CINCINNATO



STATUA DI CINCINNATUS A CINCINNATI (USA)

Nome originale: Lucius Quinctius Cincinnatus
Nascita: 520 a.C., circa
Morte: 437 a.C., circa

Incarico politico: 458-438 a.c.


UN ARISTOCRATICO CONTADINO


Un romano famoso, grazie alla semplicità e all'austerità dei suoi costumi, fu Lucio Quinzio Cincinnato, cioè “riccioluto”, ovvero Lucius Quinctius Cincinnatus, nato prima della Repubblica Romana, intorno al 520 a.c. Fu console nel 460 a.c. e due volte Dictator, dittatore, nel 458 e nel 439 a.c.
Fu uomo di grande tempra, perchè racconta Tito Livio che aveva passato gli ottant'anni quando fu nominato dittatore per la seconda volta e faceva parte della Gens Quinctia, che aveva assunto la cittadinanza romana alla distruzione di Alba Longa, da cui proveniva, da parte dei romani sotto Tullo Ostilio. All'inizio infatti i Romani, anzichè fare schiavi, accoglievano i vinti nell'Urbe, per la necessità di aumentare l'esercito, viste le pressioni nemiche nei territori vicini.
Cincinnato era di famiglia patrizia, visto che nella sua stessa gens Tito Quinzio Barbato, suo fratello, negli anni 471 468 e 465 a.c. era stato nominato per tre volte console.
Tito Livio lo definì "Spes unica imperii populi romani" (ultima speranza del potere del popolo romano), segno che i tempi erano disperati.



IL CONSOLATO

La prima elezione di Cincinnato a console avvenne nel 460 a.c., come Consul Suffectus (supplente) in sostituzione del console Publio Valerio Publicola che era morto in battaglia riconquistando il Campidoglio occupato dai ribelli guidati da Appio Erdonio.
Infatti circa 2500 sabini, fra esuli e schiavi, comandati da Appio Erdonio, si erano asserragliati fra i templi della Triade Capitolina. Quelli che non vollero aderire alla lotta furono massacrati; ma qualcuno riuscì a fuggire e si precipitò nel Foro e lanciò l'allarme alla cittadinanza.

Questa la versione leggendaria. La realtà forse è che il ratto delle sabine non fu digerito, e che la pace tra i due popoli non era effettiva. Le orgogliose sabine non potevano accettare tanto facilmente i rozzi romani, tanto che imposero regole ben precise sul loro trattamento, regole che i Romani accettarono ma che in seguito dimenticarono.

"La luce del giorno rivelò che guerra fosse e chi la comandasse. Appio Erdonio incitava dal Campidoglio gli schiavi a liberarsi: lui si era assunto la difesa di tutti i disperati per riportare in patria chi era stato cacciato ingiustamente in esilio e per liberare gli schiavi dal loro pesante giogo."

Era la solita lotta fra patrizi e plebei, coi tribuni della plebe che incitavano i plebei a non iscriversi alla leva, e con gli schiavi che erano stufi di essere schiavi. Comunque Appio Erdonio fu tradito dai suoi e ci rimise la pella, Publio Valerio Publicola invece vinse ma ci lasciò la pelle anche lui.



INDEBITATO PER IL FIGLIO

Secondo Tito Livio, Lucio Quinzio si era ridotto a un podere di quattro iugeri fuori Roma e oltre il Tevere, i Prata Quinctia, perché gli erano rimaste le sole inalienabili terre di famiglia , avendo dovuto vendere tutti i beni per pagare una pesante cauzione. Suo figlio Cesone Quinzio, dopo un processo per omicidio basato sulla testimonianza dell'ex Tribuno della plebe Marco Volscio Fittore,era fuggito in Etruria, cosicchè il padre aveva dovuto risarcire il delitto, non sappiamo se vero o falso.

Lucio Quinzio fu eletto suffectus nel dicembre del 458 a.c. dalla maggioranza dei senatori, cioè dei patrizi, si che i plebei ne temevano la ritorsione contro di loro per l'esilio del figlio Cesone Quinzio e per la sua magra situazione finanziaria. Evidentemente non si sentivano molto tutelati dalla legge.
Infatti Cincinnato prese a difendere il figlio Cesone, ad attaccare i tribuni della plebe rimproverando il Senato che permetteva loro di reclamare tanti diritti, secondo Cincinnato un vergognoso decadimento di costumi. Il tribuno Aulo Virginio, che aveva organizzato il processo a Cesone, fu attaccato e paragonato al nemico Appio Erdonio.



