonato. Dove sono finite, o Cesare, la tua bontà e la tua inviolabilità, e le leggi?

- Sei stato assassinato spietatamente dagli amici, tu, che facesti tante leggi perché nessuno fosse ucciso dai tuoi avversari! Giaci scannato in quel Foro per il quale tante volte passasti incoronato; sei caduto trafitto dalle ferite su quella tribuna dalla quale tante volte parlasti al popolo! Ahimè, canizie insanguinata, toga lacerata, che tu – a quanto sembra – solo per questo indossasti, perché fossi in essa ucciso!»

Conclusione:

Per questo discorso di Antonio il popolo dapprima si commosse, poi si adirò, e infine s’infiammò talmente che corse a cercare gli uccisori di Cesare e condannò i senatori, perché avevano permesso che fosse ucciso l’uomo per cui avevano decretato che s’innalzassero ogni anno preghiere agli Dei e sulla salute e fortuna del quale avevano giurato, e che avevano dichiarato inviolabile come i tribuni. Dopo di ciò afferrarono la salma di Cesare: gli uni volevano portarla nella Curia dov’era stato ucciso, gli altri in Campidoglio per essere lì cremato. Ma i soldati si opposero per il timore che prendessero fuoco anche il teatro e i templi; allora lo collocarono sulla pira lì nel Foro, dove si trovavano.

(CASSIO DIONE - STORIA ROMANA)



ELOGIO FUNEBRE DI CESARE

( Da Appiano - 95/165 - Storia Romana)

[2.143] Quando [il suocero di Cesare] Piso portò il corpo di Cesare nel Foro, un numero notevole di armati si posero a guardia di esso. Il corpo venne posto con sfarzo sontuoso e grida e pianti di lutto sui rostri. Dopo i gemiti e i lamenti che durarono a lungo, gli uomini armati si sono scontrati con le loro armi, e molto presto la gente ha cominciato a cambiare idea riguardo l'amnistia.

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ASSASSINIO DI CESARE
Poi Marco Antonio, vedendo il loro stato d'animo, non ha dato loro speranza. Egli era stato scelto per fornire l'orazione funebre, come si usava, di un console per un console, un amico per un amico, e un parente per un parente (egli era legato a Cesare attraverso sua madre), e così ancora una volta esercitò la sua tattica e parlò come segue.

[2144] "Non è giusto, o miei concittadini, per l'orazione funebre in lode di un così grande uomo, di aver incaricato me, un singolo individuo, invece di tutto il suo paese. Gli onori che tutti voi allo stesso modo, prima il Senato e poi il popolo, avete decretato nell'ammirazione per le sue qualità quando era ancora vivo, quelli leggerò ad alta voce come se non fosse la mia voce ma la vostra.".

Poi li lesse con espressione orgogliosa e tuonante sul suo viso, Sottolineando ognuno con la sua voce e in particolare gli appellativi con cui lo avevano santificato, chiamandolo "sacrosanto", "inviolato",
"padre del suo paese", " benefattore ",
o " duce ",
come non era mai stato fatto in alcun caso.

Come pronunciava ciascuno di essi, Antonio si voltò e fece un gesto con la mano verso il corpo di Cesare, accompagnando l'atto con la parola.

Egli fece anche brevi osservazioni su ciascuna, con un misto di pietà e indignazione. Dove il decreto diceva "Padre del suo paese", commentò: " Questa è una prova della sua misericordia  ", e dove si diceva "sacrosanto e inviolabile" e " Quello dove chiunque si rifugerà, resterà illeso " e dichiarò:" La vittima non è qualche altra persona in cerca di rifugio da lui, ma è lo stesso sacrosanto e inviolabile Cesare stesso, che non strappò onori con la forza di un despota, infatti, non-li aveva mai chiesti. Evidentemente noi non siamo le persone più libere, perché diamo queste cose non richieste a coloro che non le meritano. Ma voi, miei fedeli cittadini, mostrando tale onore in questo momento, anche se egli non c'è più, vi state difendendo dall'accusa di aver perso la nostra libertà "

[2.145] E ancora una volta egli lesse i giuramenti, ai quali tutti loro si erano impegnati a proteggere Cesare e la persona di Cesare con tutte le loro forze, e se qualcuno dovesse cospirare contro di lui, coloro che non riuscirono a difenderlo che fossero maledetti. A questo punto alzò molto forte la sua voce, allungò le mani verso il Campidoglio, e disse: " O Giove, Dio dei nostri padri, e voi altri Dei, per quanto mi riguarda sono pronto a difendere Cesare secondo il mio giuramento e i termini della maledizione che ho invocato su me stesso, ma fin da ora è la vista dei miei pari che hanno deciso quello per noi sarà per il meglio, prego che sia effettivamente per il meglio.  ".

