POMPEI ( Campania )



LA POMPEI PIU' ARCAICA

"Riferisce Strabone che Pompei, negli antichi tempi, fu degli Osci, e che poi cadde sotto la dominazione dei Tirreni e Pelasgi, ed, in seguito, de Sanniti. E lo conferma Plinio col dire: I Tirreni, detti altrimenti pelasgi dalla continua trasmigrazione loro in Colonie, è fuori dubbio essere stati i medesimi che i Tusci od Etrusci, che qui vennero, divisi in dodici Colonie. 

Noto è il lungo soggiorno, che costoro ebbero in Italia; si che da loro prese nome la Toscana e il mar Tirreno.Ed essendosi essi innoltrati nella nostra Campania, Pompei fu una delle Città da loro occupate. Entrando il quarto secolo di Roma, e proprio verseli 335 incirca, una forte invasione sannitica tolse a'Tirreni le loro conquiste: e, per lungo tratto di tempo, durò in questi luoghi quel nuovo dominio. 

Ma, sotto i progressi delle romane armi nella nostra Campania, fu Pompei liberata dal giogo de' Sanniti i quali, come nota Strabone, vennero espulsi da tal luogo. Dovette perciò riconoscere, col sacrificio della propria libertà, il bene ricevuto dal vittorioso liberatore. "



I ROMANI A POMPEI

"Abbracciato indi il partito della Legge italica contro il forte Esercito della romana Repubblica, vi restò soccombente, e venne espugnata per assalti. D'allora Pompei cominciò a decadere dalla primiera condizione; poiché Siila, nipote del Dittatore, vi dedusse una Colonia di soldati emeriti, i quali da lui, e da Venere, principale divinità di Pompei, tolsero l'appellazione di Colonia Venena Cornelia.

Questi Coloni, ancorché entrando in Città avessero lasciato gli antichi Cittadini nel possesso del loro suolo; pure non potettero evitare di venire a delle quistioni coi Pompeiani intorno all'ambulazione ed a' suoi suffragi: lo che li tenne per lungo tempo divisi. 

Sebbene divenuti uno stesso Popolo, Coloni e Pompeiani, e che omai comune alle due genti fosse rimasta la lingua del dominante, cioè la latina; non però cessando ancora le discordie e le fazioni sulla Votazione de' nuovi Candidati alla Magistratura; dette ciò motivo ad Augusto d'inviarvi, nel 747, un altro numero di Coloni, per imporre maggior freno a que' primi abitanti.

Ed, a quella deduzione, allettati dall'ameno soggiorno, molti distinti soggetti si recarono spontanei a stabilirsi pur essi nella Città osca. 

Ma i nuovi Coloni amarono tenersi raccolti fuori della Città, in una specie di Borgo, ch'essi vollero chiamare Pagus Augustus Felix Suburhanus. Stendeasi Pompei su di un Colle di massa trachitica, il quale, poggiando sulla estrema radice del Monte Ve- suvio, declinava poi nella direzione del mezzogiorno. 

Ne bagnava un fianco il fiume Sarno, come nota Plinio al citato luogo; l'acqua del quale, partendo da superiore livello, per occulti canali si diffondeva nelle strade tutte, provvedendo le abitazioni e le pubbliche fontane. Il Pago Augusto Felice Suburbano corrispondeva sul lato opposto, cioè verso il fianco che a settentrione è rivolto. Non era però la città tanto dappresso al mare, da doversi ritenerla come luogo marittimo. 

Trovavasi, è vero, pria del fatale eccidio, incurvata la spiaggia in un gran seno: ma questo s' internava fra Stabia e la corrente del Sarno; e qui il mare vi si raccoglieva in profondo bacino. Così Plinio il giovane potea scrivere che, stando a Stabia suo zio, trovavasi esso staccato da Pompei pel mezzo di un gran Seno, che si affondava in un incurvamento del lido. "(G. Garrucci 1812)



LA PICCOLA ROMA

Non si può avere una chiara idea dell'antica Roma senza aver visto Pompei, non perchè Roma somigliasse a Pompei, ma perchè Pompei somigliava a Roma. L'Urbe dettava l'architettura, l'arte, l'arredamento, le vesti, le suppellettili e i costumi.

Tutte cose poco visibili nella capitale ma più visibili nell'area degli scavi archeologici di Pompei, dove è stata portata alla luce l'antica città romana distrutta tragicamente a seguito di una delle eruzioni del vicino Vesuvio, avvenuta nell'anno 79 d.c.

Prima della scoperta di Pompei e di Ercolano non si conosceva la casa romana che per la descrizione di Vitruvio e di altri antichi autori, i quali trasmisero ai posteri le regole tratte dai più belli edifìzi, descrivendone la distribuzione; ed i commenti, fatti da moderni autori, non erano che congetture prive di fondamento, per la perdita dei disegni che le opere accompagnavano.

Le case scoperte, in particolare quelle di Pompei, furono di grande vantaggio all'Archeologia ed alle Arti, e servirono ad illustrare l'opera di Vitruvio per alcuni passi fino a quel momento oscuri.
Negli ultimi decenni del II sec. a.c. andò di moda tra l'aristocrazia romana costruirsi lussuose ville in Campania.

Lungo tutta la costa, dai Campi Flegrei a Punta della Campanella, i più importanti personaggi storici, politici e aristocratici romani invasero le coste e l'entroterra campani per costruire le loro ville: da Scipione l'Africano che possedeva una villa a Liternum, alla figlia Cornelia, che nella villa di Miseno allevò i suoi figli, i celebri Gracchi, a Mario, Silla, Pompeo, Cesare, Bruto, e Cicerone che vi trovò la sua fine.

Sorsero ville suburbane e rustiche, sulle colline e poi sul mare, e infine dentro al mare, poichè avevano scoperto una malta idraulica che permetteva di costruire nell'acqua. Erano gli otii romani, i luoghi di vacanza.

Queste ville avevano giardini, statue, erme e fontane con giochi d'acqua, piscine, terme, e decorazioni pittoriche e pavimenti con splendidi mosaici. I resti archeologici non rendono appieno la ricchezza architettonica e ornamentale di queste ville.

La ricostruzione che Paul Getty ha fatto realizzare a Malibu in California della Villa dei Papiri, e la Villa di Oplontis a Torre Annunziata, danno l'idea della grandezza e ricchezza di queste ville uniche al mondo.

IL FORO

Il segreto delle costruzioni romane

La Malta Idraulica, pozzolana e cocciopesto, questo il segreto: l'argilla cotta o cocciopesto è un'argilla composta da silicato di alluminio cotto e frantumato. Fu usata dai Romani per rendere idraulico il grassello di calce onde realizzare interventi in presenza di acqua: acquedotti, fogne, porti, spiagge e come impermeabilizzante di coperture.

La pozzolana, cosiddetta perchè veniva estratta dalle cave di Pozzuoli, erano i lapilli, di origine vulcanica, frantumati e polverizzati. La pozzolana ed il cocciopesto, combinandosi con calce e acqua, davano malte che resistevano all'acqua e sott'acqua. Con le polveri di cocciopesto si eseguivano poi delle rasature e le finiture a vari spessori per gli interni, su cui poi applicare la decorazione.


Ville padronali e rustiche

Accanto alle ville di villeggiatura esisteva la villa rustica, per la produzione agricola. La fertilità e il clima del territorio campano permettevano diversi raccolti l'anno, così a Pompei, a Ercolano, a Pozzuoli, Boscoreale, Boscotrecase, Scafati, Angri e Terzigno, sono venute ala luce moltissime ville rurali, molte delle quali nuovamente sepolte dopo essere state private degli oggetti e delle pitture.

Molto è ancora da scavare e molto da restaurare, per questo si va con calma negli scavi. Il patrimonio romano antico è talmente vasto che non ci si fa, non solo a scavare, ma sopratutto a conservare, perchè i reperti sparsi in ogni dove diventano luogo di depredazione e vandalismo.

La maggior parte delle ville erano di medie proporzioni, con un quartiere residenziale e uno rustico con stalle, macchinari e attrezzi, e abitazioni per i servi. Queste ville a volte erano abitate dai proprietari, oppure affidate a un colono. La manodopera era di schiavi e liberti.


I PRODOTTI

Si sa che i luoghi vulcanici sono ottimo suolo per vigneti e oliveti, per la terra ricca di minerali e la caratteristica del suolo collinare. Il prodotto principale e più redditizio della zona campana era il vino, con grandi vigneti sulle pendici del Vesuvio, sulle colline vicine ed entro la città. I migliori vitigni delle pendici del Vesuvio erano: l'Aminea, la Pompeiana, la Holconia e la Vennuncula.

Ottima anche la produzione di olio, frutta, cereali, ortaggi e allevamento del bestiame. A volte la proprietà rurale comprendeva una zona residenziale di lusso, dove i proprietari potevano vivere lontani dal chiasso cittadino e nello stesso tempo trarre guadagno, ma anche una villa sul mare poteva possedere terreni, insomma c'era mare o campagna, secondo le preferenze.

Pompei dunque fu il luogo non solo dei nativi sanniti, dei Greci e degli Etruschi, ma di molti romani che qui fondarono le loro ville suburbane, insomma la casa di villeggiatura, copia delle domus più ricche romane. Altri romani vi cercarono fortuna, attraverso una carriera politica o militare, o religiosa.



LA CASA ROMANA

La casa romana classica è composta da una serie di stanze raccolte attorno a un grande ambiente: l'atrio. L'atrio è la hall, l'ingresso, la stanza di entrata, che poteva essere interamente o parzialmente scoperto, era spesso il centro dell'abitazione. In mezzo all'atrio si trovava una vasca chiamata impluvio, che raccoglieva l'acqua piovana dal tetto.

L'atrio poteva essere: tuscanico se il tetto che lo copriva era senza colonne, tetrastilo se il tetto era sorretto da quattro colonne poste agli angoli dell'impluvio, corinzio se attorno all'impluvio c'era un vero vasto colonnato. L'ampio ingresso faceva sì che l'interno fosse visibile dalla strada, come status simbol dell'agiatezza dei proprietari.

Le Stanze generalmente erano coperte da un soffitto on legno, o da volte di fabbrica o di scorie vesuviane sopra canne spaccate che ne formavano l'ossatura; spesso adoperavano le volte d'incannucciate a poco sesto; queste volte erano intonacate di stucco e dipinte. 

Le pareti erano decorate da pitture di paesaggi, scene mitologiche o familiari e bizzarri ornamenti, con ninfe, satiri o chimerici animali; però rare volte queste pitture alludono all'uso cui la sala era destinata.

Le case di Pompei son composte di due parti principali, l'una formante il quartiere pel pubblico, destinato al disbrigo degli affari, e comprendeva il protiro, atrio colle attigue celle, il tablino, le ali e le fauci; l'altra serviva per le persone della famiglia, ed era composta del peristilio cogli adiacenti cubicoli, del triclìnio, degli oeci, dell'exedra e dello xisto.

Tale distribuzione si osserva in tre piccole case formanti un' insula visualizzata su una pianta in marmo di Roma fatta ai tempi di Settimio Severo, ed ora conservata nel Museo Capitolino.



ARCHITETTURA

Gli stili architettonici degli edifici erano i classici, con capitelli:
  • dorico, a forma anulare senza decorazioni;
  • ionico, con volute a spirale agli angoli;
  • corinzio, con grandi foglie di acanto;
  • composito, un misto di corinzio e ionico che era già attinente alla tradizione sannitica.
I Sanniti nel primo periodo (IV-III sec. a.c.) e secondo periodo (200-80 a.c.) passarono dall’opera quadrata e incerta alle costruzioni con blocchi di tufo. I Romani nel primo periodo (80 a.c.- 15 d.c.) usarono pietre irregolari e blocchetti quadrati a opus reticolatum, a rombi. Nel secondo periodo (15 d.c.- 79 d.c.) scoprirono e usarono il mattone cotto.



