SPARTACUS




Nome: Spartacus
Nascita: Tracia, 109 a.c.
Morte: Lucania, 71 a.c.















LE ORIGINI

Spartaco, ovvero Spartacus, (Tracia, circa 109 a.c. – Lucania, 71 a.c.) fu un famoso gladiatore romano che capeggiò una rivolta di schiavi, la più impegnativa delle guerre servili che fece tremare Roma, per cui Spartacus è soprannominato "lo schiavo che sfidò l'impero".

Plutarco (46-125 d.c.), dopo più di un secolo, scrisse le ultime vicende di Spartaco ma non precisò il luogo della morte del gladiatore ribelle. Si dice che nascesse in Tracia nel 109 a.c. da una umile famiglia di pastori della tribù dei Maedi; fece il pastore come il padre ma ridotto in miseria, oppure in cerca di fortuna, si arruolò nell'esercito romano, con cui combatté in Macedonia col grado di milite ausiliario. Però il fatto non è certo, si sa che veniva soprannominato il Thraex, che però potrebbe derivare dallo stile al quale era addestrato per i giochi gladiatorii. Forse era un prigioniero di guerra. Fatto sta che la dura disciplina cui era obbligato e magari la discriminazione in quanto milite straniero lo spinsero a disertare, reato punibile presso i Romani con la morte.

La condanna venne però cambiata in schiavitù, forse a causa del fisico prestante. Nel 75 a.c., fu venduto a Lentulo Battiato, un lanista (cioè organizzatore di spettacoli circensi) che possedeva una scuola di gladiatori a Capua. Ma spesso anche i prigionieri di guerra diventavano gladiatori. Spartaco fu comunque obbligato a combattere contro belve feroci e contro altri gladiatori.

Spartaco, esasperato dalle inumane condizioni che Lentulo riservava a lui ed agli altri gladiatori, decise di ribellarsi e nel 73 a.c scappò dall'anfiteatro, seguito da altri 70 gladiatori con cui fuggì verso il Vesuvio. Sembra si impossessarono di attrezzi da cucina, e con questi si aprirono le armerie della scuola, con armi e armature per gladiatori.



CAPO DEI RIBELLI

Gli schiavi fuggiaschi furono capaci di sconfiggere un piccolo contingente di truppe inviato da Capua, e si impadronirono dell'equipaggiamento militare sottratto ai nemici aggiungendolo alle loro armi da gladiatore. Le fonti si contraddicono riguardo i fatti immediatamente successivi alla fuga, ma concordano sul saccheggio della zona intorno a Capua, arruolando altri schiavi e asserragliarondosi in una posizione più difendibile sul Vesuvio.

Il Senato di Roma inviò, in rapida successione, due pretori, prima Caio Clodio Glabro e poi Publio Varinio, in Campania per reprimere la rivolta. Glabro arruolò strada facendo, una legione improvvisata di 3000 soldati, fatta di uomini inesperti e non addestrati; infatti Roma non possedette fino alla tarda Repubblica (con l'eccezione della riforma militare di Caio Mario attuata nel 107 a.c.) un esercito professionale permanente, bensì si arruolavano le legioni in occasione delle campagne militari.

Va specificato che i patrizi Romani quando c'era una minaccia ai confini si offrivano volontari, soprattutto per il buon nome della loro gens, insomma per la gloria e l'amor patrio. Servire la patria per ogni buon patrizio era un dovere e un onore, per sè e per la sua famiglia. Però stavolta la rivolta non sembrava una minaccia, nè appariva onorevole battersi con gladiatori, schiavi e disertori, perchè di questi era costituito l'esercito di Spartaco.

Nemmeno i plebei legionari, che non avevano in questo caso prospettive di bottini di guerra, né speranze di saccheggio, né di premio di congedo, presero la cosa sul serio, per cui si arruolarono solo i disperati.
Quando Glabro cinse d’assedio la posizione sulla quale si erano asserragliati Spartaco ed i suoi, questi, profittando dell’oscurità, aggirarono l’accerchiamento senza che le sentinelle romane se ne accorgessero, per cui riuscirono a circondare l’accampamento romano e l’attaccarono, sterminando gran parte dei legionari e facendo fuggire gli altri.

Si dice che Spartaco e i suoi vincesseo benché armati di soli attrezzi agricoli di cui si erano impossessati nella caserma della scuola gladiatoria, ma nella caserma c'era sempre una scorta di armi, come si è visto dai mosaici, e non attrezzi agricoli, a parte i tridenti gladiatori.