Rumori di protesta vennero dal Senato a questa osservazione, che erano molto chiaramente dirette a loro. Antonio li calmò, dicendo come in una ritrattazione, 
Sembra, concittadini, che ciò che è successo non sia il lavoro di un uomo, ma di qualche spirito. Noi dobbiamo badare al presente invece che al passato, perché infatti il nostro futuro e il nostro presente sono in bilico sul filo del rasoio sopra grandi pericoli, e noi rischiamo di essere trascinati di nuovo nel nostro precedente stato di guerra civile, con la piena estinzione di nobili famiglie rimaste della nostra città. Vediamo quindi di condurre questa persona sacrosanta ad unirsi ai beati, e cantare l'inno e il canto funebre sopra di lui secondo la consuetudine "

MONETA COMMEMORATIVA DELLE IDI DI MARZO


[2.146] Dicendo così si tirò su i vestiti come un invasato, e si cinse così in modo da poter usare facilmente le sue mani. Egli poi si avvicinò alla bara come se fosse sul palco, piegandosi su di esso e rialzandosi, e prima di tutto cantando le lodi di Cesare come una divinità celeste, alzando le mani in testimone della nascita divina di Cesare e della stessa melodia, e nello stesso tempo ricordando rapidamente le sue campagne, citando battaglie e vittorie, ed i popoli che egli aveva sgominato, sotto il governo del suo paese, e il bottino che aveva riportato nel suo paese. 

Presentò ogni cosa come una meraviglia e piangendo costantemente gridò " Questo uomo solo è emerso vittorioso su tutti coloro che hanno combattuto contro di lui."

"E per voi", disse, "lui era il solo uomo che poteva vendicare la violenza perpetrata nel vostro paese 300 anni fa, piegando le ginocchia ai popoli selvaggi che erano stati gli unici ad aver distrutto Roma mettendola a ferro e fuoco! "

In questo delirio ispirato disse che molto altro, alterando la sua voce da chiara e squillante a una lenta nenia, in lutto per Cesare, avrebbe fatto per un amico, che aveva sofferto l'ingiustizia, piangendo e giurando che desiderava dare la vita per Cesare. Poi, spazzata via facilmente l'appassionata emozione, strappò i vestiti dal corpo di Cesare, ha sollevato e agitato la tonaca dove erano i fori delle pugnalate, imbrattata dal sangue del dittatore.

A questo popolo, come un coro, si è unito a lui in una lamentazione più forte e dopo aver espresso questa emozione di nuovo si riempirono di rabbia.
Dopo il discorso, altre lamentazioni accompagnate da canti funebri vennero cantati sul morto da cori all'uso romano, e ancora una volta vennero citati i suoi successi e il suo destino. In una parte del lamento Antonio, facendo la parte di Cesare, avrebbe dovuto citare per nome quei nemici che egli stesso aveva aiutato, e la presentazione degli assassini gettò un certo stupore,

E pensare che in realtà ho salvato la vita di questi uomini che hanno voluto uccidermi. "

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TOMBA DI CESARE ANCORA OGGI ORNATA DAI FIORI DEI VISITATORI

Ora la gente non poteva sopportarlo più. Essi consideravano mostruoso che tutti gli assassini, che con la sola eccezione di Decimo [Giunio Bruto] erano stati fatti prigionieri come sostenitori di Pompeo, avessero formato la cospirazione quando, invece di essere puniti, erano stati promossi a magistrature, governatorati provinciali e comandi militari, e che Decimo fosse stato anche giudicato degno di adozione come figlio di Cesare.

[2.147] Quando la folla era in questo stato, e vicino alla violenza, qualcuno sollevò sopra la bara una effigie in cera di Cesare - il corpo stesso, sdraiato sul dorso sulla bara, non essendo visibile- . Il fantoccio venne girato in ogni direzione, da un dispositivo meccanico, e ventitré ferite si vedevano selvaggiamente inflitte su ogni parte del corpo e sul viso. Questo spettacolo sembrò così penoso alle persone che non avrebbero potuto sopportarlo più. Piangendo e lamentandosi, circondarono l'edificio del senato, dove Cesare era stato ucciso, e bruciatolo, si precipitò sulla caccia per gli assassini, che erano scappati via precedentemente.