LA PITTURA

Nella pittura e nelle decorazioni parietali si riconoscono quattro stili.
  • I stile, detto a incrostazione o strutturale, (150-80 a.c.) con riquadri e bugne che imitano i marmi colorati, come nella Casa di Sallustio, e nella casa del Fauno.
  • II stile detto architettonico (80 a.c.-15 d.c.), a grandi riquadri con quadri veri e propri prospettive architettoniche, come la Casa dei Misteri, o quella di Obelio Firmo, o del Labirinto, o delle Nozze d’Argento.
  • III stile detto egittizzante o ornamentale (15-62 d.c.), predomina la cura dei dettagli, del disegno e del colore, come Casa di Lucrezio Frontone o la Casa di Cecilio Giocondo.
  • IV stile detto fantastico (dal 62 d.c.) con architetture e prospettive irreali, con arabeschi e figure mitiche inventate, come la Casa del Menandro, la Casa dei Vettii, degli Amanti, o di Loreio Tiburtino.


LE STANZE

I ruderi di ciascuna delle case di Pompei ci danno agio di ricostruirla e comprendere la vita intima dei suoi abitatori; però le più grandi case finora disotterrate non potevano paragonarsi a quelle sontuose magioni che il lusso e l'opulenza costruirono nell'antica Roma. 

Le case pompeiane all'epoca della distruzione della Città erano formate di un pianterreno, sul quale talvolta s'elevava un sol piano, coperto da terrazzo, solarium, o da tetto, e comprendeva il coenaculum, abitato probabilmente da persone della famiglia o da schiavi, e il coenaculum meritoriutn, cenacolo d'affitto, con ingresso indipendente.

Però non mancano esempì di case a tre piani come quella detta dell'Imperatore Giuseppe II (Regione VIII) e l'altra di Polibio (Reg. VI). 

Alcune case hanno dei sotterranei, come nella Villa di Diomede, nella casa di Pomponio (Reg. VI), in quella detta del Centauro (Reg. VI), ed in quella di N. Popidio Prisco (Reg. VII), dove c'è un pozzo con acqua sorgiva: questi sotterranei però raramente si estendono sotto l'intero edificio, come nella casa di M. Cesio Blando (Reg. VII).

Il cenacolo era l'ultimo piano della casa, e fu così detto dalla cocna, il terzo pasto, che i Romani vi consumavano. In seguito si applicò al vocabolo un segno di disprezzo, essendo i coenacula dati in affitto a persone male agiate. Giovenale nel parlare delle classi povere dice che la spada delle coorti non minacciava i cenacoli, ma i palazzi.

Fauces:
portone e spazio d'entrata.
Vestibulum:
piccola anticamera.
Atrium:
stanza di entrata, in genere con tetto aperto, compluvium, e vasca in terra, impluvium.
Tablinum:
archivio, stanza dell'amministrazione, studio.
Oecus trininare
o Triclinium: stanza da pranzo, coi letti triclinari.
Cubicoli:
stanze di moderate proporzioni, camere da letto.
Alae: stanzette laterali di vario uso.
Peristilium: giardino porticato a colonne.
Diaeta: stanza della musica o spettacoli od ozi, in genere per gli ospiti.
Bibliotheca: biblioteca.
Coenaculum: sottotetto.
Esedra: un incavo semicircolare, sovrastato da una semicupola, usato come apertura in una parete interna. Oppure esterna in giardino con fontana e statue.
Hortus: orto-giardino dietro la casa.



LE FINESTRE

Poche abitazioni hanno nel pianterreno finestre sporgenti sulla strada, e sono in generale strette, perchè si credeva che le larghe aperture fossero antiestetiche, e poi collocate a tale altezza dal pavimento da non potersi affacciare, insomma per dar luce ed aver libera la parte inferiore delle pareti per collocarvi le suppellettili, vista la piccolezza delle stanze.

Spesse volte per evitare che da quelle di maggiori dimensioni si potesse penetrare nella casa, vi collocarono una grata di ferro, come nella casa di Sirico. Però quando i Pompeiani volevano godere della veduta dei campi, costruivano le finestre aperte fino al pavimento come porte e garantite da ringhiere, come quelle descritte da Plinio nella sua villa Laurentina.

Le finestre erano chiuse da imposte di legno, alle quali, per godere della luce e garentirsi dal vento e dal freddo, adattavano lastre di talco. Più tardi usarono il vetro, di cui moltissimi resti sono stati rinvenuti.



I CAMINI

Le stanze erano riscaldate da bracieri, quasi mai da caminetti, però si rinvenne un camino nella casa alla Reg. L , e negli scavi sono venuti alla luce varii fumaiuoli di terra cotta, ora conservati nel Museo di Pompei. Però dei caminetti non se ne fece un grande uso, poiché in molte case il fumo aveva l'uscita da buchi fatti nelle imposte delle finestre, antica usanza rammentataci da Plauto, o da piccole aperture nei muri, come si può osservare in una casetta da lungo tempo scoperta nella Reg. IV.

CARTINA DI POMPEI (INGRANDIBILE)
Il PROTHYRUM o ADITUS, come lo chiama Petronio Arbitro, è quel corridoio o passaggio che dalla porta della casa immette nell'atrio, talvolta preceduto da un'antiporta detta pure vestibulum, del pari con vano d'ingresso garantito da imposte.

L'aditus però è l'intero corridoio, mentre il prothyrum sarebbe un'antiporta.
L'imposta dell' ingresso era ad una o più bande, le quali per legge dovevano aprirsi internamente. 

Il Senato Romano concesse solo a P. Valerio Publicola, pei grandi servigi che aveva reso alla patria, la distinzione di aprire al di fuori le porte della sua abitazione, secondo la maniera dei Greci.

Questa imposta era fornita di maniglie di bronzo per picchiare, ansae ostii, oppure di campanelli, il cui suono allontanava il mal occhio. In occasione di festa nuziale o di altro felice avvenimento, doveva essere adorna di ramoscelli di alloro, usanza di Roma (come ci fa conoscere Giovenale ironozzando sulla dubbia fede di una novella sposa); e quando nell'atrio veniva esposto il morto, funebri signo, si decorava con rami di cipresso.

L' imposta era spesso assicurata internamente da una trave, obex o repaguium, conficcata in fori scavati nei pilastri che fiancheggiavano l' ingresso, e talvolta questa trave veniva sorretta da un travicello poggiato obbliquamente sul suolo.

La soglia era spesso di marmo, o mosaico, alcune delle quali tuttora portano la scritta AVE o SALVE, per dare il benvenuto a colui che entrava. In molte case, oltre all'ingresso principale c'era una porta segreta, posticum, da cui il patronus sfuggir potea gli ossequi e le preghiere degl'importuni clienti che attendevano negli atrii: questa porta serviva anche agli schiavi, ed a gettar fuori la spazzatura per non imbrattare le parti nobili della casa.

È per tale usanza che nelle commedie di Plauto e di Terenzio, per la maggior parte imitate o tradotte dal greco, coloro che escono di casa, danno un segno alla porta per avvertire le persone le quali trovansi nella strada e non lungi dall' ingresso, d'allontanarsi per non essere offesi dallo spiegarsi delle imposte.

L'ingresso delle case si credeva fosse sotto la protezione di quattro Dei: lanus custodiva l'intera porta: Forculus le imposte; Limentinus la soglia e l'architrave e Cardea i cardini. Ciò nondimeno le porte venivano infrante dai ladri, che, devoti alla Dea Laverna, la invocavano facendole offerta di una parte degli oggetti rubati. Rendi, o Laverna, le mie mani agili al furto. Così pregavano i devoti ladri la loro Dea, come si legge in Plauto.

Neil'adito era spesso legato un cane, ordinariamente un mastino, e Plauto chiamò mordax Janua la porta così custodita. Per questo usava raffigurarlo nel mosaico del pavimento, come nella casa del Poeta tragico (Reg. VI) ed in quella di L. Cecilio Giocondo (Reg. VI) o dipingerlo sulle pareti, come Petronio dice aver fatto fare il vecchio Trimalcione.

Un Pompeiano appose allo stipite dell' ingresso una scritta:
"Quisquis Servus Sine Dominico Jussu Foras Exierit Adcipiet Plagas Centum" cioè: Qualunque servo uscirà fuori, senza ordine del padrone, abbia cento frustate.

In alcune case l' adito era fiancheggiato da una stanzetta B, cella ostiarii, nella quale dimorava lo schiavo, ostiarius o janitor, che custodiva l'entrata e prendeva notizia di quelli che si recavano ad ossequiare il proprietario: a tale ufficio furono soventi volte destinate ancora le donne.



ATRIUM

L'Atrium era una corte di forma rettangolare coperta da tetto posta all' interno, e quasi sempre fiancheggiata da cubicoli i quali nelle grandi case servivano per Hospitìum. 

Talvolta col nome di atrium si è indicata l' intera parte pubblica, ove l'atrio stesso era compreso. Le dimensioni dell' atrio nelle case pompeiane spesso corrispondono a quelle additate da Vitruvio, cioè che la larghezza deve essere uguale alla diagonale del quadrato costruito sulla larghezza.

L'atrio nei primi tempi era usato come sala di conversazione, con tavoli di marmo su cui erano poggiati preziose statuette e splendidi vasellami. 

Qui le donne si riunivano per filare, tessere o ricamare, occupazioni predilette dalle matrone e allorché moriva qualche persona della famiglia, si esponeva il cadavere coi piedi verso l'uscio.

Nell'atrio si conservava l'arca del domestico peculio, la cui custodia era data all'arcarius, e nell'atrio erano pure esposti, entro armadii di legno, i ritratti in cera degli antenati del proprietario.



LARARIO

I Lari si tenevano dunque dentro il lararium che in occasione di fausto avvenimento veniva adornato con ghirlande votive e vi si rivolgevano preghiere. La custodia dell'atrio nelle grandi case era affidata ad un servo, atriensis, che sorvegliava la numerosa famiglia degli schiavi ed aveva cura delle suppellettili, delle immagini e delle statue. 

I Larari di solito si ponevano negli atrii, come narra Ovidio che, volendo dimostrare una grande ed antica nobiltà, dice che non bastavano cinque atrii per conservare le immagini di cera degli antenati.



LA STORIA

Nel II secolo a.c., quando Roma vinse la seconda guerra contro Cartagine e fece delle città campane delle simil città romane, esportandovi leggi e costumi, Pompei si abbellì con edifici pubblici e privati, simili a quelli di Roma. Il tutto avvenne nell'80 a.c., quando il dittatore romano Silla conquistò Pompei dopo un lungo assedio e vi fondò una colonia.

I magistrati sannitici vennero soppressi e la città fu retta, come Roma, da un senato, di 100 membri, e da due edili, addetti ai monumenti e alle strade della città, oltre a due duoviri, i magistrati con potere esecutivo.

Roma ricambiò la resa di Pompei abbellendola, creandole alti marciapiedi, con passaggi su grosse pietre sporgenti poiché le strade erano prive di fogne. Creò zone pedonali, come il Foro, per disciplinare il traffico, e zone con accessi limitati, come l’Anfiteatro. Costruì altre terme, con alberghi, hospitia, templi, teatri, anfiteatri con giochi gladiatori, e rimesse per gli animali, gli stabula, e osterie, le cauponae, e i bar, i thermopolia.

La città sin dai tempi dei Sanniti era divisa in nove zone da due strade longitudinali, i decumani, e due strade trasversali, i cardini; ogni zona era un quartiere con proprie feste rionali, propri templi, programmi elettorali e caratteristiche commerciali proprie.

Ogni edificio aveva la propria cisterna, impluvio, alimentata dalle aperture centrali dei tetti, il compluvio, ma l'acqua non bastava e Roma costruì una deviazione dell’acquedotto augusteo del Senno portando acqua alle terme, alle fontane pubbliche e alle abitazioni più ricche. Poche erano le fognature e quasi tutte per le latrine pubbliche; le abitazioni si servivano anzitutto dei pozzi.

