Quale forma religiosa di origine romana manterreste oggi?

MAUSOLEO DI AUGUSTO





Tra i monumenti del Campo Marzio" scriveva Strabone "il più bello è il Mausoleo, il quale è un ammasso di pietre bianche situato vicino al fiume sopra un alta sostruzione, e circondato da alberi verdeggianti, che s'innalzano sino alla di lui cima: ha di poi nella sommità la statua in metallo di Cesare Augusto. 
Nell'interno dell'ammasso è la di lui nicchia con quelle de' suoi consanguinei e domestici."

RICOSTRUZIONE DEL MAUSOLEO DI AUGUSTO
Il mausoleo di Augusto è un monumento funerario dell'imperatore Ottaviano Augusto, iniziato per suo volere nel 29 a.c., quando non era ancora diventato imperatore, al suo ritorno da Alessandria, dopo aver conquistato l'Egitto e aver sconfitto Marco Antonio nella battaglia di Azio del 31 a.c.

Augusto si ispirò alla tomba in stile ellenistico di Alessandro Magno, che aveva visitato ad Alessandria, anch'essa di pianta circolare, nonchè al Mausoleo di Alicarnasso, costruito attorno al 350 a.c. in onore al re Mausolo, ma pure alle tombe etrusche.

Originariamente occupava parte dell'area nord della zona chiamata Campo Marzio. Questo quartiere fu abbellito da molti monumenti in età repubblicana, ma con Augusto conobbe un totale rinnovamento, soprattutto della zona centrale e di quella più a nord: il Teatro di Marcello, le Terme di Agrippa, il Pantheon, i Saepta, l’Ara Pacis e il Mausoleo.



LE SPOGLIE

"L'ingresso era dalla parte opposta a quella per cui si ascende all'anfiteatro, cioè a mezzogiorno; e vi erano dinnanzi due obelischi, uno da noi veduto avanti la tribuna di S. Maria Maggiore, l'altro sulla piazza del Quirinale: i quali obelischi furon probabilmente aggiunti da Claudio, poichè Strabone non ne fece menzione. 


Al di dietro, cioè nel luogo in cui siamo, protendevasi un bosco, del quale seguita a parlare Strabone; entro il qual bosco erano probabilmente sepolti i Liberti di Augusto, de' quali si è trovata alcuna lapide (in realtà le tombe dei liberti stavano soprattutto nel mausoleo dell'Appia antica). Nell'interno del basamento che si conosce del diametro di 220 piedi romani eran cavate le camere sepolcrali, restando in mezzo quella di Augusto. Sembra dai versi aurei di Virgilio, che Marcello vi fosse seppellito il primo; e Pedone Albinovano in una elegia denota, e compiange la quantità de' consanguinei di Augusto già ivi sepolti al suo tempo. L'opera reticolata, cioè di mattoni romboidali, che si vede in più parti, formava il nucleo di detto basamento; sovra il quale si ergevano, come videsi nel secolo XVI, tre corpi circolari, compresi da Strabone nella parola ammasso: e ad ognuno di questi grandi cilindri marmorei facean corona alberi verdeggianti. Il più alto edifizio terminava probabilmente a guisa di cupola, sopra la quale ergevasi, secondo lo stesso Strabone, la statua di Augusto. L'arena attuale dell'anfiteatro ivi formato sembra che sia tra il secondo e terzo ordine, avuto riguardo all'altezza totale del monumento: ed attualmente nell'estate vi si danno giostre di tori, e notturni fuochi d'artifizio."

(ROMA IN SETTE GIORNATE - 1830)

La tomba ospitò infatti per prime le spoglie di Marco Claudio Marcello, il nipote di Augusto morto nel 23 a.c., la cui iscrizione su lastra di marmo fu scoperta nel 1927, insieme alla madre di Augusto, Azia minore, la cui iscrizione è riportata sullo stesso marmo di Claudio Marcello. Seguirono poi Marco Vipsanio Agrippa, inseparabile amico di Ottaviano, poi Druso maggiore, Lucio e Gaio Cesare.

Augusto venne sepolto nel 14, seguito da Druso minore, Germanico, Livia e Tiberio. Non sappiamo se Vespasiano e Claudio vennero sepolti qui. Caligola posò le ceneri della madre Agrippina e dei fratelli Nerone Cesare e Druso Cesare; in seguito vi furono portati i resti dell'altra sorella, Giulia Livilla. Nerone, come in precedenza la figlia di Augusto, Giulia maggiore, venne escluso come essa per indegnità dalla tomba dinastica.
L'ultimo ad essere seppellito all'interno del Mausoleo fu Nerva, nel 98 d.c. Il suo successore, Traiano, venne infatti cremato e le sue ceneri vennero poste in un'urna d'oro ai piedi della Colonna Traiana.



LA DECADENZA

Nel X sec., l’edificio fu trasformato in fortezza dalla famiglia romana dei Colonna. Nel 1354, vi fu bruciato il corpo di Cola di Rienzo. Nel XVI secolo la tomba divenne giardino ornamentale. Infine, nel XVII secolo, un anfiteatro di legno viene costruito tutto intorno, trasformandolo in arena per le corride.

Eccone la descrizione al tempo di Papa Clemente VII:

La notizia più recente relativa a scavi del mausoleo, nel sec. XVI, sarebbe quella di Fulvio Orsino: "mausolei extant hodie magnae ruinae juxta templum s. Rechi . . ubi multa ex profunda tellure marmerà erui vidimus"

Un anonimo scolare del Piranesi dà inoltre la seguente lista e descrizione dei marmi antichi che si vedevano nel giardino verso la metà del settecento.

"L' ingresso antico del . . . mausoleo si vede vicino alla chiesa di s. Rocco in un magazino di legname ... In mezzo ... è un giardino pensile attinente al sig. marchese Correa. Negl'avanzi che per anco esistono sopra terra si vedono il centro delle scale per mezzo delie quali ascendevassi a diversi piani superiori . vari ordini di stanze angolari e rotonde. 
L' ingresso di questo mausoleo la volta del quale era sostenuta da travertini delli quali ancora esistono gli avanzi nella parete, ed erano impiombati alle medesime, come appare per li bucchi, che si vedono ne detti pezzi. Innoltre gli avanzi mentovati delle catene, stando fitti in tratto di muro costruito di scaglie di selce, sembra che a guisa di fodera vestisse esternamente tutto all' intorno il gran basamento . . . 
Testimonij di fabrica si magnifica è la quantità de serpentini de' quali vedessi quivi lastricato il cortile del palazzo Correa (sic!). 
Si vede una delle stanze angolari nelle quali riponevansi le ceneri de parenti del imperatore. Gli avanzi de muri i quali a guisa di raggi uniscono le circonferenze al centro e sostengono l'edifizio. Si vedono gli avanzi delle celle rotonde . . . L' urna Generarla di marmo quivi ritrovata ora esiste nel pallazzo de conservatori (il cippo di Agrippina?). Si vede una facciata di un sepolcro di marmo, oraata di figure archetitoniche, e nel mezzo uno scudo scavato a conchiglia con girlanda d' alloro d' intorno, il quale contiene il ritratto di qualche nobile defunto. Due pilastri di marmo, d'una stessa grandezza e forma, i quali stavano intemati nel muro con un de loro lati. Parte di un piede di marmo lavorato di foglie con molta leggiadria, la qual parte per mezzo del bucco, che si vede sopra impernata univasi ad altra parte . . . 
1 prefatti frammenti con molti altri, i quali per esser affatto guasti e senza veruna forma non se ne discorre furono scoperti in occasione degli scavi fatti d' intorno a quest'insigne monumento, ed in oggi quivi ancora si veggono nel giardino Correa."

(DESCRIZIONE TOPOGRAFICA delle ANTICHITA' DI ROMA - 1824)

Dopo essere stato deturpato da secoli di saccheggi e pure tramutato in una terrazza per la coltivazioni di viti, tra il 1936 e il 1938 venne liberato dal progressivo interramento della struttura. Il Mausoleo si trova oggi al centro della sistemazione urbanistica, in ordine con il piano regolatore del 1931 che prevedeva la sistemazione del Mausoleo, realizzata dall'architetto Vittorio Ballio Morpurgo, lo stesso che curò la teca dell'Ara Pacis, negli anni tra il 1937 e il 1940.



DESCRIZIONE

Il monumento, devastato da secoli di saccheggi e definitivamente liberato dagli scavi solo nel 1936, non ha tutt'ora una pianta ben definita. Si sa che anticamente era il monumento funerario più bello e sontuoso e per la sua munificenza fu detto Mausoleo. Originariamente occupava parte dell'area nord della zona chiamata Campo Marzio.

STAMPA DEL MAUSOLEO DATATA 1606
Il mausoleo ha pianta circolare con diametro di 87 m, con un basamento in travertino alto 12 m. guarnito in alto da un fregio dorico a metope e triglifi, sul quale poggia l'edificio circolare composto da sette anelli concentrici, collegati tra loro da muri radiali. L'enorme spessore di muratura circolare è alleggerita da nicchioni con setti di muro radiale, non praticabili e colmi di terra. Altre due linee di muri formavano una seconda serie di concamerazioni.

Vi era infine il primo ambiente praticabile, preceduto da un lungo corridoio d'ingresso, un settore ad arco di cerchio, fronteggiato da un muro alto e spesso rivestito in travertino, con due ingressi.

