TIBERIO SEMPRONIO GRACCO ( 133 a.c. )




Nascita: Roma, 163 a.c.
Morte: Roma, 133 a.c.















"Gli animali selvaggi che vivono in Italia, hanno le loro tane; ognuno di essi conosce un giaciglio, un nascondiglio. Soltanto gli uomini che combattono e muoiono per l'Italia non possono contare su altro che sull'aria e la luce; con la moglie e i figli vivono per le strade, anziché su un campo. I generali mentono quando, prima delle battaglie, scongiurano i soldati di difendere contro il nemico i focolari e le tombe, perché la maggior parte dei romani non ha un focolare, e nessuno ha una tomba dei suoi antenati. Soltanto per il lusso e la gloria degli altri, devono spargere il loro sangue e morire. Si chiamano i padroni del mondo, e non possono dire di essere padroni di una sola zolla di terra." (Tiberio Gracco - Discorsi)



I FRATELLI GRACCHI

Tiberio, nato nel 162 a.C., e Gaio Gracco, nato nel 154, imparentati con il grande Scipione Africano, noto per la sua onestà, capacità ed idee democratiche, furono i protagonisti politici di un poco edificante periodo della storia romana. Tiberio divenne tribuno della plebe nel 133 a.c. e si assunse il compito, d'accordo con importanti senatori (tra cui suo suocero Appio Claudio) di presentare una legge agraria che regolasse l'uso della terra pubblica. La sua elezione a tribuno della plebe, fu ottenuta senza comprare un voto, e si era già distinto nell'assedio di Cartagine e nella guerra in Spagna, ed era stato un irreprensibile questore.

La sua proposta indicava in 125 ettari il massimo di terra pubblica che un privato potesse possedere, con possibilità di arrivare fino a 250 in base al numero dei figli per famiglia. Il terreno eccedente doveva venire diviso in lotti inalienabili di 7,5 ettari, da distribuire ai cittadini proletari. Chi subiva un'espropriazione di terra pubblica, veniva compensato con la proprietà su quella che gli rimaneva.

Si nominava pertanto una commissione agraria che giudicasse i casi controversi. Lo scopo di questa legge era di limitare il latifondo a favore della classe di piccoli e medi proprietari terrieri, che era alla base del reclutamento dell'esercito. Quando l'opposizione oligarchica tentò di fermare Tiberio, egli rispose con azioni dal carattere eversivo, che gli avrebbero fatto perdere l'appoggio di quei senatori che all'inizio erano con lui.

Contro il veto posto dal suo collega tribuno, oppose una tesi politica estranea al pensiero politico romano, assimilabile piuttosto al pensiero greco, il principio della sovranità popolare, facendo così destituire il collega. Sostenne, di fronte ai comizi tributi, che questi dovevano decidere dell'organizzazione del regno di Pergamo, lasciato in eredità ai Romani e non, come era consuetudine per le faccende di politica estera, il senato.
La reazione degli oppositori fu estrema: un gruppo di senatori, guidati dal cugino di Tiberio, Scipione Nasica, lo aggredì sul Campidoglio e l'uccise.

Gaio fu eletto tribuno nel 123 a.c., deciso a continuare i programmi politici di Tiberio. Il suo programma era più organico, cercando l'appoggio di quelle forze potenzialmente ostili all'oligarchia, come Italici, plebei, cavalieri. Con una legge frumentaria propose la distribuzione di grano a prezzo ridotto per la plebe; con altre leggi assegnò il tribunale che giudicava il peculato nelle province a giudici dell'ordine equestre (lo stesso ordine cui appartenevano i publicani, coloro che avevano dallo stato gli appalti per la riscossione delle tasse nelle province) e concesse a buone condizioni l'appalto per la riscossione delle tasse nella provincia d'Asia ai publicani.

Gaio stabilì che l'equipaggiamento dei soldati fosse a carico dello stato e lanciò una campagna di deduzione di colonie, non solo in Italia. Rieletto tribuno per il 122, propose di dare la cittadinanza romana a quanti avevano il diritto latino, e il diritto latino agli italici; di sorteggiare l'ordine di votazione delle centurie dei comizi centuriati, così che non fosse subito palese l'orientamento delle prime centurie e si vanificasse la votazione delle ultime. Il senato, nel 121, lo nominò nemico pubblico: assediato sull'Aventino, Gaio si fece uccidere da uno schiavo.