LA SCHIAVITU'

La schiavitù nell'antica Roma forniva una forza lavoro a bassissimo costo, elemento importante nell'economia della Repubblica romana. Gli schiavi erano ottenuti con l'acquisto da mercanti stranieri o delle popolazioni conquistate in battaglia. A seguito delle guerre di conquista del II e I sec. a.c., decine o forse centinaia di migliaia di schiavi furono introdotti come servi e artigiani, ma soprattutto nelle miniere e nelle colture agricole della Sicilia e dell'Italia meridionale.

Solo una minima parte erano schiavi provenienti dalla Grecia o da colonie greche italiche che riuscivano, grazie alla loro cultura, a ottenere la liberazione e a raggiungere una posizione sociale abbastanza elevata. Nel resto d'Europa la cultura non esisteva e l'artigianato era rozzo.

Gli schiavi, durante il periodo repubblicano, avevano un trattamento duro, anche se l'uccisione di uno schiavo era un evento raro, in quanto eliminazione di forza lavoro produttiva. Ma l'elevata concentrazione e il trattamento oppressivo portò varie ribellioni. Nel 135 a.c. e nel 104 a.c., scoppiarono la I e la II guerra servile in Sicilia, dove bande di ribelli trovarono decine di migliaia di seguaci. Sebbene fossero gravi sommosse e richiedessero anni di interventi militari, non furono ritenute minacciose per la Repubblica, come avvenne invece nella III guerra servile, quella contro la rivolta di Spartacus.

Floro e Appiano affermano che gli schiavi si ritirarono sul Vesuvio, mentre Plutarco, nel racconto dell'assedio dell'accampamento degli schiavi da parte di Glabro, parla di una collina.

Lo storico romano Lucio Floro:
"La ribellione di Erdonio che fece scorrere fiumi di sangue in mezzo alla stessa Roma; le inaudite crudeltà che il fiero Ennio, fingendosi invaso dal Furor Divino ed istruito ai misteri della Dea Siria, aveva esercitato nelle principali Città della Sicilia, accompagnandosi a gente facinorosa ed ad una folla di schiavi; la recente sollevazione di Arenione che, con gli avanzi delle bande di Emo, aprì le prigioni di tutta l’isola e formò un esercito così potente che sconfisse più volte i Pretori e prese gli alloggi di Servilio; l’ammutinamento giornaliero degli schiavi di Roma, che erano numerosissimi, risvegliarono l’attenzione dei principali cittadini che reclamarono un Senato-consulto, che ordinava sotto pene severe, l’imprigionamento dei medesimi nella notte e le catene durante il giorno".



LE VITTORIE

Di certo però poterono usufruire delle armi da guerra e delle armature dei soldati romani caduti. Spartaco fu eletto a capo dei ribelli insieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio) e si rifugiarono ai piedi del vulcano per riorganizzarsi, e aumentare le proprie forze, accogliendo altri schiavi ed addestrandoli alla battaglia.



LA BATTAGLIA DEL VESUVIO

Dunque presso il Vesuvio, Spartacus battè il pretore Claudio e lo stesso Varino, che, come scrisse Sallustio, era arrivato con 60000 uomini in soccorso di Claudio, senza averli potuto impegnare in alcun combattimento contro Spartaco, che continuò a combattere contro i consoli Gallio Publicola e Caio Lenzuolo sbaragliandoli.

Il primo scontro, detto la "battaglia del Vesuvio", fu vinto dai ribelli. Alla notizia del successo militare accorsero tra le fila dell'esercito di Spartacus un enorme numero degli schiavi fuggitivi, pastori e contadini poveri dei dintorni del Vesuvio, sicché la cinta d’assedio posta intorno al Vesuvio fu spezzata e più legioni romane finirono per essere successivamente e nettamente sconfitte in Campania.

Il successo militare più eclatante ottenuto dai rivoltosi fu quello conseguito contro il pretore Publio Varinio ed i suoi legati propretori, Furio e Cossinio: Spartaco non solo sconfisse i soldati, ma s'impadronì dei cavalli, delle insegne delle legioni e dei fasci littori del pretore.

Cossinio si fece cogliere di sorpresa mentre faceva il bagno a Saline, una località tra Herculaneum e Pompei, e a stento riuscì a salvarsi dal colpo di mano dei ribelli. Successivamente dopo un inseguimento, Spartaco operò l’assalto finale nel quale perirono moltissimi legionari e lo stesso legato.