Questo muro, conservato in piccola parte, sorreggeva il tamburo che doveva emergere dal tumulo, creando un secondo ripiano. Al di là del muro un corridoio anulare reggeva la cella anch'essa circolare, munita di un ingresso assiale e di tre nicchie simmetriche, in corrispondenza degli assi, che servivano ad ospitare le altre tombe.

IL MAUSOLEO TRASFORMATO IN TEATRO - FOTO DEL 1930
Al centro si innalzava un grande pilastro con all’interno una piccola stanza quadrata, la tomba di Augusto vera e propria. In cima al pilastro, all’esterno, ed in diretta relazione con la tomba, era la statua bronzea di Augusto che segnalava da lontano la posizione del mausoleo.

Davanti all'ingresso, che si apre a sud, c'erano due pilastri con le tavole bronzee che raccoglievano le gesta di Augusto, Res gestae Divi Augusti, la cui copia, incisa sul tempio di Augusto e di Roma ad Ankara e in edifici di altre province, è giunta fino a noi.

Una copia in giganti lettere di bronzo, infisse nel travertino, era stata trascritta sulla teca di Morpurgo che conteneva l'Ara Pacis. Sulla nuova teca di Mayer la trascrizione non compare. Si spera non sia stata dimenticata e che possa riapparire sul luogo originario, accanto ai pilastri del mausoleo di Augusto.

I due obelischi portati dall'Egitto, originali e non copie romane come qualcuno ha scritto, per ornare l'ingresso del mausoleo, sono stati successivamente riutilizzati nella piazza del Quirinale e dell'Esquilino. La tomba secondo l'uso etrusco, era coperta da una cupola di terra con alberi di cipresso.
I cipressi, sacri a Venere, erano molto indicati per la gens Iulia che vantava di discendere da essa, e fu copiato poi in molti altri mausolei. Da allora e ancora oggi si usano nei nostri cimiteri.

IL MAUSOLEO OGGI
I cipressi sono stati piantati di nuovo nei recenti tentativi di restauro, ma il mausoleo è poco riconoscibile, essendo stato nel tempo trasformato in fortezza, usato come cava di materiali, come vigneto, come arena per la corrida dei tori, come teatro e nell'Ottocento anche come ospizio dei poveri. Nel 1936 veniva ancora utilizzato come sala per concerti.
Originariamente aveva una grande recinzione muraria e circolare intorno alla base, in parte distrutta e in parte interrata, con tante piccole celle, contornata da colonne. Il tutto rivestito di marmo e culminante in una statua di Augusto. Aveva un'altezza di 44 m.

Nella parte posteriore vi stava, secondo Strabone, un grande bosco, nel quale vi erano praticati passeggi ammirabili; e questo bosco non poteva oltrepassare il termine della via del Corso e di Ripetta, poichè ivi esistevano altri monumenti. Nel luogo poi occupato dal detto bosco vi era stata scavata la Naumachia, nella quale lo stesso Augusto fece eseguire una battaglia navale.



LANCIANI

1167. MAVSOLEVM AVGVSTI.

" Avendo i Romani attribuita la perdita della battaglia contro 1 Tusculani (30 maggio) a tradimento dei Colonnesi, se ne vendicarono sul mausoleo di Augusto, allora ridotto in fortezza « che distrussero da cima a fondo, rimanendo in piedi soltanto quelle parti che presentavano una solidità insuperabile.... cioè il recinto delle celle ".

(Nibby, R. A. tomo II, p. 528)

MAVSOLEVM AVGVSTI ET VICINIA. 

« È il detto edificio di forma sferica murato à mattonciui quadrati, in guisa di una rete intorno intorno, onde veggianio ogni giorno disotterrare di molti marni i, tra i quali un breve epittaffio (CIL. VI-, 8483). Questa regione che si ristrigne nel cantone del campo Martio, essendo come una colonia di nuovi Habitatori. la maggior parte Lombardi et Schiavoni. è chiamata quando Lombardia et quando Schiavouia. Hassi cominciato à frequentare il detto luogo più del solito, per l' imagine di N. Donna quando ha partorito, la quale nelle mura vicine al Tevere è stata trovata in un luogo fumoso et oscuro nell'anno del Giubileo 1525 à di venti di Giugno », p. 171. Prendo occasione da questo ricordo del mausoleo di Augusto per citare alcuni documenti riferibili al medesimo, già pubblicati dal Cerasoli (nel Bull. Com. tomo XXIII, a. 1895, p. 304). Il primo contiene una concessione fatta da Martino V ai fratelli Gallo e Pasquino Gallo di Castel del Monte il giorno 30 gennaio 1427, ai quali « conceditur ad xx annos Mons Auste vulgariter nuncupatiis situs in urbe prope flumen Tyberis ac viam publicam qua transitur ad ecclesiam beate Marie de populo, cum eius pratis ac plateis ab utraque parte usque ad ecclesiam s. Jacobi, de eo prò libitu sua rum voluntatum disponendi durante tempore predicto » (A. S. V. Investiture, tomo VII, p. 141).


I RESTAURI

Dal 2008 sono iniziati i restauri della parte interna con uno scavo stratigrafico onde delimitare la struttura originaria del Mausoleo. Ci si sta occupando anzitutto della sistemazione dei materiali archeologici all'esterno della cella sepolcrale, e si procede agli scavi per poter elaborare la ricostruzione dell'aspetto della struttura. Altri interventi saranno poi di consolidazione.
Una viva leggenda romana racconta che qui aleggi il fantasma di Augusto che molti sostengono aver intravisto camminare in toga bianca tra i cipressi del mausoleo.



IL BUSTO CESAREO

A poca distanza dal descritto Mausoleo, e corrispondente nel mezzo del Campo vi stava, secondo Strabone, il Busto, ossia il luogo ove fu cremato il cadavere di Augusto. Il luogo era circondato da un muro edificato con marmo bianco e con cancelli di ferro all'intorno; dentro al recinto vi stavano piantati pioppi. Essendosi scoperti vicino alla Chiesa di S. Carlo al Corso alcuni cippi col nome di diversi parenti della famiglia di Augusto ed indicanti essere stati questi ivi cremati, si stabilì essere questa la località il Busto Cesareo.




RES GESTAE DIVI AUGUSTI

Le Res Gestae Divi Augusti sono la celebrazione storica delle imprese di Giulio Cesare Ottaviano Augusto, da lui stesso redatte in prima persona per essere scolpite su bronzo o pietra ed esposte al pubblico, affinchè sapessero contemporanei e posteri.

RES GESTAE DI ANCYRA
In origine le Res Gestae furono scolpite su tavole di bronzo, poste all’ingresso del Mausoleo di Augusto, la tomba dell’imperatore a Campo Marzio, sulle due colonne dell'entrata. Purtroppo l’originale è andato perduto, ma se ne è ritrovato un equivalente ad Ancyra, (Ankara - Turchia), nel 1555 ad opera di A. Ghiselin de Boubecq, ambasciatore di Ferdinando I di Asburgo presso il Solimano.

Ferdinando I fu Imperatore del Sacro Romano Impero dal 1556 al 1564, e Solimano I fu sultano dell'Impero ottomano dal 1520 alla sua morte. E' evidente che le Res Gestae erano state fatte in diverse copie sparse per tutto l’Impero. Infatti si conoscono copie epigrafiche frammentarie provenienti dalla provincia di Galazia, da Antiochia, da Apollonia, località  a non molta distanza da Ankara.

Augusto in tema di propaganda non era inferiore a nessuno, convinto che la pubblicità fosse l'anima del potere e costasse meno delle armi e del terrore, si autocelebrò in ogni modo, attraverso i monumenti da lui fatti erigere, la propria divinizzazione e i prppri templi a lui stesso dedicati, i propri archi di trionfo, le proprie statue sparse ovunque e infine le sue RES GESTAE.

Questa propaganda funzionò perchè furono due i personaggi che improntarono i loro nomi a< tutti gli imperatori romani, Cesare per la sua incomparabile bravura di generale in battaglia, e Augusto per l'emulazione del porozio e la lungimiranza delle leggi e dell'amministrazione.

La data del testo è fornita dallo stesso Augusto, che afferma di essere nel settantaseiesimo anno, cioè nel 14 d.c., essendo nato nel 63 a.c. Dato che fa riferimento alla trentasettesima tribunicia potestas conferitagli il giugno del 14 d.c. e visto che egli morì nell'agosto del medesimo anno, se ne desume che Augusto abbia completato le Res Gestae nelle ultime settimane di vita. Il documento non menziona il nome dei nemici e neppure di alcun membro della sua famiglia, ad eccezione dei successori designati.


ROBERTO LANCIANI

Il tempio di Ancyra deve la sua conservazione ai cristiani, che hanno fatto uso di esso come chiesa dal IV al XV secolo, e anche per i turchi, che hanno trasformato in una moschea associata al Hadji Beiram. Il tempio e i suoi inestimabili tesori epigrafici divennero noti verso la metà del XVI sec. Nel 1555 un'ambasciata fu inviata dall'imperatore Ferdinando II. a Suleiman, il Califfo, che allora risiedeva al Amasia.

