DEVASTAZIONE DI ROMA - LE CALCINARE - 1/6





L'INGANNO STORICO

Fraschetti “anche il paganesimo romano è stato ‘assassinato’ attraverso una legislazione sempre più repressiva che di fatto ne rese impossibile ogni pratica

 La caduta dell'impero romano non avvenne per colpa dei barbari come si narra nei libri di scuola, ma per la caduta dello spirito romano. Un tempo quando Roma era a rischio un console saliva in campidoglio con due bandiere e gridava: "La patria è in pericolo, ha bisogno di voi!" Immediatamente si formavano due cortei immensi, uno di fanti e uno di cavalieri e si partiva a combattere, sia aristocratici che plebei.

In epoca imperiale i generali, con l'ordine dell'imperatore raccoglievano gli eserciti e andavano a combattere. Soprattutto chi voleva fare carriera o semplicemente trovare rispetto dai suoi simili doveva aver combattuto per Roma. I Romani non davano cariche politiche, perchè all'epoca le votava il popolo, a chi non si fosse distinto in combattimento. Il cursum honoruma era in base alle battaglie sul campo e chi non ne aveva era fuori. Perfino i letterati dovevano combattere se volevano rispetto e popolarità. Orazio dovette combattere con Mecenate per potersi meritare un posto tra i letterati, e così  Cicerone. I ragazzi imparano a combattere già in palestra, con gli spadini di legno. Cesare conquistò la carica di dittatore perpetuo conquistando le Gallie. Ogni giorno un corriere giungeva a Roma portando la cronaca delle battaglie quasi sempre vinte. Roma lo amò per questo.

Con l'avvento del cristianesimo la religione, che occupava nel paganesimo un posto limitato, seppure abbastanza sentito, nell'animo dei romani, passò al primo posto col cristianesimo. La divinità era una sola e bisognava ingraziarsela, tutto il resto: guerre, siccità, colera, accidenti atmosferici e malattie, dipendevano dal Dio. Per cui era più importante pregare che combattere. I romani sostituirono con il Dio supremo il dovere verso Roma e verso l'imperatore. E poichè i romani non combattevano più assoldarono combattenti stranieri, che non avevano le stesse capacità nè la stessa fedeltà dei romani.



LA GRANDE CANCELLAZIONE

Sottomessosi alla chiesa, Teodosio I emanò ben quattro editti, da Milano, da Aquileia, da Concordia, e da
Costantinopoli, per vietare non solo a Roma ma in tutto l’impero di fare sacrifici, di onorare con il fuoco i lari, con libagioni i geni, con l’incenso i penati, di adorare idoli, di elevare altari di zolle. Era la proscrizione totale del paganesimo.
Si capisce perciò la reazione pagana in Italia del 393-394, accolta dall’usurpatore Eugenio, benché cristiano, proclamato imperatore alla morte di Valentiniano II, che accolse tutte le richieste dei pagani di Roma, restaurando i vecchi culti proscritti. Ma Ambrogio lo scomunicò e Teodosio con un esercito lo sconfisse nel Veneto il 6 settembre 394; applicò poi di nuovo tutte le severe prescrizioni del 392. Il paganesimo era definitivamente e violentemente distrutto.

I figli di Teodosio, nel 395, rinnovarono le leggi  contro i pagani e Arcadio comandò, nel 399, la demolizione di tutti i templi rurali. Onorio invece prescrisse di rispettare gli ornamenti dei monumenti pubblici e di non distruggere i templi, una volta spogliati di ogni rappresentazione illecita. Poi però ci ripensò e soppresse i sussidi per gli epula sacra e per i giochi rituali; ordinò di togliere le statue dai templi e dai luoghi santi; destinò all’uso pubblico questi edifici di culto; fece distruggere le are e soppresse le feste. Nell’anno 408 emanò la legge contro la libertà personale religiosa. Nessuno poteva scegliersi la sua religione, pena la confisca dei beni e/o la morte.

A queste leggi, i pagani reagirono  in principio con la violenza, poi, accorgendosi che nulla potevano coll'imperatore, dovettero abbandonare i templi da cui avevano tolto i segni della "superstizione pagana" cercando in tutti i modi di salvare le statue, nascondendole nelle grotte, sotto terra o in luoghi nascosti; cosicché furono poi ritrovate  vere necropoli di statue (per esempio a Cipro, a Benevento, a Capua).

Teodosio II, con la legge del 435, comandò infine che, qualora ci fosse stato qualche tempio rurale non
distrutto, cosa molto rara, venisse trasformato in chiesa cristiana, pena di morte ai contravventori: “Tutti i luoghi sacri, cappelle, templi se ancora ce n’è qualcuno integro, per ordine dei magistrati, comandiamo che sia rifiutato e purificato, con il metterci il segno della veneranda religione cristiana”.

Già nel 437, Teodoreto scriveva: “I templi degli dei sono talmente distrutti che non ne rimangono nemmeno le forme e i nostri contemporanei non ne riconoscono più le are. Il materiale, invece, di questi è stato ‘dedicato’, per farci le memorie dei Martiri. Infatti, il Signore Dio nostro introdusse i suoi morti nei templi, invece dei vostri dei che rese inutili e vani; e attribuì i loro onori ad essi. Al posto delle Pandie, delle Diasie, delle Dionisie e di altre vostre feste, si celebrano le solennità di Pietro, di Paolo, di Tommaso, di Sergio, di Marcello, di Leonzio, di Antonia, di Maurizio e di altri Martiri; invece delle antiche e turpi pompe e delle frasi oscene, noi celebriamo modeste festività, senza ubriachezze, senza buffonate ridicole. ma con canti divini, con l’ascolto di sacri discorsi e con preghiere mescolate con lacrime lodevoli

Teodoreto confutava così i pagani che tacciavano i cristiani di plagio, per aver trasferito le loro festività degli Eroi a favore dei Martiri cristiani. Teodoreto ammette, ma dichiara che le festività cristiane sono molto meglio, anche se si celebrano in santuari costruiti sui ruderi dei templi o con il loro materiale.
Come nelle feste Dionisie rurali che si festeggiavano con allegre processioni, con canti osceni, con rappresentazioni drammatiche e commedie; che consistevano in sacrifici di montoni e di porci e in pizzette
a forma di animali che venivano distribuiti ai fedeli, e in doni che erano distribuiti ai bambini in onore dei morti; e che finivano con le Pandie, cerimonie in onore della antica Dea Luna. Molto cambiate nelle feste analoghe copiate dai cristiani.
Erano cambiate anche le offerte degli ex-voti che i miracolati appendevano nei santuari dei Martiri, segno di gratitudine per le grazie ottenute: erano sempre di simulacri di occhi, di piedi, di braccia, fatti in cotto, o in argento o in oro, come si faceva nei templi pagani, ma i miracolati cristiani offrivano questi ex-voti  al Dio vero, e i Martiri non erano Dei, ma solo uomini cari a Dio, intercessori per fratelli bisognosi.



I TEMPLI TRASFORMATI IN CHIESE

Subito dopo il Concilio di Efeso (431), in Sicilia ben otto templi pagani furono dedicati alla Madonna: sul Monte Erice fu purificato il tempio di Venere, consacrandolo alla Vergine della Neve; a Messina i templi di Venere e di Saturno; presso l’Etna il tempio di Vulcano; a Catania il Pantheon, il tempio di Cerere e il sepolcro di Stesicoro; ad Agrigento il Mausoleo del tiranno Falaride fu trasformato nella chiesa della Madonna della Misericordia. Figuriamoci a Roma.

Verso il 470, un nobile goto di nome Valila, latinamente Flavius Theodobius, cristianizza, annuente papa Simplicio, la basilica privata eretta dal console Giunio Basso nell’anno 331, dedicandola all’apostolo Andrea
in Cata Barbara Patricia, aggiungendovi solo un altare, trasformando il nartece, rialzando il pavimento e mettendo nelle pareti dei mosaici.