PATRIZI E PLEBEI

Poi Lucio Quinzio informò il popolo romano che, assieme al console collega stava organizzando la guerra ai soliti nemici: gli Equi e i Volsci. I tribuni obiettarono che non poteva radunare l'esercito senza il loro consenso, ma Quinzio ribatté:
Ma noi non abbiamo bisogno di alcuna leva, perché quando Publio Valerio diede le armi alla plebe per riconquistare il Campidoglio, tutti hanno giurato di radunarsi agli ordini del console e di non sciogliersi mai senza suo ordine. Quindi ecco il nostro editto: voi che avete giurato, dovete trovarvi domani presso il lago Regillo

Il popolo convocato in armi per deliberare al di fuori del pomerio, costituiva i "Comizi centuriati", assemblea legislativa militare con il potere di abrogare quanto, all'interno del pomerio, veniva deciso dal potere politico civile. Così i tribuni della plebe, che volevano far approvare la Lex Terentilia per migliorare i diritti della plebe, si ritrovarono coi cittadini costretti da giuramento a seguire le leggi militari, a tutto vantaggio del patriziato che era ostile alla legge.
Cincinnato si rimise alla volontà del Senato, della sua stessa fazione, e il senato decise che la legge non doveva essere votata ma che l'esercito non doveva essere convocato, e che i magistrati e i tribuni della plebe non avrebbero più potuto essere rieletti. I consoli non ripresentarono la candidatura ma i tribuni della plebe si ripresentarono fra le proteste dei patrizi che, per ripicca volevano rieleggere Cincinnato. Questi invece invitò i senatori a rispettare le decisioni prese.

Furono eletti consoli Quinto Fabio Vibuleno per la terza volta e Lucio Cornelio Maluginense. Cincinnato, che si era dato alla vita agreste e sapeva che la sua partenza poteva rendere povera la sua famiglia senza la cura dei raccolti, si sbrigò a tornare ai suoi campi.

CINCINNATO RICHIAMATO DAI SENATORI


LA PRIMA DITTATURA

Il console Lucio Minucio Esquilino Augurino era rimasto assediato nel suo accampamento durante la guerra contro gli Equi, e l'altro console, Gaio Nautio Rutilo, impegnato coi Sabini, che pur stava vincendo, non poteva aiutarlo. La situazione era grave per cui richiedeva la nomina di un dittatore con pieni poteri, naturalmente Lucio Quinzio Cincinnato. Racconta Livio che i senatori si recarono ai Prata Quinctia dove Cincinnato stava arando la terra. Lo pregarono di indossare la toga e venire da loro. Sua moglie Racilia andò alla capanna per recare l'indumento, Cincinnato si deterse il sudore, si rivestì e i senatori lo pregarono di accettare la dittatura.

Cincinnato accettò e tornò a Roma traversando il Tevere su una barca "noleggiata a spese dello Stato" e venne accolto da figli, parenti, amici e dalla maggior parte dei senatori. Poi, preceduto dai littori fu "scortato a casa".
Tito Livio: “Accorse in massa anche la plebe, la quale però non era altrettanto lieta di vedere Quinzio, sia perché giudicava eccessiva l'autorità connessa alla dittatura sia perché, grazie a tale autorità, quell'uomo rappresentava per loro un'accresciuta minaccia. E quella notte a Roma, tutti vegliarono”.

Cincinnato il giorno dopo radunò l'esercito e lo condusse a marce forzate in soccorso dei concittadini assediati nel loro accampamento. Iniziò così la battaglia del Monte Algido che portò alla sconfitta degli Equi.
Cincinnato, liberato l'esercito assediato, distribuì il bottino e le punizioni ai soldati e al console. Il bottino andò ai suoi soldati, Lucio Minucio depose la carica di console e rimase in armi al comando di Quinzio, e ai soldati soccorsi non toccò nulla. Ma questo, secondo Tito Livio non creò malumori, tanto che a Lucio Quinzio venne donata una corona d'oro da una libbra.