LA DISTRUZIONE
Pompei aveva circa 20.000 abitanti la cui maggioranza era formata da mercanti, artigiani, liberti e schiavi, molti anche greci e asiatici, una minoranza era invece di famiglie patrizie, sannite o romane. I mercanti trovarono sempre più spazio nella città che si arricchì di romani agiati, sostituendo le vecchie residenze con nuove tabernae e fabricae; e i nuovi ricchi compravano più case adiacenti per farne di nuove più grandi e sontuose.

Alla semplicità delle case sannitiche succedettero così ville e case ricche di ornamenti, pitture e statue. Con la "pace augustea" il timore delle invasioni cessò e le abitazioni si estesero scavalcando le mura della città, ormai inutili. Nel 62 d.c. un forte terremoto scosse le città del Golfo di Napoli danneggiando gravemente Ercolano, Pompei, Stabia e altri centri della Campania.

Nerone, allora imperatore, si impegnò personalmente nella ricostruzione delle città colpite. Ma alla prima grande scossa ne seguirono altre più lievi, ma sempre più frequenti. Molte case ed edifici pubblici erano ancora in riparazione nella tragica notte del 24 Ottobre 79 d.c.

Pompei, già gravemente danneggiata, aveva iniziato la ricostruzione. Diciassette anni più tardi, mentre i lavori continuavano ovunque, con gli edifici pubblici ancora quasi tutti da restaurare, si abbattè sulla città e i suoi abitanti una tra le più grandi tragedie della storia antica, che ha bloccato, come in un terribile incantesimo, un'intera civiltà.

Di quelle città non si seppe più nulla fino al 1748, quando iniziarono gli scavi voluti da Carlo di Borbone. Gli scavi di Pompei, con quelli di Ercolano ed Oplontis, fanno parte dei patrimoni dell'umanità dichiarati dall'UNESCO.



LA CATASTROFE

Sin dall'alba di quel giorno del 79 apparve sul Vesuvio una grande nuvola a forma di pino. Alle dieci del mattino i gas che premevano dall'interno fecero esplodere il tappo di lava solidificata che ostruiva il vulcano, con una pioggia di lapilli lapilli che si scagliarono su Pompei, insieme a una pioggia di cenere così fitta da oscurare il sole.

Fra terribili scosse telluriche ed esalazioni di gas velenosi, la città diventò un cimitero d'uomini e di animali, rimanendo per secoli sepolta sotto una coltre d'oltre sei m. di cenere e lapilli.

La morte degli abitanti non fu provocata tanto dai crolli, quanto dai gas velenosi che colpirono anche coloro che avevano cercato rifugio nel porto e sul mare.

Lettera di Plinio il giovane a Tacito:

"Una nube si levava in alto, ed era di tale forma ed aspetto da non poter essere paragonata a nessun albero meglio che a un pino. 

Infatti, drizzandosi come su un tronco altissimo, si allargava poi in una specie di ramificazione; e questo perché, suppongo io, sollevata dal vento proprio nel tempo in cui essa si formava, poi, al cedere del vento, abbandonata a sé o vinta dal suo stesso peso, si diffondeva ampiamente per l'aria dissolvendosi a poco a poco, ora candida, ora sordida e macchiata, secondo che portasse con sé terra o cenere......

Già la cenere cadeva sulle navi tanto più calda e fitta quanto più esse si avvicinavano; già cadevano anche pomici e pietre nere, arse e frantumate dal fuoco; poi improvvisamente si trovarono in acque basse e il lido per i massi rotolati giù dal monte era divenuto inaccessibile."




GLI SCAVI

Della città si perse la memoria si che, quando alla fine del XVI sec. l'architetto Domenico Fontana, nel costruire un canale del Sarno, scoprì alcune epigrafi e pezzi di edifici con le pareti affrescate, non immaginò vi fosse un'intera città sepolta da duemila anni, e la cosa finì lì.

I primi veri scavi di Pompei del 1748 furono irregolari e senza metodo. Spesso gli edifici portati alla luce venivano spogliati di oggetti ed opere d'arte e nuovamente ricoperti.

Ripresero nella prima metà dell'Ottocento, sicuramente meglio organizzati, scoprendo molte case e quasi tutto il Foro. Dal 1860, col Regno d'Italia, i lavori vennero affidati alla direzione di Giuseppe Fiorelli che precedette con metodo scientifico.

Colpito dai vuoti che scopriva spicconando nella lava solidificata, Fiorelli ebbe l' intuizione di empirli di gesso liquido, portando alla luce i calchi dalle vittime dell'eruzione, uomini e animali dai corpo dissolti attorno a cui si era solidificata la lava, nelle posizioni e negli atteggiamenti della morte.

Questi calchi impressionanti sono conservati oggi nell'Antiquarium di Pompei, tragici reperti storici di una grande catastrofe, ma pure foto-documento di un passato di due millenni fa.



POMPEI OGGI

Oggi Pompei è riemersa in gran parte, con case, ville, negozi, edifici pubblici, strade, fontane, scritte elettorali o personali sui muri, suppellettili domestiche, gioielli. Qui il tempo si è fermato al 24 Ottobre del '79 d.c., come sappiamo da una lettera di Plinio il giovane. Molto c'è ancora da scavare, ma soprattutto molto ancora da restaurare, e siccome è più importante salvare ciò che è già emerso perchè non si rovini totalmente, perchè ciò che è coperto si conserva molto di più, le nuove scoperte dovranno attendere.




-- LE VILLE --


VILLA DEI MISTERI

E' il più famoso edificio, tra i più interessanti per le decorazioni e le pitture piuttosto misteriche, da cui il nome della villa. Qui si celebravano i Sacri Misteri, o almeno qui venivano illustrati sulle pareti, e poichè nulla abbiamo di tramandato su quei riti, restano l'unico documento dei riti misterici, o almeno dei riti dionisiaci dell'epoca, qui raffigurati.

Naturalmente avendo solo immagini a disposizione gli studiosi hanno tentato di dargli un senso.

Ma mentre il senso cronologico delle immagini è data dalla loro sequenza, il significato è rimasto non solo in dibattito, ma alquanto oscuro.


Gli scavi

Lo scavo, iniziato nel 1909-10 dallo stesso proprietario del terreno ove fu scoperto e poi proseguito nei decenni successivi, dopo l'esproprio dell'area da parte dello Stato, non é ancora completato, ma ne resta sotterrata solo una parte minore.

Nel 1931 l'archeologo Amedeo Maiuri pubblicò la prima edizione della vila, corredata da splendide tavole a colori.

Non fu recuperata molta suppellettile, né oggetti di lusso, perchè forse il proprietario della Villa non si trovava a Pompei al momento dell'eruzione, probabilmente per evitare i disagi della ristrutturazione.

Così era presumibilmente partito portandosi appresso gli oggetti di maggior valore. Invece la presenza di numerosi attrezzi agricoli ha dimostrato che la parte rustica era abitata, così come gli alloggi per gli schiavi. Il ritrovamento di scheletri umani, probabilmente personale di servizio, avvenne infatti nella parte servile della casa.

Nel vestibolo d'ingresso giaceva il corpo di una giovinetta che forse aveva cercato di uscire di casa, ma soffocata dalla nube di cenere e gas. Il corpo di un uomo fu invece ritrovato nello stanzino ove si era rifugiato.

Altre tre donne si erano rifugiate al piano superiore del vestibolo. Sotto il peso dei lapilli le scale erano crollate, lasciando le sventurate tagliate fuori da ogni possibilità di fuga.

Comunque l'intero pavimento della stanza crollò ed i corpi precipitarono nell'ambiente sottostante, ove furono ritrovati durante gli scavi. Infine altri quattro corpi furono trovati nel criptoportico dell'abitazione. La Villa dei Misteri sta fuori della città, separata da una strada con monumenti funerari su ciascun lato, una necropoli, e dalle mura della città.

L'edificio, della prima metà del II sec., fu più volte modificata e ampliata, una armoniosa costruzione quadrilatera circondata da terrazze panoramiche, da un giardino pensile e da loggiati.

Come gran parte delle residenze di campagna, anche la Villa dei misteri presentava la caratteristica inversione del peristilio costruito prima dell'atrio.

Dopo il peristilio, sui tre lati dell'atrio si aprivano le stanze padronali, finemente decorate e affacciate sulla costa.


La storia

La villa ebbe il suo massimo splendore in età augustea entrando a far parte probabilmente dei possedimenti imperiali. Dopo il terremoto del 62 subentrarono nuovi e ricchi proprietari che la abbellirono aggiungendovi una parte rustica con impianti agricoli, tra cui dei torchi per l'uva. Dai documenti si sa che la villa era custodita da un guardiano (procurator) di nome Lucio Istacidio Zosimo. Ma si sospetta fosse una residenza estiva di Livia, l'imperatrice moglie di Ottaviano.


La disposizione

L'ingresso, non ancora completamente messo in luce, si trova su una strada di cui si conosce solo un breve tratto, forse collegata con la Via delle Tombe.

L'ingresso attuale è dalla parte opposta a quello principale che, secondo la la consueta disposizione delle ville suburbane, come riporta Vitruvio, immetteva direttamente nel peristilio, il giardino porticato a colonne posto al centro della casa.

Ai lati dell'ingresso il quartiere rustico ed il quartiere servile con il pastificio, il forno, le cucine, la dispensa dei vini ed il torchio per la pigiatura dell'uva.

Dall'ingresso, attraverso un piccolo atrio, si giunge nel peristilio, (il giardino porticato) da cui si snoda l'abitazione signorile, con stanze, sale e terme. In asse col peristilio l'atrio maggiore, il tablino (lo studio-archivio) ed una veranda absidata con veduta sul mare. Ai lati vari cubicoli (stanze da letto) e il triclinio (camera da pranzo) dal grande fregio, con portici di disimpegno tra gruppi di stanze.

Attualmente si accede dalla veranda, con giardini pensili e sorretta da un criptoportico. La decorazione parietale rispecchia le diverse fasi della vita dell'edificio e le diverse destinazioni.

Mentre appaiono di minor pregio le decorazioni di III e IV stile, colpisce per la raffinatezza il tablino, con pareti a fondo nero con motivi e figurine egittizzanti.

Di massimo pregio i dipinti di II stile che rimasero intatti nei rifacimenti della villa nel suo ultimo periodo, come il cubicolo con figure inerenti al culto di Dioniso, che fa da anticamera alla sala tricliniare.

 Il grande fregio occupa tutte le pareti della stanza, con figure a grandezza naturale o poco più, una sequenza temporale di scene altamente emotive e misteriose.

Fu eseguito verso la metà del I sec. a.c. da un artista locale, con grande impronta greca insieme a una colorita vena locale, e così rimase per circa un secolo. Il primo ambiente è una grande esedra, un incavo semicircolare, sovrastato da una semicupola, usato come apertura in una parete interna.

L'esedra è munita di finestre, come una veranda panoramica fiancheggiata da due terrazze simmetriche sulle quali affacciano aree porticate. Dall'esedra si passa nel tablino, una grande stanza tra l'atrio e il peristilio, usata come luogo di rappresentanza e ricevimento degli ospiti. Il tablino è decorato con pitture del III stile, con figurine egittizzanti e simboli dionisiaci in stile miniaturistico, tutto su fondo nero.

Attraverso un cubicolo, piccola camera di solito da letto, che s'apre sul tablino, o direttamente da un'ala del portico, s'accede alla Sala del Grande Dipinto: un oecus triclinare da condividere con gli ospiti.


Iniziazione dionisiaca

Sulle sue pareti si snoda il grande dipinto dionisiaco, un capolavoro della metà del I sec. a.c., con ventinove grandi figure raggruppate in scene di enorme bellezza.

L'argomento è l'Iniziazione di donne ai Misteri Dionisiaci, ossia a quei riti la cui diffusione Roma tentò inutilmente di limitare col famoso Senatus consultum de Bacchanalibus, con la scusa che erano orgiastiche e indecenti.