Il caso volle che il capo della missione, Ogier Ghislain Busbecq, e il suo assistente, Antonio Wrantz, vescovo di Agram, fossero appassionati di indagini archeologiche. Vennero colpiti dall'importanza dell'Augusteum nel 1774 ad Ancyra; e con l'aiuto dei loro segretari, fecero una buona copia delle sue iscrizioni. Dal 1555 il luogo è stato visitato molte volte, in particolare da Edmond Guillaume, nel 1861, e da Humann, nel 1882.

Ci sono due copie della volontà di Augusto incise sulla parete di marmo del tempio: una in latino, che è nel pronao, su entrambi i lati della porta; l'altra in greco, sulla parete esterna della cella. Entrambi sono stati trascritti (o tradotti) "dall'originale, incisi sulle colonne di bronzo al mausoleo di Roma.

Il documento è diviso in tre parti, e 35 paragrafi. La prima parte descrive gli onori conferiti ad Augusto, - militare, civile, e sacerdotale -  la seconda fornisce i dettagli delle spese da lui sostenute per il bene e il benessere del pubblico, la terza riferisce i suoi successi in pace e in guerra, e alcuni dei fatti narrati sono veramente notevoli.

Egli dice, per esempio, che i cittadini romani che hanno combattuto sotto i suoi ordini e giurarono fedeltà a lui, numerati 500.000, e che. più di 300.000 completarono la durata del loro impegno, e furono onorevolmente congedati dall'esercito. a ciascuno di questi dette sia un pezzo di terra, che aveva comprato con i propri soldi, o acquistando altre terre da quelle assegnate alle colonie militari. dal momento che, al momento della sua morte, 160.000 cittadini romani stavano ancora servendo sotto la bandiera, il numero di quelli uccisi in battaglia, disabili dalla malattia, o licenziati per cattiva condotta, nel corso dei 55 anni si ridusse a 40.000.

La percentuale è sorprendentemente bassa, considerando l'organizzazione difensiva del personale medico militare e la lunghezza e la difficoltà delle campagne, che sono state condotti in Italia (Mutina), Macedonia (Filippi), Acarnania (Azio), Sicilia, Egitto, Spagna, Germania , Armenia e altri paesi. Il numero di guerrieri che sono stati catturati, bruciati, o affondati in battaglia, è iscritto al 600. Nella battaglia navale contro Sesto Pompeo, via Naulochos, sprofondò 28 imbarcazioni, e ne catturò o bruciò 255; in modo che solo 17 anni di una potente flotta di 300 potrebbe fare la loro fuga.

Tre volte prese il censimento dei cittadini di Roma; la prima volta nell'anno 29-28 a.c., quando sono stati contati 4,063,000 di anime; il secondo per l'anno 8 a.c, mostrando 4.233.000; il terzo nel 14 d.c, con 4.937.000. Sotto il suo governo pacifico, di conseguenza, c'è stato un aumento di 874.000 del numero dei cittadini romani.

Egli osserva con orgoglio che, mentre da l'inizio della storia di Roma per la sua età la porta del tempio di Giano era stata chiusa ma due volte, come un segno che la pace prevaleva su terra e mare, era stato in grado di chiudere tre volte nel corso di 50 anni. Le sue liberalità sono altrettanto sorprendenti. A volte hanno preso la forma di distribuzioni gratuite di grano, olio, o vino; a volte di un assegno di denaro. Egli afferma di aver passato in regali la somma di 620 milioni di sesterzi, quasi 26 milioni di dollari.

Aggiungendo a questa somma il costo di acquisto di terreni per i suoi veterani in Italia (600 milioni) e nelle province (260 milioni), di dare ricompense pecuniarie ai suoi veterani (400 milioni), di aiutare il tesoro pubblico (150 milioni), e i fondi dell'esercito (170 milioni), oltre ad altre borse di studio e premi, del cui l'ammontare non è noto, si raggiunge una spesa complessiva per il bene del suo popolo di 91 milioni di dollari .

Non ha bisogno di parlare del rinnovamento materiale della città, che ha trovato in mattoni e lasciò di marmo. Strade, strade, acquedotti, ponti, banchine, luoghi di divertimento, luoghi di culto, parchi, giardini, uffici pubblici, sono stati costruiti, aperti, riparati, e decorate con incredibile profusione. Svetonio dice che, in una sola occasione, si è offerto di Giove Capitolino 16000 monete d'oro e di gioielli per 50 milioni. Nell'anno 28 a. c. non meno di 82 templi sono stati ricostruiti nella stessa Roma.

Non siamo stati in presenza di statistiche ufficiali e documenti di stato, dovremmo difficilmente sentirci inclini a credere a queste enormi dichiarazioni. Dobbiamo ricordare, inoltre, che l'opera di Augusto fu comandata e imitata con uguale intensità dai suoi amici ricchi e consiglieri, Marcio Filippo, Lucio Cornificio, Asinio Pollione, Munazio Plaucus, Cornelio Balbo, Statilio Tauro, e soprattutto da Marco Agrippa, a cui si devono gli acquedotti della Vergine e Julia, il Pantheon, le terme, il lago artificiale (Stagnum), il Portico degli Argonauti, il Tempio di Nettuno, il Portico di Vipsania Palta, il Diribitorium di Agrippa, i septi, il Campus Agrippae, un ponte sul Tevere, e centinaia di altre strutture costose.

Nel corso dei dodici mesi del suo edilità, in 19 b. c., ha ricostruito la rete delle fogne della città, con l'aggiunta di molte miglia di nuovi canali, eretta 805 fontane, e 130 serbatoi d'acqua. Questi edifici sono stati ornati con 300 statue in bronzo e in marmo, e 400 colonne.

Abbiamo visto opere di maggiore importanza forse compiuto nella nostra epoca; ma, come osserva il barone de Hübner, nel parlare di un altro grande uomo, Sisto V, sono prodotto congiunto del governo, del credito nazionale, della speculazione, e capitali pubblici e privati; e sono facilitate da meravigliosi congegni meccanici. La trasformazione di Roma al tempo di Augusto è stato il lavoro di pochi cittadini ricchi, i cui nomi saranno per sempre essere collegato con le loro splendide creazioni.

Le porte del Mausoleo di Augusto sono stati aperte per l'ultima volta nel 98, per la ricezione delle ceneri di Nerva. Non ne sentiamo più parlare  fino all'anno 410, quando i Goti saccheggiarono le volte imperiali. Nessun danno, tuttavia, sembra essere stato fatto per l'edificio stesso in quel momento. Come i mausolei di Metella, sulla via Appia, e Adriano, sulla riva destra del Tevere, vennero successivamente trasformati in roccaforte, e occupati dai Colonna. La sua ultima distruzione, nel 1167, segna uno dei grandi avvenimenti della storia della Roma medievale.

La cronaca di Sikkardt aggiunge che i Romani erano accampati vicino a Monte Porzio; che la battaglia è durata solo due ore, e che i morti sono stati sepolti nella chiesa di S. Stefano, in occasione della seconda tappa della Via Latina, con la seguente iscrizione:
- MILLE DECEM DECIES ET SEX DECIES QVOQVE SENI -
che, se vera, dimostra che il numero di morti in battaglia era solo undici cento sessantasei, cioè 1.166.

Il collegamento del Mausoleo di Augusto con la battaglia medievale di Canne è facilmente spiegabile. Il mausoleo era stato scelto dal Colonna per la loro roccaforte nel Campo Marzio, ed è stato per il loro interesse a mantenere in buono stato. Come accade nei casi di schiacciamento sconfitte, quando il partito di soccombere deve trovare una scusa e un'opportunità per vendetta, i Colonna potenti sono stati accusati di alto tradimento, vale a dire, di aver guidato l'avanzata dei romani in un'imboscata. Di conseguenza, sono stati banditi dalla città, e il loro castello sul Campo Marzio è stata distrutta. Così per il Mausoleo di Augusto.

Il Mausoleo di Augusto è stato esplorato archeologicamente per la prima volta nel 1527, quando è stato trovato l'obelisco oggi in Piazza di S. Maria Maggiore sul lato sud, nei pressi della chiesa di S. Rocco. Il 14 luglio, 1519, Baldassarre Peruzzi scoperto e copiato alcuni frammenti delle iscrizioni originali in situ; ma la scoperta fatta nel 1777 getta tutto ciò che l'ha preceduta in ombra.

Nella primavera dello stesso anno, mentre la casa all'angolo tra il Corso e la Via degli Otto Cantoni (di fronte alla Via della Croce) era in costruzione, l'ustrinum, o recinto sacro per la cremazione dei membri della famiglia imperiale, è venuto in luce, rivestito con una profusione di monumenti storici. Strabone descrive il luogo come lastricato di marmo, chiusa con inferriate in ottone e ombreggiata da pioppi. Il pavimento di marmo è stato trovato ad una profondità di diciannove piedi sotto il marciapiede del Corso.

Il primo oggetto ad apparire è stato il bel vaso di cotognino alabastro, ora nei Musei Vaticani (Galleria delle Statue), tre piedi di altezza, uno e mezzo di diametro, con una copertura che termina in un fiore di loto, lo spessore del marmo essendo solo un pollice. Il vaso di una volta aveva contenuto le ceneri di uno dei personaggi imperiali nel mausoleo; entrambi i barbari di Alarico o saccheggiatori romani devono averlo lasciato nell'ustrinum, dopo il saccheggio dei suoi contenuti.