La carica di dittatore poteva durare fino a sei mesi e nessuna altra magistratura o assemblea aveva i poteri di farlo decadere. Cincinnato invece, celebrato il trionfo, dopo 16 giorni, rinunciò alla dittatura e tornò privato cittadino.
Questo comportamento restò negli annali come esempio di virtù e di modestia. Narra Tito Livio che nello stesso giorno del rientro in città Cincinnato celebra il trionfo, la gente fa baldoria per le strade, al tusculano Lucio Mamilio, che aveva aiutato l'Urbe, viene conferita la cittadinanza romana.
A quel punto il dittatore sarebbe uscito subito di magistratura, se non l'avesse dissuaso l'imminenza del comizio che doveva discutere della falsa testimonianza di Volscio. Il timore che Cincinnato incuteva distolse i tribuni dal fare opposizione. Volscio fu giudicato colpevole e mandato in esilio a Lanuvio”.

Tuscolo accorse con le sue truppe, comandate dal dittatore Lucio Mamilio, in aiuto dei Romani ed insieme a questi liberarono Roma. Roma riconoscente ai tuscolani conferì a Lucio Mamilio la cittadinanza romana anche perché, come scrisse Tito Livio, solo da essi ricevette aiuto. Perchè allora Cincinnato si adirò per la cittadinanza accordata a Mamilio? Forse perchè lo poneva alla stregua dei patrizi romani, lui che era solo un italico?

Forse, fattostà che Cincinnato tornò ad arare il suo terreno, ma nel 450 a.c., narra ancora Tito Livio, Lucio Quinzio e il fratello Tito si batterono inutilmente contro Appio Claudio il Decemviro che tanto brigò affinchè non risultassero eletti i due Quinzi, Capitolino e Cincinnato.

Ma nel 445 a.c., cinque anni dopo la caduta dei Decemviri, Gaio Canuleio presentò la sua legge per abrogare il divieto di matrimonio fra patrizi e plebei, imposto proprio dai Decemviri con le Leggi delle XII tavole: la Lex Canuleia. Però la legge venne approvata e alcuni patrizi prospettarono un'azione armata dei consoli contro i Tribuni della plebe, nonostante fossero per costituzione intoccabili e protetti dagli Dei. I due Quinzi, Tito Capitolino Barbato e Lucio Cincinnato si opposero al sacrilegio.



LA SECONDA DITTATURA

Nel 439 a.c., su indicazione del fratello Tito Capitolino Barbato al suo 6° consolato, Cincinnato viene eletto dittatore per la seconda volta.
Melio era un ricchissimo plebeo che avrebbe volentieri ambito alla carica di console se le leggi non glielo impedissero in quanto plebeo. Allora corruppe e organizzò per proclamarsi re. Ma fu eletto console, per la sesta volta, Tito Quinzio Capitolino Barbato col collega Agrippa Menenio Lanato. Lucio Minucio, prefetto dell'annona, venne dei progetti monarchici di Melio e riferì al Senato che i tribuni della plebe erano stati comprati, i vari incarichi assegnati, e l'azione prossima. Il Senato si lamentò dei consoli precedenti, per aver permesso le elargizioni di un privato, e i consoli appena eletti per essersi fatti precedere nella denuncia dal prefetto dell'annona.
Si decise allora di nominare un dittatore, carica con pieni poteri. Il console in carica nominò suo fratello Lucio Quinzio Cincinnato, e il Senato era favorevole, ma Cincinnato, ormai ultraottantenne, rifiutò all'inizio per l'età, poi accettò nominando Gaio Servilio Strutto magister equitum, incaricandolo di condurre Melio al processo. Servilio riferì poi che avendo Melio tentato la fuga l'aveva dovuto uccidere.

Tito Livio narra che il dittatore, alla notizia esclamò: “Gloria a te, Gaio Servilio, che hai liberata la repubblica.” Cincinnato spiegò poi al popolo riunito che l'azione era legittima: “anche se fosse stato innocente dall'accusa di aspirare al regno, Melio non aveva risposto alla convocazione del dittatore portata dal maestro della cavalleria
Insomma la plebe doveva tacere invece protestò e sempre più fu utilizzata l'elezione di Tribuni consolari al posto dei consoli.

Tanto per dare più colore, in realtà sia Plinio il Vecchio che Aurelio Vittore narrarono che i senatori che andarono ad offrire la carica di Dictator a Cincinnato, lo trovarono nudo all'aratro, particolare non riportato sui libri di storia, perchè in era moderna avrebbe scandalizzato parecchio l'idea di un vecchio nudo. Mentre per i Romani era sinonimo di semplicità e modestia, ed è per questo che gli dissero di coprirsi, non perchè dovesse indossare il costume da cerimonia ma perchè coprisse le cosiddette putenda.





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