Ma la vera ragione era che i culti misterici erano esercitati soprattutto dalle donne, che in genere fungevano da maestre del rito, e questa emancipazione femminile ai romani poco piaceva.

Cominciando dalla parete a nord, si assiste alla lettura del rituale eseguita da un fanciullo in piedi, per alcuni Jachos o Dioniso fanciullo, ma non ne ha alcun attributo, sotto la guida di una donna seduta, mentre una donna ammantata, probabilmente di grado superiore all'altra, ascolta o piuttosto controlla.

Una fanciulla con una ghirlanda sul capo, si reca, con in mano il piatto delle offerte, verso tre donne che stanno compiendo un rito sacrificale. Segue una scena di sacrificio e offerta con un gruppo pastorale dove un Sileno suona la lira, mentre un genio femminile, con le orecchie a punta, allatta un capretto, come nutrisse forse il suo istinto animale, e un altro suona la siringa, attributo di Pan.

Poi una donna fugge spaventata, spesso i sacri misteri svelavano segreti duri da sopportare, per questo non erano per tutti, ma solo per pochi eletti.

Poi un altro Sileno e due satirelli, uno dei quali beve da un recipiente che gli porge Sileno, mentre l'altro regge in mano ed ostenta una maschera teatrale.

La maschera è il personaggio che recitiamo nella vita, spesso senza saperlo. Il togliersi la maschera perciò non è uno svelarsi agli altri, quanto uno svelarsi a se stessi.

La parete di fondo della sala é dominata da Dioniso ed Arianna, con altre due scene: da un lato Sileni e satiri intenti ad una azione di oscuro significato, dall'altro una donna che scopre il simbolo della fecondità ed una figura alata in atto di percuotere col flagellum.

Lungo l'altra parete una donna flagellata si rifugia nel grembo d'una compagna, il flagello di solito rappresenta la realtà che limita, la necessità, e una baccante nuda danza in esaltazione orgiastica. Infine la donna si abbiglia e il rito si compie con la donna seduta e ammantata, ormai iniziata.

In genere le iniziazioni prefigurano simbolicamente il percorso da fare, in quanto, come esprime la parola, sono l'inizio e non la fine del percorso.

Essere iniziati significava entrare nel percorso, e si entrava mediante un rito. "Sono sfuggito al male e ho trovato il meglio" dichiarava l'iniziato.

L'atrio è senza colonne e le sue pareti sono ornate da paesaggi nilotici, sotto ai quali erano pannelli decorati e dipinti ma ormai scomparsi.

Seguivano altri ambienti della villa, fornita anche d'un piccolo bagno privato d'epoca sannita, in seguito usato come dispensa. Una pressa per il vino venne scoperta durante i lavori di scavo ed è stata rimessa nel suo posto originale.


Il proprietario

Un sigillo bronzeo di L. Istacidius Zosimus, un liberto della potente famiglia degli Istacidi, trovato nella villa lo designa forse come responsabile della ricostruzione dopo il terremoto del 62 d.c. Ma una statua ammantata di Livia, moglie di Augusto, lì rinvenuta, la fa supporre come proprietaria. La statua sta ora nell'Antiquarium di Pompei.



VILLA IMPERIALE

Uno dei più importanti edifici di Pompei é la Villa Imperiale, scoperta dopo i bombardamenti durante la II guerra mondiale e scavata da Mauri nel 1947. La villa deve il nome al lusso delle decorazioni e alla grandezza degli ambienti.

Fu costruita abusivamente da privati nel I sec. a.c. addosso delle mura urbane, presso Porta Marina e al di sotto del Tempio di Venere. Sono ancora visibili le mura urbane in tufo a cui la casa si appoggia dietro al portico, costruito ai lati di un giardino posizionato per coprire una strada più antica che passava in quel punto.

Rinnovata in IV stile dopo il terremoto del 62 d.c., il terreno fu riacquisito dal demanio e la villa fu purtroppo in larga parte distrutta per trasformarla in granai. L'esproprio comunale avvenne dopo il 73 d.c., anno del censimento di Vespasiano e Tito, forse dovuto a Tito Suedio Clemente, prefetto imperiale inviato a Pompei per rifare il catasto della città.


Descrizione

La villa si estendeva su due piani: il primo attualmente visibile al livello del portico, e un secondo, completamente distrutto, sul piano dell’attuale Antiquarium. Ne restano un oecus, una diaeta, un triclinio, un lungo portico e parte di un peristilio.

Fu creata da un unico ed abile architetto, e decorata con altrettanto buon gusto.

Il portico, lungo ben 80 m. è arricchito di ben 43 colonne in mattoni ricoperti da uno strato di stucco scanalato bianco, circonda un ampio giardino, ed offre ancora oggi uno splendido panorama di mare e monti.

Nel portico edicole e pergole, in una composizione ritmica e armonica, fanno da cornice a quadri e medaglioni che purtroppo vennero staccati nel corso del Settecento.


Il peristilio

All’estremità sud-ovest dal portico si apre la sala triclinare, la più vasta sala da pranzo di Pompei, che misura 6 metri x 8,80 x 8 di altezza. Una vasta sala rettangolare a volta, decorata in III stile, con architettura del tardo II stile, mentre i dipinti a fondo nero della volta e del registro superiore sono di IV stile.

Il pavimento al momento del ritrovamento era già stato tolto: probabilmente di piastrelle di marmi esagonalili le cui forme sono rimaste nell’impianto del terreno. La decorazione di III stile ha in basso uno zoccolo nero sovrastato da uno rosso-porfido suddiviso da sottili linee geometriche; la parte mediana ha un quadro mitologico al centro di ogni parete.

Il registro superiore, invece, fu sostituito da un’elegante decorazione di IV stile con figure dionisiache ed esili architetture su un fondo nero.I tre quadri, del III stile pompeiano e racchusi ciascuno in un'edicola, sono: “Il volto di Dedalo e la caduta di Icaro” a destra, “Teseo che abbatte il Minotauro” al centro e “Teseo che abbandona Arianna a Nasso” a sinistra.

Sei finissimi pannelli con decorazioni dorate e a spirale sulle colonne, ritratti di poeti, tra cui Saffo e Alceo, posti in quadretti a sportelli, edicole con alberi stilizzati e fanciulle con festoni. Sulla parete di fondo è rappresentata una natura con fiori di loto.



VILLA DI GIULIA FELICE

Fu esplorata tra il 1755 e il 1757, spogliata delle sue opere d'arte e ricoperta, poi nuovamente scavata stavolta con metodo, nel 1952/1953.

Un avviso di locazione, ora al Museo Nazionale di Napoli, ci fa sapere che Giulia Felice, nella crisi d'alloggi conseguente al terremoto del 62, aveva deciso d'affittare per cinque anni una parte della sua proprietà tra cui un terme, botteghe e appartamenti:

"Leggevasi infatti , in un programma di locazione rinvenuto sul fronte di un Edifizio, dappresso all'Anfiteatro, di una Giulia Felice figlia di Spurio la quale offriva ad affìtto, per un quinquennio, un intero suo Predio, consistente in un luogo da bagno, in un venereo, ed in nove botteghe mercantili, colle rispettive comodità di pergole e cenacoli."

Il complesso è infatti diviso in due parti, con ingressi indipendenti, di cui una, più bella e riccamente decorata, era privata e l'altra, con una stanza adibita alle terme, era pubblica. Al centro del lato occidentale del portico è un triclinio estivo con la volta che imita una grotta naturale.

La villa aveva un doppio atrio, un grande peristilio al centro dell'edificio, un quartiere separato dagli ambienti del proprietario o di rappresentanza.

La proprietaria aveva ricavato, nel peristilio porticato, un sacello con il culto di Iside ricreando il paesaggio selvaggio e roccioso del Dio Pan e i giardini delle accademie filosofiche greche.

Infatti il triclinio che si apriva sul peristilio è rivestito di frammenti di calcare come una grotta da cui sgorgava dell'acqua incanalata in una piccola cascata. Nel giardino al centro del peristilio c'è una peschiera traversata da tre ponticelli e sul lato opposto statue in terracotta di sapienti e filosofi nelle nicchie ricavate lungo il muro.



LA VILLA DI DIOMEDE

Era una villa rustica con una residenza signorile, una domus fuori dalle mura della città. Fu costruita nel II secolo a. c. con sale dipinte e giardini pensili. Non conosciamo il nome del proprietario di questa residenza ma il suo corpo fu rinvenuto durante lo scavo abbracciato a quello di un servo presso l'uscita secondaria della villa.Portava con sè una chiave d'argento, anelli d'oro e un sacchetto pieno di monete, esattamente 1356 sesterzi, evidentemente era in fuga, ma i gas velenosi lo bloccarono lì.

Altri diciotto corpi, tra cui donne e bambini, asfissiati dai vapori, furono scoperti nel sotterraneo. Come gran parte delle residenze di campagna anche la Villa di Diomede presentava la caratteristica inversione del peristilio costruito prima dell'atrio.

Per una scala s'accede al quartiere inferiore della lussuosa villa, costruito su un criptoportico, che serviva da cantina per il vino e che regge un peristilio attorno al giardino.

Dopo il peristilio, su due lati dell'atrio si trovano le stanze padronali, riccamente decorate e affacciate sulla costa.

Nello spazio triangolare compreso fra il peristilio e la strada è sistemato un bagno signorile. Il giardino è enorme, il più grande di Pompei, circondato da un maestoso porticato. Sull'altro lato si trovava l'appartamento del custode della villa, il Procurator.

Il quartiere servile si trovava sul lato d'ingresso del fabbricato e qui erano custoditi tutti gli attrezzi del lavoro agricolo. Molti dei suoi dipinti sono ora al Museo Nazionale di Napoli. La villa prende nome da uno di questi bei dipinti riferito appunto a Diomede. Secondo altri invece appartenne a M. Arrius Diomedes, la cui tomba è di fronte al monumentale ingresso, e forse il nome venne da lì.





-- LE CASE --


CASA DEGLI AMORINI DORATI

Appartenente alla gens Poppaea, fu scavata tra il 1903 e il 1905, con un meticoloso restauro che consentì la sistemazione del giardino con i suoi numerosi arredi marmorei. Oggi è in buono stato di conservazione, ha un ingresso fiancheggiato da due cubicoli, che immette nell'atrio e in un vasto peristilio. Il lato di fondo del porticato è rialzato con maschere e dischi marmorei scolpiti appesi tra le colonne.

Dei graffiti indicano il proprietario come C. Poppaeus Habitus, imparentato con Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.

L'edificio, del III sec. a.c., fu risistemato fino al I sec. d.c.. Tutti gli ambienti della casa circondano il luminoso peristilio con giardino. In un angolo c'è un sacello isiaco, con dipinti sulla parete di Iside, Serapide, Anubis ed Arpocrate.

Accanto sono oggetti del culto di Iside custoditi dal sacro cobra. l'uraeus, in basso i serpenti agathodemoni, numi benefici.

Il larario sta sul lato settentrionale e il cubicolo presso il larario è ornato da dischetti di vetro con amorini in lamina d'oro che hanno dato il nome alla casa e che oggi sono al museo archeologico di Napoli.

Sul peristilio s'affaccia un grande ed elegantissimo salone nero, restaurato dopo il terremoto, pavimentato a mosaico con alle pareti dipinti del III stile, con Teti nell'officina di Vulcano, Giasone che si presenta a Pelia prima di fuggire con Medea, Achille e Briseide e Patroclo. L’ambiente più caratteristico é il giardino, originariamente decorato con sculture di marmo, dischi penduli, oscilla, erme e maschere teatrali.



CASA DI EUMACHIA

Intorno al 2 d. c., la sacerdotessa Eumachia e suo figlio Marco Numistro Frontone, che di lì a poco sarebbe stato eletto sommo magistrato cittadino, il duumvir, fecero edificare nel Foro un edificio più grande di tutti quelli che erano stati costruiti fino ad allora e anche in seguito. Eumachia era la sacerdotessa principale del culto di Venere, sicuramente il più importante della Pompei di epoca romana.