Quindi, venne il turno di Varinio, con parte dei legionari ammalata mentre la parte superstite si era ammutinata, per l’incapacità militare di Varinio, e per il duro trattamento ai soldati, che si vide costretto ad inviare il questore Caio Toranio, al far rapporto al Senato sulle operazioni.

Evidentemente, i consoli Gaio Cassio Longino e Marco Terenzio Varrone Lucullo sottovalutarono il pericolo di Spartaco permettendo così l’espandersi del conflitto, che causò molte perdite umane ed economiche.



VERSO IL NORD

Accontentando i suoi compagni galli e germani fuggì verso il nord, dove, presso Modena, batté anche il pretore Manlio, dopodichè decise di tornare al sud, per arrivare in Sicilia e fuggire nella Tracia, sua patria. Per tornare a sud, secondo Sallustio, con la guida di un certo loro prigioniero Picentino, presero la via interna e sarebbero arrivati sul Pollino, dato che, per la fonte sallustiana, passarono attraverso la Naris Lucanas, (Nerulum Rotonda?), e, nella località Anni forum, si dettero a saccheggi e stupri, senza che Spartaco riuscisse a fermarli.



VERSO IL SUD

Intanto Spartaco marciò in direzione di Cuma, svernando nel 73-72 a.c. indisturbati, anzi razziando tutte le campagne e le cittadine, compiendo inutili massacri sulla popolazione, stuprando, incendiando le case e depredando tutto. Ne conseguì infatti uno svuotamento della Campania, la gente fuggì e si rifugiò altrove, i più ricchi tornando alle domus della capitale, i più poveri sparpagliandosi nelle campagne. Era come un'ivasione di barbari.

Come scrisse ancora Plutarco, Spartaco con i suoi seguaci aveva già raggiunto il Bruzio e aveva ingaggiato i Cilici per fuggire in Sicilia e di là salpare nella sua Tracia.
Ma i Cilici lo tradirono, intascarono il prezzo della fuga e lo abbandonarono ai Romani, costringendolo ad accamparsi vicino Reggio, bloccato da un vallo, che Grasso costruì sul vicino istimo Jonio-Tirreno.

Egli e i suoi compagni, però, secondo Plutarco, in una notte di bufera, evasero dall'accerchiamento e, secondo Giordanelli, sul precedente esempio di Annibale, si diressero verso Thurii, che nel 94 a.c. era diventata oppidum romano nonchè confine, tra Bruzio e Lucania.
A Thurii, fu inseguito da Grasso ed egli di nuovo fuggì al nord, per raggiungere la Campania che ormai conosceva.



LA DISCORDIA TRA I RIVOLTOSI

Il seme della discordia invase però il campo di Spartaco: i ribelli Galli e Germani, capeggiati da Crisso ed Enomao, volevano attaccare ancora le legioni romane, mentre Spartaco era contrario. Si decise infine di estendere la rivolta anche a Sud della Campania, occupando Calabria e Lucania, corrispondente oggi a quasi tutta la Basilicata, esclusa la zona di Melfi, e gran parte dell'attuale provincia di Salerno.

In queste zone, contro il volere di Spartaco, i ribelli Galli e Germani si abbandonarono ad ogni sorta di violenza, saccheggio, devastazione: villaggi bruciati, donne stuprate e assassinate, bestiame depredato, sulla Campania si era abbattuta una. Tutti i tentativi di Spartaco d’impedire questi eccidi furono vani, tanto che iniziò ad attirarsi l’odio dei suoi stessi seguaci che ormai si sentivano invincibili.



LA SCONFITTA SUL GARGANO

Nel 72 a.c. il Senato, seriamente preoccupato, anche per l’indignazione popolare, deliberò che i consoli di quell’anno, Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano schiacciassero la rivolta. Crisso, con una maggioranza di ribelli celti e germanici ai suoi ordini, scese in Apulia (Puglia), ma qui fu sconfitto da Publicola nella "Battaglia del Gargano". L'esito fu così disastroso che Quinto Avio, il propretore di Gellio, riuscì assolutamente indisturbato ad uccidere Crisso con un pugnale.



LA VITTORIA DI SPARTACUS

Spartaco invece riuscì a battere nuovamente le truppe romane, composte da due eserciti comandati dai consoli Lucio Gellio Publicola e Gneo Cornelio Lentulo Clodiano, uno di qua e uno di là dell'Appennino.

