DEVASTAZIONE ROMA - MARMORARI - 6/6




Il massimo sviluppo della lavorazione dei marmi si ebbe nella Roma Imperiale che si avviluppò di marmi bianchi e colorati provenienti da cave sparse in tutto il mondo fino ad allora conosciuto. I variegati marmi vennero utilizzati per decorare i grandi edifici pubblici, i palazzi, le lussuose ville imperiali, le domus di città e di campagna delle grandi famiglie senatorie e dei ricchi liberti romani.

Con la decadenza dell' Impero Romano lo splendore di Roma venne colpito, frantumato e nascosto sotto coltri di terra. Il buio dei secoli di mezzo, privati di cultura e di ricordi, visse di saccheggi, di spogli e di riusi. Il reimpiego dei materiali lapidei colorati proseguì ininterrotto dal tardo impero al Medioevo, dal Rinascimento al Manierismo, per ritornare nel periodo Barocco e in quello Rococò in gran parte della penisola. Nel medioevo i protagonisti nell'arte del reimpiego dei marmi furono i Marmorari Romani. La loro arte nasce, rifacendosi alla grande tradizione della Roma classica, verso la metà del secolo XI.
Molti autori hanno già scritto sulle officine romane dei marmorari: il Promis, il Reumont, il De Rossi, il Frothingham, il Richter, il Mazzanti, il Rivoira, facendone considerazioni sulla origine e sullo sviluppo di queste scuole di architetti-scultori-ornatisti. I quali scavarono per doppio scopo: per procurarsi modelli alle loro opere, e per fornire di materiale le loro officine. Molte di queste botteghe sono state scoperte nei tempi nostri; di altre trovate anteriormente abbiamo descrizioni più o meno autorevoli. Conviene prima di ogni altra cosa distinguere le officine dei tempi classici da quelle posteriori alla rovina della città, e proprie dei marmorarii romani dei sec. XII-XIIL



OFFICINE CLASSICHE

Le classiche, come è facile intendere, stanno sempre al piano della città antica, sepolte sotto quello stesso strato di macerie che ricopre i grandi edifizii dell' impero. In secondo luogo non contengono marmi di seconda mano da adattarsi a nuovi usi, ma marmi grezzi con sigle di cava, e date consolari, pur ora acquistati dalla « ratio marmorum ». In terzo luogo vi si trovano busti e statue appena abbozzate di martellina insieme a quelle già condotte a pulimento e pronte per la vendita.

La quarta caratteristica è più singolare. In queste botteghe si trovano spesso figure, mezze figure, busti, teste di Daci prigioni, scolpite in pavonazzetto: cosi in quella scoperta nel luglio 1841 in via de Coronari n. 211, in quella scoperta nel 1859 in via del Governo vecchio n. 46-47, in una terza trovata nel 1870, circa, sotto la casa Massoli in via dei Coronari, in una quarta trovata sotto Clemente X accanto la casa Odam nel vicolo del governo Vecchio, e così via discorrendo. L'ultimo argomento è quello del sito.
Queste botteghe stanno aggruppate nel lembo settentrionale della piana cistiberina, fra l'Agone e Ponte, ossia fra la "Statio" dell" Amministrazione dei marmi presso s. Apollinare, ed il molo di sbarco alla Torre di Nona, descritto dal Marchetti nel tomo XVIII, a. 1891.



OFFICINE MEDIEVALI E RINASCIMENTALI

BOTTEGA VIGNA VITTORIIA
Fatto diverse sono le caratteristiche delle officine del medio evo e dei primi anni del rinascimento. Nell'ultimo quarto del cinquecento scavandosi nella vigna dei Vittorj presso l'antica porta Portese, nel sito dei giardini di Cesare, fu trovata un' officina marmoraria ricavata alla meglio da due stanzoni antichi.
Era piena di statue e di teste di filosofi e imperatori "che furono divise tra l'antiquario de' Vittorj e quello del card. Farnese." Vacca, Mem. 96. "Vi si trovarono ancora alcuni strumenti da scultori, che sembra vi fossero portati per rassettare o sterpire da qualche materiale scultore, e poi per repentino bando papale fossero ricoperte".

