MAUSOLEO DI CECILIA METELLA





Il Mausoleo di Cecilia Metella è il più famoso sepolcro della via Appia, la strada consolare “regina viarum”. Al di sopra di un alto basamento quadrato in calcestruzzo, privo ormai del suo rivestimento in blocchi di travertino, poggia un corpo cilindrico di 30 m. di diametro, rivestito di lastre di travertino tagliate a finta bugna.

Il Mausoleo di Cecilia Metella col Castrum Caetani fa parte di un complesso archeologico, che si erige poco prima del III miglio della Via Appia Antica, subito dopo il complesso costituito dal circo, dalla villa, e dal sepolcro del figlio dell'imperatore Massenzio, Valerio Romolo.



LANCIANI

"La collettanea di Antonio Lafreri (mio esemplare) contiene alcune belle incisioni dei monumenti dell'Appia: tra cui « Metellae uxoris Crassi sepulchrum » edito nel 1549, nel quale rame il mausoleo è celebrato, non tanto per la sua antichità, quanto per un'eco che ripeteva il suono della voce ben cinque volte".
Oggi quell'eco è molto diminuito a causa dei lavori di restauro operati sul monumento.

COME DOVEVA APPARIRE ANTICAMENTE LA VIA APPIA
La parte superiore del tamburo è coronata da un fregio in marmo greco decorato con teste di bue alternate a ghirlande, per il quale in età medievale la zona fu denominata “Capo di Bove”.

I crani di bue erano caratteristici a Roma dei monumenti funebri e dei culti alle divinità ctonie, insomma a tutto ciò che riguardasse l'oltretomba. Per le celebrazioni terrene invece si usavano le teste di bue e non i loro crani, sempre però collegati da ghirlande di alloro.

Dal lato dell’edificio rivolto all’Appia, sotto un trofeo di armi che richiama le glorie della Gens Metella, c'è l’iscrizione dedicatoria che ha permesso di identificare la tomba di Cecilia Metella.

Questa fu figlia di Q. Metello Cretico, così titolato per aver conquistato l’isola di Creta, e moglie di M. Licinio Crasso, figlio del leggendario e ricchissimo Marco Licinio Crasso, che soffocò nel sangue la rivolta degli schiavi capeggiati da Spartaco, che formò con Cesare e Pompeo il primo triumvirato, e che trovò un'orrenda morte in una spedizione contro i Parti.

"La prima forma quadrata è tutta spoliata deli grandi pezzi di pietra tiburtina, e quasi tutta sepolta e le tre porte, che si vedono in taluni disegni non sono mai state nelle principali facciate, ma bensì una sola dalla parte di dietro, secondo il costume, verso le vigne da cui si entrava nella camera sepolcrale.
vedendosi la fiancata di questo mausoleo, si vede un ingresso fatto apposta per entrarvi dentro, che viene a stare sul principio della forma quadrangolare, ed entrando non vi è che la volta da vedere, che va terminando a guisa di Cuppola di Tempio, e andandosi tra un muro moderno aggiunto al mausoleo, si vede una spranga di ferro tra le commessure dei pezzi di pietre.

nell'ingresso interiore si vede un'apertura, della quale si può congetturare l'altezza della forma quadra.
Ma la particolarità maggiore di questo gran Mausoleo si è la pulizia de' gran pezzi di pietra tiburtina, talmente uniti e congiunti insieme, che non se ne vedono le commessure, oltre l'inusitata grossezza della fabbrica interiore, che è meravigliosa.

Viene nominato questo vasto monumento Capo di Bove, dai Teschi, che in forma di Metope, girano attorno ai cornicioni."

(Delle Antichità di Roma - Abate Ridolfino - 1843)



I CAECILII METELLI

I Caecilii Metelli erano un ramo della gens Caecilia, una delle più importanti e ricche famiglie dell'antica Roma durante la fase repubblicana.