L'esercito comandato dal console Clodiano Lentulo, nel tentativo di sbarrare il passo agli insorti, sarebbe stato sconfitto nel 72 sull'Appenino tosco-emiliano. Spartaco ebbe la meglio anche sul governatore della Gallia cisalpina, il proconsole Caio Cassio Longino Varo, che gli venne incontro nei pressi di Mutina (Modena) con un esercito di 10.000 uomini, ma fu letteralmente sbaragliato ed a stento si salvò, dopo un’enorme strage di legionari romani.

A questo punto Spartaco guidò le sue truppe verso la Lucania e si fermò nei pressi di Turi, ove riarmò il suo esercito, alimentandolo con le razzie ed i saccheggi e si scontrò nuovamente con i Romani che furono ancora una volta sconfitti.



IL GENERALE CRASSO

Stavolta i Romani, sgomenti per i successi dei rivoltosi e temendo che si dirigessero a Roma, premettero sul Senato. Nel dicembre nel 72 a.c., proprio mentre Spartaco tornava in Lucania, il Senato diede al proconsole Marco Licinio Crasso l'incarico di reprimere la rivolta con 6 legioni, ma questi ne pretese 8.

Crasso mosse contro Spartaco con sei legioni, cui si aggiunsero le altre due consolari ripetutamente sconfitte, che le fonti, però, riferiscono essere state decimate dal loro stesso nuovo comandante. Infatti, si narra che, venuto a battaglia con l’esercito di Spartaco, Crasso sia stato sconfitto e per punizione abbia ordinato la decimazione delle legioni consolari fino a uccidere ben 4.000 legionari giustiziati con il sistema della verberatio (a bastonate) per la codardia mostrata nei confronti del nemico. Crasso resterà nella storia per la sua crudele barbarie.

Un eccidio di massa così non si era mai verificato, ma Crasso doveva vincere prima che arrivassero le truppe di Mario, il suo principale nemico poltico, nonchè valentissimo generale, che si sarebbe accaparrato il merito della vittoria.

Si dice che il vero responsabile della sconfitta sia stato un amico di Crasso, Mummio, che, insieme ad altri nobili, si era posto agli ordini del proconsole, per mettersi in luce nelle campagne politiche, ma che disobbedì agli ordini ed attaccò Spartaco, da cui venne sconfitto. Con l'uso della verberatio Crasso si guadagnò più di Spartaco la paura dei suoi uomini, ristabilendo, in questo modo sanguinario, la disciplina e la fedeltà delle truppe.

Spartaco decise allora di sbarcare in Sicilia in modo tale da unirsi a una rivolta di schiavi, indipendente alla sua, che si stava svolgendo in quel momento in Trinacria. Tuttavia, a causa del tradimento di alcuni pirati cilici, che si misero d'accordo con il famigerato governatore della Sicilia Verre, fu costretto a rimanere fermo, poichè il tentativo di traversare lo stretto con zattere improvvisate fallì, anche perché Verre aveva nel frattempo fortificato le coste nei pressi di Messina.



IL VALLO DI CRASSO

Crasso ordinò allora la creazione di un vallum, un grande muro nella parte più stretta che separava il mar Ionio dal mar Tirreno, in prossimità dell'istmo di Catanzaro, protetto da un fossato molto largo e profondo, che, tagliando da mare a mare la Calabria bloccasse sia Spartaco che i rifornimenti alle sue truppe.

Infatti Spartaco riceveva aiuto da briganti, schiavi fuggitivi e disertori, ma non dai contadini o dagli abitanti delle città atterriti dalle sue imprese. Tuttavia, Spartaco, dopo una serie di tentennamenti, poiché in campo aperto si sentiva più vulnerabile all’esercito romano, decise di forzare il blocco, facendo traversare le truppe in un punto in cui era riuscito a demolire le difese.



LA MORTE

Rotto il blocco Spartaco si diresse verso l’Apulia, forse per salpare alla volta della Tracia, secondo altri perché voleva far insorgere gli schiavi di quella regione. Allora Crasso lo attaccò alle spalle, ma egli riuscì inizialmente a sconfiggerlo nella "battaglia di Petilia" nel 71 a.c..