BOTTEGA GIARDINO DEI MENDICANTI
Venuti R. A., tomo I, p. 60: Negli scavi del giardino delle Mendicanti, dell'anno 1776 al 1780, parve agli archeologi presenti di riconoscere in un angolo di quella vaga fabbrica

"lo studio di uno scultore addetto al servizio imperiale; le molte teste e busti d'imperatori non terminati di restaurare, i frammenti di mani con globo, non ancora compiti, fecero formare tale idea di questo luogo" .

Dalle notizie che pubblicherò intorno questi scavi famosi nel volume III risulta trattarsi invece dell'officina degli scultori che restauravano busti e statue per conto o di Eurialo Silvestri, o del cardinale Alessandro De Medici arcivescovo di Firenze, i giardini dei quali si estendevano dalle Mendicanti sino al Colosseo.

BOTTEGA VIA DE QUATTRO CANTONI
Nel 1823, fondandosi la casa situata nella via dei Quattro Cantoni ai n. 46-48, appartenente a Giovanni Batt. Frontoni, fu trovata una altra officina costrutta a maniera di capannone. Le servivano di recinto alcune pareti antiche di mediocre cortina rivestite di marmo, ma nel mezzo dell' ambiente si vedeva una fila di massi di travertino con un foro nel quale era piantata la trave verticale destinata a sostenere le incavallature del tetto. In questo ed in un vicino ambiente furono scoperte
- sei statue marmoree spezzate ab antico a colpi di mazza sulle gambe, perchè restassero più facilmente atterrate
- alcuni frammenti di antica scultura,
- varie parti di cattivo restauro, preparate per ricomporre le statue, come dita, braccia, mani, piedi
- un martellino di ferro, dei soliti adoperati dagli scultori
- un grosso mucchio di arena da segatore
-  la metà superiore di un Bacco
- una colonnina di marmo bianco incominciata a segare
- marmi grezzi,
- due pezzi di colonne di bigio,
- capitelli corinzii abbozzati.

STRUMENTI DEI MARMORARI - TRAPANI
Delle sei statue, acquistate da Ignazio Vescovali, la prima era copia in pentelico del Fauno di Prassitele. Aveva il naso e l'estremità del piede sinistro preparati per il restauro: che anzi fu pur trovato rifatto, ma non posto a luogo, il pezzo del piede mancante: e perchè questo era riuscito più basso della misura richiesta, perchè combaciasse, si era incominciato a limare il piede antico per adattarlo a questo bel risarcimento.

La seconda statua, pure di Fauno o Satiro, mostrava nella sinistro il pedo di mediocre restauro. La terza, copia della precedente, aveva preparata al restauro l'attaccatura del braccio destro e di varie dita, e già racconciato il pube come nella prima. La quarta è il Marsia di Mirone del museo Lateranense (Helbig, voi. I, p. 486, n. 661): le due ultime rappresentano Ninfe che si tengono una conca dinnanzi con ambe le mani, ignudo dal mezzo in su, figure che nella prima metà del corrente secolo solevano dirsi Appiadi, quasi che tutte la sola acqua appia versassero.

BOTTEGA CONFINE VILLA ALTIERI
Il 10 marzo del 1874 scavandosi sul confine della villa Altieri, a poca distanza dal sito nel quale l'anno 1583 furono scoperti i simulacri dei Niobidi e dei Lottatori, si trovò un piano coperto di arena da segatore sul quale giacevano molti marmi grezzi e operati. Il più notevole è quel blocco di porfido vergato di colpi di sega, che si vede nel cortile del museo Capitolino. Misura mq. 2,44 ed è grosso in media m. 0,19.