TIBERIO SEMPRONIO GRACCO

Tiberio Sempronio Gracco (Roma, 163 a.c. – Roma, 133 a.c.) fu un politico della Repubblica romana, tribuno della plebe nel 133 a.c., che fece approvare una legge agraria a favore del popolo e venne assassinato da sostenitori dei suoi nemici.

Figlio maggiore dell'omonimo Tiberio Sempronio Gracco di origine plebea e di Cornelia, appunto la famosa madre dei gracchi, la prima donna cui fu dedicata una statua a Roma, a sua volta figlia di Publio Cornelio Scipione Africano, di antica famiglia aristocratica, appartenne quindi all'oligarchia patrizio-plebea.

Il legame genealogico paterno con la gens plebea permise a Tiberio prima, a Gaio poi, l'ascesa al tribunato plebeo (133 a.. e 123 a.c.), primo contatto con l'attività politica senatoriale. Poco più che fanciullo fece parte dei sacerdoti auguri grazie anche all'approvazione dell'influente senatore Appio Claudio che poco più tardi gli dette in moglie la figlia Claudia, da cui non ebbe figli.

Nel 146 a.c. a soli 17 anni Tiberio militò in Libia sotto il comando del cognato Scipione Emiliano. Nove anni dopo al suo ritorno a Roma venne eletto questore e dovette partire per la guerra contro i Numantini al comando del console Gaio Ostilio Mancino.

L'esito della guerra fu disastroso e, una volta messi in fuga i Romani, i nemici si dichiararono disposti a trattare soltanto con Tiberio, memori delle gesta del padre che in passato era stato loro alleato. Accettò di trattare con i Numantini anche per recuperare il diario e le tavole del suo ufficio di questore che erano state rubate nel saccheggio successivo alla fuga romana.

Tornato a Roma fu accusato e biasimato per il suo gesto, ma il popolo e le famiglie dei 20000 soldati le cui vite furono risparmiate, lo acclamarono loro salvatore. La reazione ostile venne invece dai senatori perchè i romani, fallita la presa di Numanzia avevano dovuto patteggiare la pace da vinti. Il senato rimandò a Numanzia Gaio Ostilio Mancino come prigioniero per causa di disonore e non ratificò la pace che Tiberio aveva formulato. Poi inviarono Scipione Emiliano in terra numantina che nel 133 a.c. il generale vinse e conquistò.


La questione terriera

Anticamente lo Stato suddivideva i campi conquistati tra i soldati, ma le continue guerre avevano finito con l'arricchire solo chi era già ricco, facendolo diventare un grande latifondista. Erano i debiti a rovinare i piccoli proprietari.
Roma si era riempita di ex proprietari rifugiatisi in città per vivere di espedienti o di clientelismo; restando in campagna sarebbero divenuti coloni di un ricco proprietario che al massimo li avrebbe pagati con l'ottava parte del raccolto. Oppure avrebbero fatto la vita del bracciante, il che era peggio che fare lo schiavo, in quanto non si aveva alcuna garanzia sul vitto e l'alloggio.


Tribunato della plebe

Tiberio ebbe counque il popolo dalla sua e fu eletto tribuno della plebe nel 133 a.c. e si dedicò subito a compilare la Lex Agraria, legge agraria, con l'aiuto del pontefice massimo Crasso e del console Publio Muzio Scevola, per la redistribuzione delle terre del suolo italico, usurpate dai ricchi ai più poveri e offerte ai forestieri per la lavorazione.

Influenzato dalle idee di due filosofi stoici, Diofane di Mitilene e Blossio di Cuma, Tiberio Gracco progettò una riforma di legge che limitasse l'occupazione delle terre dello stato a 125 ettari e riassegnava le terre eccedenti ai contadini in rovina. Una famiglia nobile poteva avere 500 iugeri di terreno, più 250 per ogni figlio, ma non più di 1000; i terreni confiscati furono distribuiti in modo che ogni famiglia della plebe contadina avesse 30 iugeri (7,5 ettari), il minimo per la sopravvivenza di una famiglia.

Il provvedimento era sostenuto dal popolo anche attraverso scritte sui maggiori monumenti e sulle pareti dei portici di Roma, ma fu rifiutata dai ricchi che tentarono inutilmente di incitare una rivolta contro Tiberio.