Sembra che risalga alla fine del V sec. la cristianizzazione di un’aula della proprietà del patrizio Cilone, sull’Aventino, che corrisponderebbe al Titulus Tigridae, vescovo presente con i suoi presbiteri al Sinodo romano del 499. È una navata unica e oggi corrisponde alla Basilica di S. Balbina, presso Via Nova.

Tra la fine del V sec. e gli inizi del VI furono adattate a chiesa cristiana templi dell’età di Augusto locati al centro della cittadella di Pozzuoli (Rione Terra). Accurati lavori di restauro, dopo l’incendio del 17 maggio 1964, hanno riportato alla luce i resti del tempio romano.

Anastasio, uomo pio, caritatevole e asceta, nell’anno 502, soppresse i giuochi Saturnali e nel 505 proibì ai pagani l’accesso alle cariche municipali e perseguitò gli intellettuali, pagani ostinati, scovandoli nei loro nascondigli da Giovanni di Cappadocia a Bisanzio. Così almeno riferisce Procopio, anche se Giovanni era cristiano.

Si tenne perciò, nel 517 un concilio per regolare le facili conversioni, obbligando a una penitenza gli eretici che volevano essere riammessi nella comunità ecclesiale e nel can. 33 si obbligarono i cattolici a non accettare le loro chiese: “Noi trascuriamo di adattare a santi usi le basiliche degli eretici, perché le riteniamo odiose per tanta esecrazione, dato che non pensiamo purgabile il contaminamento di esse”.
Per cui anche in Occidente, come in Oriente, si seguitò a “cristianizzare” soltanto i templi pagani.

Felice IV (526-530), eletto papa per influsso di Teodorico re dei Goti, ottenne dalla regina Amalasunta, amica dei cattolici, il “templum sacrae Urbis” cioe il tempietto di Romolo, figlio di Massenzio, per farci una chiesa dedicata ai due martiri della Cilicia, Cosma e Damiano. Con il primo edificio, una vasta aula di forma quadrangolare divisa da un’antica parete che l’attraversava, fece la chiesa addossando alla parete di divisione un’abside rotonda, dinanzi alla quale pose l’altare; dietro la parete, che aprì in più punti, localizzò il matroneum, per le donne. Con il tempietto di Romolo, che sorgeva dinanzi all’aula, fece il vestibolo della chiesa, legandolo con questa e con la Via Sacra che gli passava davanti. Nella conca absidale fece una maestosa opera musiva, con Cristo nel mezzo e una processione di santi e di personalità che muovono verso di Lui, a destra e a sinistra: Cosma e Damiano, Pietro e Paolo, Teodoro e papa Felice, rinchiusi da due grandi palmizi. Sotto, un’altra processione di dodici agnelli che partono dalle città di Gerusalemme e di Betlemme e si muovono verso l’Agnello di Dio che sta su un colle nel centro, da cui zampillano i quattro fiumi del Paradiso. Nella sommità del quadro la Mano di Dio che tiene la corona della Vittoria sopra il Cristo. Fuori della conca absidale, si può ancora vedere l’abitazione apocalittica degli eletti.
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In Oriente, invece, con l’ascesa al trono di Giustiniano I (527), aumentò la persecuzione al paganesimo che si era rifugiato in una élite intellettuale nelle Università di Atene e di Alessandria, che nel neoplatonismo aveva scoperto una specie di teologia pagana, contraria alla Incarnazione, difesa dai cristiani; e nelle masse popolari e agricole delle regioni più impervie dell’Anatolia, della Siria e della Valle del Nilo.
Servendosi di Giovanni d’Asia, un monaco che, dopo il 521, aveva fondato un monastero in un tempio abbandonato nei dintorni di Tralles, spezzò idoli, distrusse templi, tagliò alberi sacri intorno a Smirne, a Efeso e nelle Montagne dell’Asia Minore, convertì migliaia di pagani, costruì un centinaio di chiese, fondò una dozzina di monasteri, sovvenzionati dall’imperatore.
Servendosi di Apa Mosè, subito dopo l’incoronazione, l’imperatore distrusse ad Abydos in Egitto, il tempio di Apollo, curato da 23 sacerdoti; ma non riuscì ad estirpare gli usi funebri antichi, né a chiudere l’Università di Alessandria, dove insegnavano sia pagani che eretici, fra cui il celebre Giovanni Philoponos, fondatore dell’eresia Triteista. Riuscì invece, nel 529, a chiudere l’Università di Atene, interdicendo l’insegnamento a pagani ed eretici
Servendosi di Narsete, però, nel 535, occupò l’isola di File, imprigionò i preti di Iside, spedì la statua della dea a Costantinopoli, e trasformò il tempio in chiesa. Lo stesso fece con altri templi della Nubia.

In Occidente dopo il 573, un vescovo delle montagne d’Aubrac sostituì il culto verso il Genio delle acque con quello di S. Ilario. I contadini del luogo, ogni anno, andavano sulle rive di un lago e gettavano nelle acque vestiti, focacce, formaggi, ed altri oggetti e vi rimanevano per tre giorni bivaccando, finché nel quarto giorno non li scacciava una forte tempesta di grandine. Più volte il vescovo andò per convincerli che nel lago non c’era nulla di santo e religioso; ma quei rozzi contadini non lo credettero. Allora, ispirato dall’Alto, il vescovo si convinse di costruire sulla spiaggia una basilica in onore di S. Ilario, ponendovi le sue reliquie, e comandò a quei sempliciotti di ricorrere al Santo, offrendogli i loro doni.
Così quegli uomini, compunti, si convertirono; abbandonarono il lago, e tutte quelle cose che prima erano soliti gettarvi dentro, portavano nella basilica e furono così liberati dall’errore con cui erano stati legati. Ma da quel tempo anche la tempesta fu tenuta lontana dal luogo e dopo che le reliquie del beato confessore furono collocate là, non fece più danno nella solennità diventata di Dio

Risponde l’abate Mellito al monaco Agostino sulla trasformazione dei templi in chiese: “Ho molto riflettuto sul problema degli Inglesi: i templi degli idoli fra quella gente non devono essere distrutti; invece siano distrutti gli idoli che ci sono. Si farà dell’acqua benedetta, si aspergeranno con essa i templi, si costruiranno degli altari, vi si porranno reliquie; perché se i templi sono ben costruiti, è necessario commutarli dal culto dei demoni all’ossequio del vero Dio. Infatti quella gente, non vedendo distruggere i loro templi, deporranno l’errore dal profondo del cuore e riconoscendo e adorando il vero Dio accorreranno in quei luoghi ai quali si erano abituati più familiarmente

.Anche nei rapporti dei banchetti Parentalia che i pagani consumavano sopra le tombe dei loro morti e che i convertiti mangiavano sulle tombe dei Martiri - uso che per secoli aveva diviso la gerarchia, dato che alcuni vescovi erano favorevoli altri contrari - Gregorio Magno annuncia ai neoconvertiti inglesi: “Essi solevano uccidere molti bovi come sacrificio dei demoni; è dunque necessario per mutare questo loro uso fare una qualche solennità, per esempio nel giorno della Dedicazione e nel giorno Natalizio dei Santi Martiri le cui reliquie si trovano, affinché essi possano fare intorno alle stesse chiese che sono state erette nei templi, dei tabernacoli con frasche di alberi e celebrare la solennità con religiosi convivi. Non immolano più animali al diavolo, ma li uccidono per loro nutrimento a lode di Dio e quindi ringraziano il Datore di ogni cosa, dopo essersi saziati. Così riservando a loro alcune gioie esterne possano essere più facilmente capaci di acconsentire alle gioie interiori