RASCHIETTI
BOTTEGA SOTTO BANCA D'ITALIA
L'anno 1886, il 24 maggio, discoperta una quarta bottega da marmorario negli scavi del palazzo della Banca d' Italia, nell'orto già Mercurelli in via Mazarino. L'officina comprendeva almeno due ambienti, già appartenuti ad una " domus " patrizia forse di Giulio Frugi o di Poblicio Nicerote .
Nel primo ambiente stava dritto in piedi, con la schiena appoggiata alla parete di fondo, il bel simulacro di Antinoo illustrato dal Visconti nel Bull. com. 1886, p. 209 sg., tav. VII. Il plinto posava, non sul pavimento della stanza, ma sopra uno strato di rottami, alto m. 1,75 La statua è stata dunque collocata in quella postura, quando 1' edificio classico era già sepolto sotto un banco di calcinacci grosso quasi due m. La statua inoltre non è indigena, ma viene forse dall'ottavo miglio della Nomentana, tenuta delle Vittorie, quarto di Valle Valente: e siccome era stata trovata per quelle campagne nel fondo di un fosso, le cui acque sature di carbonato 1' avevano coperta di incrostazioni calcari, pare che gli scopritori abbiano cercato raschiarla, e restituirle il pulimento, come dice il Vacca essere avvenuto degli ermi degli orti di Cesare.

Il secondo ambiente fu trovato pieno di marmi, spoglie di antiche fabbriche già cadute in rovina. Vi erano fusti di colonne di giallo, e di africano, blocchi di caristio e di travertino, i quali mostravano fino a tre o quattro colpi di sega.
L'anno seguente furono ritrovati quattro blocchi di pavonazzetto sui quali era scritto, in caratteri attribuiti al sec. VII od VIII. "Urani trib. et noi".

MAZZUOLE
BOTTEGA MACELLO TESTACCIO
Il giorno 15 nov. 1890, cavandosi nel nuovo Macello Comunale al Testaccio, fu scoperto 1'atrio di una casa romana con peristilio di colonne di tufa rivestite d' intonaco monocromo, occupata in epoca assai tarda da uno scalpellino. L' industria del quale sembra essere stata quella di raccogliere marmi di vecchie fabbriche abbandonate per adattarli a nuova forma a seconda dell'occasione del giorno. In uno spazio di pochi mq si trovarono diciotto fusti di colonne disposti parallelamente con un certo ordine, e poi rocchi, basi, capitelli, e scaglioni di varia specie.

BOTTEGA EMPORIO TIBERINO
E qui occorre ricordare che quando si scavava il cosidetto Emporio Tiberino per la cloaca della via Gustavo Bianchi si riconobbe che gli antichi ambulacri e i voltoni rappresentati nella tav. V, p. 157 della terza dissertazione " de Aquis " del Fabretti, avevano servito per molti anni di cantiere ad una colonia di marmorarii: che questa colonia lavorava quasi esclusivamente quattro specie di marmi, il porfido, il serpentino, il giallo, il pavonazzetto, in quantità spaventevole: e finalmente che produceva opere assai minute, perchè i massi da lavorare cubano pochi dm, e le scaglie dei piccoli blocchi già lavorati sono assai minute.

BOTTEGA SCALA SANTA
Un ottavo cantiere pieno di marmi per uso di chiese e di chiostri fu trovato nel 1885 quando si tagliava l'orto dei Passionisti alla Scala Santa per lo sbocco del viale Emmanuele Filiberto in piazza di s. Giovanni. E delineato nella tav. XXII della Forma Urbis.

BOTTEGA BASILICA GIULIA
Il nono cantiere appartiene alla basilica Giulia, ove, nei primi scavi del 1871, si trovò il pavimento antico coperto da un sottile strato di terriccio, e su questo un banco di scaglie minute di travertino grosso circa m. 1.50. Vedi Bull. List. 1871, p. 243.

COMPASSI
BOTTEGA SUL PLATINO
Il decimo fu scoperto l'anno 1878 nello xisto della casa augustana sul Palatino. Anche qui il piano era coperto da uno strato di scaglie di marmo statuario e di arena da segatore grosso m. 1,25. Su questo strato, sostenuta da due baggioli o cuscini di pietra, giaceva la bella statua di Hera del museo Nazionale (Helbig, Guide, tomo IL p. 195, n. 974).