L'edificio fu dedicato alla Concordia e alla Pietas Augusta, ossia a Livia e ad Augusto, due figure divinizzate che assicuravano la pace dopo le guerre di Ottaviano, e venne parzialmente restaurato dopo il terremoto del 62.

Due iscrizioni ricordano la dedica della sacerdotessa Eumachia e viene ricordata la famiglia romana degli Eumachii: un’iscrizione è posta sull’architrave, l’altra su una lastra marmorea situata nell’ingresso di Via dell’Abbondanza.

L'edificio era composto da un vestibolo, un colonnato e una cripta. Nel 79 d.c., anno dell’eruzione, l’edificio era stato ricostruito in minima parte dopo i danni del terremoto del 62.

Si entrava da una grande porta rettangolare ornata da una fascia marmorea con foglie d'acanto e spirali e la facciata era preceduta da un portico di colonne di travertino e statue. Oltrepassata la porta, c'è un corridoio, con ai lati due piccole stanze: quella a destra attraverso una scala portava ad una piattaforma con un grande orcio adibito alla raccolta dell’orina per la lavorazione delle lane, quella a sinistra invece era adibita a servizi di custodia.

Segue un altro vano un altro orcio e una scala che conduceva alla crypta situata nei piani superiori. Oltrepassato il corridoio si giunge al cortile con il porticato privo ormai di qualsiasi decorazione, il colonnato che lo racchiudeva doveva essere in marmo e a due piani.Un catino conteneva la statua della Concordia Augusta, ora senza testa, con le sembianze di Livia. In altre due nicchie dovevano stare le statue di Tiberio e Druso, figli di Livia.

Il muro del portico ha numerosi finestroni e lastre di marmo colorate. Sul fondo c’è la copia di una statua di Eumachia, il cui originale è conservato al Museo Nazionale di Napoli. Il portico è allineato a quello del Foro e quindi obliquo all’edificio; il colonnato a doppio ordine, ionico superiore e dorico inferiore, non ha scanalature, e di fronte ad ogni colonna era visibile una statua, probabilmente gli interstizi tra le colonne erano chiusi da cancelli.

La facciata era vivacizzata da nicchie e catini absidali. Sulla porta d’ingresso, di forma rettangolare, è ancora visibile la decorazione originale in marmo costituita da un fregio raffigurante acanto, uccelli e insetti, attribuibile alla prima fase dell’edificio.



CASA DEL MORALISTA

"Allontana dalla donna altrui gli sguardi lascivi e le occhiate languide" ammoniva M. Epidius Hymenæus, detto il Moralista, che fece iscrivere in bianco sul fondo nero della parete i buoni costumi da usare a tavola, e pure:

"Bada che lo schiavo lavi con acqua i piedi dei convitati e copra con drappi di lino il letto tricliniare! " "Differisci le odiose liti se puoi, altrimenti vattene e tornatene a casa tua!"
"Non abbandonarti al turpiloquio e comportati educatamente! "


L'edificio è composto in realtà da due case contigue e comunicanti delle famiglie di T. Arrius Polites e di M. Epidius Hymenæus, e fa parte di un'insula, anch'essa detta del moralista che comprende, oltre alla Casa del moralista, la Casa del Vasaio, e la Casa di Pinario Ceriale.

Dall’atrio in comune si sale al piano superiore, con una loggia aperta su un vasto giardino, sotto la quale si trova la sala triclinare con tre letti e la mensa.

Vi si possono ammirare alcuni tramezzi realizzati in opus craticium, la struttura mista più diffusa dell’architettura pompeiana, costituita da uno scheletro portante in pali di legno verticali e orizzontali riempiti con piccole pietre.

Veniva usata per tramezzi di modesto spessore, o, nei piani superiori, per la sua leggerezza, per murature di facciata e balconi.



CASA DEI CEII

Sul fronte di questa casa sono dipinte nove iscrizioni con cui nove personaggi diversi annunciano i loro programmi elettorali. Uno di questi è Lucio Ceio che potrebbe essere stato l'ultimo proprietario dell'edificio.

Questa casa, i cui scavi sono stati effettuati tra il 1913 e il 1914, con un saccheggio di reperti; successivamente fu scavata nel 1982.

L'edificio ha conservato l'impianto originario delle piccole casette a schiera tipiche di questo quartiere della città. Anche se con poco spazio, 300 mq complessivi, è stata abbellita secondo la moda a partire dal I sec. a. c..

La facciata è molto antica, con capitelli sannitici a dado, ed è rivestita di stucco che è protetto da una tettoia. La porta d’ingresso è a due battenti con in alto uno spazio aperto per filtrare luce, come usa nei vecchi portoni. Dopo l'atrio, dotato di quattro colonne e scoperto, si accede a un piccolo peristilio su cui si affacciano quattro sale.

Al momento dell’eruzione si stava costruendo un piano superiore di cui era già pronta la scala.Nello spazio sotto la scala sono state rinvenute undici lampade in terracotta, una in ferro e una in bronzo.

Nel cubicolo troviamo alcune decorazioni interrotte da finestre tra cui il quadro di una poetessa che dà indicazioni ad una suonatrice di cetra.

Sul fronte della casa c'era un altro piano indipendente dal sottostante, destinato al personale di servizio; la scala per l’accesso era posta tra la latrina e la cucina. Lo stato della casa è piuttosto degradato e fa pensare che fosse stata abbandonata già prima dell'eruzione, visto che mancano anche le suppellettili di scarso valore.


La decorazione

Lo spazio è assai esiguo e così tutti gli altri elementi necessari all'imitazione della villa sono rappresentati sull'affresco che corre tutto intorno al peristilio.

Sono dipinte fontane, statue, ninfe, animali tra cui leoni e tori, scene di caccia, paesaggi che ricordano l'Egitto con tempietti lungo un grande fiume.

I colori molto vivaci e le tecniche fanno pensare che questi siano lavori successivi alla costruzione della casa.

Nel triclinio troviamo una figura di Bacco giovinetto che versa del vino a una tigre. Altri dipinti sono di satiri e di Apolli con un citarista. La mancanza di altre decorazioni negli altri ambienti fa pensare che i lavori erano ancora in corso al momento della tragica eruzione. Successivamente, forse dopo il terremoto del 62, si stava costruendo un secondo piano padronale che però non fu mai completato.



CASA DI MARCO LUCREZIO FRONTONE

Piccolo ed elegante edificio databile alla prima età imperiale, dotato di un delizioso giardinetto ornato da una fontana e piccole sculture.

Le pareti della casa erano riccamente decorate da pitture molto particolari, di cui molte sono oggi al Museo Nazionale di Napoli.

La decorazione parietale è di III stile con quadri mitologici e pannelli di paesaggi e architetture.

L’atrio è decorato anch'esso in terzo stile, molto elegante e con impluvio marmoreo.

Su fondo nero spiccano minuscoli animali, come chiocciole, scimmiette, cervi, leoni alati.

Nel tablinum, completamente coperte di affreschi, ci sono alle pareti singoli quadretti con scene mitologiche: Marte e Venere, il corteo di Bacco e ville con paesaggi.

Un'altra stanza è dipinta di un giallo caldo e luminoso, con teste di divinità racchiuse in tondi e amorini svolazzanti con veli e ghirlande. In altre stanze ancora, splendide scene mitologiche, dipinte finemente.

Nel triclinio spicca la tragedia Andromaca di Euripide. Anche il giardino ha muri dipinti con scene di caccia e molti animali, esotici e non: leoni, orsi, pantere, tori, daini e cinghiali.

Il sapiente restauro ha restituito gli splendidi affreschi e le ricche decorazioni come:
- L'uccisone di Nottolemo per mano di Oreste sull’altare di Apollo in Delfi,
- Teseo ed Arianna,
- La toeletta di Venere,
- Pompa trionfale di Bacco,
- Nozze di Marte e Venere,
- Narciso al fonte,
- Priamo e Tisbe,
- Bacco e Sileno,
- oltre alle varie scene di caccia.



CASA DEI GLADIATORI

Per alcuni era in precedenza una lussuosa casa privata, secondo altri una palestra pubblica sin dall'inizio, e si trova tra il ninfeo e la casa di Achille vicino al bordo nord-occidentale della collina.

RICOSTRUZIONE
Probabilmente era una casa per alloggiare le famiglie dei gladiatori, così chiamata per le scene gladiatorie sul pavimento a mosaico dell'atrio.
Fu costruito nella seconda metà del III sec., epoca in cui il pavimento a mosaico ebbe grande popolarità, e fu distrutta dai terremoti nel IV sec. d.c.

La Casa dei Gladiatori comprende tre gallerie (portici), delle piccole camere, cubicula, una sala centrale con tre aperture e un insieme di vari bagni privati, sul lato orientale.

Di interesse sono le numerose iscrizioni trovate sulle colonne, tutte riguardanti i giochi gladiatori con i vari record di alcuni loro successi.



CASA DEL CINGHIALE

Questa casa, è detta anche Casa dei Fiori, per le sue decorazioni floreali, e pure Casa dei tre Cortili, proprio perchè dotata di tre cortili con resti di affreschi e mosaici. Si pensa appartenesse a Coelius Caldus, esponente della nobile famiglia dei Coeli, che diventò duumviro di Pompei insieme a Q. Coelius Caltilius Iustus.

Scoperta durante uno scavo tra il 1816 e il 1817, colpisce per l’ottima conservazione dei suoi pavimenti: mosaici di tessere bianche e nere nell’interno, coccio pesto e rombi di tessere bianche all’esterno.

Il mosaico più importante è quello che dà il nome alla casa e che, collocato sul pavimento dell'atrio, raffigura una scena di caccia al cinghiale che mostra un "selvaggio cinghiale assalito dai cani".

Vi è anche una preziosa decorazione a mosaico caratterizzato da motivi geometrici. I pavimenti in marmo e la zona intorno al giardino sono di grande bellezza. La struttura del peristilio con porticato a quattordici colonne e capitelli ionici, insieme ai pavimenti musivi, non sostituiti ma solo restaurati dopo il terremoto del 62, indicano l'epoca di costruzione della casa: II- inizi I secolo a.c..



CASA DI APOLLO

Il Dio Apollo, più volte raffigurato, ha prestato il nome alla casa, forse appartenuta ad A. Here(n)nuleius Communis, come si ricava da un anello-sigillo rinvenutovi nel 1830 durante i primi scavi dell'abitazione. Questa grande casa è composta da un atrio centrale, un tablino, un triclinio, la cucina, il giardino, un triclinio estivo e un cubicolo giardino.

Nulla è rimasto del piano superiore. Molte delle pareti son a gesso decorato, ma ciò che rende più famosa l'abitazione è l'affresco del cubibolo giardino.

Questa stanza, dalle pareti ben conservate. contiene scene mitologiche di Apollo con dipinti del IV stile con ricca decorazione: una in fondo all'esterno del giardino, murale e con rivestimento in calcare poroso è un bel mosaico policromo del quale resta il motivo di Ulisse che riconosce Achille travestito e nascosto tra le figlie del re Licomede di Sciro.

Le statue di Apollo e di Fauno alla caccia di una cerva, ora al Museo di Napoli, ornavano l'ingresso del tablino, dove è un quadretto di Venere.

All'interno ci sono affreschi con altre scene legate al mito di Apollo.

La costruzione ha la facciata ancora di aspetto italico, ma internamente è decorata secondo il gusto e la moda dell’ultimo periodo pompeiano.

Alle spalle del tablino c’è una fontana con alle spalle un cubicolo con scene figurate della Gara musicale fra Apollo e Marsia.

Ricostruzione in 2D dell'affresco: questa tempera del 1841 di Mastracchio è una copia dell'affresco originale dalla parete ovest della stanza del giardino.





CASA DEI CAPITELLI FIGURATI

Questa casa apparteneva a una famiglia nobile. La sua costruzione risale all'epoca sannitica, dalle sobrie e severe linee architettoniche, con atrio tuscanico e peristilio centrtale a 16 colonne ioniche in tufo. Il peristilio aveva un vestbolo con ingresso indipendente in Via della Fortuna.

