CAIO SEMPRONIO GRACCO



LE ORIGINI

MADRE CON I FIGLI GRACCHI
Come narrò Plutarco nelle Vite Parallele, Caio Sempronio Gracco nacque a Roma nel 154 a.c. da Tiberio Sempronio Gracco di origine plebea e da Cornelia, figlia di Publio Cornelio Scipione Africano, di antica famiglia aristocratica, appartenne quindi all'oligarchia patrizio-plebea. Il legame genealogico paterno con la gens plebea permise a Tiberio l'ascesa al tribunato, primo contatto con l'attività politica del senato.

Fratello di Tiberio, eletto tribuno della plebe, riprese l'opera di riforma sociale intrapresa dal fratello maggiore nel 123 a.c., 10 anni dopo la sua morte.

Divenuto questore nel 126, fu inviato in Sardegna e lì trattenuto fino al 124.


IN SARDEGNA

Plutarco relativa all’operazione di raccolta delle vesti per i suoi soldati  svolta in Sardegna da Gaio Gracco nell’inverno 125-124 a.c., Gaio Gracco fece approvare un plebiscito che mise a carico della repubblica le vesti dei soldati, vietando che si detraessero dal soldo; la disposizione fu in seguito abrogata forse dalla lex Iunia militaris del 109, tanto che ancora al principio dell’impero le spese per il vestiario dei soldati erano trattenute dal soldo.

Sappiamo che le civitates stipendiariae della Sardegna, alle quali il proconsole L. Aurelio Oreste ed il questore Gaio Gracco avevano richiesto le vesti, avevano inviato una legazione in Senato ed erano state esonerate dalla contribuzione; scrive Plutarco che i soldati soffrivano gravi disagi anche per l’inclemenza dell’inverno, sicché Gaio Gracco si recò presso le singole città della Sardegna e tanto fece che riuscì a procurare le vesti e recare aiuto ai soldati, suscitando i sospetti del Senato romano.


TRIBUNO DELLA PLEBE

Di propria iniziativa fece ritorno a Roma prima dello scadere del mandato e nel 123 venne eletto tribuno della plebe, e ne venne confermato l'anno seguente.
Aulo Gellio narra che Caio Gracco affidasse ad un suonatore di flauto il compito di avvertirlo con note più o meno alte se il suo eloquio alla folla divenisse troppo caloroso o troppo monotono.

Cercò di opporsi al potere esercitato dal senato romano e dall'aristocrazia, cercando di promulgare una serie di riforme favorevoli alla plebe. Durante il secondo tribunato proseguì la politica agraria del fratello, permettendo la vendita di grano a prezzo ridotto. Dedusse inoltre varie colonie, una delle quali a Cartagine. La sua importanza è legata tuttavia essenzialmente alle sue leges Semproniae



LE LEGES SEMPRONIAE

Durante la sua carica, oltre a confermare la legge agraria del fratello, Caio Gracco fece approvare tramite plebisciti diverse leggi Sempronie:
  • de tribunis reficiendis, con cui si stabiliva la rieleggibilità dei tribuni della plebe; 
  • de abactis, con cui si toglieva l'elettorato passivo al tribuno destituito dal popolo,
  • de capite civis che ribadiva il divieto di giudicare in iussu populi,
  • iudiciaria che stabiliva alcune regole per la formazione delle giurie nei processi per quaestiones
  • de suffragiorum con la quale si prescriveva che la centuria prerogativa sarebbe dovuta essere estratta a sorte tra le 193 centurie dei comizi centuriati e non scelta invece soltanto tra le 80 centurie della prima classe (questa riforma verrà poi abrogata da Lucio Cornelio Silla).
In seguito all'introduzione dei comizi tributi (rappresentanti del popolo) ed all'assegnazione delle province, Gracco propose nel maggio del 122 a.c. la concessione della cittadinanza romana ai latini e di quella latina agli italici.



LA MORTE

L'opposizione al suo disegno di legge trovò concordi il Senato (che trovava così il modo di liberarsi di un pericoloso rivale), la maggior parte dei cavalieri e pressoché tutta la plebe, gelosa dei propri privilegi. I nobili gli gettarono contro il collega Marco Livio Druso e il triumviro Gaio Papirio Carbone.