LE CENERI DI CESARE

Il globo in bronzo dorato dell’obelisco vaticano, oggi nei Musei capitolini, per molto tempo si è creduto, per tradizione ma anche grazie a fonti del XII-XIII secolo, che al suo interno fossero custodite le ceneri del divo Giulio. Il globo era posto sulla sommità dell’obelisco portato da Caligola a Roma nel 37 e posto in cima alla spina del circo di Nerone. Secondo la tradizione dopo la morte di Cesare nel 44 le sue ceneri vennero collocate in un globo di bronzo sopra l'obelisco, con un'iscrizione alla base appunto su Cesare che fu rimossa e perduta.

Nei Mirabilia Urbis Romae, equivalente delle nostre moderne guide di viaggio per i pellegrini del XII sec., è citata la sepoltura delle ceneri di Cesare nella sfera dorata, che all'epoca richiamava non pochi visitatori, nonostante la diffida della chiesa nei confronti di questa ammirazione e curiosità pagana.

Finchè, urtato da tanta devozione per un pagano, nel 1586 Sisto V incaricò Domenico Fontana di spostare l'obelisco a piazza S. Pietro (presso cui stava del resto il circo di Nerone), e la sfera, smontata per l'occasione, si dichiarò contenere soltanto ruggine e ferro. Però il bronzo non produce ruggine nè tantomeno ferro, che fossero ceneri? Il fatto che il Papa la facesse togliere e sostituire con una croce ed uno stemma bronzeo della famiglia Chigi, entro cui avrebbe posto una reliquia della croce, suggerisce che la sfera bronzea contenesse ben altra reliquia di cui si dovevano togliere le tracce, quella di Cesare.

(Plutarco, Cesare, 69,4) «Tra i prodigi mandati dagli Dei si annovera una grande cometa che apparve per sette notti consecutive dopo l’eccidio di Cesare, ben visibile in cielo, e che quindi scomparve. I raggi stessi del sole si oscurarono: per tutto quell’anno il suo disco si alzò pallido e smorto al mattino, ed emanò un calore fioco e tenue. L’aria, essendo debole il tepore che di solito la rarefà, si mantenne caliginosa e pesante; i frutti maturarono a mezzo e rimasero imperfetti, avvizzendo tristemente per il freddo dell’atmosfera»



L'EPILOGO

Nel 42, quando gli eserciti di Marco Antonio e Ottaviano stavano per attaccare quelli di Bruto e Cassio a Filippi, la figura di un uomo enorme e spaventoso apparve nella tenda di Bruto. Riconosciuta la figura di Cesare, chiese all'ombra chi fosse.
Essa rispose: "Il tuo cattivo demone, Bruto. Mi rivedrai a Filippi", e Bruto coraggiosamente rispose: "Ti vedrò".
Pochi giorni dopo, a Filippi, a sconfitta certa, Cassio si suicidò con il pugnale con cui aveva trafitto Cesare, e poco dopo lo seguì Bruto. Così, a due anni dall'assassinio di Cesare, tutti i congiurati persero la vita. Cesare era stato vendicato.



I PROGETTI MAI REALIZZATI CAUSA LA MORTE

« [...] [a Cesare] fecero concepire progetti di imprese ancora maggiori, suscitando in lui un desiderio di gloria, come se quella di cui godeva si fosse già esaurita [...] Preparava [...] una spedizione militare contro i Parti, e sottomessi costoro pensava di attraversare l'Ircania costeggiando il mar Caspio ed il Caucaso, di aggirare il Ponto, invadere la Scizia, percorrere le regioni vicine alla Germania e la Germania stessa, e sarebbe rientrato in Italia passando per la Gallia, chiudendo così in un cerchio i suoi domini, di cui l'Oceano avrebbe costituito tutto intorno il suo confine »
(Plutarco, Vite parallele - Cesare, 58)

« Cesare concepì l'idea di una lunga campagna contro i Geti [si intendono i Daci di Burebista] ed i Parti. I Geti sono una nazione che ama la guerra ed una nazione vicina, che doveva essere attaccata per prima, I Parti dovevano essere puniti per la perfidia usata contro Crasso. »
(Appiano di Alessandria, Guerra civile, 2.110.)