I piedistalli di marmo che rivestono i confini della piazza erano di due tipi: alcuni sono stati destinati per indicare il punto in cui era stato cremato ogni principe, altri il luogo dove erano state depositate le ceneri. Il primo fine con la formula
HIC CREMATVS (o Cremata) EST,
quest'ultimo con le parole
HIC SITVS (o SITA) EST.

Augusto non è stato il primo membro della famiglia ad occupare il mausoleo. E 'stato preceduto da Marcello il cui destino prematuro è così mirabilmente descritta da Virgilio (28 b c..) (Eneide, VI 872.); da Marco Agrippa, nel 14 b. c;. 183 da Ottavia, sorella di Augusto, nell'anno 13; da Druso l'anziano, nell'anno 9; e da Caio e Lucio, nipoti di Augusto. Dopo Augusto, le sepolture di Livia, Germanico, Druso, figlio di Tiberio, Agrippina maggiore, Tiberio, Antonia moglie di Druso, Claudio, Brittannicus, e Nerva sono registrati in successione.

Di questi grandi e, in molti casi, gli uomini e le donne ammirevoli, dieci cippi funerari sono stati trovati nella ustrinum, alcuni dai Colonna prima di essere sostituiti dagli Orsini in possesso del luogo, alcuni negli scavi del 1777.

Il destino di due di loro non può non impressionare lo studioso di storia delle rovine di Roma. Il piedistallo di Agrippina Maggiore, figlia di Agrippa, moglie di Germanico, e madre di Caligola, e quello di suo figlio maggiore Nero, erano stati estratti durante il Medioevo, trasformato in misure standard per i solidi, e come tale messi a disposizione del pubblico nel portico del municipio. Il piedistallo di Nerone venne distrutto durante la ristrutturazione del Palazzo dei Conservatori al momento della Michelangelo; quella di Agrippina è ancora lì.


Il Cippo di Agrippina Maggiore, trasformato in una misura per il grano.

Il destino di questa donna nobile è descritto da Tacito nel sesto libro delle Cronache; lei venne bandita da Tiberio per l'isola di Pandataria, ora chiamata Ventotiene, dove ha trascorso gli ultimi tre anni della sua vita in solitudine e dolore.

CIPPO DI AGRIPPINA MAGGIORE
Nel 33 a.c. decise volontariamente di morire di fame, o venne affamata per ordine del suo persecutore.

Alla notizia della sua morte l'imperatore elogiò la sua clemenza, perché, invece di strangolare la principessa ed esponendo il suo corpo sui gradini Gemoniani, aveva permesso di morire di una morte serena in quell'isola.

Nessun onore venne pagato alla sua memoria, ma non appena Caligola successe a Tiberio nel governo dell'impero, ha navigato a Pandataria, raccolse le ceneri di sua madre e parenti, e, infine, li mise nel mausoleo. 

Il cippo rappresentato nella figura sottostante è manifestamente il lavoro di Caligola, perché si fa menzione su di esso della sua ascesa al trono. Il buco scavato in essa nel Medioevo è in grado di contenere trecento chili di grano, come mostrato dalla leggenda "RVGIATELLA DE GRANO", inciso in caratteri gotici di sopra del stemma comunale. I tre scudi araldici seguito appartengono ai tre sindaci, o Conservatori, dalla cui autorità la misura standard è stata fatta. 

Un'altra iscrizione, incisa nel 1635, sul lato opposto, dice:
"La paga onore SPQR alla memoria della donna nobile e coraggiosa che ha messo volontariamente fine alla sua vita"
(e qui segue una battuta di dubbio gusto sul pane che lei si era negato, e sulle misure di grano per cui la tomba era stato utilizzata).

L'altro cippo trovato nella ustrinum menziona altri quattro figli di Germanico, tra i quali Caio Cesare, il bel bambino che era tanto amato da Augusto, e così profondamente rimpianto da lui. Una statua che rappresenta la gioventù con gli attributi di un Cupido è stata dedicata da Livia nel tempio della Venere Capitolina, e un altro è stato posto da Augusto nella sua camera da letto, in entrata e in uscita, che non ha mai mancato baciare l'immagine cara.

Il Mausoleo di Augusto e il suo prezioso contenuto, non sono sfuggiti alla spoliazione e dissacrazione che sembrano essere la regola, sia in passato che in tempi moderni. L'edificio è utilizzato ora come un circo. Il suo ipogeo è nascosto da case ignobili; l'urna di Agrippina è conservato nel cortile del Palazzo dei Conservatori; altri tre sono state distrutte, e sei appartengono ai Musei Vaticani.

(Roberto Lanciani)


Napoleone III incaricò Georg Perrot ed Edmond Guillaume di una spedizione scientifica in Anatolia. Guillaume eseguì l'apografo dell'intero testo latino delle Res Gestae e di parte di quello greco. Mommsen se ne servì per la sua edizione del 1883. I ritrovamenti effettuati ad Apollonia e Antiochia, sempre nella Galazia, giovarono ulteriormente alla ricostruzione del testo. Gli scavi antiocheni, intrapresi da Ramsay a partire dal 1914, portarono al ritrovamento dei nuovi frammenti latini, pubblicati nel 1927.

Negli anni trenta del secolo scorso furono approntate da due filologhe italiane ben due pregevoli edizioni: quella di Concetta Barini (1930), e soprattutto quella di Enrica Malcovati (1937), pubblicata proprio in occasione del bimillenario augusteo, che servì come antigrafo per il testo fatto incidere sull'Ara Pacis nel 1938. Questa seconda edizione, concomitante con i lavori per la ricostruzione dell'Ara Pacis, reca in apertura una prefazione dello stesso Benito Mussolini.

(GIACOMO DALLA PIETA')


AUGUSTO

IL TESTO

"Rerum gestarum divi Augusti, quibus orbem terrarum imperio populi Romani subiecit, et impensarum, quas in rem publicam populumque Romanum fecit, incisarum in duabus aheneis pilis, quae sunt Romae positae, exemplar subiectum."

Narrazione delle gesta del divino Augusto attraverso cui sottomise tutta la terra al potere del popolo romano, e del denaro che spese per la Repubblica e per il popolo romano, come sta inciso in due stele di bronzo poste a Roma.



Annos undeviginti natus exercitum privato consilio et privata impensa comparavi, per quem rem publicam a dominatione factionis oppressam in liberatatem vindicavi. Eo nomine senatus decretis honorificis in ordinem suum me adlegit C.Pansa et A.Hirtio consulibus, consularem locum simul dan sententiae ferendae, et imperium mihi dedit. 
Res publica, ne quid detrimenti caperet, a me pro praetore simul cum consulibus providendum iussit. Populus autem eodem anno me consulem, cum cos. uterque in bello cecidisset, et triumvirum rei publicae costituendae creavit.

A 19 anni, di mia iniziativa e con spesa privata, misi insieme un esercito, con il quale vendicai la Repubblica oppressa nella libertà dal dominio di una fazione. In suo nome, essendo consoli Gaio Vibio Pansa e Aulo Irzio, il Senato mi incluse nel suo ordine per decreto onorifico, dandomi sia il rango consolare chee l'imperium militare.
La Repubblica mi ordinò di provvedere, essendo io propretore, insieme ai consoli, che nessuno potesse portare danno. Nello stesso anno il Popolo romano mi elesse console e triumviro per riordinare la Repubblica, poiché entrambi i consoli erano stati uccisi in guerra.


II
Qui parentem meum interfecerunt eos in exilium expuli iudiciis legitimis ultus eorum facinus, et postea bellum inferentis rei publicae vici bis acie. 

Mandai in esilio quelli che trucidarono mio padre punendo il loro delitto con procedimenti legali; e muovendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia.


III
Bella terra et mari civilia externaque toto in orbe terrarum saepe gessi victorque omnibus veniam petentibus civibus peperci. Externas gentes, quibus tuto ignosci potuit, conservare quam excidere malui. Millia civium Romanorum sub sacramento meo fuerunt circiter quingenta. Ex quibus deduxi in colonias aut remisi in municipia sua stipendis emeritis millia aliquanto plura quam trecenta et iis omnibus agros adsignavi aut pecuniam pro praemis militiae dedi. Naves cepi sescentas praeter eas, si quae minores quam triremes fuerunt. 

Combattei spesso guerre civili ed esterne in tutto il mondo per terra e per mare; e da vincitore lasciai in vita tutti quei cittadini che implorarono grazia. Preferii conservare i popoli esterni, ai quali si poté perdonare senza pericolo, piuttosto che sterminarli. Quasi cinquecentomila cittadini romani in armi sotto le mie insegne; dei quali inviai più di trecentomila in colonie o rimandai nei loro municipi, compiuto il servizio militare; e a essi (tutti) assegnai terre o donai denaro in premio del servizio. Catturai 600 navi oltre a quelle minori per capacità alle triremi.


IV
Bis ovans triumphavi et tris egi curulis triumphos et appellatus sum viciens et semel imperator. decernente pluris triumphos mihi senatu, quater eis supersedi. Laurum de fascibus deposui in Capitolio votis, quae quoque bello nuncupaveram, solutis. Ob res a me aut per legatos meos auspicis meis terra marique prospere gestas quinquageniens et quinquiens decrevit senatus supplicandum esse dis immortalibus. Dies autem, per quos ex senatus consulto supplicatum est, fuere DCCCLXXXX. In triumphis meis ducti sunt ante currum meum reges aut regum liberi novem. Consul fueram terdeciens, cum scribebam haec, et eram septimum et tricensimum tribuniciae potestatis . 