Di particolare interesse sono le decorazioni a stucco colorato di questi capitelli ora ospitati nel Museo di Pompei, con raffigurazioni di scene bacchiche, di menadi e satiri.

Notevoli anche è il Larario e la meridiana in giardino. Tablinio, triclinio ed esedra conservano affreschi di età imperiale, cioè di IV stile.



LA CASA DEL CENTENARIO

La Casa del Centenario occupa quasi tutalmente l'Insula del Centenario, eccetto il settore sud occidentale, dove sorge una piccola struttura, la Hospitium Hygini Firmi, e la parte posteriore di una casa con un peristilio il cui ingresso è ancora sepolto dalle pomici.

La Casa del Centenario deve il suo nome alla data della sua scoperta, nel 1879, in cui si celebrava il centesimo anno di scavo a Pompei da parte delle autorità borboniche.

Un'iscrizione dedicata ad A. Rustii Veri e Tiberius Claudi Veri potrebbe designarli come i proprietari della casa. Fu costruita nel II sec. a. c. e più volte restaurata fino all'eruzione del 79.

La grandezza dell'edificio, ben 90 ambienti, e la sua decorazione testimoniano l'importanza e la ricchezza del proprietario di cui non sappiamo nulla tranne la sua passione per le divinità egiziane, nelle pitture e negli oggetti di culto rinvenuti nel primo ambiente sulla sinistra dell'atrio principale. La zona circostante non è stata ancora interamente scoperta.

Gli ambienti hanno tre nuclei principali, ciascuno su un lato del grande peristilio centrale.

Dall'ingresso principale si accedeva ai due atri e alle stanze riservate alla famiglia del proprietario, comunicanti con il peristilio.

Sul lato opposto si trovavano le sale e gli ambienti per i ricevimenti, utilizzati probabilmente in estate data l'esposizione a nord.

Separati dal peristilio da un corridoio gli ambienti di servizio, le cucine, le terme e il quartiere servile con ingresso secondario indipendente.

Notevoli figure di animali nell'oecus bianco con figure di gallo e parrocchetto, nell'oecus nero con: toro leone e pantera, e nel viridium con esedra con: cavallo, leopardo e cinghiale.



CASA DEL CITARISTA (VEDI)

E' così chiamata per la bella statua bronzea di Apollo Citaredo, collocata nel peristilio della casa e ora al Museo Nazionale di Napoli. La casa ebbe origine dalla fusione di due case nel I sec. a.c. per cui ha due atri e tre peristili con una superfice di 2700 m2. La parte più antica è quella inferiore, che si affaccia su via Stabiana, con atrio tuscanico e due peristili aggiunti in sostituzione di case abbattute.

Gli abitanti della casa erano esponenti del ramo di origine servile di una delle più cospique e antiche famiglie di Pompei: quella dei Popidii.

E' una delle più grandi case di Pompei famosa sia per l' "Apollo del Citarista" che per il bellissimo mosaico del "Cinghiale assalito dai cani".

Nonostante lo scadente stato di conservazione, la casa fa intuire la magnificenza dell'architettura degli interni e la ricchezza delle decorazioni.

Di grande effetto spettacolare sono i tre peristili sovrapposti. Nell'ala sinistra dell'atrio vennero trovati due ritratti in bronzo del padrone di casa e della moglie; un altro busto femminile di marmo, di personaggio sconosciuto si trovava nel peristilio.

Al piano superiore invece due ritratti maschili sempre in marmo, raffiguranti probabilmente Marcello, il patrono della colonia, e un altro personaggio importante legato alla casa imperiale.

Animali di bronzo posti sull'orlo della vasca di marmo gettavano zampilli d'acqua, tra questi il gruppo del cinghiale addentato da due cani da caccia, un leone in corsa, un cervo in fuga e un serpente, conservati al Museo archeologico di Napoli.

Al centro della parete est, rimane invece un quadro con Apollo Citaredo, in un trompe l'oeil che dilatata artatamente la prospettiva, forse per richiamare l'Apollo citaredo in bronzo.



CASA E LABORATORIO DI VERECUNDUS

Un complesso di grande interesse perchè fornisce un esempio di laboratori tipici di venditori e tintori di stoffa, un'attività che a Pompei è stata particolarmente sviluppata.

L'officina è preziosamente affrescata, il che dimostra quanto fosse redditizia l'attività, con dipinti che illustrano le varie attività e gli Dei, nonchè i geni protettori che vi assistono.

Tra questi: "Mercurio con un borsellino", "Venere su un piccolo carro", "I venditori di stoffa" e "La tessitura di stoffe", tutti di pregiata fattura.



CASA DI CASCA LONGUS

E' una casa costruita in comunicazione col negozio sempre di proprietà di Longus, e il negozio comprende alcuni laboratori che occupano parte di un'insula.

Sulle pareti dell'atrio una decorazione splendida mostra scene legate al teatro e, in un'altra stanza, un dipinto con motivi floreali.

Se ne individuò la proprietà per l'iscrizione dedicata a lui sulle statue che supportano il tavolo di marmo, e probabilmente si tratta di quel Casca Longus che fu uno dei protagonisti nella cospirazione per l'assassinio di Cesare.



CASA DEI CUBICOLI FLOREALI O DEL FRUTTETO

Ha una delle decorazioni più note di giardini dipinti di Pompei, poste in cubicula privati, quello "blu" e quello "nero".Le pitture sono della seconda fase del III stile. Nel cubicolo nero la parete è partita in riquadri con colonne sottilissime, quasi prive di rilievo, una balaustra marmorea in basso e sottili architravi. La griglia geometrica inquadra alberi, arbusti e piante; su un albero si inerpica un serpente.

Segna una svolta l'uso dello sfondo nero che toglie ogni intento naturalistico alla rappresentazione: gli elementi sono come sagome ritagliate e sovrapposte, prive di spazialità ma con una elegantissima stilizzazione.

Alcuni dettagli della rappresentazione sono ancora ben descritti realisticamente (come i frutti del fico), mentre altri sono subordinati alla simmetria e alla composizione: il fusto del fico è troppo sottile, gli oleandri alla base sono rigidamente simmetrici.

Insomma una via di mezzo tra il naturalistico e il puro decorativo, quello che darà poi luogo alle grottesche della Domus aurea neroniana.

La porta principale originaria è stata chiusa e si accede alla casa da un ingresso secondario. La casa è composta da un atrio che da sugli altri ambienti posti tutti sul medesimo lato. Vi si nota un forte gusto vicino alla cultura egizia. Alcuni pensano che questi cubicoli fossero dedicati al culto di alcune divinità egiziane come Osiride o Iside, ma per altri sono unicamente di gusto ornamentale.

La seconda stanza a sinistra sembra una pergola chiara immersa in un giardino alberato, quest’ultimo è ornato da piccoli quadri con scene dionisiache e le figure sono in tipiche posizioni egizie, come il serpente all’interno del diadema e la raffigurazione di Apis.

Due cubicoli di questa casa con le pareti interamente dipinte, conservano la riproduzione di due piante di limone cariche di frutti; in altri dipinti si possono riconoscere l’arancia e la limetta.

Le riproduzioni di frutta dei dipinti pompeiani sono sono veristiche e, quindi hanno valore documentario.

Ne risulta che la storia comunemente accettata della diffusione degli agrumi è inesatta: gli storici sono concordi nell’affermare che gli agrumi furono portati dall’India in Africa dagli Arabi, che furono i primi a coltivarla in Sicilia nel X secolo; i Crociati la diffusero poi in Italia.

Ma è evidente che piante di limone, di limetta e di arancio erano acclimatate e coltivate in Campania fin dal I secolo d.c..

La decorazione è inoltre un tipico esempio del sincretismo delle religioni greca ed egizia, come usava dell’ambito ellenistico che riscontriamo per esempio nell’assimilazione delle due divinità Bacco e Osiride. Anche in un altro cubicolo, di colore nero, troviamo alcuni vasi isiaci e altri con serpenti, simboli legati al culto arcaico della Madre Terra.

Un dipinto raffigura un frutteto in cui vediamo dipinte peri, prugne, limoni. Sul soffitto trionfa Bacco su una pantera con moltissimi altri attributi donisiaci.

Le pitture sono di ottima fattura e di elevata qualità e il fatto che si trovino in ambienti chiusi ha permesso una buona conservazione.

Il triclinio è anch’esso di colore nero ed è diviso in due zone: un’anticamera e una parte dedicata al banchetto in cui troviamo tre letti intorno ad un tavolo decorato con un mosaico a tessere bianche e nere.

Tre quadri di grandi dimensioni impreziosiscono questa stanza: il primo raffigura la caduta di Icaro, il secondo una lotta tra guerrieri, e il terzo Atteone in fuga inseguito dai cani di Diana, corrucciata perchè il cacciatore ha osato svelare la sua nudità.

Nella parete di fondo trovano posto due busti-ritratto femminili di profilo accompagnati da sfingi. Tra le due porte anche un pregevole specchio nero di ossidiana, materiale citato anche da Plinio nelle Naturalis Historiae.

Gli altri ambienti della casa aspettavano probabilmente di essere ridipinti o erano in fase di lavori. Altra particolarità è che nella casa sono state trovate moltissime anfore sparse: ciò fa pensare ad un possibile commercio di vino di cui la casa era uno dei centri.



LA CASA DEL FAUNO

E' la più grande casa di Pompei e deve il suo nome alla statua bronzea di Fauno che decora l'impluvio dell'atrio tuscanico. Si estende su 3000 mq.Fu costruita nel II secolo a. c. distruggendo un più antico edificio di fine III sec. a. c., di età sannitica, e di cui sono stati portati alla luce soltanto alcuni ambienti.

Il suo proprietario, di cui ignoriamo il nome, doveva essere certamente un personaggio molto importante e ricco, anche per il gran numero di oggetti d'oro e d'argento rinvenuti durante lo scavo e la lussuosa decorazione delle stanze di uso sia pubblico che privato.

Il latino Have, a tessere policrome di mosaico sul marciapiede di fronte alla porta d'ingresso, dimostrava una certa cultura del proprietario, in un periodo in cui, a Pompei, si parlava ancora la sola lingua osca.

Un suo antenato aveva avuto probabilmente dei rapporti con la corte di Alessandro Magno, perchè la grande sala colonnata dopo il primo peristilio venne decorata con il grande e preziosissimo mosaico della vittoria di Alessandro sul re persiano a Isso.

La parte anteriore della casa si svolge intorno a due atri, il principale dei quali, di tipo tuscanico, ossia senza colonne, aveva l'impluvium ornato dalla bronzea statuetta di un bellissimo fauno danzante, di fattura italica, il cui originale è ora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Segue un tablino con ai lati due stanze triclinari decorate da quadri policromi a mosaico di animali marini e demone su pantera, entrambi al Museo di Napoli.

Il secondo atrio è tetrastilo, col tetto cioè retto da quattro colonne, e si apre su stanze di servizio. Segue un primo peristilio con pareti decorate a stucco e 28 colonne in tufo.

Sul fondo un'esedra delimitata da due colonne in tufo ricoperte di stucco dipinto. Sulla sua soglia un mosaico con paesaggio nilotico, e sul pavimento l'eccezionale mosaico della Battaglia tra Alessandro Magno e Dario, realizzato con oltre un milione e mezzo di piccolissime tessere, oggi al Museo Nazionale di Napoli.

L'esedra è affiancata da due stanze, che fungevano da sale da pranzo estive: quella di sinistra con mosaico di tigre assalita da un leone.

Il secondo peristilio, con 46 colonne doriche apre sul fondo alle stanze dei giardinetti e del portiere, oltre ad un ingresso secondario sul Vicolo di Mercurio.




CASA DELL'EFEBO

Fu scavata nel 1925, collocata nei pressi della casa del Sacerdos Amandus a una profondità di tre m. dal suolo dell'epoca. Gli scheletri rinvenuti testimoniano che era occupata al momento dell'eruzione.