Ad Apollonia andavano concentrandosi ben 16 legioni e 10.000 cavalieri e la campagna militare doveva iniziare in primavera del 44 a.c., tre giorni dopo le famose idi di marzo. Ma Cesare fu ucciso e questo progetto gigantesco poté essere ripreso pochi anni più tardi, senza successo, da Marco Antonio, e in parte completato da Traiano, a cui si dovrà la conquista della Dacia e le campagne contro i Parti in Mesopotamia.


Gli scritti:

" Egli lasciò, relativamente alle sue gesta, i commentari della guerra contro i Galli e della guerra civile contro Pompeo. Infatti non è certo che sia l'autore anche di quelli alessandrini, dell'Africa e della Spagna. Alcuni, infatti, credono che sia Oppio, altri Irzio che inoltre aggiunse un ultimissimo libro non finito al (commentario) della guerra gallica.
Cicerone nel "Bruto", relativamente ai commentari di Cesare dice così: " Scrisse i commentari che sono nudi, dritti e onorevoli, senza alcun abbellimento oratorio"
Dei commentari di Irzio, invece dice: "Piacciono a giudizio di tutti, tuttavia la mia ammirazione è maggiore di quella degli altri: io infatti vidi Cesare quando scriveva quelli velocemente e senza difficoltà."
Lasciò due libri del "De analogia" ed altrettanti dell "Anticatone" ed inoltre un poema intitolato "Iter". I primi di questi quattro libri li scrisse durante la traversata delle Alpi, quando tornò dalle sue truppe provenendo dalla Gallia citeriore, gli altri li compose al tempo della battaglia di Munda, il più recente mentre viaggiava per 24 giorni da Roma alla Spagna. Di lui rimangono anche le epistole ai parenti, lettere che convertì per primo in forma di memoriale. Rimangono quelle a Cicerone, e ai familiari nelle quali scrisse cose arci note."


Il nome

Il nome "Cesare" rimane in molte lingue ancora oggi come sinonimo di comandante, o capo. Il tedesco Kaiser, il russo Zar ed il persiano Scià hanno la stessa radice del nome di Cesare, poichè la pronuncia latina del nome era Cáesar.

Cesare rimarrà il più grande imperatore e condottiero romano, una delle figure più geniali dell'antichità, e pure di grande fascino. Fece molte e grandi riforme in un solo anno di regno, non possiamo immaginare come avrebbe trasformato Roma e le sue leggi se non fosse stato stroncato dall'invidia degli uomini.
Ancor oggi, sulla sua ara nel Foro di Cesare, dopo duemila anni di storia, si depongono continuamente mazzi di fiori.


SI DICE

Si dice che Cesare fu tanto ricordato perchè la sua storia tragico-romantica colpì l'animo degli storici e degli scrittori tanto da influenzare potentemente l'anima dei popoli che in ogni angolo della terra lo ricordano e ammirano. Perchè, forse Ottaviano Augusto che non fu mai assassinato fu forse dimenticato?

E lui per quanto imperatore illuminato non fu mai un generale così coraggioso e bravo stratega come Cesare, ne ebbe la sua poliedrica e vastissima intelligenza. Pure Ottaviano fu un imperatore mirabile e anche il suo nome fu perpetuato.


Gaio Giulio Cesare, considerato il primo Imperatore dell’Urbe, non lo fu mai in realtà. In un suo epigramma a Terenzio, Cesare scrisse infatti di sè: "Non sovrano ma Cesare." Sappiamo però che aveva molta considerazione di sè, e poca dei senatori e dei potenti, per cui quel Cesare contava per lui più di qualsiasi titolo onorifico. Spregiava inoltre la superstizione e gli indovini, come chiunque sia abituato a contare solo sulle sue forze, come accadde nelle famose Idi di Marzo.