BOTTEGA RAFFAELE RIARIO
Il più notevole fra questi cantieri di recente scoperta è quello dei marmorari di Raffaele Riario card, di s. Giorgio, il costruttore del palazzo della Cancelleria. Si sa che il nipote di Sisto IV mise a contribuzione parecchie petraie, e contribuì alla distruzione del tempio del Sole, di un ignoto edifizio vicino a s. Eusebio, del Colosseo, e sopratutto dell'arco creduto di Gordiano al Castro pretorio.
Per ridurre ai nuovi usi i marmi di quest'ultimo, si costruì una tettoia in un punto che oggi  corrisponde a metà di via Gaeta, lungo e sotto il muro di cinta della villa della Somaglia. Qui l'officina fu ritrovata il 21 ottobre 1871, e se ne ha un cenno dal Vespignani nel Bull. com. tomo I, p. 103 sgg. tav. II. I massi del cornicione e le sculture figurate dell'arco giacevano, non sul piano antico profondo sei m, ma sopra un piano di scarico, 2 ai 3 m sotto il marciapiede di via Gaeta: e non erano ammassati e confusi insieme come se precipitati dall'alto, ma regolarmente adagiati sopra conci di pietra, nel modo stesso col quale i nostri scalpellini sogliono collocare i massi da sottoporre alla sega.

SCALPELLI
Gli artefici del card, di s. Giorgio e l'architetto della Cancelleria, Antonio da Sangallo il vecchio, hanno dunque scelto un sito non molto discosto da quello dell'arco per lavorarne i marmi architettonici, i bassorilievi, e le iscrizioni, affine di risparmiare il trasporto alla Cancelleria stessa delle parti non opportune alla nuova destinazione.

BOTTEGA VIA ARDEATINA
Un altro atto contemporaneo del notare Gianpaolo Goiolo, prot. 849 e. 325 A. S. con la data del 14 dicembre 1412, parla di una vigna degli eredi stessi in via Ardeatina. e fornisce notizie biografiche sul Coluccia marmorarius. "In presentia mej notarij pauliis cole gratianj dictus alias paulus talgialoiito marmorarius de Regione pinee preseutibii; diìa angela uxore sua et colutio filio ipsius pauli et dicte dtie angele vendidit barttolomeo guillelmj de Sycilia. Idest duas petias vince ipsius pauli plus vel initius  quante sunt cum parte vasce vascalis et tinj esistente in eis et cum candele existtenti".



LE DATE

BOCCIARDE
Questa officina è dell'anno 1485 o 1486: ma quale sarà la data delle altre? P. E. Visconti, descrivendo le scoperte del 1823 ai Quattro Cantoni, crede che la bottega appartenesse a restauratori di statue « di tempi più ai nostri che agli antichi vicini» e «che sia andata a male nelle luttuose calamità che afflissero Roma nel se- colo XVI » cioè nel sacco del 1527. Che cosa abbiano a che fare le luttuose calamità di quei tempi con le sei statue scoperte agli Otto Cantoni è difficile di indagare: ma è giusto ricordare a sostegno dell'opinione del Visconti che, a poca distanza dal sito di quella bottega, il card, di s. Angelo, Giuliano Cesarini, aveva inaugurato il 20 maggio 1500, il primo museo-giardino statuario aperto al pubblico in Roma. Vedi il cod. angelic. 1729, e. 12 e la « lei hortorum » elegantissima ap. Schrader, e. 217'.

Anche lo studio di restauro scoperto nel 1776 alle Mendicanti è legato col museo- giardino Silvestri-De Medici. Per il caso della basilica Giulia, si può pensare alla società per la produzione della calce quivi stabilitasi nel 1426.
Il cantiere della scala santa può avere relazione coi lavori del Vassalletto nel chiostro Lateranense del 1230 circa, o con quelli di Nicolao di Angelo di Paolo nel portico della stessa basilica del 1175 circa.