Fatte queste concessioni alle infermità delle turbe dei gentili, Gregorio Magno né dà la ragione psicologica: “È certamente impossibile toglier via da menti indurite tutti i loro errori in un momento. Perché chi tenta di salire un’alta vetta non lo fa saltando, ma a gradi, passo dietro passo

S. Gregorio Magno sulle dedicazioni di chiese appartenute a sette ereticali, che dall’anno 517 aveva avuto da alcuni risposte negative, da altri positive. Prese l’occasione della chiesa di Sant’Agata alla Subura, che era stata edificata dall’ariano Ricimero e che ai suoi tempi era chiusa. Egli stette per la riapertura e per la dedicazione al culto cattolico. Sa bene che “una volta fu piuttosto una spelonca dell’eretica pravità”, ma che ormai, “Deo propitiante”, è ritornata al culto della fede cattolica. Questo avvenne introducendovi le reliquie di S.Sebastiano e Sant’Agata martiri. E l’avvenimento fu comprovato da parecchi miracoli: la gente durante la cerimonia sentì uscire dalla chiesa un porco, che nessuno però poté vedere; nella notte sentì sul tetto un grande strepito e come se il luogo dovesse crollare dalle fondamenta: segno che “l’immondo abitatore stava uscendo”. Dopo alcuni giorni, in una giornata serenissima, alcuni che aprirono le porte, videro sopra l’altare una densa nuvola celeste e sentirono dalla chiesa uscire un odore soave; quando poi il sacerdote entrava per celebrare la Messa trovava le lampade accese, segno che ormai in quel luogo, che prima era tenebroso, era sceso Dio, che lo illuminava e lo riempiva del suo profumo divino.

SMEMBRAMENTO DEL COLOSSEO
Le costruzioni templari, non più soggette alla manutenzione, venivano saccheggiate di tutto il materiale riutilizzabile. Scamparono alla distruzione solo i pochi templi che vennero convertiti in chiese: il riutilizzo dell’intero monumento determinò in questi casi l’eccezionale conservazione delle strutture antiche. La cristianizzazione del Pantheon, del tempio di Portuno, di quello di Antonino e Faustina, pur causando delle variazioni sulle strutture per disporli al nuovo uso, li conservò considerevolmente. Differente è il caso delle chiese sorte sul luogo di un tempio ormai in rovina, di cui adoperarono solo parzialmente, in maniera molto incostante, le strutture:
- S.Nicola de’ Cesarini, edificata sui resti del tempio A, nell’area sacra di largo Argentina,
- S. Nicola in Carcere, che si insediò nientemeno in tre templi del Foro Olitorio, incorporando nei muri dei lati lunghi parte della peristasi del settentrionale e del meridionale e all’interno, invece, alcune costruzioni del mediano.
- Il Pantheon è  pervenuto nelle migliori condizioni, grazie alla trasformazione in chiesa cristiana. Nel primo decennio del VII sec., è attestata la sua trasformazione con dedica alla Vergine e ai martiri, ad opera di Bonifacio IV, per concessione dell’imperatore Foca. La grandiosità delle dimensioni del Pantheon e l’armonia delle sue proporzioni architettoniche hanno suscitato sempre grande interesse, ma sulle sue origini non tutti gli studiosi sono concordi. La tesi più accreditata vorrebbe iniziare la storia del Pantheon  con la ristrutturazione del quartiere avviata da Agrippa, genero di Augusto, tra il 27 e il 25 a.c., ampliato, poi, tra il 118 e il 125, per volere di Adriano al quale si deve l’iscrizione sull’architrave della facciata: M(ARCUS) AGRIPPA L(UCI) F(ILIUS) CO(N)S(UL) TERTIUM FECIT.
Il nome dell’imperatore non compare perché Adriano non fece scrivere il suo nome su alcuno dei numerosi monumenti da lui fatti edificare, escluso il tempio di Traiano. La facciata fu ruotata di 180 gradi e rivolta verso nord. L’attribuzione ad Adriano deriva dal ritrovamento di bolli laterizi nel restauro del 1882, e perchè fosse improbabile che già in epoca augustea si fosse in grado di realizzare una cupola di 43,30 m di diametro, la più grande mai realizzata in muratura. Anche oggi difficilmente saremmo in grado di realizzare, con i medesimi materiali e le stesse dimensioni, una simile calotta sferica perfettamente iscritta in un corpo cilindrico.
Il Pantheon combina la cella rotonda a cupola di tipo termale con il tradizionale pronao a timpano. L’altezza del tempio è uguale al diametro, secondo la norma data da Vitruvio per gli ambienti delle terme simili; la
volta è la più grande fra quelle dell’antichità.
Questa combinazione architettonica suscitò nel passato dubbi sulla sua costruzione unitaria: la presenza di un doppio timpano, sull’avancorpo di collegamento fra il pronao e l’anello interno, del tutto invisibile dal basso
– se non a grande distanza – e posto ad  un’altezza differente rispetto al tetto del porticato, farebbe pensare ad un’aggiunta successiva del colonnato. Tesi che sarà accettata fino alla metà del '700, quand’ancora Piranesi considera il pronao come un’aggiunta di Agrippa. I più autorevoli studiosi sembrano, invece, concordi nell’attribuire il complesso ad un’unica mente.
La scelta del sito verte sul luogo della consecratio di Romolo e diviene a livello simbolico il punto di convergenza di un nuovo sistema religioso. Si viene a creare così il luogo di culto delle principali divinità olimpiche e di alcuni personaggi che, a seguito della consecratio,  erano stati assunti tra gli dei. L’ipotesi viene rafforzata dalla presenza nelle vicinanze della tomba di Giulia, dove si può supporre la sepoltura anche di Giulio Cesare e del Mausoleo di Augusto.
Dopo il passaggio dal paganesimo al cristianesimo, il tempio restò abbandonato per quasi due secoli, finché nel 608 fu ceduto dall’imperatore d’Oriente Foca a Bonifacio IV, che nel 609, lo dedicò alla Madonna e a tutti i Martiri.  Nel 735 Gregorio III fece ricoprire la cupola con lastre di piombo in luogo di quelle di bronzo asportate nel 655 dall’imperatore Costante II.
L’azione di trasformazione, voluta da papa Bonifacio IV e autorizzata dall’imperatore Foca, assunse un ruolo simbolico intorno alla quale si costruì la ricorrenza della festa liturgica di Tutti i Santi. L’episodio fu compreso come trionfo sui demoni scacciati dal tempio che assistono indifesi al trionfo dei santi, là dove un tempo si officiavano il culto in loro onore.

In realtà – come dice la Ruggero – il riuso dei templi per le chiese fu evitato all’inizio, almeno fino a tutto il V secolo, probabilmente perché la comunità cristiana sentiva troppo il peso del culto precedente e degli dei pagani per sentirsi a suo agio in quel tipo di edifici, che riteneva abitati dallo spirito maligno. Solo quando il cristianesimo fu ormai saldo e lontano il ricordo della vecchia religione tanto avversa, si cominciò ad usare, per le chiese, i vecchi templi

Tra il X e l'XI secolo il centro monumentale della Roma antica venne utilizzato prima come fortezza, poi come cava e una inimmaginabile moltitudine di statue e colonne vennero ridotte in calcina.