Tuttavia i rivoltosi di Spartaco erano stanchi, mentre l'esercito romano era ora numeroso e ben armato, così dovette fuggire verso Brindisi, e poi verso la Lucania. Due suoi ex alleati, Castro e Giaunico, vollero invece muovere battaglia da soli contro i romani, finendo annientati.

I rivoltosi traversarono così la piana del metapontino, oggi nella provincia di Matera, dove raccolsero altri combattenti, come racconta Plutarco: “molti mandriani e pastori della regione che, gente giovane e robusta, si unirono ad essi”, col permesso di uccidere e saccheggiare molti insediamenti, tra cui Heraclea (Policoro), e Metapontum (Metaponto), dove Spartacus si incontrò col pirata cilicio Tigrane per organizzare l'imbarco da Brindisi verso la Cilicia, e da cui fu invece tradito.

Temendo l'arrivo delle truppe di Pompeo e di Marco Terenzio Varrone Lucullo proconsole di Macedonia mise le ali a Crasso, che voleva tutta per sè la gloria dell’impresa, anche perché a Roma i suoi lunghi tempi erano molto contestati.

Presso il fiume Sele ci fu lo scontro finale, preceduta da numerosi e cruenti scontri, ma prima di questa battaglia Spartaco uccise il suo cavallo dicendo che se avesse vinto avrebbe avuto tutti i cavalli che voleva ma se avesse perso non voleva essere tentato di scappare.
Vennero uccisi ben 60.000 schiavi contro solo 1.000 morti romani, e vennero fatti ben 6.000 prigionieri.

Spartaco si buttò per primo contro di loro e dopo aver ucciso alcuni soldati romani fu crivellato da così tanti colpi che il suo corpo non poté essere ritrovato. Crasso fece crocifiggere, nudi, lungo la via Appia da Capua a Roma tutti i 6000 prigionieri, ma non Spartaco, perchè già morto.

Altri reparti dell'esercito ribelle, circa 5.000 uomini, tentarono la fuga verso nord, ma vennero intercettati e annientati da Gneo Pompeo, che sopraggiungeva con le sue truppe dall’Hispania. Terminava così la rivolta di Spartaco. Rimasero ancora alcuni seguaci di Spartaco scampati, ma nel 61 a.c. il propretore Ottavio, mentre si recava in Macedonia, annientò gli ultimi ribelli di Spartaco e di Lucio Sergio Catilina che si erano rifugiati a Turi.



LA GLORIFICAZIONE

Spartaco secondo alcuni storici era alto, bello, intelligente, gentile e carismatico, un personaggio leggendario, un emblema dell'eroe idealista capace di lottare in nome della libertà e di sconfiggere i più forti eserciti del mondo grazie al cuore e allo slancio ideale.

La sua ribellione fu citata dal poeta latino Claudiano, quasi cinque secoli dopo i fatti, nel poema: De bello Gothico, accostando la debolezza dei Romani del V sec. alla ignominiosa sconfitta delle forze romane per opera dello schiavo Spartaco.

Spartaco fu un coraggioso e un buon combattente, magari anche un intollerante verso qualsiasi autorità, visto che si ribellò all'esercito e poi alla scuola gladiatoria. Non conosciamo la verità. Di certo sappiamo che uomini liberi sceglievano volontariamente la scuola gladiatoria per la gloria e i soldi, e altrettanto nell'esercito.

Ma non sappiamo quanto fu intolleranza e quanto fu invece reale maltrattamento, di certo fece agli altri peggio di quanto avesse ricevuto, anche se si ritiene che non fosse d'accordo nei saccheggli, uccisioni e stupri, però inevitabili, visto che non c'era lo stato a inviargli le scorte per il suo esercito. Doveva razziare ovunque e stroncare ogni tentativo di difesa.

Di certo fu eretto a esempio di ribellione al potere, ma il suo esercito applicò un potere anche peggiore sulla popolazione che incontrò.



SPARTACO SECONDO SALLUSTIO

Sallustio nel suo III libro delle Historie descrive, oltre alla guerra contro Mitridate e la fine della guerra contro Sertorio, anche la rivolta di Spartaco e Crixus, molto dettagliata, a volte ora per ora, il che dimostra l'importanza di un evento che comunque durò circa tre anni:.