SQUADRE
Per l'interpretazione degli altri casi conviene ricorrere a una notizia rimasta per tanti anni negletta negli scritti del Winckelmann che descrive una statua della raccolta Verospi rappresentante Esculapio, sul plinto della quale era inciso il nome di uno degli illustri Vassalletti che fiorirono nella seconda metà del secolo XII nella prima del XIII. Questa statua di Esculapio è stata certamente in piedi nello studio dei Vassalletti, come 1'Antinoo della Banca d' Italia è stato in piedi nello studio di qualche altro artefice.

Al quale proposito ricordo che fra i marmi del chiostro lateranense v'è una serie di squisite figurine d'alto rilievo, che credo provenire dal ciborio di s. Matteo in Merulana. La testa della figura di s. Giovanni Battista è certamente modellata su quella di un'Antinoo. Che poi i due Vassalletti, architetti e scultori ornatisti del detto chiostro, coltivassero lo studio dell'arte antica lo dimostrano le sfingi quivi scolpite a sostegno dell'archetto d'ingresso dalla parte di ponente. Anche la porta di s. Antonio all'Esquilino (a. 1269) ha sfingi che sostengono colonnette. Si è voluto attribuire l'ispirazione di queste opere ai racconti dei pellegrini di Terrasanta o dei Crociati: ma non c'era necessità di ricorrere ai monumenti dell'Egitto, quando Roma stessa offriva ai propri artisti modelli eccellenti nel dromos dell'Iseo Campense, e nel recinto della Isis Metellina della III regione, posto a pochi passi di distanza dal Laterano e da s. Antonio.
L' Esculapio Verospi non è la sola opera d'arte antica proveniente dalle botteghe dei marmorari romani del secolo XII e XIII. A destra dell' ingresso attuale di s. Stefano Rotondo sta una cattedra balneare marmorea, sulla quale vuole la tradizione che s. Gregorio recitasse alcuna delle sue omelie. E molto più probabile che sia stata messa in quel luogo al tempo d'Innocenzo II (1130-1143) costruttore del vicino portichetto. Nel suppedaneo della cattedra è inciso il nome di un M. Gisler IOHegS che l'ha posseduta, e forse ripulita e acconciata.



BOTTEGHE COSMATESCHE

Ricordando in ultimo luogo le circostanze che accompagnarono la scoperta sopracitata del cantiere all'Emporio tornano subito al pensiero i pavimenti, gli amboni, i ciborii, i mausolei, incrostati di tasselli di porfido e di serpentino, opere caratteristiche della scuola romana che si dice ordinariamente Cosmatesca, ma che comprende invero quattro grandi famiglie:

- quella " filiorum Pauli " fiorita nella metà del sec. XII:
- quella detta di Lorenzo, o dei Cosmati che fiorì per 5 generazioni, dalla fine del sec. XII alla fine del XIV:
- quella dei tre forse quattro Vassalletti che fiorì dal 1153 alla II metà del milleduecento:
- quella di Ranuccio Romano, dei suoi figliuoli (Petrus, Nicolao) nipoti (Giovanni, Guittone) e pronipote (Giovanni), che fiorì dal 1143 al 1209.

La sola notizia eh' io possa aggiungere a quanto è stato scritto finora intorno questi precursori del Rinascimento, concerne il sito dello studio o bottega dei Cosmati. In una carta del 22 settembre 1372, in atti di Paolo Serromani prot. 649 e. 14, A. S. C. madonna Oddolina vedova di Corraduccio Mastrone, dichiara al giudice palatino di avere ereditato, fra molti stabili "unam domum positam in regione pinee inter hos fines. ab uno latere tenet Coluccia marmorarius, et heredes Gosmati marmorarii, ab alio latere tenet domina a duobus lateribus sunt vie publice".