Si compone dell’aggregato di più case comunicanti, con tre porte di accesso.

Il triclinio presenta un prezioso emblema in intarsio marmoreo (opus sectile) al centro del pavimento, e nel giardino si trova un gran dipinto di Marte e Venere, con un larario addossato al castellum aquæ.

Una scaletta conduceva ad una piccola abitazione connessa, avente un altro ingresso sulla strada di sotto.

Le camere e il divano in muratura nel giardino erano completamente decorate in IV stile e in buono stato di conservazione.

Si suppone che al momento dell'eruzione i proprietari fossero assenti mentre degli operai e curatori badavano al restauro della casa.

La casa deve il suo nome alla statua bronzea dell’Efebo, conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, splendida copia di un originale greco del V sec. a.c., che il proprietario dell’abitazione, P. Cornelio Tegete, adattò a portalampada (lychnophoros).
L' efebo bronzeo è conservato ora al Museo Nazionale di Napoli.



CASA DI AULO TREBIO VALENTE

Sulla facciata di questa casa sono state trovate numerose iscrizioni murali che annunciavano gli spettacoli dell’Anfiteatro, nonchè di scritte elettorali.

All’interno si presenta un grazioso peristilio con una singolare decorazione a scacchiera dipinta sul muro di fondo; nel giardino era presente una fontana a semicerchio con un gioco d’acqua a 12 zampilli, nonchè un triclinio estivo con tavolinetto di marmo.

Questa casa è situata lungo Via dell’Abbondanza, sul lato nord. La facciata, semidistrutta dai bombardamenti del 1943, era in era pompeiana ricoperta da scritte murali.

L’interno della casa è di molto effetto: in particolare colpisce l’originale decorazione a scacchiera policroma della parete di fondo del peristilio.

Gradevoli sono anche le pitture del III stile, disseminate ovunque, e quelle architettoniche del II stile in una delle camere.

Un triclinio estivo in muratura era posizionato di fronte al giardino, protetto da una pergola colonnata e servito dalla cucina attraverso un apposito passavivande.



CASA DEL LARARIO DI ACHILLE

Una stanza vicino alla tablinium, comunemente conosciuta come il larario, è completamente rivestita di fini decorazioni; notevole è il fregio sotto la volta del piccolo ambiente, composto da centinaia di minuscoli frammenti.

Su un fondo blu, che crea un intenso effetto atmosferico, si susseguono, a bassorilievo in stucco, parecchie raffigurazioni relative all’ultimo canto dell’Iliade. Vi si incontrano, oltre alle figure iliache, geni alati e non, divinità e animali.

Vi è inoltre un grande dipinto nella Sala degli Elefanti, piuttosto consunta, dove appaiono due enormi elefanti guidati da figure umane in piedi su di essi.

Da un esame delle pareti intonacate e il materiale trovato nelle stanze, si può dedurre che, al momento della tragedia catastrofica, la casa era in procinto di essere decorata.



CASA DEI VETTII

Una delle più lussuose ville soprattutto per i dipinti che ne ornano sfarzosamente le pareti, eseguiti dopo il 62 e fortunatamente ben conservati.Venne infatti restaurata, dopo che fu acquistata dai Vettii verso la metà del I sec. e poi di nuovo restaurata dopo il terremoto del 62.

Vi furono rinvenuti due sigilli in bronzo che le hanno fatto attribuire la proprietà a due ricchi fratelli appartenenti al ceto dei liberti, Aulus Vettius Restitutus e Aulus Vettius Conviva.

E' divisa in due zone: l'abitazione signorile con le stanze di rappresentanza che si svolge intorno all'atrio tuscanico, e le stanze di servizio con le abitazioni dei servi intorno ad un atrio secondario.

In quest'ultimo ambiente era sistemato un larario con un dipinto del genio del pater familias tra due Lari.

Gli ornamenti vanno dalle architetture di fantasia allegerite da esili grottesche, alle scene mitologiche ed eroiche, con fregi delicati e miniaturistici, come il fregio con Amorini indaffaratissimi nelle varie arti e mestieri.

All'entrata vi è la raffigurazione di un Priapo itifallico, che simboleggia il benessere e la fecondità, che porta la buona fortuna, ma anche caricaturale, perchè dipinto mentre pesa il suo grande fallo su una bilancia utilizzando come contrappeso una borsa di monete.

Sui lati dell'atrio sono presenti due pregevoli casseforti con rivestimento in ferro e rifiniture in bronzo, in bella mostra per far intuire la ricchezza dei padroni.


Nella parete orientata a sud c'è una raffigurazione di Amore e Pan alla presenza di Dioniso e Arianna.

Sulla parete orientata a nord c'è invece la raffigurazione del mito di Ciparisso, che avendo ucciso il cervo preferito da Apollo, fa trasformato da questi in cipresso; questa, insieme ad altre rinvenute a Pompei, è l’unica raffigurazione di Ciparisso pervenuteci.


Dal lato destro dell’atrio si accede al quartiere della servitù che circonda un atrio secondario con al centro un impluvio in tufo ed un larario a nicchia, con semicolonne corinzie che sorreggono un timpano triangolare.

Vi è raffigurato il Genio tutelare della famiglia con l’aspetto di Nerone, la testa coperta dalla toga, mentre liba tra due lari danzanti con la patera e la cassetta dell'incenso.

Dall’atrio secondario si accede alla cucina dove c’era il focolare composto da un bancone in muratura su cui veniva accesa la brace.

Il peristilio, costituito da diciotto colonne, circoscrive il giardino e le fontane in marmo ed in bronzo con vasche di varia grandezza e forma, nelle quali fluiva acqua da dodici piccole statue.

Nell’ambiente situato a sinistra dell'ingresso del peristilio, su pareti dipinte in giallo, sono presenti quadri raffiguranti episodi mitologici tebani, quali:
Anfione e Zeto che legano Dirce a un toro, come vendetta per aver resa schiava la loro madre Antiope; Penteo, re di Tebe che viene assalito ed ucciso da Baccanti poiché aveva impedito in città la professione del culto di Dioniso;
Ercole bambino che strangola i serpenti inviati da Era.

Nella parete del peristilio orientata a nord-est c’è un dipinto raffigurante Dedalo che esibisce a Pasifae, moglie di Minosse re di Creta, la vacca di legno che aveva costruito per lei; Pasifae, entrata nella vacca, si unì con un toro generando il Minotauro.

Sulla parete di fondo è, invece, raffigurato il mito di Issione, che fu condannato da Zeus ad essere legato con serpenti ad una ruota realizzata da Efesto, rappresentato nel dipinto mentre gira la ruota davanti ad Ermes ed Era seduta in trono.

Nel lato nord del peristilio c’è il grande triclinio, sala utilizzata per festeggiamenti e banchetti, dov’è presente il famoso complesso pittorico rappresentante amorini che esercitano vari mestieri.

Al di sotto del fregio riquadri con gruppi di Psichi e pannelli con soggetti mitologici.




CASA DEI CASTI AMANTI

La casa dei Casti Amanti deve il suo nome ai motivi dei quadri che mostrano amanti riuniti a convito. Si tratta di una casa–bottega, con un panificio sul lato della strada ed abitazione all’interno, come spesso si usava anche a Roma.

Il grande panificio è dotato di forno con macine.

In una stalla che si apriva sul vicolo a meridione sono stati trovati gli scheletri dei muli utilizzati per i carichi delle granaglie.

L’abitazione mostra eleganti pitture. In un salone la decorazione era ancora in corso d’opera proprio il giorno dell’eruzione, pertanto vi compaiono parti complete e parti in preparazione con graffiti e disegni preparatori (sinópie); sotto la volta crollata sono state rinvenute delle coppette di colore, un fornellino ed un compasso.

Si è riusciti a ricostruire il disegno delle aiuole nel giardino grazie ai fori lasciati dalle recinzioni di canne.



CASA DEL BELL'IMPLUVIO

Anche questa casa si trovava in corso di restauro dopo il terremoto del 62; presenta un grandioso atrio e il tablinium, una ricca decorazione del bacino dell’impluvio, rivestito di mosaico e intarsio in marmo policromo e, in un cubicolo, una scena di gineceo.



CASA DEL BRACCIALE D'ORO

Nel triclinio della casa è stato ritrovato in frammenti e ricomposto un affresco di giardino che mostra un’incannucciata incorniciata, con una lussureggiante vegetazione riprodotta con cura minuziosa, in cui volano e si posano vari uccelli.

Vi si nascondono anche strani esseri, probabilmente dionisiaci, e bellisssime fontanelle marmoree. In alto vi è appeso, sempre raffigurato, un oscillum di marmo, rotondo.

Gli oscillum sono grandi tondi in marmo, che venivano appesi in modo da oscillare, appunto, e da essere visibili da ambedue i lati; molto usati nella ornamentazione, erano decorati con figure a rilievo.

Se ne sono trovati molti a Pompei, in gran parte di soggetto dionisiaco; una variante è l’oscillum a forma di pelta o di mezzaluna, che era lo scudo preferito delle Amazzoni e di Dioniso, ornato di sottili rilievi, con teste di grifoni sulle punte del crescente.

La qualità degli affreschi è stupenda, paragonabile al giardino di Livia a Roma sulla Prenestina.

Il giardino reale della casa era adorno di vasche e fontane, con una canaletta che fungeva da scarico alla grande vasca semicircolare a fondo azzurro situata all'inizio del giardino.



CASA DELLA FONTANA GRANDE

Fu rinvenuta nel 1826 per interessamento di Francesco I di Borbone. Con graziosi ninfei a nicchia decorati da mosaici e una fontana forse eccessivamente grande per le proporzioni del giardino.

Il viridario faceva da cornice alla grande fontana a mosaico ornata anche con conchiglie.

Questa casa, situata lungo la via di Mercurio, deve il nome alla presenza di quel genere di fontane, particolarmente in uso nell’età post-augustea, tipiche dell’Egitto greco-romano: fontane a nicchia interamente rivestite di mosaici a paste vitree policrome.

Ancora oggi, dopo venti secoli, ritroviamo inalterati i colori ed i motivi delle decorazioni parietali.

Accanto al ninfeo, è collocato un piccolo bronzo di cui l’originale si trova a Napoli, raffigurante un putto con delfino, ma anche delle copie di belle statue bronzee.

Degno di osservazione è anche il bel prospetto esterno, tutto in tufo a bugne e pilastri terminali ben squadrati.
Accanto a questa casa è situata anche la Casa della Fontana Piccola.



CASA DELLA FONTANA PICCOLA

Anche se le abitazioni talvolta erano piccole, i proprietari le abbellirono con gusto secondo la moda corrente a partire dal I secolo a. c., facendone delle ville rurali in miniatura. La casa della Fontana Piccola ne è un esempio.

Si tratta di una delle case più piccole dell'isolato in cui è inserita, tuttavia dopo l'atrio, probabilmente scoperto, si accede a un piccolo peristilio su cui si affacciano due sale.

Al centro del peristilio è costruita la fontana che dà il nome alla casa.

Tutto è realizzato in uno spazio assai esiguo e così tutti gli altri elementi necessari all'imitazione della villa sono rappresentati sull'affresco che corre tutto intorno al peristilio.

La fontana infatti è immaginata entro un giardino riccamente decorato con piante e animali e circondato da vedute di paesaggi di campagna o marittimi.



CASA DI CASTORE E POLLUCE

Questa casa è il risultato dell’unione, avvenuta non prima del periodo augusteo, di tre case più antiche, ancora in parte riconoscibili.

Il nome della casa deriva dal ritrovamento, nell’ingresso, di un dipinto raffigurante Castore e Polluce, figli di Giove e Leda, oggi al Museo Archeologico di Napoli.

L’atrio corinzio, corrispondente all’ingresso principale, è uno tra i più begli esempi esistenti a Pompei, con decorazione pittorica eseguita dalla stessa bottega della Casa dei Vettii..