L'ISCRIZIONE A CALPURNIA, MOGLIE DI CESARE

LANCIANI

1300. BASILICA SALVATORIS IN LATERANO
Fra i materiali antichi messi in opera nel pavimento del pulpito della Benedizione da Bonifacio VIII donde « excommunicavit Columnenses velut hostes ecclesiae... » iscrizione di Calpurnia Anthis, liberta di Calpurnia, moglie di Cesare ditattore, CIL. 14211, 
Del medesimo papa scrive Cola di Rienzo nella lettera all'arciv. di Praga del 15 agosto 1350 (ap. Papencordt Cola di Rienzo, Amburgo 1841, p. LVI) « tabula(m) magna(m) erea(m) — la lei regia CIL. 930 — Bonifacius papa VIII in odium imperii occultavit, et de ea quoddam altare construxit a tergo litteris occultatis » 

"in odium imperii occultavit", la chiesa ha sempre odiato l'impero romano reo di aver sostenuto il culto agli Dei romani, sempre temendo che i culti pagani potessero essere ripristinati soppiantando il nuovo culto cristiano, questo per tutti i secoli a venire, si che il popolo finì per ignorare l'esistenza dell'impero romano, di cui si hanno notizie solo nel Rinascimento. 
E in particolare la chiesa ebbe in odio proprio Giulio Cesare, che la gente onorava come fosse un eroe o un semidio, e le cui ossa vennero conservate nella Chiesa dei SS. Apostoli, o almeno così si credette. 

Tanto era vivo il culto di Cesare nei secoli che si credettero le sue ceneri conservate nell'obelisco egizio oggi in piazza San Pietro, proveniente dal vicino circo di Nerone-Caligola in Vaticano.
Trasportato dall'Egitto come elemento decorativo della spina per il circo, l'obelisco era stato realizzato per Nencoreo, faraone della XII dinastia (1991-1786 a.c.) e collocato ad Heliopolis, città dalla quale Giulio Cesare lo fece trasferire ad Alessandria, capitale ellenistica dell'Egitto dei Tolomei, per adornare la città di Cleopatra.

L'obelisco fu lasciato al suo posto, col suo globo bronzeo dorato e l'iscrizione, poi perduta, che rimandava a Cesare. Viene da pensare che se c'era l'iscrizione c'erano davvero le ceneri di Cesare.
Nel corso del Medioevo il monumento venne chiamato l'aguglia e si tramandò che il grande globo posto sulla sommità dell'obelisco fosse l'urna cineraria di Gaio Giulio Cesare, del resto venne indicato come tomba di Cesare nei Mirabilia Urbis Romae, ancora visitata dalla popolazione romana e straniera fino alla fine del XVI secolo.

Ma tutto ciò irritò molto papa Sisto V Peretti, che, infastidito dalla considerazione quasi religiosa per il globo dorato, decise di togliere l'antica sfera facendo riferire che era stata aperta e trovata vuota. Al suo posto sull'obelisco fu issata una croce bronzea contenente una reliquia della “vera Croce”, che invece era una reliquia vera: un pezzo di legno conservatosi per 1500 anni.

Alla faccia che i pali delle crocefissioni venissero ogni volta bruciati sul posto, essendo molto meno costoso e molto più pratico tagliate due pali che trasportarli da un magazzino magari lontano, e poi mantenere il magazzino pieno di pali di legno che per giunta poteva facilmente andare a fuoco.



COME SAREBBE CAMBIATO IL MONDO SE CESARE NON FOSSE STATO  ASSASSINATO?

Di certo Cesare avrebbe conquistato l'impero dei Parti, L'Impero partico (247 a.c. – 224 d.c.), era una delle maggiori potenze politiche e culturali iraniche nell'antica Persia, retto dalla dinastia arsacide, fondata dal primo re dei Parti, Arsace I, il quale, alla testa di una tribù nomade scitico-iranica dei Parni, fondò l'Impero nel III secolo a.c..  Al suo apogeo, nel I sec. a.c., l'Impero dei Parti si estendeva dalle rive dell'Eufrate (Turchia sudorientale) a ovest all'Iran orientale ad est. L'Impero, attraversato dal percorso commerciale della Via della seta che separava l'Impero romano nel bacino del Mediterraneo e l'Impero Han della Cina, divenne sede di traffici commerciali.

Probabilmente il mondo islamico non sarebbe diventato così fondamentalista, così arretrato e così ostile alle donne e  alla cultura. Sarebbe insomma diventato civile. Probabilmente i romani avrebbero potuto spingersi fino alla Cina che a sua volta, come i paesi musulmani,  avrebbe potuto giovarsi delle leggi romane, acquisendo un diritto e le scuole che avrebbero aperto gli occhi al popolo.