"Spartaco, lungi dall'esaltarsi per i suoi successi, si preoccupò seriamente di disciplinare la rivolta di cui era a capo. Così promulgò leggi e regole tendenti a mantenere l'ordine di quella folle compagnia che l'aveva scelto come capo. Queste leggi riguardavano all'inizio solo la Lucania, da cui i fuggitivi erano pervenuti in numero maggiore, ma vedendo poi affluire nel suo campo gli schiavi dell'Etruria e della Gallia cisalpina, Spartaco estese queste regole a tutti i fuggitivi galli, latini ed etruschi che entravano nelle sue file. Per porre fine alla cupidigia degli schiavi stabilì che nel suo campo, alcun soldato, nè altri facenti funzione, vi introdurrà alcun materiale d'oro o d'argento.

Costituiti gli eserciti di leva, Gelliuo e Lentuluo marciano contro i fuggitivi. Spartaco, fedele al suo sistema di accortezza, non si preoccupa che della ritirata verso le Alpi; ma il capo dei galli, Crixus, enfatizzato dal successo al punto di non potersi contenere, mirava alla conquista di Roma. I suoi compatrioti sostennero la sua presunzione.

Così i fuggitivi iniziarono a non essere più d'accordo tra loro, e a non tenere più un consiglio comune. Gli animi di tutti sono impotenti a dirimere i dissidi o a fare consultazioni. La divisione diventò più marcata tra loro quando si sa della presenza dei due consoli armati contro di loro.

Così questi fuggitivi. tutti d'accordo a sostenere la lotta, erano sul punto di formare una sedizione. Crixo e quelli della sua nazione, Galli e Germani, s'ostinavano ad andare contro il nemico ed offrirgli battaglia; Spartaco, al contrario, voleva continuare il suo cammino per eseguire il suo piano. Gellio intanto era avanzato lungo l'Appennino. Crixo, alla testa dei suoi ventimila germani e galli, marciò avanti a lui dalla lucania e Apulia, guadagnando il territorio dei sanniti. Lì in questa circostanza, il valore impetuoso dei galli gli procurarono un vantaggio di cui non seppe approfittare. Avendo respinto i romani che abbandonarono il campo, i barbari vi entrarono dentro, ma non osarono conquistarlo interamente durante la notte.

Tornati al campo l'indomani, essi trovarono una quantità di cose che nella precipitazione i romani avevano lasciato, vino e cibo che li invitano lietamente, così di diedero a bere e a mangiare, si che furono sorpresi dalle legioni agli ordini del pretore Arrius, che li distrusse totalmente. Crίxo fu ucciso mentre tentava, con colpi di valore, di riparare alla sua colpa.

Intanto Spartaco diresse la sua marcia lungo gli Apennini e qui, lungo l'Éruria, trovò il console Lentulo a bloccargli il passaggio. Risolse di forzare prima che venisse operata la congiunzione di lentulo con Gellio. Fece dunque accellerare le legioni, per monti e per valle ma Lentulo, aspettando il suo collega più giovane, non acettò la battaglia. Intanto Gellio si avvicinava.
Nonostante gli ostacoli e le trincee, Spartacus arrestò la marcia del suo avversario come era già accaduto in vista delle legioni di Lentulo, poi lo attaccò impetuosamente.

Nello stesso tempo Lentulo, che, con un fronte doppio aveva versato molto sangue dei suoi sul luogo dello sbarco di Enea, aveva nella difesa, ~ quale sarcasmo - dovuto difendere la sua posizione su un altura, senza aver potuto scegliere e cominciando a scorgere all'imbocco della valle, le coorti dei veterani romani, e i manti rossi sui bagagli del collega, non esitò a lasciare le colline per accellerare il ricongiungimento col suo collega; ma ciò portà a Sparacus una vittoria più facile e più completa, a seguito della quale, per onorare i Mani di Crixus, forzò per coprire la vergogna, 400 prigionieri romani a combattere come gladiatori intorno al loro capo. E nonostante questo dolce risultato, Spartaco, sempre lontano da qualsiasi presunzione.."


Appare evidente che Sallustio tiene per Spartaco se non per la sua fazione. Non ha gli stessi elogi per Crixo che ritiene giustamente esaltato e imprudente, anche se al momento della morte gli riconosce un certo valore. Ma di Spartaco riconosce l'avvedutezza, la prudenza, l'intelligenza, la modestia, il senso pratico, la strategia bellica, il coraggio, il valore e la capacità di prevedere le cose. Spartaco è per Sallustio un eroe incompreso, valoroso e audace che deve però soccombere perchè odiato e temuto dai nemici ma pure inascoltato dagli amici.