GLI SCAVI DEI MARMORARII

"in eis et cum parte cisterne existentis in eis que vinea posita est extra portam apie in loco qui dicitur la torre de perolj in proprietate dae andree uxoris condam barthellutij de marrance (Tor Marrancia) inter hos fines ab uno latere tenet paulus thome verallj ab alio latere tenent heredes quondam gosmati marmorarij ante est via publica. Hanc autem venditionem fecit dictus paulus eidem bartholomeo emptori predicto prò pretio octo florenorum" .
Le opere dei marmorarii di Roma e delle province si collegano alla storia degli scavi per tre motivi. In primo luogo essi « prescelsero per le fasce ed i meandri dell' opus tessellatum dei pavimenti, degli amboni e d'ogni altra marmorea decorazione, le pietre cemeteriali, e ne fecero lo sciupo e la strage che nelle romane basiliche tuttora vediamo. La varia sottigliezza di quelle lastre e la loro forma oblunga assai si prestavano all'uopo dell'opera predetta. Così alle romane catacombe in tanti modi spogliate e devastate toccò anche la sventura d'essere ai marmorarii romani quasi miniera di lastre »
De Rossi, Bull, crisi 1875, p. 130.
In secondo luogo si deve a essi il principio e lo svolgimento del commercio di esportazione dei marmi urbani, favorito dalla circostanza del rinnovamento dei Comuni di Italia, ognun dei quali volle dedicare al santo protettore un tempio « grande, bello, magnifico, le cui armoniose proporzioni in altezza, larghezza, e lunghezza si legassero tanto perfettamente ai particolari dell'ornato da renderlo decoroso e solenne e degno del culto divino, e della fama della città » come in Siena: col campanile che dovesse innalzarsi, come a Spoleto "usque ad sidera " .



I MARMI PER LE CHIESE


EPIGRAFI
I più vecchi raccoglitori di epigrafi danno curiosi particolari sull'uso e sull'abuso dei marmi antichi nelle fabbriche delle chiese. Il Mazochio copiò sei iscrizioni in s. Apollinare vecchio, una nelle quali « in urna aquae benedictae » le altre "in pavimento prope rostra chori, in pav. inter rostra chori, in pav. a latere dextro chori, in pav. prope altare maius " , l'ultima " in eodem ambitu in horto cardinalis Agennensis " . Vedi cod. vat. 8492, e. 83'.
Altro elegante esempio dell' uso dei marmi scritti e scolpiti nelle chiese di Roma si ha a e. 21' e 22 dello stesso codice, postillato dal Lelio, a proposito di quella dell'Aracoeli. Questi monumenti servivano « prò ara s Angeli, prò altare Annuntiate, prò fulcro altaris divi Georgii, prò fulcro altari Marie virginis, prò fulcro altari santi Pauli » etc.
Presso la porta laterale della chiesa verso il Campidoglio si vedeva scritto LOCVS SACER IVSSV Q. BATONI TELESPHORI: ciò che non farà maraviglia a chi ricordi la leggenda del cippo collocato accanto l'altar grande di s. Maria maggiore : INGRATAE VENERI SPONDEBAM MVNERA SVPPLEX-EREPTA COIVX VIRGINITATE TIBI

Le epigrafi prima di essere asportate per adornare chiese e palazzi, furono usate come lastre, sia per pavimentazione che per rifinire altari o balaustre, naturalmente rovesciate e sovente tagliate per aderire alle misure richieste.


I CIPPI

Tutti i marmi erano di buona preda, ma due classi (oltre quelle delle lastre inscritte per uso dei pavimenti) furono prese specialmente di mira. La prima è quella dei cippi cinerarii, il cui ricettacolo quadrato o rotondo si prestava a contenere l'acqua santa.