La gens era considerata nobile nonostante avesse origine plebea e non patrizia.

I Caecilii Metelli esercitarono un grande potere dal III secolo a.c. sino alla fine della Repubblica, ricoprendo ogni ufficio del cursus honorum e importanti ruoli militari.



DESCRIZIONE

Il monumento risale all’inizio dell’età imperiale, tra il 25 e il 10 a.c. Della base, alta 8 metri, rimane solo il nucleo in calcestruzzo di selce, mentre del rivestimento si vedono solo i blocchi di travertino di ammorsamento che non fu possibile asportare; la sua forma lo collega al genere architettonico del mausoleo di tradizione ellenistica, molto usato a Roma in quel periodo.

La cella funeraria è un ambiente a pianta circolare, rivestito in cortina laterizia, che si sviluppa per tutta l’altezza del mausoleo: vi era deposta l’urna con le ceneri della defunta, che Papa Paolo III, vedendola lavorata e di gran pregio, la fece asportare e porre ad ornamento del cortile del palazzo Farnese, visto che dei morti all'epoca si aveva rispetto solo se di fede cristiana.

La sommità del tamburo ha una cornice, al di sopra della quale si trova il ballatoio con la merlatura medievale; è però ancora parzialmente visibile la merlatura antica in travertino, che, assieme ai fregi guerreschi dei trionfi, si rifà alla tradizione italica in cui il sepolcro era simile ad una fortezza. Sul cilindro si trovava anche un tumulo di terra a forma di cono, dove probabilmente crescevano dei cipressi. Ciò lo riavvicina ai sepolcri etruschi, che a Roma ritroviamo nel contemporaneo mausoleo di Augusto.

L'interno era a due piani: il piano inferiore, che conteneva il corpo di Cecilia Metella, è costituito da una camera circolare, stretta e molto alta, in origine ricoperta dalla volta conica; per proteggere la camera dall'umidità, le pareti sono rivestite in laterizio, con tegole sottili, spezzate e arrotate sul lato frontale.

Per entrare nella camera funeraria, accanto all'ingresso del castello, una scala scende in basso, costruita dal Muñoz all'inizio del '900 per raggiungere un piccolo corridoio che fa accedere alla base della camera.
Del corridoio, antico come la tomba, non è stato ancora ritrovato l'ingresso originale.

EPIGRAFE
Colpisce l'epigrafe funeraria di Cecilia, senza riferimento nè alle virtù nè ai parenti. Ma la gens cui apparteneva, i Metelli, una delle più nobili famiglie della Repubblica, che aveva dato ottimi consoli e generali. Soprattutto il padre di Cecilia, console nel 69 ac., con un cognomen ex virtute, il Cretico, a causa della sua vittoria contro i pirati di Creta, che grazie a lui divenne così una provincia romana, a cui il senato aveva accordato il trionfo.

Il marito di Cecilia poi fu il figlio maggiore di Marco Licinio Crasso, il miliardario che debellò la rivolta di Spartaco e che formò, insieme a Cesare e Pompeo, il primo triumvirato.

Di Cecilia, come di quasi tutte le donne romane si conosce poco o niente, perchè il suo valore dipendeva solo da quello dei maschi della sua familia.

Se la forma della tomba è semplice, il tumulo era la forma arcaica e tradizionale, così come la sua decorazione, le dimensioni sono di un’imponenza che solo un'importante famiglia di classe senatoriale poteva permettersi.

L’iscrizione, come la la tomba, è della fine del I sec. ac., dopo la morte del padre di Marco Crasso.

Oggi ci si affaccia all'interno della tomba percorrendo una stretta galleria, analoga al "dromos" di accesso dei tumuli etruschi, che si trova alla stessa quota dell'ingresso del castello. Si saliva infine al piano superiore per mezzo di una scala medievale, ora inaccessibile.