ANTICHE VIGNE ROMANE

I documenti del sec. XV nominano molte vigne vicino al sito del Galano:

CAPITELLO TRASFORMATO IN POZZO
1 - vigna di sette pezze del notaro Lorenzo Repezini  extra portam Castelli:
2- vigna del Capitolo di san Pietro « extra p. Castelli: di Caterina vedova di Gio: de lo Preyte all'Arenacela (a. 1395): del chiavare Lorenzo di Massimo « in loco Prata » :venduta da Pellegrino Bianchi a Antonio de Monterio Va. 1456 « in loco q. d. l'Arenacciò »:
3- vigna del Capitolo di san Pietro « extra p. Castelli in loco q. d. Falconi »(a. 1484):
4- vigna. di Pietro di Andreozzo Seuil « in loco dicto Prata sive Monte secche » (a. 1499):
5 - vigna di Maria Saluberti « in loco dicto Prata Falconi » (a. 1499),
6-7-8-9- senza contare le quattro vigne « extra p. Castelli in loco. q. d. Gayano »
Per non parlare di:
10 - vigna Barberini che sorgeva sul Palatino, passato al demanio dello stato solo dal 1909. Oggi una gigantesca terrazza da cui si gode il panorama più vasto e più bello di Roma, che va da San Gregorio sul Celio alle statue di San Giovanni in Laterano, al Colosseo, agli archi di Tito e Settimio Severo nel Foro, al Vittoriano e al Campidoglio.
11-12-13 - o delle tre vigne intorno al Laterano: vigna Giustiniani, vigna della Valle e vigna card, Granvellano.
14 - o della vigna di Adriano martire accanto a s. Stefano.
15 - o, nel 1563, della vigna con villa Mattei che occupava l'altipiano del Cespio, tra s. Pietro in Vincoli la via della Polveriera e la via del Colosseo.
16- o della vigna di Atio Arcioni, sulla via Appia, nella cava fatta alle spese di Monsignore Sebastiano Gualtiero episcopo di Viterbo.
17 - o, nel 1570, della « Lìceutia effodiendi d. Horatio della Mora layco Neapelitane in vinea sua extra portam s. Sebastìanj», la vigna fuori porta S Sebastiano dove c'era licenza di scavo.
18 - o  « Accanto il Coliseo verso Ss. Gio: e Paolo vi è una vigna. Mi ricordo vi fu trovata una gran platea di grossissimi quadri di travertini, e due capitelli corintij; »
19 - o della  "vinea de Joannis Baptiste Tannini de Arpino posita prope culiseum sub proprietate S. Joannis et Pauli in districto urbis"
20 - o della vigna di Pietro Mergo romano con licenza di scavare.
21 - o della vigna Cornovaglia (oggi orto Botanico) citata sempre per il permesso di scavare riservandone sempre e comunque un quarto alla Chiesa.
22 - o della vigna Pariola, dei Padri Gesuiti.
23 - o della  vigna di Bartolomeo de Dossi "apud collosseum".
24 - o della vigna Morelli accanto alla chiesa di s Stefano.
25 - o della vigna Risdomino dove venne rinvenuta una colonna d'alabastro.
26 - o della vigna dello illmo Signore Giovan Giorgio Cesarino.
27 - o della vigna di Marcello de' Capozucchi patritio Romano.
28 - o della vigna di Janni Capoccia, detto Mezzopane, posta tra il Cimbruni Marii e le Sette Sale.
29 - o della vigna del Monastero di S Gregorio.
30 - o della vigna delle monache di s. Ambrogio della Massima.
31 - o della vigna Paluccelli al Celio.
32 - o della vigna di Tommaso Inghirami che occupava parte del  balneum Imperatoris.
33 - o della vigna di Pietro Mellini, confinante con Inghirani.
34 - o della vigna Lante sul Gianicolo.
35 - o della vigna Schifanoia in Via dei Cerchi.
36 - o della vigna dei frati di S Maria del Popolo.
37 - o della  vigna di Belvedere agli Spinelli.
38 - o della vigna di Giovanni di Capri a S Susanna.
39 - o della vigna Nussiner tra S Teodoro e S Anastasia.

Ma questa è solo una pallida idea delle vigne romane, perchè Roma era diventata tutta una vigna. Caduta ogni civiltà, artigianato, commercio, importazione, arte e letteratura, non rimaneva che seppellire di terra ogni resto romano e piantarvi una vigna. D'altronde il vino era l'unico lenitivo rimasto al clima cupo e triste dell'epoca.

La nuova religione e i nuovi sacerdoti chiedevano penitenza, sottomissione e rinuncia. Soprattutto rinuncia: al sesso, alla buona tavola, al buon dormire, alla festa, tutto doveva essere triste e contrito, comprese le arti e le scienze, anch'esse figlie del diavolo. Per ottenere questo occorreva cancellare qualsiasi forma di desiderio, di allegria e divertimento. Per cui via gli anfiteatri, i teatri, le terme, le cene sontuose, le villeggiature, gli amori, i giochi. Tutto venne coperto da una plumbea coltre di colpa e di espiazione, e anche l'architettura divenne cupa.

Quindi, dopo la grande demolizione di tutto ciò che era romano e monumentale, dove si spaccarono le gambe alle statue, o gli si deturpava la faccia a martellate, dove si tirarono giù i frontoni lavorati e le colonne tirandoli con le funi, tutto venne coperto di terra e coltivato. Piano piano il ricordo di tanto splendore scomparve, i Romani non seppero più chi erano stati, seppero solo che erano dei grandi peccatori che dovevano placare un Dio offeso già dai loro progenitori.

Quando poi i patrizi compresero poi che il potere maggiore era nella chiesa, peccato o non peccato, fecero del tutto per accaparrarsi le cariche più alte: a cominciare dal papato, in considerazione che il Papa era il monarca assoluto e poteva togliere e dare terre come voleva, favorendo naturalmente la propria famiglia e i cardinali che lo sostenevano.
Naturalmente i cardinali si accordavano secondo le offerte e le alleanze, ma non bastava farsi eleggere papa, perchè se poi la fazione avversa si alleava meglio conquistando più potere, il papa eletto diventava Antipapa e potendo si eleggeva il papa nuovo.



SPACCARE E CALCINARE

De Marchi ne discorre cosi: "Nel principio di papa Paulo III quelli che facevano calcina in Roma pigliavano tutti li torsi di marmore che potevano avere delle anticaglie, e ne facevano calcina, et per aventura alcuni ignoranti li havria poste una statua, perchè trovavano che faceva calcina miracolosa, massime il marmore orientale: questi pezzi di marmore erano trovati sotterra nel fare le cantine, e nelli cavamenti delle vigne, et altri luoghi che si fanno a posta per cavare pietre in Roma e fuori, ma Paolo III fece fare una provisione grandissima sopra delle anticaglie, massime sopra delle statue, etiamdio delli torsi . . . che non se ne ponesse in fornace sotto pena della vita; donde ne avvenne in poco tempo che cominciò a multiplicare le anticaglie in Roma, e cominciarono a montare in pretio ». E più sotto: - Prima chi voleva portar via anticaglie senza difficoltà; li cavatori di pietra da far calcina pigliavano delli tursi di statue e de ogni altre antigaglie e ne facevano calcina, et io l'ho veduto con li miei occhj: e li ripresi e feci cavare fuori certi trusi della fornace a Roma appresso Ripetta (la calcara dell' Agosta), in su la ripa del Tevere. Hora papa Paulo pose bandi crudelissimi che nessuno dovesse disfare pietra antica ne portar fuori di Roma etc.." 

Questi bandi di scomuniche non sortirono effetto: la distruzione dei capolavori della plastica greco-romana diminuì forse, ma non cessò: perchè la distruzione degli edifici continuò sino alla fine del cinquecento più violenta che mai.                                                                              
La loro industria non ebbe a soffrire dalla  provisione paolina: tanto più che essa era divenuta un cespite di entrata per le tasse. Dal libro mastro di messer Antonio Amadio per la tassa del ponte di s. Maria (1548-1549) apparisce che i calcarari erano tassati a calcara, cioè secondo la quantità del materiale archeologico da loro distrutto: 
- « adi 21 luglio 1549 da bernardino de laco magiore calcararo al buon conto dele sue calcare scudi 3
- (26 luglio dal med°) scudi 2, per resto dele sue calcare ». 
Vengono appresso Paolo Pianetta, Vincenzo Romuli, etc. alcuni dei quali furon fatti pagare « per mano di Donato executor del baricello. Tioveremo appresso altri nomi famosi di calcarari nei pontificati di Paolo III. Giulio III.