2 volte ebbi un'ovazione trionfale e 3 volte celebrai trionfi curuli e fui acclamato 21 volte imperator, sebbene il senato deliberasse un maggior numero di trionfi, che tutti declinai. Deposi l'alloro dai fasci in Campidoglio, sciogliendo così i voti solenni che avevo pronunciato per ciascuna guerra. Per le imprese per terra e per mare compiute da me o dai miei legati, sotto i miei auspici, 55 volte il senato decretò solenni ringraziamenti agli déi immortali. I giorni poi durante i quali per decreto del senato furono innalzate pubbliche preghiere furono 890. Nei miei trionfi furono condotti davanti al mio carro 9 re o figli di re. Ero stato console 13  volte quando scrivevo queste memorie ed ero per la 37° volta rivestito della podestà tribunizia.


V
Dictaturam et apsent et praesenti mihi delatam et a populo et a senatu M. Marcello et L.Arruntio cos. non recepi. Non sum deprecatus in summa frumenti penuria curationem annonae . quam ita administravi, ut intra dies paucos metu et periclo praesenti civitatem universam liberarem impensa et cura mea. Consulatum quoque tum annum et perpetuum mihi delatum non recepi. 

Non accettai la dittatura che sotto il consolato di Marco Lello e Lucio Arrunzio mi era stata offerta dal popolo e dal senato, sia mentre ero assente sia mentre ero presente a Roma. Non mi sottrassi invece, in una grande carestia ad accettare la sovrintendenza dell'annona, che ressi in modo tale da liberare in pochi giorni dal timore e dal pericolo l'intera Urbe, a mie spese e con la mia cura. Rifiutai anche il consolato, offertomi sia annuo che a vita.


VI
Consulibus M. Vinicio et Q. Lucretio et postea P. Lentulo et Cn. Lentulo et tertium Paullo Fabio Maximo et Q. Tuberone senatu populoque Romano consentientibus ut curator legum et morum maxima potestate solus crearer nullum magistratum contra morem maiorem delatum recepi. Quae tum per me fieri senatus voluit, per tribuniciam potestatem perfeci, cuius potestatis conlegam et ipse ultro quinquiens mihi a senatudepoposci et accepi. 

Sotto il consolato di Vinicio e Lucrezio e poi di Publio Lentulo e Gneo Lentulo e ancora di Fabio Massimo e Tuberone nonostante l'unanime consenso del senato e del popolo romano affinché io fossi designato unico sovrintendente delle leggi e dei costumi con sommi poteri, non accettai alcuna magistratura conferitami contro il costume degli antenati. Ciò che il senato volle che fosse da me gestito, lo feci col potere tribunizio, di cui chiesi ed ottenni dal senato per più di 5 volte consecutive un collega.

(Augusto afferma di non aver accettato la curatela delle leggi e dei costumi, ma Cassio Dione e Svetonio dichiarano il contrario.)


VII
Triumvirum rei publicae constituendae fui per continuos annos decem. Princeps senatus fui usque ad eum diem, quo scripseram haec, per annos quadraginta. Pontifex maximus, augur, XVvirum sacris faciundis, VIIvirum epulonum, frater arvalis, sodalis Titius, fetialis fui. 

Fui triumviro per riordinare la Repubblica per dieci anni consecutivi. Fui Princeps senatus fino al giorno in cui scrissi queste memorie per 40 anni. E fui pontefice massimo, augure, quindecemviro alle sacre cerimonie, settemviro degli epuloni, fratello arvale, sodale Tizio, feziale. 



VIII
Patriciorum numerum auxi consul quintum iussu populi et senatus. Senatum ter legi. Et in consulatu sexto censum populi conlega M. Agrippa egi. Lustrum post annum alterum et quadragensimum feci. Quo lustro civium Romanorum censa sunt capita quadragiens centum millia et sexagiinta tria millia. ~ Tum iterum consulari com imperio lustrum solus feci C. Censorino et C. Asinio cos. Quo lustro censa sunt civium Romanorum capita quadragiens centum millia et ducenta triginta tria millia. Et tertium consulari cum imperio lustrum conlega Tib. Caesare filio meo feci, Sex. Pompeio et Sex. Appuleio cos. Quo lustro censa suntcivium Romanorum capitum quadragiens centum millia et nongenta triginta et septem millia. Legibus novis me auctore latis multa exempla maiorum exolescentia iam ex nostro saeculo reduxi et ipse multarum rerum exempla imitanda posteris tradidi. 

Durante il mio quinto consolato accrebbi il numero dei patrizi per ordine del popolo e del senato. Tre volte procedetti a un'epurazione del senato. E durante il sesto consolato feci il censimento della popolazione, avendo come collega Marco Agrippa. Celebrai la cerimonia lustrale dopo quarantadue anni. In questo censimento furono registrati quattromilionisessantatremila cittadini romani. Poi feci un secondo censimento con potere consolare, senza collega, sotto il consolato di Gaio Censorio e Gaio Asinio, e in questo censimento furono registrati quattromilioni e duecentotrentamila cittadini romani. E feci un terzo censimento con potere consolare, avendo come collega mio figlio Tiberio Cesare, sotto il consolato di Sesto Pompeio e Sesto Apuleio; in questo censimento furono registrati quattromilioni e novecentotrentasettemila cittadini romani. Con nuove leggi, proposte su mia iniziativa, rimisi in vigore molti modelli di comportamento degli avi, che ormai nel nostro tempo erano caduti in disuso, e io stesso consegnai ai posteri esempi di molti costumi da imitare. 



IX
Vota pro valetudine meo suscipi per consules et sacerdotes quinto quoque anno senatus decrevit. Ex iis votis saepe fecerunt vivo me ludos aliquotiens sacerdoum quattuor amplissima collegia, aliquotiens consules. Privatim etiam et municipatim universi cives unanimiter continenter apud omnia pulvinaria pro valetudine mea supplicaverunt. 

Il senato decretò che venissero fatti voti per la mia salute dai consoli e dai sacerdoti ogni quattro anni. Il seguito a questi voti spesso, durante la mia vita, talvolta i quattro più importanti colleghi sacerdotali, talvolta i consoli allestirono giochi. Anche i cittadini, tutti quanti, sia a titolo personale, sia municipio per municipio, unanimemente, senza interruzione, innalzarono pubbliche preghiere per la mia salute in tutti i templi.


X
Nomen meum senatus consulto inclusum est in saliare carmen et sacrosanctus in perpetum ut essem et, quoad ivierem, tribunicia potestas mihi esse, per legem sanctum est. Pontifex maximus ne fierem in vivi conlegae locum, populo id sacerdotium deferente mihi, quod pater meus habuerat, recusavi. Quod sacerdotium aliquod post annos, eo mortuo qui civilis motus occasione occupaverat, cuncta ex Italia ad comitia mea confluente multitudine, quanta Romae nunquam fertur ante id tempus fuisse, recepi P. Sulpicio C. Valgio consulibus. 

Il mio nome per senatoconsulto fu inserito nel carme Saliare e fu sancito per legge che fossi inviolabile per sempre e che avessi la potestà tribunizia a vita. Rifiutai di diventare pontefice massimo al posto di un mio collega ancora in vita, benché fosse il popolo ad offrirmi questo sacerdozio, che mio padre aveva rivestito. E questo sacerdozio accettai, qualche anno dopo, sotto il consolato di Publio Sulpicio e Gaio Valgio, morto colui che ne aveva preso possesso approfittando del disordine politico interno, e confluendo ai miei comizi da tutta l'Italia una moltitudine tanto grande quanta mai a Roma si dice vi fosse stata fino a quel momento.


XI
Aram Fortunae Reducis ante aedes Honoris et Virtutis ad portam Capenam pro reditu meo senatus consacravit, in qua pontifices et virgines Vestales anniversarium sacrificium facere decrevit eo die quo consulibus Q. Lucretio et M. Vinicio in urbem ex Syria redieram, et diem Augustalia ex cognomine nostro appellavit. 

Il senato deliberò al mio ritorno la costruzione dell'altare della Fortuna Reduce, davanti ai templi dell'Onore e della Virtù, presso la porta Capena, e ordinò che su di esso i pontefici e le vergini Vestali celebrassero un sacrificio ogni anno nel giorno in cui, sotto il consolato di Quinto Lucrezio e Marco Vinicio, ero tornato a Roma dalla Siria, e designò quel giorno Augustalia, dal mio soprannome.


XII
Senatus consulto ea occasione pars praetorum et tribunorum plebi cum consule Q. Lucretio et principibus viris obviam mihi missa est in Campaniam , quo honos ad hoc tempus nemini praeter me est decretus. Cum ex Hispania Galliaque, rebus in iis provincis prospere gestis, Romam redi Ti. Nerone P. Quintilio consulibus, aram Pacis Augustae senatus proreditu meo consacrandam censuit ad campam Martium, in qua magistratus et sacerdotes et virgines Vestales anniversarium sacrificium facere decrevit.

