VELABRUM (Velabro)



IL VELABRO IN UNA STAMPA DEL 1600

LA LOCAZIONE

Era il nome della valle che si estendeva tra le pendici nord est del Palatino e del Campidoglio, nome molto antico che forse in origine delimitava il solo distretto tra le due colline, la valle del foro e il fiume, ma durante il periodo storico indicò qualcosa di più ristretto.

Era delimitato approssimativamente dal forum a nord, il pendio del Palatino e il vicus Tuscus a est, il quartiere attraversato dallo Iugarius vicus a ovest, mentre la linea di separazione tra questo e il Foro Boario passava attraverso l'attuale chiesa di S. Giorgio in Velabro, in particolare con l'Arco degli Argentari (CIL VI.1035,. cf Varrone, LL V.43, VI.24, Liv XXVII.37.15,... Plut Rm 5). Secondo la tradizione, di cui non c'è ragione di dubitare, questo quartiere era in origine molto paludoso, con acqua sufficiente a far stare a galla piccole imbarcazioni (Varrone, LL V.44,. Plut Rm 5,... Ovidio veloce VI.405 ; Prop. IV.9.5;. Tib II.5.33), fino a quando non è stato drenato con la costruzione della Cloaca Massima e il sistema di collegamento fognario. E 'stato sempre, tuttavia, soggetto a inondazioni quando il Tevere era molto alto.

In due passaggi in poesia (Ovidio, Properzio, locc CITT) Velabra è usato al plurale, e in Varrone (LL V.156: ab suo fuit palus in Velabro Minore, ... ut illud de quo maius detto supra est), viene fatta una distinzione tra il Velabro maius e Velabro minus, ma non è possibile determinare di cosa si tratta (cfr. Pais, Anc. Legends 329, n. 49, per una errata interpretazione del passaggio varroniano).

IL VELABRO IN EPOCA ROMANA, LA MANO INDICA L'ARCO DI GIANO


IL NOME

Il significato e l'etimologia del Velabro sono incerte. Varrone (LL V 44, 156) lo deriva da vehendo (cioè trasportando), o a velatum facere, traghettare, Sesto Pompeo Festo alla ventilazione del grano e Plutarco (Rom. 5) all'uso di coprire con vele il percorso del corteo trionfale, che comprendeva anche il Velabro:
"Venne riportato di lei, essendo ora celebrata e stimata come l'amante di un Dio, che scomparve improvvisamente il luogo in cui venne sepolta la prima Larentia, il posto si dice che venga ora chiamato  Velabro, in quanto, il fiume che straripa di frequente, porta le barche a traghettare le persone al forum, e la parola latina per traghettare riguarda proprio il velabrum. Altri derivano il nome da velo, o da una vela, perché gli espositori di spettacoli pubblici appendevano vele sulla strada che conduce dal forum al Circo Massimo con le vele, iniziando sa questo posto."

FOTO DI FINE 1800 DELLA CHIESA DI S. GIORGIO AL VELABRO
Ma gli studiosi moderni sono insoddisfatti da queste ipotesi. 
"Il percorso del corteo trionfale era lo stesso seguito dai primi romani. Ad esempio, il ciclo attraverso il Velabro conservava il ricordo della palude che un tempo aveva occupato la zona nord-est del Foro Boario. "

"Quando la città prima si trovava sul Palatino e la zona che sarebbe diventato il Forum era solo palude, c'era un mercato tra il Palatino e il fiume in cui gli stranieri scambiavano merci con gli antichi romani. e un piccolo ruscello, il Velabro, che scorreva attraverso la valle del Foro verso il basso attraverso questa zona e nel Tevere. I re etruschi furono gli autori della bonifica delle paludi e l'incanalamento del Velabro, che finalmente venne chiuso durante il periodo repubblicano (diventando la Cloaca Maxima)".

Dunque il Velabro era un ruscello che non avendo incanalature sufficienti formava una palude e pertanto anche una nebbia, per cui il velo potrebbe riferirsi anche a questa. Secondo Dionigi d' Alicarnasso invece il nome proviene da un'antica voce italica indicante un luogo palustre, come abbiamo nella radice Vel-inus, Vel-itrae ecc. e potrebbe essere la spiegazione più convincente. Nel Medioevo, il nome è stato corrotto in Velum Aureum (o avreum) (HCH 255).