Così per tutta Roma fiorirono le calcinare, cantieri dove si spaccavano statue, bassorilievi, cornicioni, archi, lastre, colonne, capitelli, erme e cippi, naturalmente per conto della Chiesa che vi individuava diversi vantaggi:
CALCINAZIONE
- un rispamio di materiali, sia marmi che calce,
- una tassazione sui calcinatori privati,
- un'esportazione di calce,
- la distruzione di qualsiasi reminiscenza pagana.

Il termine "pagano" nacque in funzione denigratoria nei confronti di coloro che aderivano ancora alle religioni tradizionali, indicati come persone abitanti nei pagi (termine latino per i villaggi di campagna), più arretrati degli abitanti delle grandi città. Essere pagani era indice di arretratezza e ignoranza.
A Roma vennero individuate 26 calcare nel sec. XIX, ma ce ne sono ancora chissà quante, visto che sono state scoperte tutte per puro caso.

Sappiamo dalle fonti scritte, che già in età medio-repubblicana (IV-III sec. a.c.) l’erezione di statue in luoghi pubblici fosse ormai la norma. La famosa testa nota come “Bruto Capitolino” potrebbe avere fatto parte di uno di questi numerosissimi monumenti all'aperto. Le sculture in bronzo o in altri metalli sono rare nei ritrovamenti, perchè selvaggiamente fusi per fare cannoni o armi da guerra papaline e così le statue di marmo, calcinate per le stesse ragioni.

La calce veniva cotta sul posto, adoperandovi pezzi di marmi e di travertini presi dalle fabbriche rovinate,  ma anche infiniti rottami di tante statue, che stavano ovunque, nelle vie, nelle piazze, sui palazzi, e nelle edicole, qualcuna rotta anche a bella posta.

Le antiche leggi punivano coloro che vendevano e coloro che compravano marmi di sepolcri per la calcara, ma non per il resto. Costante commutò la pena di capitale in pecuniaria, nella legge seconda diretta a Limenio a. 349. Ma solo se distruggevano sepolcri perchè i sarcofaghi andavano riciclati.

Le opere dei marmorarii di Roma e delle province si collegano alla storia degli scavi per tre motivi. In primo luogo essi "prescelsero per le fasce ed i meandri dell' opus tessellatum dei pavimenti, degli amboni e d' ogni altra marmorea decorazione, le pietre cemeteriali, e ne fecero lo sciupo e la strage che nelle romane basiliche tuttora vediamo. La varia sottigliezza di quelle lastre e la loro forma oblunga assai si prestavano all' uopo dell'opera predetta. Così alle romane catacombe in tanti modi spogliate e devastate toccò anche la sventura d'essere ai marmorarii romani quasi miniera di lastre"

E non si pensi che col volgere dei secoli la situazione sia mutata, semmai anzi peggiorò. Tutto ciò che era non ecclesiastico doveva essere distrutto, un po' come i Talebani distrussero anni fa le due gigantesche statue del Budda, che non era neppure una religione antagonista, ma era "altro" dalla loro fede. Così i talebani distrussero le radio, i giradischi, il ballo, la cura nel radersi, il sesso, tutto ciò che non era glorificare il loro Dio era peccato. Altrettanto fece il cristianesimo.

La strage non cessò nei tempi di mezzo, anzi divenne più feroce col risorgimento delle arti. Siamo nel XV sec., una delle più autorevoli testimonianze su questo fatto è quella del Chrysoloras, il maestro del Poggio, che stette nel suolo italico nei primi del '400: "le statue giacciono infrante oppure sono ridotte in calce o impiegate in funzione di pietre: per buona ventura ancora se ne adoperano in officio di predella per montare a cavallo, o di zoccoli di muraglie, o di mangiatoie nelle stalle" Già perchè era una fortuna se un pezzo di statua o un marmo lavorato veniva usato come supporto o come riempimento di un terreno, altrimenti finiva calcinato o frammentato.

Il Fea dice che i calciaiuoli e i fornitori di marmi si attaccavano specialmente ai sepolcri « per il comodo che si aveva nelle proprie vigne di rovinarli senz'essere scoperti »: ma le calcare clandestine dei tempi di mezzo e del risorgimento devono credersi piuttosto strana eccezione alla regola: i materiali si ricercavano, gli edificii si demolivano, i marmi si calcinavano alla piena luce del sole, sotto l' occhio indifferente delle autorità ecclesisiastiche, anzi col consenso di questa e con partecipazione degli utili. 
Nel 1433 Ciriaco Pizzicolli d'Ancona, facendosi guida all'imp. Sigismondo per Roma, si duole con lui "della zotichezza dei Romani i quali, delle ruine e delle statue della città facevano calce". Cyriaci Itin. ed. Mehus., p. 21. 

Narra de Marchii: "Nel principio di papa Paulo III quelli che facevano calcina in Roma pigliavano tutti li torsi di marmore che potevano avere delle anticaglie, e ne facevano calcina, et per aventura alcuni ignoranti li havria poste una statua, perchè trovavano che faceva calcina miracolosa, massime il marmore orientale: questi pezzi di marmore erano trovati sotterra nel fare le cantine, e nelli cavamenti delle vigne, et altri luoghi che si fanno a posta per cavare pietre in Roma e fuori, ma Paolo III fece fare una provisione grandissima sopra delle anticaglie, massime sopra delle statue, etiamdio delli torsi . . . che non se ne ponesse in fornace sotto pena della vita; donde ne avvenne in poco tempo che cominciò a multiplicare le anticaglie in Roma, e cominciarono a montare in pretio ». E più sotto: "Prima chi voleva portar via anticaglie senza difficoltà; li cavatori di pietra da far calcina pigliavano delli tursi di statue e de ogni altre antigaglie e ne facevano calcina, et io l'ho veduto con li miei occhj: e li ripresi e feci cavare fuori certi trusi della fornace a Roma appresso Ripetta (la calcara dell'Agosta), in su la ripa del Tevere. Hora papa Paulo pose bandi crudelissimi che nessuno dovesse disfare pietra antica ne portar fuori di Roma etc.."
Questi bandi di scomuniche non sortirono effetto: la distruzione dei capolavori della plastica greco-romana diminuì forse, ma non cessò: perchè la distruzione degli edifici continuò sino alla fine del cinquecento più violenta che mai.
La loro industria non ebbe a soffrire dalla provisione paolina: tanto più che essa era divenuta un cespite di entrata per le tasse. Dal libro mastro di messer Antonio Amadio per la tassa del ponte di s. Maria (1548-1549) apparisce che i calcarari erano tassati a calcara, cioè secondo la quantità del materiale archeologico da loro distrutto.

Ma naturalmente non vennero distrutti solo i marmi, I metà del 600, Papa Barberini ordina al Bernini di spogliare di tutti i suoi bronzi il portico del Panteon, onde costruire il baldacchino in S Pietro; questo nonostante il Pantheon sia già stato trasformato in chiesa cristiana, ma il Panthein conserva sempre la sua impronta pagana e ai Papi non piace. "Quod non fecerunt barbares fecero Barberini", fu il commento dei romani.

Dal libro mastro di messer Antonio Amadio per la tassa del ponte di s. Maria (1548-1549) apparisce che i calcarari erano tassati a calcara, cioè secondo la quantità del materiale archeologico da loro distrutto: « adi 21 luglio 1549 da bernardino de laco magiore calcararo al buon conto dele sue calcare scudi 3: (26 luglio dal med°) scudi 2, per resto dele sue calcare ». Vengono appresso Paolo Pianetta, Vincenzo Romuli, etc. alcuni dei quali furon fatti pagare « per mano di Donato executor del baricello. Tioveremo appresso altri nomi famosi di calcarari nei pontificati di Paolo III. Giulio III.