Per decisione del senato una parte dei pretori e dei tribuni della plebe con il console Quinto Irzio Lucrezio e con i cittadini più influenti mi fu mandata incontro in Campania, e questo onore non è stato decretato a nessuno tranne che a me. Quando, sotto consolato di Tiberio Nerone e Publio Quintilio, tornai a Roma dalla Spagna e dalla Gallia, dopo aver portato a termine con successo i programmi prestabiliti, il senato decretò che per il mio ritorno dovesse essere consacrato l'altare della Pace Augusta vicino al Campo Marzio, e ordinò che su di nesso i magistrati, i sacerdoti e le vergini Vestali facessero ogni anno un sacrificio.
 

XIII
Ianum Quinnum, quem claussum esse maiores nostri voluerunt cum per totum imperium populi Romam terra marique esset parta victoriis pax, cum priusquam nascerer, a condita urbe bis ommno clausum fuisse prodatur memoriae, ter me principe senatus claudendum esse censuit. 

Il tempio di Iano Quirino, che i nostri antenati vollero che venisse chiuso quando fosse stata partorita la pace con la vittoria per tutto l'impero Romano per terra e per il mare, prima che io nascessi, dalla fondazione della città fu chiuso in tutto due volte, sotto il mio principato per tre volte il senato decretò che dovesse essere chiuso. 



XIV
Filios meos, quos iuvenes mihi eripuit fortuna, Gaium et Lucium Caesares honoris mei caussa senatus populusque Romanus annum quintum et decimum agentis consules designavit, ut eum magistratum inirent post quinquennium, et ex eo die quo deducti sunt in forum ut interessent consiliis publicis decrevit senatus. Equites autem Romam universi principem iuventutis utrumque eorum parmis et hastis argenteis donatum appellaverunt.

I miei figli, che la sorte mi strappò in giovane età, Gaio e Lucio Cesari, in mio onore il senato e il popolo romano designarono consoli all'età di quattordici anni, perché rivestissero tale magistratura dopo cinque anni. E il senato decretò che partecipassero ai dibattiti di interesse pubblico dal giorno in cui furono accompagnati nel Foro. Inoltre i cavalieri romani, tutti quanti, vollero che entrambi avessero il titolo di principi della gioventù e che venissero loro donato scudi e aste d'argento. 



XV
Plebei Romanae viritim HS trecenos numeravi ex testamento patris mei et nomine meo HS quadringenos ex bellorum manibiis consul quintum dedi, iterum autem in consulatu decimo ex patrimonio meo HS quadringenos congiari viritim pernumeravi, et consul undecimum duodecim frumentationes frumento privatim coempto emensus sum, et tribunicia potestate duodecimum quadringenos nummos tertium viritim dedi. Quae mea congiaria pervenerunt ad hominum millia numquam minus quinquaginta et ducenta. Tribuniciae potestatis duodevlcensimum, consul Xil, trecentis et viginti millibus plebis urbanae sexagenos denarios viritim dedi. Et colonis militum meorum consul qintum ex manibiis viritim millia nummum singula dedi; acceperunt id triumphale congiarium in colonis hominum circiter centum et viginti millia. Consul tertium decimum sexagenos denarios plebei quae tum frumentum publicum accipiebat dedi; ea millia hominum paullo plura quam ducenta fuerunt. 

Alla plebe di Roma pagai in contanti a testa 300 sesterzi  in conformità alle disposizioni testamentarie di mio padre, e a mio nome diedi 400 sesterzi a ciascuno provenienti dalla vendita del bottino delle guerre, quando ero console per la quinta volta; nuovamente poi, durante il mio decimo consolato, con i miei beni pagai 400 sesterzi di congiario a testa, e console per l'undicesima volta calcolai e assegnai 12 distribuzioni di grano, avendo acquistato a mie spese il grano in grande quantità e, quando rivestivo la potestà tribunizia per la dodicesima volta, diedi per la terza volta 400 nummi a testa. Questi miei congiari non pervennero mai a meno di 250000 uomini. Quando rivestivo la potestà tribunizia per la diciottesima volta ed ero console per la dodicesima volta diedi 60 denari a testa a 320000 appartenenti alla plebe urbana. E ai coloni che erano stati miei soldati, quando ero console per la quinta volta, distribuii a testa 1000 nummi dalla vendita del bottino di guerra; nelle colonie ricevettero questo congiario del trionfo circa 120000 uomini. Console per la tredicesima volta diedi 60 denari alla plebe che allora riceveva frumento pubblico; furono poco più di 200000 uomini. 



XVI
Pecuniam pro agris quos in consulatu meo quarto et postea consulibus M. Crasso et Cn. Lentulo Augure adsignavi militibus solvi municipis; ea summa sestertium circiter sexsiens milliens fuit quam pro Italicis praedis numeravi, et circiter bis milliens et sescentiens quod pro agris provincialibus solvi. Id pimus et solus omnium qui deduxerunt colonias militum in Italia aut in provincis ad memoriam aetatis meae feci. Et postea, Ti. Nerone et Cn. Pisone consulibus itemque C. Antistio et D. Laelio cos. et C. Calvisio et L. Pasieno consulibus et L. Lentulo et M. Messalla consulibus et L. Camnio et Q. Fabricio cos., militibus quos emeriteis stipendis in sua municipia deduxi praemia numerato persolvi, quam in rem sestertium quater milliens circiter impendi.

Pagai ai municipi il risarcimento dei terreni che durante il mio quarto consolato e poi sotto il consolato di Marco Crasso e Gneo Lentulo Augure assegnai ai soldati. E la somma, che pagai in contanti per le proprietà italiche ammontò a circa 600 milioni di sesterzi e fu di circa 260 milioni ciò che pagai per i terreni provinciali. E a memoria del mio tempo compii quest'atto per primo e solo fra tutti coloro che fondarono colonie di soldati in Italia o nelle province. E poi sotto il consolato di Tiberio Nerone e Gneo Pisone e nuovamente sotto il consolato di Gaio Antistio e Decimo Lelio e Gneo Calvisio e Lucio Pasieno e di Lucio Lentulo e Marco Messalla e Lucio Caninio e Quinto Fabrizio ai soldati che, terminato il servizio militare, feci ritornare nei loro municipi, pagai premi in denaro contante, e per questa operazione spesi circa 400 milioni di sesterzi. 



XVII
Quater pecunia mea iuvi aerarium, ita ut sestertium milliens et quingentiens ad eos qui praerant aerario detulerim. Et M. Lepido et L. Arruntio cos. in aerarium militare , quod ex consilio meo constitutum est ex quo praemia darentur militibus qui vicena aut plura stipendia emeruissent, HS milliens et septingentiens ex patrimonio meo detuli. 

Quattro volte aiutai l'erario con denaro mio, sicché consegnai centocinquanta milioni di stesterzi a coloro che sovrintendevano l'erario. E sotto il consolato di Marco Lepido e Lucio Arrunzio trasferii l'erario militare, che fu costituito su mia proposta perché da esso si prelevassero i premi da dare ai soldati che avessero compiuto venti o più anni di servizio, centosettanta milioni di sesterzi prendendoli dal mio patrimonio.


XVIII
Ab eo anno quo Cn. et P. Lentull consules fuerunt, cum deficerent vectigalia, tum centum milibus hominum tum pluribus multo frumentarios et nummarios tributus ex horreo et patrimonio meo edidi. 

Dall'anno in cui furono consoli Gneo e Publio Lentulo, scarseggiando le risorse dello Stato, feci donazioni in frumento e in denaro ora a centomila persone ora a molte più, attingendo dal mio granaio e dal mio patrimonio. 



XIX
Curiam et continens el Chalcidicum templumque Apollinis in Palatio cum porticibus, aedem divi Iuli, Lupercal, porticum ad circum Flaminium, quam sum appellari passus ex nomine eius qui priorem eodem in solo fecerat, Octaviam, pulvinar ad circum maximum , aedes in Capitolio Iovis Feretri Iovis Tonantis, aedem Quirini , aedes Minervae et Iunonis Reginae et Iovis Libertatis in Aventino, aedem Larum in summa sacra via, aedem deum Penatium in Velia, aedem Iuventatis, aedem Matris Magnae in Palatio feci.

Ho fatto la Curia e ciò che contiene il Calcidico e il Tempio di Apollo sul Palatino con i portici, il tempio del divino Giulio, il Lupercale, il portico nei pressi del circo Flaminio che tollerai che venisse chiamato Ottavio con il nome di quello che aveva fatto il precedente in quello stesso luogo, il Pulvinare al Circo Massimo, i templi sul Campidoglio di Giove Feretro e Giove Tonante, il tempio di Quirino, i templi di Minerva e di Giunone Regina e di Giove Liberatore sull'Aventino, il tempio dei Lari sulla sommità della Via Sacra, il tempio dei Penati sulla Velia, il tempio dei giovani e il tempio alla Grande Madre.


XX
Capitolium et Pompeium theatrum utrumque opus impensa grandi reteci sine ulla inscriptione nominis mei. Rivos aquarum compluribus locis vetustate labentes refeci, et aquam quae Marcia appellatur duplicavi fonte novo in rivum eius inmisso. Forum Iulium et basilicam quae fuit inter aedem Castoris et aedem Saturni, coepta profligataque opera a patre meo, perfeci et eandem basilicam consumptam incendio, ampliato eius solo, sub titulo nominis filiorum meorum incohavi, et, si vivus non perfecissem, perfici ab heredibus meis iussi. Duo et octoginta templa deum in urbe consul sextum ex auctoritate senatus refeci nullo praetermisso quod eo tempore refici debebat. Consul septimum viam Flaminiam ab urbe Ariminum refeci pontesque omnes praeter Mulvium et Minucium. 