Il CIL. ne ricorda oltre il centinaio, fra i quali:
- in ecclesia s. Leonardi apud forum Judaeorum,
-  in s. M. Transpontina iuxta fontem s. Petri,
- in Aracoeli,  in s. Clemente,
- in s. M. Maggiore,
- in. s. Saba,


I CALICI MARMOREI

- in ecclesia s. Benedicti in platea Tagliacotii reg. Arenulae (la Trinità de' pellegrini),
- alle tre Fontane,
- nella sagrestia di s. Filippo fuori porta Pinciana,
- «in pilla marmorea cipo antiquo ubi est aqua benedicta in s. Andrea in Nazareno » presso corte Savella,
- infra ecclesiam s. Nicolai de Columna
-  in ecclesia s. M. Mina
- in s. Luciae de le qatro porto,
- in s. Marco
- in s. Apollinare,
- in s. Simeone,
- s. Biagio della Fossa,
- s. Nicolao in Agone,
- s. M. in Vallicella,
- s. Brigida,
- s. Martinello,
- s. M. in Monticelli,
- s. M. di Monserrato,
- s. M. in Julia,
- il Battistero Lateranense,
- Sancta Sanctorum,
- la cappella di s. Benedetto a Ponte Quattro Capi, etc. etc.

Credo che ora ne rimangano in uso appena tre o quattro. Ne ricordo uno a s. M. in Dominica, uno nell'atrio di s. Teodoro, e un terzo nella facciata della cappella del casale di Prima Porta, a destra della porta d'ingresso. È un ossuario a doppia ansa che porta scritto a lettere del II secolo:
IRRVNTIVS IL • HILARIO. eoe X • ANN. XXXX

La seconda classe di monumenti messa in opera per adornamento delle chiese è quella dei vasi, catini e calici di fontane, che si collocavano negli atrii e nei quadriportici:
-  « Item sulla piazza di rimpetto alla porta di mezo (di s. M. maggiore) uno vaso di porfido di uno pezzo, ritratto a modo di tazza in su colonnette, che il diametro suo può essere braccia 4 in 5 ».
- "la chiesa di sancto Piero in Vincola dove è di fuori allato alla porta della chiesa uno vaso di granito di lunghezza di braccia 10 et largo braccia quattro et alto braccia quattro, con una figura allato di porfido senza testa".
- Nel Campo lateranense, oltre alla ben nota raccolta di bronzi, v'erano sculture marmoree, fra cui due leoni collocati su rozzi piedistalli, a d. ed a s. del simulacro di M. Aurelio.
- Un rame notissimo del Lafreri rappresenta la raccolta di marmi antichi davanti il portico della Rotonda, come appariva nel 1549. Vi è il abrum ex porphyrite ora nella cappella Corsini :
 - i « duo ex ophite leones » ora nel museo Capitolino,
- e un vaso di bella invenzione, forse uno di quelli visti dal Ruccellai 1. e. p. 57o
- item sulla piazza... "una sepoltura di porfido molto gentile con due lioni, dallato una bella petrina, et con due vasetti di porfido dallato "
- S. Giacomo del Colosseo aveva pure il suo bacino, trasferito da Paolo II nella piazza di s. Marco. Secondo l'anon. Magliab. questo sarebbe una cosa sola con la nota conca di Parione : « ad concham Parionis fuit templum Pompei...., , quae concha traslata fuit et stat nunc in Colliseo coram hospitali sancti Jacobi » ina le sue parole non meritan fede.
- La « navicella « di s. M. in Domnica, che taluni credono scultura del tempo di Leon X, stava invece in quel luogo a navicella isiaca.
- il calice marmoreo di s. Cecilia, simile a quello del cortile Mattei proveniente senza dubbio da qualche villa romana.
- la vasca di s. Cosimato.

Ne rimaneva un terzo di grande pregio istorico e topografico, ma la stoltezza dei nostri tempi ci ha privato anche di questa bella memoria dei tempi passati. Parlo del celeberrimo " calii marmoreus " posto nell'atrio della vetusta basilica dei ss. Apostoli, e quivi descritto sin dagli anni 560-573 da Giovanni III (« Via ubi est calix marmoreus, et lapis marmoreus magnus in gradibus eicavatus » cioè la scala del tempio del Sole. Girato di 180 l'asse della basilica, e trasferitone l'ingresso da oriente ad occidente, il calice rimase probabilmente nel sito primitivo, dove sorsero più tardi le case dei Papazurri, essendovi memoria di un trasferimento fatto nell'anno 1456 il giovedì 29 aprile..
È rimasto nel mezzo del secondo chiostro del convento sino al 1892, nel quale anno fu destinato a fungere da vaso di fiori nelle Terme di Diocleziano.