Roma da città che strabiliava i visitatori, ricolma di marmi colorati, bronzi, mosaici, porticati, fontane, palazzi sontuosi e giardini, divenne come una terra devastata da un enorme ciclone o da una bomba atomica, al punto che tanti illustri personaggi ebbero dei malori nel vedere i resti di quel mondo distrutto. Ancora nel '900 Sigmund Freud, giunto in Italia venne sopraffatto dalle emozioni di tanta bellezza devastata, si che non ebbe la forza di entrare a Roma, per non doverne piangere troppo la bellezza perduta.

Quando i patrizi romani posero le mani sul nuovo potere ebbero nostalgia dell'arte e della bellezza, volevano palazzi simili a regge, e allora si accorsero che occorrevano tutti quei marmi che avevano seppellito. dissotterrando le vigne e altro vennero alla luce i resti dei magnifici ornamenti e delle bellissime statue, il che stupì e colpì i nuovi artisti che su quest'arte ritrovata fondarono il Rinascimento.

1433  Ciriaco Pizzicolli d'Ancona, facendosi guida all'imp. Sigismondo per Roma, si duole con lui della zotichezza dei Romani i quali, delle ruine e delle statue della città facevano calce. Cyriaci Itin. ed. Mehus., p. 21.
1443 « Molti edifitii di palazzi trionfali, di ressidentie, di sepulture. di tempj et altri ornamenti ci sono (in Roma), et copia infinita, ma tutti rovinati, porfidi et marmi assai, e quali marmi tutto giorno per calcina si disfanno » [Alberto Averardo de Albertis ap.]. Nel corso di questi lavori sarebbero stati ritrovati « la conca di porfido e uno dei due leoni di basalte (trasportati da Sisto V alla sua fonte Felice alle Terme, e da Gregorio XVI al museo egizio vaticano) e anche un pezzo di ruota di carro ».



LE CALCARE


AD LACUM SERVILIUM
RISULTATO DELLA CALCINAZIONE
- 1492.I documenti relativi alla fabbrica di s. Maria delle Grazie si trovano, e nel prot. 1671 A. S. del notaio Giampaolo Setonici, e presso il Pericoli « Ospedale della Consolazione " cap. III. p. 49 sg. La fabbrica si estese sull'orto grande comperato sino dal 1483 dalla moglie di Valeriano dei Frangipani. Su questo terreno e sugli altri adiacenti alle Grazie e alla Consolazione fu data licenza di scavare il 14 aprile 1496, il 30 luglio 1500, il 17 febbraio 1511 e il 9 ottobre 1512. Vedi Bull. Com. 1891, p. 229, e 1899, p. 170, ove sono riferiti i documenti originali di concessione.


AMPHITHEATRUM 
« Adesso è molto rovinato e distrutto per farne calce » (commenta dal Poggio)
- "Coliseum. . ob stultitiam Romanorum, malori exparte ad calcem deletum "
Anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini del Colosseo, si riserva la metà del prodotto.
- Si fece ricerca dei sedili marmorei per uso delle scale di s. Pietro, ed è perciò che i registri usano costantemente la formula "a cauar marmi à coliseo". Nel giugno si attaccarooo di nuovo i travertini, per uso delle calcare, e per la selciatura a bastardoni della piazza di s. Pietro e della via Alessandrina. Conduttore degli scavi « maestro petro marmoraro » detto Goputo. Durarono sino al gennaio 1462.
 - « Al a. 20 nell'armario I, mazzo 111, n. 17, ritrovasi una condonazione fatta ai 28 giugno 1604 da... 
guardiani della... Compagnia (del ss. Salvatore ad ss.) al popolo romano del prezzo di alcune pietre del Colosseo, condotte in Campidoglio per la fabbrica del nuovo palagio.. » Insomma fu il popolo romano ad offrire al papa le pietre del Colosseo, naturalmente omaggio pagato, come se il popolo fosse autorizzato a scavare di suo.
- 1450 - Si riprendono gli scavi e le devastazioni del Colosseo per le opere di Pio II. I conti di camera parlano di marmi e di travertini cavati di sotterra, spezzati, rotti sul posto, e trasportati con carrette a s. Pietro per la piazza... per la fabrica delle scale di san Pietro. « Adesso è molto rovinato e distrutto per farne calce » (commenta dal Poggio)
- Sotto lo stimolo dei lamenti di Gregorio XIII, il giorno 12 marzo 1573, fu pubblicato il bando per l'appalto, in scudi 25000, per la ricostruzione di due archi. Il banchiere Antonio Ubaldini fornì il danaro per le prime opere, acquistando dal Comune 50 cartelle della gabella della Carne. Altri 10000 scudi furono votati il 6 agosto 1574 sui residui del prestito forzoso di 100000 scudi imposto dal papa per la guerra contro il Turco: ma mancando con tutto ciò il materiale occorrente e specialmente i travertini, il conservatore G. B. Cecchini, nella seduta del 13 ottobre, propose che fossero presi dalle rovine del Colosseo "cascati et no sono in opera". La deliberazione merita essere riferita "Lapides marmorei et Tiburtini existentes in ruuinis Amphiteatri Domitianj detto il Coliséo et diruti tantù, et nullo pacto dicto Amphiteatro coniuncti et applicati, sed ab oper' et fundamentis separati, et nò solù indico Ampliiteatro sed et possint effodi in óibus aliis locis publicis, prò supplemento operis Pontis S Marie, sine tamen iuditio aedificior. antiquor., prò quibus exequendis cura habere debeat magr Matthaeus Architectus: q omnes statuae et antiquitates quae in dictis locis inuenientur sint et esse debeant Ro.Po.».
- 1451, 5 settembre. AMPHITHEATRVM. Si scavano, si spezzano e si mandano alle fornaci da calce di Nicolao V i travertini, gli asproni ed i marmi del Colosseo. Appaltatore principale Mons Giovanni di Foglia lombardo.
- AMPHITHEATRVM. Si fece ricerca dei sedili marmorei per uso delle scale di s. Pietro, ed è perciò che i registri usano costantemente la formula - a cauar marmi à coliseo ». Nel giugno si attaccarono di nuovo i travertini, per uso delle calcare, e per la selciatura a bastardoni della piazza di s. Pietro e della via Alessandrina. Conduttore degli scavi « maestro petro marmoraro » detto Goputo. Durarono sino al gennaio 1462.

BASILICA IULIA
- Un cantiere venne ritrovato nella basilica Giulia, ove, nei primi scavi del 1871, si trovò il pavimento antico coperto da un sottile strato di terriccio, e su questo un banco di scaglie minute di travertino grosso circa m. 1.50. Sembra trattisi della società per la produzione della calce quivi stabilitasi nel 1426. Vedi Bull. List. 1871, p. 243. Infatti, nell'anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini della basilica Giulia, si riserva la metà del prodotto, che poi cede a favore del cardinale di s. Eustachio, Giacomo Isolani.
- Dopo ricordato il rinvenimento « di alcune miserabili costruzioni dei secoli VIII o IX, alle quali il piano della basilica serviva di fondamento, ed i suoi pilastri di intelaiatura e di appoggio » il Bull, prosegue: « forse avran dato ricovero agli operai addetti a ridurre in calce le più stupende produzioni dell'arte decorativa romana: poiché nel centro dell'ultima navata verso ponente, il giorno 10 settembre, si scoprì una calcara circolare, La vetrificazione dei mattoni che ne formavan le sponde, e la calcinazione del terreno circostante provano la violenza del fuoco. Il pavimento era coperto tutt'attorno da un cumulo prodigioso di frammenti di statue, bassorilievi, fregi epistilii, cornici, capitelli, antefisse, spezzati con la mazza ».