Restaurai il Campidoglio e il Teatro di Pompeo, ambedue con grande spesa, senza alcuna iscrizione del mio nome. Restaurai gli acquedotti cadenti per vetustità in parecchi punti, e raddoppiai il volume dell'acqua detta Marcia con l'immissione nel suo condotto di una nuova sorgente. Terminai il Foro Giulio e la basilica fra il Tempio di Castore e il Tempio di Saturno, opere iniziate e quasi ultimate da mio padre, e dopo averne ampliato il suolo, iniziai a ricostruire la medesima basilica, che era stata consunta da un incendio intitolandola ai miei figli, e stabilii che, se non l'avessi terminata io da vivo, fosse terminata dai miei eredi. Console per la sesta volta, restaurai nell'Urbe, per volontà del senato, ottantadue templi degli déi, e non ne tralasciai nessuno che in quel tempo dovesse essere restaurato. Console per la settima volta, rifeci la Via Flaminia dall'Urbe a Rimini e tutti i ponti, tranne il Milvio e il Minucio.



XXI
In privato solo Martis Ultoris templum forumque Augustum ex manibiis feci. Theatrum ad aedem Apollinis in solo magna ex parte a privatis empto feci, quod sub nomine M. Marcelli generi mei esset. Dona ex manibiis in Capitolio et in aede divi Iuli et in aede Apollinis et in aede Vestae et in templo Martis Ultoris consacravi, quae mihi constiterunt HS circiter milliens. Auri coronari pondo triginta et quinque millia municipiis et colonis Italiae conferentibus ad triumphos meos qintum consul remisi, et postea, quotienscumque imperator appellatus sum, aurum coronarium non accepi decernentibus municipiis et colonis aeque benigne adque antea decreverant. 

Su suolo privato costruii il Tempio di Marte Ultore e il Foro di Augusto col bottino di guerra. Presso il Tempio di Apollo su suolo comprato in gran parte da privati costruii un teatro, che volli fosse intitolato a mio genero, Marco Marcello. Consacrai doni ricavati dal bottino di guerra nel Campidoglio, e nel Tempio del Divo Giulio, e nel Tempio di Apollo, e nel tempio di Vesta, e nel tempio di Marte Ultore: essi mi costarono circa cento milioni di sesterzi. Console per quinta volta, restituii trentacinquemila libbre di oro coronario ai municipi e alle colonie d'Italia che lo donavano per i miei trionfi, e in seguito, tutte le volte che fui proclamato imperator, non accettai l'oro coronario, anche se i municipi e le colonie lo decretavano con la medesima benevolenza con cui lo avevano decretato in precedenza.


XXII 
Ter munus gladiatorium dedi meo nomine et quinquiens filiorum meorum aut nepotum nomine, quibus muneribus depugnaverunt hominum circiter decem millia. Bis athletarum undique accitorum spectaculum propulo praebui meo nomine et tertium nepotis mei nomine. Ludos feci meo nomine quater, aliorum autem magistratuum vicem ter et viciens. Pro conlegio XV virorum magister conlegii collega M. Agrippa ludos saeclares C. Furnio C. Silano cos. feci. Consul XIII ludos Martiales pimus feci quos post id tempus deinceps insequentibus annis s.c. et lege fecerunt consules. Venationes bestiarum Africanarum meo nomine aut filiorum meorum et nepotum in circo aut in foro aut in amphitheatris populo dedi sexiens et viciens, quibus confecta sunt bestiarum circiter tria millia et quingentae. 

Tre volte allestii uno spettacolo gladiatorio a nome mio e cinque volte a nome dei miei figli o nipoti; e in questi spettacoli combatterono circa 10000 uomini. Due volte a mio nome offrii al popolo spettacolo di atleti fatti venire da ogni parte, e una terza volta a nome di mio nipote. Allestii giochi a mio nome 4 volte, invece al posto di altri magistrati 23 volte. In nome del collegio dei quindecemviri, come presidente del collegio, avendo per collega Marco Agrippa, durante il consolato di Gaio Furnio e Gaio Silano, celebrai i Ludi Secolari. Durante il mio tredicesimo consolato celebrai per primo i Ludi di Marte che in seguito e di seguito negli anni successivi, per decreto dl senato e per leggi, furono celebrati dai consoli. Allestii per il popolo 26 volte, a nome mio o dei miei figli e nipoti, cacce di belve africane, nel circo o nel foro o nell'anfiteatro, nelle quali furono ammazzate circa 3500 belve. 



XXIII
Navalis proeli spectaclum populo dedi trans Tiberim in quo loco nunc nemus est Caesarum, cavato solo in longitudinem mille et octingentos pedes, in latitudinem mille et ducenti, in quo triginta rostratae naves triremes aut biremes, plures autem minores inter se confilxerunt; quibus in classibus pugnaverunt praeter remiges millia hominum tria circiter. 

Allestii per il popolo uno spettacolo di combattimento navale al di là del Tevere, nel luogo in cui ora c'è il bosco dei Cesari, scavato il terreno per un lunghezza di milleottocento piedi e per una larghezza di milleduecento; in esso vennero a conflitto trenta navi rostrate triremi o biremi, e, più numerose, di stazza minore; in questa flotta combatterono, a parte i rematori, circa tremila uomini. 



XXIV
In templis omnium civitatium provinciae Asiae victor ornamenta reposui quae spoliatis templis is cum quo bellum gesseram privatim possederat . Statuae meae pedestres et equestres et in quadrigeis argenteae steterunt in urbe XXC circiter, quas ipse sustuli, exque ea pecunia dona aurea in aede Apollinis meo nomine et illorum qui mihi statuarum honorem habuerunt posui. 

Nei templi di tutte le città della provincia d'Asia ricollocai, vincitore, gli ornamenti che, spogliati i templi, aveva posseduto a titolo privato colui al quale avevo fatto guerra. Mie statue a piedi e a cavallo e su quadrighe, in argento, furono innalzate nell'Urbe in numero di 80 circa, ma io spontaneamente le rimossi e dal denaro ottenuto ricavai doni d'oro che collocai nel tempio di Tempio di Apollo Palatino a nome mio e di quelli che mi tributarono l'onore delle statue. 



XXV
Mare pacavi a praedonibus. Eo bello servorum qui fugerant a dominis suis et arma contra rem publicam ceperant triginta fere millia capta dominis ad supplicium sumendum tradidi. Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua, et me belli quo vici ad Actium ducem depoposcit; iuraverunt in eadem verba provinciae Galliae, Hispaniae, Africa, Sicilia, Sardinia. Qui sub signis meis tum militaverint fuerunt senatores plures quam DCC, in iis qui vel antea vel postea consules facti sunt ad eum diem quo scripta sunt haec LXXXIII, sacerdotes circiter CLXX. 

Stabilìi la pace sul mare liberandolo dai pirati. In quella guerra catturai circa 30000 schiavi che erano fuggiti dai loro padroni e avevano impugnato le armi contro lo Stato, e li consegnai ai padroni perché infliggessero una pena. Tutta l'Italia mi giurò spontaneamente fedeltà e mi volle comandante della guerra che vinsi ad Azio; e mi giurarono fedeltà le province di Gallia, Spagna, Africa, Sicilia e Sardegna. I senatori che militarono allora sotto le mie insegne furono più di 700, tra essi, o prima o dopo, fino al giorno in cui furono scritte queste memorie, 83 furono eletti consoli, e circa 170 sacerdoti.


XXVI
Omnium provinciarum populi Romam quibus finitimae fuerunt gentes quae non parerent imperio nostro fines auxi. Gallias et Hispanias provincias, item Germaniam, qua includit Oceanus a Gadibus ad ostium Albis fluminis pacavi. Alpes a regione ea quae proxima est Hadriano mari ad Tuscum pacificavi nulli genti bello per iniuriam inlato. Classis mea per Oceanum ab ostio Rheni ad solis orientis regionem usque ad fines Cimbrorum navigavit, quo neque terra neque mari quisquam Romanus ante id tempus adit. Cimbrique et Charydes et Semnones et eiusdem tractus alii Germanorum populi per legatos amicitiam meam et populi Romam petierunt. Meo iussu et auspicio ducti sunt duo exercitus eodem fere tempore in Aethiopiam et in Arabiam quae appellatur Eudaemon, magnaeque hostium gentis utriusque copiae caesae sunt in acie et complura oppida capta. In Aethiopiam usque ad oppidum Nabata perventum est, cui proxima est Meroe; in Arabiam usque in fines Sabaeorum processit exercitus ad oppidum Mariba. 

Allargai i confini di tutte le province del popolo romano, con le quali erano confinanti popolazioni che non erano sottoposte al nostro potere. Pacificai le provincie delle Gallie e delle Spagne, come anche la Germania nel tratto che confina con l'Oceano, da Cadice alla foce del fiume Elba. Feci sì che fossero pacificate le Alpi, dalla regione che è prossima al mare Adriatico fino al Tirreno, senza aver portato guerra ingiustamente a nessuna popolazione. La mia flotta navigò l'Oceano dalla foce del Reno verso le regioni orientali fino al territorio dei Cimbri, dove né per terra né per mare giunse alcun romano prima di allora, e i Cimbri e i Caridi e i Sennoni e altri popoli germani della medesima regione chiesero per mezzo di ambasciatori l'amicizia mia e del popolo romano. Per mio comando e sotto i miei auspici due eserciti furono condotti, all'incirca nel medesimo tempo, in Etiopia e nell'Arabia detta Felice, e grandissime schiere nemiche di entrambe le popolazioni furono uccise in battaglia e conquistate parecchie città. In Etiopia arrivò fino alla città di Nabata, di cui è vicinissima Meroe. In Arabia l'esercito avanzò fin nel territorio dei Sabei, raggiungendo la città di Mariba. 