I possidenti portarono allora dalla loro parte un altro tribuno della plebe, il giovane Marco Ottavio, che accettò di porre il veto alla legge agraria. Tiberio in risposta al veto scrisse una legge ancora più restrittiva per i possidenti terrieri dando il via ad una sfida oratoria che ogni giorno si svolgeva in senato.
Con un nuovo editto Tiberio proibì ai magistrati di intraprendere affari sino alla votazione della legge e questi si dimisero dalle loro cariche assoldando sicari per far uccidere Tiberio.

Nel giorno in cui il popolo era chiamato a votare i nemici di Tiberio asportarono le urne creando gran tumulto, ma lo scontro fu evitato per l'intervento dei consoli Manlio e Fulvio che convinsero Tiberio a dibattere la questione in senato. Qui però non ottenne alcuna soddisfazione per cui il tribuno Tiberio propose la destituzione di Ottavio che il giorno dopo fu approvata dal concilio della plebe portando così anche all'approvazione della legge. La plebe tumultuava e Ottavio fu a fatica sottratto dalle grinfie della folla inferocita.

La legge passò e la supervisione dell'operazione fu affidata allo stesso Tiberio, al suocero Claudio Pulcro (princeps del senato) e al fratello Gaio Sempronio Gracco. Intanto i ricchi si facevano ostruzionismo, fino a rifiutare la costruzione di un edificio pubblico adibito al controllo della legge agraria e all'avvelenamento di un amico di Tiberio.

Alla sua morte il re di Pergamo Attalo III Filopatore (133 a.c.) lasciò in eredità le sue terre e le sue ricchezze al popolo romano, per cui Tiberio propose che il suo patrimonio fosse destinato all'acquisto di sementi e attrezzi agricoli per i nuovi proprietari e che le nuove terre fossero anch'esse divise tra la plebe.

Intanto i suoi amici pensarono di farlo candidare nuovamente al tribunato (andando contro la Lex Villia del 180 a.c.), cosa che avrebbe potuto fare solo dopo dieci anni, e perciò doveva accattivarsi i favori della plebe. I patrizi lo accusarono allora di aspirare alla corona, di voler eliminare tutti i tribuni, di aver dato molte terre ai suoi parenti. Ma Tiberio basava il suo potere sulla plebe e per questo propose leggi sull'abrogazione del servizio militare per lungo tempo, sulla concessione del diritto all'appello contro tutti i magistrati e sull'ingresso in senato di un maggior numero di cavalieri.

Il giorno della votazione non disponeva però della maggioranza ed i suoi alleati fecero ostruzionismo fino al rinvio dell'assemblea al giorno dopo: Tiberio scoppiò a piangere per paura di possibili attentati alla sua persona suscitando commozione nel popolo che si offrì di sorvegliare la sua casa durante la notte.



LA MORTE

La mattina seguente al Campidoglio, dove era radunato il popolo per votare, c'era un tale rumore che non si riusciva a parlare. Tiberio fu informato che i suoi nemici avevano un piano per uccidere il console Muzio Scevola e nell'assemblea cominciò a diffondersi il panico, con i sostenitori di Tiberio che impugnarono le lance per difendersi.

I nemici di Tiberio corsero al Senato e denunciarono il fatto: il senatore Publio Cornelio Scipione Nasica Serapione esortò i suoi a far rispettare la legge e i suoi partigiani marciarono armati fino al Campidoglio. Ne seguì una carneficina nella quale persero la vita oltre trecento cittadini romani e tra loro lo stesso Tiberio, ucciso a bastonate. Il suo cadavere fu gettato nel Tevere e i suoi amici condannati a morte o esiliati senza processo.

Il senato non si oppose però alla spartizione delle terre ed elesse come nuovo esecutore il suo parente Publio Licinio Crasso Dive Muciano. Nasica fu ripetutamente offeso e minacciato ed il senato decise di mandarlo in Asia per precauzione.
I senato però vietò il lutto per la morte di Tiberio e perseguitò i seguaci del tribuno scampati al massacro. Diofane verrà chiuso in un otre con le vipere, Blossio andò in oriente, dove morì tentando una rivoluzione.
Dodici anni dopo Caio Gracco, fratello di Tiberio, riprenderà la stessa riforma agraria e farà la stessa fine. Saranno anche queste mancate riforme a determinare il passaggio dalla repubblica all'impero e sarà proprio Giulio Cesare a imporre la Lex Agraria.


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