BERNARDINO
- « adi 21 luglio 1549 da bernardino de laco magiore calcararo al buon conto dele sue calcare scudi 3: (26 luglio dal med°) scudi 2, per resto dele sue calcare ». Vengono appresso Paolo Pianetta, Vincenzo Romuli, etc. alcuni dei quali furon fatti pagare « per mano di Donato executor del baricello.

CARD. RIARIO
- Il più notevole fra i cantieri di recente scoperta è quello dei marmorari di Raffaele Riario card, di s. Giorgio, il costruttore del palazzo della Cancelleria. Si sa che il nipote di Sisto IV mise a contribuzione parecchie petraie, e contribuì alla distruzione del tempio del Sole e di un ignoto edifizio vicino a s. Eusebio del Colosseo (?) e sopratutto dell'arco creduto di Gordiano al Castro pretorio. Per ridurre ai nuovi usi i marmi di quest'ultimo, si costruì una tettoia in un punto che oggi corrisponde a metà di via Gaeta, lungo e sotto il muro di cinta della villa della Somaglia. Qui l'officina fu ritrovata il 21 ottobre 1871. I massi del cornicione e le sculture figurate dell'arco giacevano, non sul piano antico profondo 6 metri, ma sopra un piano di scarico, 2 - 3 metri sotto il marciapiede di via Gaeta: e non erano ammassati e confusi insieme come se precipitati dall'alto, ma regolarmente adagiati sopra conci di pietra, nel modo stesso col quale i nostri scalpellini sogliono collocare i massi da sottoporre alla sega.
Gli artefici del card. di s. Giorgio e l'architetto della Cancelleria, Antonio da Sangallo il vecchio hanno dunque scelto un sito non molto discosto da quello dell'arco per lavorarne i marmi architettonici, i bassorilievi, e le iscrizioni, affine di risparmiare il trasporto alla Cancelleria stessa delle parti non opportune alla nuova destinazione. Questa officina è dell'anno 1485 o 1486.

CIRCO MASSIMO
- nell'anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini del circo Massimo, se ne riserva la metà del prodotto per la fabbrica di s. Pietro, dei palazzi di s. Marco, Riario, Farnese etc. Si tratta di centinaia di migliaia di rubbia di calce. I privati ne consumavano in proporzione.
- Scavandosi nel lato del Circo, che soggiace all'Aventino, si ritrova l'iscrizione di Severo Alessandro, CIL. VI. 1083, relativa alla ricostruzione di un edifìcio pubblico. Ligorio afferma che il marmo finì nelle calcare del circo Flaminio.

CLAVDIVM 
- (Nella chiesa e nel palazzo di s. Marco) 1467 « andò una infinità di travertini che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all'arco di Costantino, che venivano a essere contrafforti de fondamenti di quella parte del Colosseo eh'è oggi rovinata, forse per aver allentato quell'edifizio » Si tratta delle sostruzioni del Claudium, fatte a grossi macigni di travertino, e poste sul confine tra le vigne Cornovaglia e dei ss. Giovanni e Paolo, vicine all'arco di Costantino.  L'ultima memoria di scavi per il palazzo di s. Marco è del dicembre 1467, quando si ricordano opere impiegate « in excoprendo, fodiendo, et auriédo tevertinas in salis magnis dictii palatii, et fodiendo terracium de sub voltis »..

CRIPTA BALBI
- Oltre a rinvenirvi un pezzo della Forma Urbi vi venne rinvenuta una nutrita calcara, il che fa supporre che gran parte della Forma Urbis, cioè quella mancante, venne calcinata.

DOMUS AUGUSTANA
- Un cantiere fu scoperto l'anno 1878 nello xisto della casa augnstana sul Palatino. Anche qui il piano era coperto da uno strato di scaglie di materiale statuario e di arena da segatore grosso m. 1,25. Su questo strato, sostenuta da due baggioli o cuscini di pietra, giaceva la bella statua di Hera del museo Nazionale. 

FORNICE DI LENTULO
- nell'anno 1426, la Camera, concedendo ad una compagnia di calciaiuoli i travertini del Fornice di Lentulo, se ne riserva la metà del prodotto. « Vetustissimos arcus marmoreos ut in calcem decoquerentur dolentes uidimus a fundamentis excidi ". Biondo, I, 18. Lanciani, I Comm. di Frontino, p. 101.

FORO ROMANO
RESTI DI UNA CALCINARA
Alla fine della cosiddetta "Cattività Avignonese", col ritorno della sede papale a Roma, il Foro romano condivise ancora una volta il triste destino del Colosseo, diventando come questo un'enorme cava per il reperimento gratuito di marmi e pietre da costruzione per le ville e i palazzi della curia romana. Ciò determinò la completa distruzione di molteplici monumenti antichi, di cui ci rimangono solo le illustrazioni dei disegnatori di epoca rinascimentale. Il Foro dunque, il più grande complesso di monumenti dell'antica Roma a noi pervenuto, rimase coperto per secoli sotto uno spesso strato di terreno, per lo più adibito a pascolo, conosciuto come Campo Vaccino. Questa pratica finì nel XVII secolo, anche perché terminò la materia prima da prelevare e del foro ormai rimaneva ben poco, non solo per i materiali riutilizzati, ma soprattutto per quelli distrutti nelle calcinare.

ISOLA TIBERINA
- Venne distrutta tutta la parte marmorea dell'isola tiberina, che appariva come una grande nave in travertino, coi suoi edifici e i suoi templi in marmo, certamente ci fu una calcara sul posto per distruggere una nave di travertino grande quanto un'isola. 

MAVSOLEVM HADRIANI
- Bartolomeo da Como, e compagni ricevono il saldo « ratione fabricae factae in castro sancto angelo de Urbe ». Bertolotti, 1. e, tomo I, p. 20. 1458. La fabrica è la calcinara.

MINERVIVM
- Vedesi ancora la forma di quello ne gli horti dei frati predicatori di san Dominico, il quale, abbandonato et guasto già molti anni sono, non ha servito ad altro che à sporchezze: et hoggi vi sono edificate le celle di essi frati, aggiunte à l'antiche à spese di Clemente VII. - Dopo aver scavati gli horti e ridottili a calcara nessuno più li coltivò.

MONTE DI S. SPIRITO 
- Ambrogio da Milano e compagni cavano pietre e pozzolana nel « monte de Nerone ». Questo monte cambiò nome in quello di s. Spirito. Anche nella nota iscrizione carolingica di s. Michele in Borgo, la chiesa si dice fabbricata "supra cripta(m) iuxta Neronis palatium", nel sotterraneo del palazzo di Nerone, insomma dalla Domus Aurea. Demolite le architetture furono demoliti anche i nomi, possibilmente sostituiti con nomi religiosi. Vi fu posta direttamente una calcara.

OSTIA
- Poggio Bracciolini e Cosimo de Medici visitano Ostia e Porto. Il viaggio è descritto nella lettera a Nicolao Nicoli, il tempio è quello detto di Vulcano, in capo al foro di Ostia, i marmi del quale sono stati certamente distrutti dai calciaiuoli. Vedi sopra a pag. 26. Nello stesso anno 1427 devono essere avvenuti scavi per la costruzione del maschio della rocca, rifatto al tempo di Sisto IV ed ingrandito da Baccio Pontelli. Sono poi nominati il cippo del Tevere 1240 a « in muro iuxta Tiberim prope pontem qui est interruptus " : il piedistallo di statua di Betitio Perpetuo Arzygio, n. 1 702, indizio di scavi fatti nell' area della casa di costui, fra l'alta Semita e il vicus Longus (Bull. com. 1888, p. 391).

PAPA GREGORIO II
- Gregorio II (715-731) restaurando le mura vicine alla porta di s. Lorenzo si servì di reperti antichi e di una calcinara..

PAPA GREGORIO III
- Lo stesso ancora fece  il suo successore Gregorio III, somministrando alla città le spese per gli operai e per la compera della calce. 