XXVII
Aegyptum imperio populi Romani adieci. Armeniam maiorem interfecto rege eius Artaxe cum possem facere provinciam malui maiorum nostrorum exemplo regnum id Tigrani regis Artavasdis filio, nepoti autem Tigranis regis, per Ti. Neronem tradere, qui tum mihi privignus erat. Et eandem gentem postea desciscentem et rebellantem domitam per Gaium filium meum regi Ariobarzani regis Medorum Artabazi filio regendam tradidi, et post eius mortem filio eius Artavasdi; quo interfecto Tigranem qui erat ex regio genere Armeniorum oriundus in id regnum misi. Provincias omnis quae trans Hadrianum mare vergunt ad orientem Cyrenasque, iam ex parte magna regibus ea possidentibus, et antea Siciliam et Sardiniam occupatas bello servili reciperavi. 

Aggiunsi l'Egitto all'impero del popolo romano. Pur potendo fare dell'Armenia maggiore una provincia dopo l'uccisione del suo re Artasse, preferii, sull'esempio dei nostri antenati, affidare quel regno a Tigrane, figlio del re Artavaside e nipote di re Tigrane, per mezzo di Tiberio Nerone, che allora era mio figliastro. E la medesima popolazione che in seguito cercava di staccarsi e si ribellava, domata per mezzo di mio figlio Gaio, affidai da governare al re Ariobarzane, figlio di Artabazo re dei Medi, e dopo la sua morte a suo figlio Artavaside. E dopo che questi fu ucciso, mandai su quel trono Tigrane, discendente della famiglia reale armena. Riconquistai tutte le province che al di là del mare Adriatico sono volte a Oriente, e Cirene, ormai in gran parte possedute da re, precedentemente, la Sicilia e la Sardegna, occupate nel corso della guerra servile. 



XXVIII
Colonias in Africa, Sicilia, Macedonia , utraque Hispania, Achaia , Asia, Syria , Gallia Narbonensi , Pisidia militum deduxi Italia autem XXVIII colonias quae vivo me celeberrimae et frequentissimae fuerunt mea auctoritate deductas habet. 

Fondai colonie di soldati in Africa, in Sicilia, in Macedonia, in entrambe le Spagne, in Acaia, in Asia, in Siria, nella Gallia Narbonense, in Pisidia. L'Italia poi possiede, fondate per mia volontà, ventotto colonie, che durante la mia vita furono assai prosperose e popolose. 


XXIXSigna militaria complura per alios duces amissa devictis hostibus recepi ex Hispania et Gallia et a Dalmateis . Parthos trium exercitum Romanorum spolia et signa reddere mihi supplicesque amicitiam populi Romani petere coegi. Ea autem signa in penetrali quod est in templo Martis Ultoris reposui. 

Recuperai dalla Spagna e dalla Gallia e dai Dalmati, dopo aver vinto i nemici, parecchie insegne militari perdute da altri comandanti. Costrinsi i Parti a restituirmi spoglie e insegne di tre eserciti romani e a chiedere supplici l'amicizia del popolo romano. Quelle insegne, poi, riposi nel penetrale che è nel tempio di Marte Ultore.


XXX
Pannoniorum gentes, quas ante me principem populi Romani exercitus nunquam adit, devictas per Ti. Neronem, qui tum erat privignus et legatus meus, imperio populi Romani subieci, protulique fines Illyrici ad ripam fluminis Danui. Citra quod Dacorum transgressus exercitus meis auspicis victus profilgatusque est, et postea trans Danuvium ductus exercitus meus Dacorum gentes imperia populi Romani perferre coegit.

Le popolazioni dei Pannoni, alle quali prima del mio principato l'esercito del popolo romano mai si accostò, sconfitte per mezzo di Tiberio Nerone, che allora era mio figliastro e luogotenente, sottomisi all'impero del popolo romano, estesi i confini dell'Illirico fino alla riva del Danubio. E un esercito di Daci, passati al di qua di esso, sotto i miei auspici fu vinto e sbaragliato, e in seguito il mio esercito, condotto al di là del Danubio, costrinse la popolazione dei Daci a sottostare ai comandi del popolo romano. 

 

XXXI
Ad me ex India regum legationes saepe missae sunt non visae ante id tempus apud quemquam Romanorum ducem. Nostram amicitiam appebverunt per legatos Bastarnae Scythaeque et Sarmatarum qui sunt citra flumen Tanaim et ultra reges, Albanorumque rex et Hiberorum et Medorum. 

Furono inviate spesso a me ambascerie di re dall'India, non viste prima di allora da alcun comandante romano. Chiesero la nostra amicizia per mezzo di ambasciatori i Bastrani, gli Sciti e i re dei Sarmati che abitano al di qua e al di là del fiume Tànai, e i re degli Albani, degli Iberi e dei Medi . 



XXXII
Ad me supplices confugerunt reges Parthorum Tiridates et postea Phrates regis Phratis filius, Medorum Artavasdes, Adiabenorum Artaxares, Britannorum Dumnobellaunus et Tincommius, Sugambrorum Maelo, Marcomanorum Sueborum Segimerus. Ad me rex Parthorum Phrates Orodis filius filios suos nepotesque omnes misit in Italiam non bello superatus, sed amicitiam nostram per liberorum suorum pignora petens. Plurimaeque aliae gentes expertae sunt p. R. fidem me principe quibus antea cum populo Romano nullum extiterat legationum et amicitiae commercium. 

Presso di me si rifugiarono supplici i re dei Parti Tiridate e poi Fraate, figlio del re Fraate, e Artavaside re dei Medi, Artassare degli Adiabeni, Dumnobellauno e Tincommio dei Britanni, Melone dei Sigambri, Segimero dei Marcomanni Svevi. Presso di me in Italia il re dei Parti Fraate, figlio di Orode, mandò tutti i suoi figli e nipoti, non perché fosse stato vinto in guerra, ma perché ricercava la nostra amicizia con il pegno dei suoi figli. E moltissime altre popolazioni sperimentarono, durante il mio principato, la lealtà del popolo romano, esse che in precedenza non avevano avuto nessun rapporto di ambascerie e di amicizia con il popolo romano. 



XXXIII
A me gentes Parthorum et Medorum per legatos principes earum gentium reges petitos acceperunt: Parthi Vononem, regis Phratis filium, regis Orodis nepotem, Medi Ariobarzanem, regis Artavazdis filium, regis Ariobarzanis nepotem. 

Da me le popolazioni dei Parti e dei Medi, che me ne avevano fatto richiesta per mezzo di ambasciatori che erano le pesone più ragguardevoli di quelle popolazioni, ricevettero i loro re: i Parti
Vonone, figlio del re Fraate e nipote del re Orode; i Medi Ariobarzane, figlio del re Artavasde e nipote del re Ariobarzane.


XXXIV
In consulatu sexto et septimo, postquam bella civilia exstinxeram, per consensum universorum potitus rerum omnium, rem publicam ex mea potestate in senatus populique Romani arbitrium transtuli. Quo pro merito meo senatus consulto Augustus appellatus sum et laureis postes aedium mearum vestiti publice coronaque civica super ianuam meam fixa est et clupeus aureus in curia Iulia positus, quem mihi senatum populumque Romanum dare virtutis clementiaeque et iustitiae et pietatis caussa testatum est per eius clupei inscriptionem. Post id tempus auctoritate omnibus praestiti, potestatis autem nihilo amplius habui quam ceteri qui mihi quoque in magistratu conlegae fuerunt. 

Nel mio sesto e settimo consolato, dopo aver sedato l'insorgere delle guerre civili, assunsi per consenso universale il potere supremo, trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della repubblica. Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto per delibera del senato e la porta della mia casa per ordine dello Stato fu ornata con rami d'alloro, e una corona civica fu affissa alla mia porta, e nella Curia Giulia fu posto uno scudo d'oro, la cui iscrizione attestava che il senato e il popolo romano me lo davano a motivo del mio valore e della mia clemenza, della mia giustizia e della mia pietà. Dopo di che, sovrastai tutti per autorità, ma non ebbi potere più ampio di quelli che mi furono colleghi in ogni magistratura.


XXXV
Tertium decimum consulatum cum gerebam, senatus et equester ordo populusque Romanus universus appellavit me patrem patriae , idque in vestibulo aedium mearum inscribendum et in curia Iulia et in foro Aug. sub quadrigis quae mihi ex s.c. positae sunt censuit. Cum scripsi haec annum agebam septuagensumum sextum. 

Quando rivestivo il tredicesimo consolato, il senato, l'ordine equestre e tutto il popolo Romano, mi chiamò padre della patria, decretò che questo titolo dovesse venire iscritto sul vestibolo della mia casa, e sulla Curia Iulia e nel Foro di Augusto sotto la quadriga che fu eretta a decisione del senato, in mio onore. Quando scrissi questo, avevo 76 anni.


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