Il doti. W. Amelung ha segnalato una terza classe di marmi usati dagli scultori del rinascimento, quella delle «statue antiche trasformate in figure di santi ».
- il s, Sebastiano in s. Agnese dei Pamphili, ricavato da un Giove o da un imperatore seduto:
- la s. Agnese sotto il tabernacolo della basilica nomentana, replica (antica) di una delle due figure femminili di Ercolano, ora nel museo di Dresda:
- la s. Elena nella cripta di s. Croce in Gerusalemme, già statua di Giunone:
- il s. Giuseppe nel cortile Sacripante, la cui testa è ritratto di Antonino Pio:
- la madonna della chiesa di s. agostino tratta da una Cibele con Attis.

Per quanto si riferisce a Roma le opere dei marmorarii, che grandemente hanno rielaborato i marmi antichi, offrono la seguente cronologia:
1130 circa. Coro vaticano (?) scolpito da Paolo.
1140 circa. Ciborio della Hierusalem, scolpito dai tre figliuoli di Paolo, Giovanni, Angelo e Sassone,
1148. Ciborio di s. Lorenzo f. 1. m. scolpito dai medesimi e dal quarto fratello Pietro.
1150 circa. Ciborio dei ss. Cosma e Damiano, opera dei predetti.
1154. Ciborio di s. Marco, opera dei predetti. (') Collocata nel sito presente l'anno 1731.
1162. Ciborio dei ss. Apostoli, scolpito da Lorenzo di Tebaldo, capostipite dei Cosmati.
1170-1180. Altre sue opere in Araceli.  Portico della bas. lateran. eretto da Nicolao figliuolo di Angelo di Paolo, e candelabro della bas. Ostiense scolpito dal medesimo.
1200 Sotterranea confessione e pozzo delle reliquie in s. Bartolomeo all' isola.
1205. Porta di s. Pudenziana, opera del Vassalletto seniore.  Porta di s. Saba, opera di Jacopo Cosmate. 1227. Coro di s. M. in Monticelli, opera di maestro Andrea e di suo figlio, dello stesso nome.
1230 circa. Chiostro lateranense, opera del Vassalletto II. Precede di pochi anni il chiostro di s. Paolo.
1264. Lavori in s. Urbano a Campo Carleo, di maestro Angelo.
1277-1281. Cappella di s. Sanctorum, opera di Cosmate I. 1284. Tabernacolo di s. Cecilia scolpito da Arnolfo. Tabernacolo di s. Bartolomeo alI'isola, opera di Ognissanti Callarario dei Tedorini.
1285. Tabernacolo di s. Paolo, scolpito dal medesimo e dal socio Pietro (Cavallini?)
1290 circa. Ciborio dei ss. Giovanni e Paolo, scolpito da Cosmate

Sembra certo che l'industria dello scavare materiali per i calcinai e per le nuove opere di scalpello sia stata assunta da tanti speculatori che ben presto la produzione sopravanzò la richiesta. Nacque perciò la necessità di trovare nuovi sbocchi al commercio, non  solo con le province vicine, ma anche con i paesi al di là delle Alpi e al di là del mare. Questo argomento non può essere trattato a fondo, perchè molti elementi di informazione sono andati perduti o stanno nascosti negli archivii dei Comuni italiani. delle fabbricerie locali. Il successo ottenuto da Luigi Fumi esaminando quello del duomo d' Orvieto dovrebbe spronare altri a tentare la prova. La più antica memoria di trasporti di marmi da Roma a terre lontane è del tempo di Teodorico, e concerne le colonne della Domus Pinciana spedite a Ravenna.




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1 comment:

Anonimo ha detto...

La chiesa è stata sempre una depredazione, ha distrutto allora come distrugge oggi.

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