Nel Velabro venne costruita una chiesa, S. Giorgio al Velabro è preceduta da un portichetto sorretto da 15 colonne sul cui architrave si leggono i seguenti versi incisi nel secolo XIII: Stephanus ex Stella, cupiens captare superna Eloquio rarus virtutum lumine clarus Expendens aurum studuit renovare pronaulum. Sumptibus ex propriis tibi fecit, sancte Georgi. Clericus hic cuius prior ecclesiae fuit huius: Hic locus ad velum prenomine dicitur auri. (Stefano della Stella, uomo di rara eloquenza e preclaro per fama di virtù, desideroso di conseguire il supremo perdono, cercò di rinnovare il pronaolo con suo denaro, e a sue spese per te, o San Giorgio, fece questo lavoro. Egli fu priore di questa chiesa, che dal luogo ove sorge fu detta del vello d'oro). Qui il Velabrum assume ancora un altro significato, quello di "Vello d'oro", che però è un mito greco che poco riguarda il sito.

Invece osservando la chiesa si nota che pavimento, architrave e colonne derivano per lo più da costruzioni romane e di un certo pregio, perchè con marmi preziosi e capitelli finemente lavorati. Di solito le chiese vengono edificate sui luoghi del culto precedente.

L'ARCO DI GIANO IN UN ANTICA STAMPA


I TRIONFI

Per aspirare a un tale riconoscimento e a un tale onore, il condottiero doveva essere stato investito dell’imperium maius, la vittoria doveva essere contro un popolo straniero e non in una guerra civile, contro altri cives romani; dovevano essere stati uccisi in una sola battaglia non meno di cinquemila nemici e il successo doveva essere stato completo e decisivo. Le ingenti spese che la cerimonia del trionfo comportava venivano assunte dallo Stato a delibera senatoriale avvenuta.

In attesa della delibera, inoltre, il condottiero con il suo esercito, reduce dalla campagna vittoriosa ma macchiato di sangue e di morti, pena l’ignominia doveva attendere fuori dal pomerio, il recinto sacro dell’Urbe, non varcare questa fascia ritenuta sacra senza consenso, fino a che l’imperium non fosse stato rimesso nelle mani del Senato e riconsegnato ritualmente a Giove, nel suo tempio sul Campidoglio. Nella sosta, talvolta lunga, il candidato al trionfo e il suo esercito si accampavano nel Campo Marzio. Accordato il trionfo da parte del Senato, nel giorno stabilito veniva celebrata l’imponente cerimonia di carattere sacro e militare. Il corteo si formava nel Campo Marzio ed entrava in città dalla Porta Triumphalis e attraversava il Velabrum, una tappa importante nella memoria di Roma, come un antico ritorno alle origini più gloriose, quindi raggiungeva il Circus Maximus, percorreva la Via Sacra e il Foro, ascendeva il Clivus Capitolinus e si fermava davanti al tempio di Giove. Il Velabro era pertanto stretta

IL VELABRO OGGI


I COMMERCI

Il Velabro era un importante centro di attività industriali e commerciali, ed in particolare del commercio di prodotti alimentari, olio e vino (Plaut. Cap. 489; Cur 483;.. Hor sab II.3.229;. Mart XI.52.10. , xiii.32, CIL VI.467, 9184, 9259, 9993, 33933). E 'stato un "locus celeberrimus urbis" (Macrob. I.10.15), per tutto il traffico tra il forum e il ponte Sublicio che passava attraverso le strade che lo delimitavano, il vicus Tuscus e il vicus Iugarius, (cfr. Liv XXVII.37.15,. Suet. Caes. 37, per la linea della pompa), ma sembra avesse un solo santuario, quello di Acca Laurentia (Cic. ad Brut. I.15.8).
Vi si erano insediate attività commerciali legate soprattutto al settore alimentare, mentre sul vicino vicus Tuscus si commerciavano stoffe e di abiti.

La zona mantenne la sua funzione commerciale fino al VI sec., quando una disastrosa alluvione del Tevere ricordata nel 589 dovette rialzare il livello del terreno. In seguito vi si insediarono istituzioni ecclesiastiche ed assistenziali, come le chiese di San Teodoro (titolo cardinalizio) e di San Giorgio in Velabro (diaconia). Poco dopo il toponimo si era modificato in Velum Aureum e tale rimase per tutto il medioevo.