CAIO IN FUGA SUL PONTE SUBLICIO ALL'AVENTINO
Gaio perse molta della sua popolarità e non fu rieletto al tribunato. Inoltre, nel giorno in cui si presentò in Campidoglio per difendere davanti all'assemblea del popolo la sua legge, scoppiò un grave tumulto tra le parti avverse. Il Senato decretò il Senatus consultum ultimum e Gaio si vide costretto a rifugiarsi con i suoi fedeli sull'Aventino, dove fu attaccato dalle truppe del console Lucio Opimio.

Le fonti ci hanno tramandato il percorso che fece, testimoniandoci anche la topografia dell'area: rifugiatosi nel tempio di Diana coi suoi amici e seguaci, da questo passò nel vicino tempio di Minerva.

Incalzato dovette di nuovo fuggire fino alla punta occidentale del colle, nel tempio di Luna, dove si lussò una caviglia nel saltare giù dal podio. Da qui scese di corsa l'Aventino passando sotto la Porta Trigemina e attraversò il Ponte Sublicio mentre alcuni suoi amici si sacrificavano sulla strada per rallentare l'inseguimento dei rivali.

Sopraffatto, persa ormai ogni speranza, secondo la tradizione più accreditata si fece uccidere da un servo al di là del Tevere, sul Gianicolo, nel bosco delle Furrine. Con lui morirono anche circa tremila cittadini, vittime di una feroce repressione.

Tribuno della plebe, fratello di Tiberio Sempronio. Oratore brillante, fu educato secondo i princìpi liberali della propria nobile tradizione familiare. Continuò l'opera riformatrice del fratello Tiberio, aggiungendovi concretezza ed una più ampia visione dei problemi.

CIPPO GRACCANO
Membro del triumvirato per l'attuazione della legge proposta dal fratello, nel 126 venne inviato come questore in Sardegna. Con la sua politica cercò abbattere il predominio dei nobili e di inserire nello Stato le forze popolari, la classe dei cavalieri e gli Italici; e cercò di risolvere la crisi economica e sociale dell'Impero, attraverso lo spostamento e la creazione di nuove colonie, l'assistenza pubblica ed i grandi lavori stradali.

Con una legge agraria (Lex Sempronia II) decretò la continuità dell'assegnazione dell'agro pubblico; con una legge frumentaria sancì che la vendita del grano ai nullatenenti avvenisse ad un prezzo inferiore e con quella de coloniis deducendis sfollò dalla capitale i proletari e dalle campagne i braccianti disoccupati, facendo loro la fondare nuove colonie.
Con l'introduzione dei comizi tributi (rappresentanti del popolo) e con l'assegnazione delle province, l'opera rivoluzionaria di Caio Gracco poteva dirsi compiuta. La riforma più ardita, fu la concessione della cittadinanza romana ai Latini e latina agli Italici, che egli propose, nel maggio del 122, e fu la sua rovina.

L'opposizione al suo disegno di legge trovò concordi il senato, la maggior parte dei cavalieri e pressoché tutta la plebe, egoisticamente gelosa dei propri privilegi. I nobili gli gettarono contro il collega Livio Druso ed il triumviro Papirio Carbone. 

Caio perse molta della sua popolarità e non fu rieletto. Inoltre, nel giorno in cui si presentò in Campidoglio, per difendere dinanzi all'assemblea del popolo la sua legge, scoppiò un grave tumulto tra le parti avverse. Il senato proclamò allora lo stato di emergenza (senatus consultum ultimum), mentre Caio si ritirava con i suoi fedeli sull'Aventino dove, venne attaccato dalle truppe del console Opimio, e, sopraffatto, fuggì al di là del Tevere, dove, secondo la tradizione più accreditata, si fece uccidere da un servo, nel bosco delle Furie. Con lui morirono anche circa tremila cittadini, vittime di una repressione feroce.

Riabilitato dalla critica storica moderna, Caio Gracco fu uno dei politici più lucidi e originali del mondo romano, che seppe cogliere con chiarezza i gravi problemi della società del tempo e indicarne la soluzione in riforme concrete e attuabili.



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