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6 comment:

Domenico Zuccarello on 20 agosto 2013 14:12 ha detto...

Grande spartacus

Umberto La Padula on 1 agosto 2014 00:49 ha detto...

Tanta roba

Pasquale Riccio on 20 gennaio 2016 14:33 ha detto...

Grande Tanta roba da stampare

Pasquale Riccio on 20 gennaio 2016 14:33 ha detto...

E Una bella storia sai







Pasquale Riccio on 20 gennaio 2016 14:34 ha detto...

Spartacus mi aiuti a stamparti? LOL Xd ^-^

Unknown on 30 agosto 2016 06:11 ha detto...

Mi fa piacere che tra le considerazioni del racconto è stato sottolineato che la vicenda "Spartacus" sia ancora oggetto di studio da parte degli storici, del resto sono molte le incongruenze tra ciò che viene riportato da Sallustio e Plutarco dopo, ma ancor di più su tutta la storia in sè.

Consideriamo due cose importanti che Sallustio era quasi contemporaneo alle vicende della III guerra servile e che le sue origini erano plebee, mentre Plutarco vissuto un secolo dopo era un greco poi divenuto cittadino romano e patrizio.
Quindi le due storie disegnano Spartaco in maniera totalmente differente, Sallustio in modo magnanime (era plebeo) mentre Plutarco lo dipinge come un vero e proprio nemico di Roma.
Tra i due storici, secondo me, bisogna valutare con più attenzione la storiografia scritta da Sallustio più fresca e veritiera anche se influenzata dal suo status.
Io credo che Spartaco si sia ritrovato in una escalation di eventi che non immaginava quando scappò dal ludio di Batista, anche perchè la sua unica ragione di fuga era quella di ritornarsene in Tracia e non quella di intraprendere una guerra contro Roma e l'esercito romano che sapeva essere imbattibile, da ciò i dubbi della sua presunta scomparsa o al non ritrovamento del corpo dopo l'ultima battaglia sulla valle del Sele come descrive Sallustio.

Io credo che le cose non siano andate come descrive sia Sallustio, che lo vede combattente fino alla fine infilzato da decine di legionari, nè dal racconto di Plutarco che racconta che dopo essere stato catturato fu crocefisso sulla via Appia, le cose potrebbero essere andate invece moooolto diversamente.

Ad un certo punto Spartaco si vide responsabile di ben 100 mila persone nomadi e braccate dai romani, provate ad immaginare cosa voleva dire essere a capo di un tale fardello di persone che viveva di esperienti ogni giorno e per ben 2/3 anni, ad un certo punto lui stesso si rese conto di avere superato il limite non trovando una via d'uscita nè per la comunità ma soprattutto per se stesso, non poteva più garantire a quel mare di persone la libertà con la fuga ma nemmeno con atti bellici.

A quel punto l'unico modo per garantirsi la propria libertà ed il suo rientro in patria era quello di disgregare il suo esercito e la moltitudine di persone che lo seguivano, così fece modo di liberarsi di un pò di zavorra, prima Crisso ed Enomao e successivamente Gannicus con un buon numero di schiavi (circa 30 mila).
Le altre 70 mila persone rimaste Spartaco praticamente le diede in pasto ai legionari nell'ultima battaglia.
Dov'era finita la tattica, l'arguzia e l'ingegno del condottiero?
Come è possibile che dopo le innumerevoli vittorie anche con forze nettamente inferiori, l'esercito di schiavi si fece battere in maniera cosi schiacciante? Sallustio e Plutarco parlano di ben 60 mila schiavi uccisi, 5000 fuggitivi e 6000 prigionieri poi crocefissi e di solo 1000 legionari romani morti in battaglia, i conti non tornano!
Se le cose sono andate realmente cosi è facile credere che a quel punto Spartaco se n'è lavò le mani non volendo più continuare una guerra che sapeva già persa in partenza, quindi è plausibile credere che prima dell'inizio della battaglia Spartaco fosse già in fuga secondo un piano prestabilito, probabilmente con un drappello di compatrioti uomini e donne tra i più fidati.
Questa non è solo una mia idea ma una conclusione già ipotizzata da altri storici e studiosi del caso.

Del resto gli storici Sallustio e Plutarco in realtà romanzarono le vicende secondo notizie tramandate largamente di seconda o terza mano non precise mettendoci molta farina del loro sacco, soprattutto sugli eventi conclusivi in particolare sulla morte presunta del condottiero.

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