In origine il sepolcro era coperto da un cono di terra, simile a quello del mausoleo di Augusto, che era ancora conservato nell’XI sec., quando, divenuto possesso dei Conti Tuscolo, la tomba di Cecilia Metella fu inserita all’interno di un borgo fortificato.

In un documento del IX secolo il mausoleo è citato come "monumentum quod vocatur ta canetri capita".

Il monumento e i terreni circostanti erano già in possesso della Chiesa, ma la definitiva fortificazione dell'edificio a cavallo della via Appia, e la sua integrazione in un vero e proprio castello fortificato, avvennero alla fine del XIII sec. ad opera dei Caetani, la potente famiglia di Bonifacio VIII.

Nel recinto furono inclusi altre torri, un borgo e un'ampia chiesa intitolata a San Nicola di Bari, di cui oggi resta in piedi, ben restaurata, la sola struttura muraria.

Fu infatti all’inizio del XIV sec. che papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani) ne passò la proprietà alla propria famiglia dei Caetani, che costruirono un palazzetto baronale in blocchetti di peperino addossato al lato sud del mausoleo, sopraelevando il tamburo con le merlature ghibelline ancora conservate.

Il castrum, che si estendeva su ambedue i lati dell’Appia Antica, controllava i traffici in entrata e in uscita da Roma. Dopo i Caetani, il possesso di Capo di Bove passò ai Savelli, ai Colonna e agli Orsini.




LANCIANI

1588, 30 gennaio. " Licentia elfodiendi prò DD. Hieronimo leni et Baptista Mutino: nobilibus viris Diìis Hieronimo leni et Baptiste Mutino Nobilibus Romaiiis De mandat Tenore piìtiuni Vobis ut in predijs et possionibus vestris Casalis Cupo.
Volumus antera duo H°. Boario Comm denuntiare - (Heuricus Caetaui camer.). 


 Questa patente, come si vede, era tacitamente diretta alla distruzione del sepolcro di Cecilia Metella: tanto è vero che il suo estensore ha dimenticato la clausola della distanza di 10 canne dai ruderi emergenti dal suole, come usava inserirsi nelle patenti, oguiqualvolta si tratta di scavi in terreno monumentale. 
E' curioso seguire negli atti publici le vicende di questo attentato. Nel giorno stesso nel quale fu rilasciata dal Camerlengo la predetta licenza, i Conservatori la denunciarono in consiglio segreto: Il negozio tornò in Consiglio segreto nella seduta dei 5 giugno 1589. 

 Lo sdegno destato nel publico da questa scandalosa deliberazione consigliare, deve essersi manifestato in misura abbastanza violenta, poiché in capo a otto giorni il Consiglio dovè mutare partito, e il primo Conservatore Paolo Lancellotti si vide costretto a fare la seguente dichiarazione: 
« Ill. Sig.ri si debbono ricordare che nell'ultimo consiglio segreto erroneamente e senza haver notitia delle lettere apostoliche di Pio papa II e senza ricordanza delli Statuti de antiquis aedificiis non diruendis et senza haver parimenti notitia del Decreto del Popolo per li quali ne prohibivano che non solo non potevamo dar licenza et consenso a Giovambattista Mottino, Girolamo Leni et fratelli di spogliar la sepultura di Cecilia Metella detta volgarmente il Torron di Capo di Bove, ma sotto pene gravissime et dell'escomunica ancora eravamo obligati a farla manutenere et conservare, et ancora che havessemo havuto tal faculta non potevamo parimente parlarne ne proporla alle SS. VV. se prima non veniva o bolla o breve derogatorio del detto motuproprio di Pio et alli Statuti nostri. 
Le lettere apostoliche non vennero, e il mausolèo non ebbe a soffrire il menomo danno, poiché il noto rame del Lafreri, publicato sino dal 1549, mostra che il dado rettangolo, sul quale riposa il mausoleo stesso, era già stato spogliato del proprio rivestimento di macigni in epoca anteriore al pontificato di Paolo III."


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