"sottomessi costoro (i Parti) pensava di attraversare l'Ircania costeggiando il mar Caspio ed il Caucaso, di aggirare il Ponto, invadere la Scizia, percorrere le regioni vicine alla Germania e la Germania stessa"

E come sarebbe oggi la Germania se Cesare all'epoca l'avesse conquistata? Di certo non sarebbe rimasta appartata per i secoli, chiusa nel suo mondo feroce e tribale, dove contavano solo i guerrieri mentre donne e bambini potevano essere uccisi impunemente. Avrebbero imparato il latino, avrebbero acquisite le leggi romane e i costumi romani, ma soprattutto le scuole romane.

Non avremmo avuto un Medioevo così oscuro e barbaro, perchè i barbari sarebbero diventati latini, e forse non avrebbero avuto un Hitler con relativo genocidio ebraico. In più non ci sarebbe stata una Germania ancor oggi bramosa di supremazia e potere che avrebbe tentato, riuscendoci, di sottomettere economicamente  l'intera Europa, per giunta riuscendoci, Insomma non avremmo avuto una Merkel germano imperialista e chissà che oggi la lingua più diffusa nel mondo non sarebbe stato il latino.

E ciononostante:
« E' opera di Cesare se, dalla passata grandezza dell'Ellade e dell'Italia un ponte conduce all'edificio più magnifico della moderna storia del mondo, se l'Europa occidentale è romanza, se l'Europa germanica è classica... l'edificio di Cesare è durato oltre le migliaia d'anni che hanno cambiato religione e Stato al genere umano e che hanno mutato perfino il centro di gravità della Civiltà e continua ad esistere per quella che noi chiamiamo eternità. »
(Theodor Mommsen, La storia di Roma, V, 7.)



IL FATTO STORICO - OTTOBRE 31, 2012

L’archeologo spagnolo Antonio Monterroso sostiene di aver trovato il punto esatto dove venne accoltellato Giulio Cesare il 14 marzo del 44 a.c. Nell’ingresso della Curia di Pompeo, che le fonti indicano come il luogo dell’assassinio (oggi sito in Largo Argentina), c’è un muro di cemento in cui sarebbe stato collocato lo scranno di Cesare.

Tuttavia, per l’archeologo Andrea Carandini, i segreti della Curia di Pompeo sono nascosti oltre quel muro cementizio: «Conosco bene quella tamponatura sovrastata da un pino, ma non riguarda l’ingresso della Curia bensì il retro. La Curia si apriva infatti dalla parte opposta».

«Se dalla strada dove è la stazione del tram ci si affaccia sui ruderi, si osserva, subito al di sotto e dietro al tempio rotondo, un muro che ingloba una nicchia, dalla quale spunta un pino. È la nicchia del salone (440 mq) in cui era alloggiata la statua di Pompeo, ai piedi della quale cadde Cesare. Muro e nicchia sono il retro della Curia di Pompeo, che per il resto si estende sotto la strada».

Lo studioso, che ha ricostruito nel dettaglio la posizione della Curia di Pompeo (il risultato è visibile nel nuovo Atlante di Roma Antica da lui curato per Electa) propone di scavare «tutta l’area della curia di Pompeo. L’area sacra ha bisogno di valorizzazione, e al momento non accade».

E ci sarebbe anche una grande opportunità per farlo: «Lo spostamento del capolinea del tram numero 8 sarebbe l’ occasione – prosegue Carandini – per mettere in luce la Curia (resterebbero da scavare 1.740 metri quadrati). Così si potrebbe accedere, dietro ai templi, al salone dello straordinario evento. Un Paese civile si precipiterebbe…».

«Nella “Vita di Cesare” di Plutarco leggiamo: “Cesare si accasciò contro il piedistallo su cui era la statua di Pompeo. Fu inondato di sangue, sicché parve che Pompeo stesso guidasse la punizione del rivale disteso ai suoi piedi”. Secondo lo storico, Cesare cadde sul pulpito al di sotto la statua, che aveva ai lati – sopra bassi gradini? – i seggi dei senatori…».


BEN DETTO CARANDINI, UN PAESE CIVILE SI PRECIPITEREBBE....

"Così egli operò e creò, come mai nessun altro mortale prima e dopo di lui, e come operatore e creatore Cesare vive ancora, dopo tanti secoli, nel pensiero delle nazioni, il primo e veramente unico imperatore"
(Theodor Mommsen, Storia di Roma antica - Libro V .. XI)




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