PAPA SISINNIO 
- Di grandi provviste di calce si parla sino dal secolo VIII. Sisinnio, che fu papa nel 708, accingendosi a riparare le mura di Roma contro gli assalti dei Longobardi, ordinò a tale effetto che si apparecchiassero le calcare. 

QUATTRO CANTONI
-  P. E. Visconti, descrivendo le scoperte del 1823 ai Quattro Cantoni, crede che la bottega appartenesse a restauratori di statue « di tempi più ai nostri che agli antichi vicini» e «che sia andata a male nelle luttuose calamità che afflissero Roma nel secolo XVI » cioè nel sacco del 1527. Che cosa abbian da fare le luttuose calamità di quei tempi con le sei statue scoperte agli Otto Cantoni è difficile di indagare: ma è giusto ricordare a sostegno dell' opinione del Visconti che, a poca distanza dal sito di quella bottega, il card, di s. Angelo, Giuliano Cesarini, aveva inaugurato il 20 maggio 1500, il primo museo-giardino statuario aperto al pubblico in Roma.

SS QUATTRO CORONATI
"Questa parte del Celio, su cui sorgono la chiesa e il monastero dei ss. Quattro Coronati, fu largamente scavata nel secolo XVI. « Cavandosi innanzi ai ss. Quattro in certi canneti, si scopersero quantità di epitafi, tra i quali sentii dire, che ve ne era uno di Ponzio Pilato, ed appresso a questo luogo vi era ima vigna piena di frammenti di ligure, e opere di quadro accatastate; e cavando il padrone vi scoperse molte calcare fatte da antichi moderni; e credo che detti frammenti fossero ivi per farne calce ».

SCALA SANTA
- Un cantiere pieno di marmi per uso di chiese e di chiostri fu trovato nel 1885 quando si tagliava l'orto dei Passionisti alla Scala Santa per lo sbocco del viale Emmanuele Filiberto in piazza di s. Giovanni. E delineato nella tav. XXII della Forma Urbis.


S NICOLA DE CALCARIS
- A piazza di Torre Argentina sorgeva, ora ce ne sono scarsi resti, la chiesa di S. Nicola de Calcarariis, così chiamata perché nella zona sorgevano i forni per la calce.

S PIETRO
- Dopo ricordato il rinvenimento « di alcune miserabili costruzioni dei secoli VIII o IX, alle quali il piano della basilica serviva di fondamento, ed i suoi pilastri di intelaiatura e di appoggio, il Bull, prosegue: « forse avran dato ricovero agli operai addetti a ridurre in calce le più stupende produzioni dell'arte decorativa romana: poiché nel centro dell'ultima navata verso ponente, il giorno 10 settembre, si scoprì uua calcara circolare, La vetrificazione dei mattoni che ne formavan le sponde, e la calcinazione del terreno circostante provano la violenza del fuoco. 11 pavimento era coperto tutt'attorno da un cumulo prodigioso di frammenti di statue, bassorilievi, fregi epistilii, cornici, capitelli, antefisse, spezzati con la mazza ».
- Lo stesso è avvenuto pei travertini del Colosseo, del fornice di Lentulo, del circo Massimo e di cento altri monumenti consumati in servigio della fabbrica di s. Pietro, dei palazzi di s. Marco, Riario, Farnese etc. Si tratta di centinaia di migliaia di rubbia di calce. I privati ne consumavano in proporzione. 1427. lean de la Rochetaille, arcivescovo di Rouen, restaura chiesa e palazzo di san Lorenzo in Lucina. Circa questo tempo il card. Alfonso Carillo restaura le « palacia » dei ss. Quattro « veteri prostrata ruina, obruta verbenis, ederis, dumisque » . Vedi Forcella, t. Vili, p. 290, n. 720. Altri cardinali imitarono 1' esempio degli amici d' Augusto, con la differenza che, mentre Plance, Cornificio, Filippo si servirono di marmi di cava, i cardinali di Martino V spogliavano le rovine di Roma.

TABULARIUM
- Una grande calcara fu fatta non lontana dal Tabularium, esattamente tra il Tempio della Vittoria e il Tempio della Concordia, un luogo adatto alla demolizione e spoglio di vari edifici del Foro.

TEMPLVM SACRAE VRBIS
- Il tempio è quello di Romolo, Pietro marmorario e compagni incominciano "a cavar travertini a santi Cosme et Damiano" dal templum Sacrae Urbis o dal vicino foro della Pace. A loro succedono un Giovanni e un Filippo « per lavorare e cavare et fendere travertini a sancto Cosmo » Servivano dunque per la calcara.

TEMPLUM SATURNI
- « Capitolio contigua forum versus superest porticus aedis Concordiae, quam, cum primum ad urbem accessi vidi fere integram, opere marmoreo admodum specioso; Romani postmodum, ad calcem, aedem totam et porticus partem, disjectis columnis, sunt demoliti. In porticu adhuc literae sunt: S. P. Q. R. incendio consumptam restituisse".

VIA DE CERCHI
-1493, 24 febbraro. L'egregio dottore in legge Agostino di Martino concede licenza a Lorenzo Berti, chierico fiorentino, di scavare nel canneto della propria vigna detta Schifanoia, a tutte spese dello scavatore. I materiali da costruzione ele pietre e scaglie da far calce saranno del medesimo: un terzo degli oggetti d" arte e di valore sarà del proprietario, Not. Egidio de Fonte, prot. 591 e. 8' in A. S. C.

Il documento si riferisce a quella lunga fila di grottonituttora esistenti in via de' Cerchi, e precisamente alla parte compresa tra la vigna di Mario Mellini, e quella di maestro Guidone da Viterbo. Se ne può riconoscere la località per mezzo di quella certa « ecclesia existens subtus dictum terrenum « la quale non può essere s. Lucia del Settizonio, diaconia illustre, che fronteggiava s. Gregorio in Clivoscauri, ma s. Maria de Gradellis, rimodernata dai Cenci nel seicento, sotto il titolo di s. Maria de' Cerchi, e ridotta a mascalcia nel 1886. Si vede rappresentata, coi grottoni vicini (magazzini ouer botteghe di mercanti) nella tav. 9 di Stefano du Perac. Vedi tav. I, 9 di Alò Giovannoli, la IX di du Cerceau etc. Per ciò che spetta al locatario Gabriele de Rossi, esso tornerà in iscena nel 1515 come appassionato collettore di antichità.

VIGNA BARBERINI
- Il giardino severiano fu sconvolto in epoca rinascimentale per la ricerca dei materiali. Al centro della piccola area è un blocco irregolare di marmo, superstite del complesso monumentale severiano, quello che rimane del lavoro di marmorari e scalpellini che dovevano completare i palazzi delle grandi famiglie romane e preparare il materiale per le famigerate "caldare" usate per sciogliere i marmi di Roma antica e farne calce".

VILLA DEI QUINTILI
- Nelle vetrine dell'Antiquarium sono esposti i pezzi trovati al VII miglio della via Appia Nuova, nell'incrocio con l'Appia Pignatelli. Le statue erano ammassate insieme, sicuramente una calcara. Le calcare erano delle fornaci nelle quali i pezzi di marmo erano cotti e trasformati in calce, ed erano frequenti nel medioevo nei luoghi dove il marmo era facilmente reperibile, come poteva essere una villa. Addirittura nel '400 la villa era conosciuta come "villa dello statuario", proprio per i continui rinvenimenti di statue che in origine decoravano i vari ambienti.
Alcuni di questi pezzi hanno la superficie del marmo deteriorata, per il processo di calcinazione già avviato. Le statue sono quasi tutte destinate al culto, e dovevano provenire da un santuario annesso alla villa dei Quintili che non è stato identificato.



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1 comment:

Anonimo ha detto...

Dalla luce al buio, chissà come sarebbe oggi il mondo se la civiltà romana non fosse precipitata nelle tenebre...
Orlando

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