LA LEGGENDA

ARCO DEGLI ARGENTARI AL VELABRO
Questa zona era soggetta alle inondazioni del Tevere e, secondo la leggenda, qui si sarebbe arenata, alle pendici del Palatino, la cesta con i gemelli Romolo e Remo. Il terreno acquitrinoso doveva tuttavia essere già scomparso all'epoca dei Tarquini, in seguito alla costruzione della Cloaca Massima, i cui resti sono costituiti da un condotto in opera cementizia ( I sec. dc.), che cela un più antico tratto coperto con lastre di cappellaccio disposte a cappuccina e risalente al IV sec. ac.

In questo luogo i gemelli non solo toccarono terra ma vennero allattati dalla fatidica Lupa, e qui le leggende si mescolano, non solo nei fatti, ma nelle interpretazioni più fantasiose. per esempio affermando che la "lupa" sia stata una prostituta, anche se moglie di un porcaro, o che una vera lupa, mammifero con gravidanze plurigemellari, perdendo i propri cuccioli a causa di un predatore, avesse vagato fino a quando, trovati i due neonati, li allevò salvandoli dalla morte.

Dunque i gemelli portati dalla piena dell'Aniene si fermarono presso la palude del Velabro tra Palatino e Campidoglio in un luogo chiamato Cermalus,. Quando le acque del fiume si ritirarono, la cesta rimase all'asciutto ai piedi del ficus ruminalis, sacro alla Dea Ruminalia che si occupava del latte degli infanti. Altre fonti fanno coincidere il punto dove si fermò la cesta con i gemelli con una grotta collocata alla base del Palatino, ma sempre da quelle parti, detta "Lupercale" perché sacra a Marte e a Fauno Luperco.

I bambini crebbero inizialmente nella capanna di Faustolo e Laurenzia, situata sulla sommità del Palatino, nella zona del colle chiamata "Germalo" (o "Cermalo"). Ma i conti non tornano, chi li ha allattati?

Plutarco racconta che una lupa, scesa dai monti (veramente tutt'al più erano colli, ma siccome i lupi vivono e vivevano sui monti ci si è adattati) al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, e invece di papparseli li allattò. Vuole la tradizione che anche un picchio portò loro del cibo (uccello sacro a Marte). Ma siccome di latte e bacche non si campa, inseguito furono trovati dal pastore Faustolo (porcaro di re Amulio), il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decide di crescerli come suoi figli.

Alcuni identificano Acca Larentia con la "lupa", che, contrariamente a quanto alcuni scrivono, in latino non significa prostituta (anche se, "lupanare", era il luogo della prostituzione). Il fatto è che l'antica Dea Madre, sotto forma anche di lupa, o di orsa, o di mucca, o di scrofa ecc. era una Dea prostituta, nel senso che la Dea della Natura si accoppiava con tutto formando vita. Non a caso Iside era chiamata in Egitto "la grande prostituta", ed era un complimento anzichè un'offesa.
Questa Dea evidentemente italica e preromana era la Dea Lupa e le sue sacerdotesse di conseguenza erano le Lupe, che vivevano nei "tiasi" o monasteri che dir si voglia praticando la prostituzione sacra. Queste sacerdotesse erano riverite e rispettate, e quando terminavano il sacerdozio si sposavano con persone di alto rango, avendo avuto l'alta carica di "ierodule" della Dea.

Il mito prosegue e Plutarco racconta:

« Si dice che i gemelli venissero condotti a Gabii per imparare l'uso della scrittura e tutto ciò che solitamente devono apprendere i fanciulli di nobili origini. (E che ne sapeva il porcaro che erano di nobili origini?). Romolo sembrava possedere maggiore capacità di giudizio ed un'innata perspicacia politica, mostrando nei rapporti con i confinanti per il diritto al pascolo e di caccia una naturale predisposizione al comando piuttosto che alla sottomissione. »

Livio poi non si risparmia perchè si sa che i due furono visti:
« Irrobustitisi nel corpo e nello spirito, non affrontavano solo le fiere, ma tendevano imboscate ai banditi carichi di bottino. Dividevano il bottino delle rapine con i pastori e dividevano con loro cose serie e ludiche, mentre cresceva il numero dei giovani giorno dopo giorno. »

Insomma la storia è a lieto fine, perchè i gemelli fondarono Roma e l'impero, ovvero la civiltà di gran lunga la più evoluta del mondo antico, e il Velabro è solo lo sfondo della prima scena, ma una scena fatidica e immortale nei secoli.

Vedi anche: FORO BOARIO




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