Nella stanza a destra del tablino troviamo quadretti raffiguranti la ‘Nascita di Adone’ e ‘Scilla che consegna a Minosse il capello fatato del padre Niso’.

Nella stanza a sinistra, invece ‘Apollo e Dafne’ e ‘Sileno e Ninfa con Bacco infante’.

Dietro il tablino vi è un bel portico a colonne doriche e, in fondo, il sacello del Larario.

A destra dell’atrio si apre un secondo peristilio, con un grande bacino d’acqua al centro e con le pareti ancora in parte decorate in IV stile. I dipinti più importanti sono ora al Museo Nazionale di Napoli; restano comunque alcune pitture nelle stanze del tablino e la bella decorazione in IV stile del peristilio.



CASA DI LUCIO CECILIO GIOCONDO

E' la casa di un importante banchiere, nella quale fu rinvenuto l'archivio di cassa del proprietario, con i suoi atti contrattuali di ben 154 tavolette cerate trovate in una stanza sopra l'esedra a sinistra del peristilio, oltre al magnifico ritratto di Lucio Cecilio, posto ad ornamento dell'atrio.



CASA DEL MENANDRO

Di proprietà d'un certo Quinto Poppeo, forse parente della moglie di Nerone, Poppea Sabina.

La stessa famiglia possedeva a Pompei la Casa degli Amorini dorati, una fornace e aveva visto eleggere diversi suoi membri alle magistrature cittadine.

Il nome attuale è dovuto a un dipinto nel peristilio che ritrae il famoso poeta greco.

Rappresenta la tipica casa romana con peristilio, in asse con l'atrio.
Intorno al peristilio, come di consueto, si aprono piccoli ambienti, una stanza adibita alle terme e un triclinio che è, al momento, il più grande di Pompei.

La casa si sviluppa su due piani. Il corpo centrale è infatti costruito a un livello superiore rispetto a quello del cortile con il forno e i sotterranei e a quello dell'ergastulum, il quartiere dei servi.

Dovettero aver interrato alcune stanze dell'isolato prima della realizzazione di questa unica, grande dimora nel I secolo a. c.

Risalente al 250 a.c., la casa subì ampliamenti e variazioni.

L'atrio, decorato da pitture di IV stile con larario a tempietto, è circondato da ambienti di cui uno dipinto col mito troiano, il tutto con economia di particolari ma con tratti decisi e sfumati che rendono drammatiche le scene, come: la morte di Laocoonte e dei figli, l'incontro di Elena e Menelao nella reggia di Priamo e l'ingresso del Cavallo a Troia nella città ormai condannata.

La parete di fondo del peristilio ha nicchie rettangolari e ad abside, decorate da pitture: il poeta Menandro, e uno splendido giardino, di II stile. Dal peristilio s'accede al grande triclinio di oltre 87 mq ed 8 m. di h, ad alcune stanze minori e al quartiere servile.

Il passaggio dall'atrio al tablino è fiancheggiato da colonne in tufo con stucco dipinto; a destra del tablino è il Salone Verde, con pareti ornate da fini pitture e pavimento a mosaico bianconero con emblema policromo di soggetto nilotico.

In un ambiente di servizio sottostante il bagno è stato rinvenuto un tesoro un intero servizio di argenteria, avvolto in panni di lana, composto di 118 pezzi d'argenteria per un peso di 24 kg, monete per 1432 sesterzi e gioielli d'oro.

Probabilmente il proprietario aveva nascosto il tesoro durante i lavori di restauro dopo il terremoto del 62. Nel quartiere servile invece erano conservati un carro, un corredo di attrezzi agricoli, anfore con miele, aceto, vino di Sorrento e una con una scritta che raccomandava di riempirla con salsa di pesce di prima qualità.



CASA DEL CRIPTOPORTICO

La casa prende il nome da un lussuoso e largo corridoio coperto (criptoportico), che venne aggiunto solo in epoca successiva, perchè in precedenza apparteneva alla casa confinante. Nell’ultimo periodo venne adibito a deposito, come dimostra il rinvenimento di una sessantina di anfore vinarie. Il corridoio sotterraneo a tre ali serviva in precedenza per passeggiare, quando fuori pioveva.

In epoca sannitica era dunque un normale portico aperto intorno al giardino, che venne poi chiuso in età romana, e che il proprietario fece decorare nel II stile con immagini di erme, meandri, rocce, satiri ed episodi dell’Iliade.

Il fregio va dall’ingresso verso la cripta con una sequenza temorale. Nel criptoortico è stato ricavato un piccolo locale per lo ianitor (portiere) che sorvegliava anche il bagno caldo usato per la sudatio che si trova al di sopra del forno.

Le aperture che permettono alla luce di filtrare nel sotterraneo crea un effetto di luce-ombra sui dipinti molto suggestivo.

La casa aveva infatti il
praefurnium, il caldarium e il tepidarium, inizialmente comunicanti e vi si poteva accedere solo dal vestibolo. In terra un mosaico di tessere policrome rettangolari con l'emblema centrale di una rosa multicolore.


La decorazione del sotterraneo mostra uno zoccolo a meandro ed una parete a grandi lastre rosse inquadrate da erme; nella parte in alto vi sono scene classiche, probabilmente copiate, della guerra di Troia, dalla Peste nel campo acheo fino ai Giochi funebri in onore di Patroclo.

Al centro della parete di fondo si trovava la raffigurazione della fuga di Enea da Troia con il padre Anchise ed il figlioletto Iulo. Inoltre ci sono alcune cariatidi su un vivace fondo rosso.

Le pitture sono dunque una celebrazione delle nobili origini romane, nonchè della familia Iulia. Nell’abitazione è presente un piccolo impianto termale privato. Nel giardino della casa si si sono eseguiti numerosi calchi di umani intrappolati dall'eruzione, tra cui una madre che protegge la figlia e uno schiavo con un ceppo alla caviglia.
Nell’ala sinistra dell’edificio c'è un salone che dava sull’entrata principale all’edificio.

La decorazione delle pareti ha affreschi che provocano una dilatazione prospettica con raffigurate le statue di Venere e Marte. Nel frigidarium il pavimento è a mosaico in tessere bianche e nere mentre le pareti presentano una facciata teatrale a due piani. Una fontana è inserita in una piccola nicchia sulla parete sinistra.

Il salone ha un ’anticamera con pavimento a tessere scure interrotte da scaglie quadrate e colorate, e l’altra parte un pavimento nero con scaglie più numerose e irregolari; tra i due pavimenti una soglia policroma di quadrati e rettangoli. Anche qui, come nel resto della casa, la decorazione è di altissimo livello artistico.



CASA DEL SACERDOS AMANDUS

La casa si trova sul lato sud della Via dell'Abbondanza, con un solo un ingresso dalla strada e una superficie di 300 m2, con il giardino al lato dell'atrio. La casa era stata originariamente più grande e occupava tutto il fronte strada. Nel piccolo peristilio è stato ricavato il calco della radice dell’unico grande albero che l’ombreggiava.

Gli scavi principali furono effettuati tra giugno e dicembre 1924 forse frettolosamente perchè in alcune zone della casa i pezzi di intonaco e gli artefatti furono estratti da materiale vulcanico già rimosso.

Un'iscrizione sulla parete esterna, "AMANDUS SACERDOS" e due graffiti "AMA" nel giardino rivelano che la casa apparteneva al sacerdote Amandus.

Probabile che la casa fosse stata già in gran parte vuotata al momento dell'eruzione, e la presenza di accessori da cucina nella cucina stessa, e gli scheletri nel viale di accesso fanno pensare che l'abbandono sia stato piuttosto affrettato, probabilmente durante l'eruzione, da successivi e abusivi occupanti che avevano utilizzato la cucina, accampandosi nella casa già deteriorata.

Forse la casa non era funzionale già prima dell'eruzione e la riparazione del giardino, già avviata, era stata poi abbandonata. Lo confermerebbe la scarsezza di reperti nei piani superiori.


Descrizione


L'atrio era un corridoio lungo e stretto con intonaco ruvido sulle pareti, eccetto un alto zoccolo giallognolo. Il pavimento era di terra battuta con 9 scheletri.

Sotto l'intonaco rosso e bianco, rinvenuti dipinti a figure rosse con tracce di iscrizione osca. Il pavimento di cocciopesto era decorato con segmenti di marmo. L'impluvium era in tufo.

Il triclinio con anticamera ha pareti decorate in III stile, con fondo nero e nature morte, e con edicola centrale a pannelli rappresentanti:
Polifemo e Galatea,
-   Icaro,
- Eracle nel giardino delle Esperidi,
 campi laterali rossi con bordi ornamentali e vignette, e una zona gialla superiore con elementi architettonici.

Il pavimento è in cocciopesto con tessere bianche e un piccolo mosaico. Una scala intonacata con zoccolo di marmo grigio portava al piano superiore.


Un'altra sala ha pareti ancora in III stile con zona centrale di colore rosso, giallo, e prati verdi, edicole centrale e pannelli centrali, con affresco di Elena e Paride. Il pavimento in cocciopesto con tessere bianche in un reticolo di rombi.

Un cubicolo, forse una camera da letto, ha le pareti decorate in III stile, con zona nera centrale su fondo rosso, pannelli di paesaggi architettonici e con candelabri ornamentali. Il pavimento era cocciopesto.

Nella cucina, con pavimento in grandi piastrelle di terracotta, sono stati trovati un treppiede, nove recipienti di ceramica, due vasi di bronzo e una bottiglia di vetro. Altri ritrovamenti in questa zona compresa una piccola bottiglia di vetro.

Il giardino aveva un ambulacro colonnato lungo i lati est e nord. Il muro era decorato in III stile con raffigurazione di piante e scene di amorini nei campi laterali, e una zona bianca superiore con elementi architettonici e vasi. Aveva una nicchia o santuario nella parete ovest, una puteale di marmo sopra la cisterna, un tavolo di marmo monopiede al centro, e una base di statua.



CASA DELLA CACCIA ANTICA

Affacciata sulla Via della Fortuna, questa casa conserva la facciata in tufo di epoca pre-romana. All’interno vi sono tracce delle ricche decorazioni in IV stile pompeiano: le personificazioni dell’Autunno e dell’Inverno nell’atrio; i quadretti mitologici di Dedalo e Pasifae, e di Arianna e Teseo, un tempo collocati nell’ala destra, oggi al Museo Archeologico di Napoli.

Vi si trovano ancora teste di divinità e amorini svolazzanti.Splendidi gli affreschi del tablino, aperto sull'atrio e sul giardino: lo zoccolo imita i rivestimenti marmorei, sotto a paesaggi nilotici e amorini cacciatori; con pannelli celesti di cielo e di acque che dilatano la grandezza della stanza.

L'impluvium, in marmo, con colonna cava e scanalata, è pavimentato a cocciopesto. Il giardino porticato a colonne stuccate in bianco e rosso ha una fontana e un grande affresco di paesaggio con scene di combattimento e caccia alle fiere, dipinto sulle pareti di fondo.



CASA DI L. CEIO SECONDO

Questa piccola casa, situata di fronte alla famosa Casa del Menandro, è una tra le più belle dimore di Pompei. La facciata è ben conservata, con un rivestimento a stucco ad imitazione marmorea, e così la pensilina che protegge dalla pioggia. Intatte anche le scritte murali, sul fronte della casa sono dipinte iscrizioni di nove personaggi diversi che presentano i loro programmi elettorali, uno di questi è Lucio Ceio, che si pensa ultimo proprietario della casa.

Del portone a due battenti con traversa di sicurezza si è potuto estrarre il calco. L’ingresso introduce all’atrio, sul quale si aprono le stanze, e in fondo un corridoio, tra triclino e tablino, immette al giardino.

All’interno c'è un grazioso atrio, con quattro colonne stuccate e dipinte, dove si nota ancora l’impronta dell’armadio mancante; sul fondo vi era un balcone di disimpegno per il piano superiore.

Illuminante per capire la più tarda sopraelevazione del piano superiore è l’aggiunta di una scaletta con parete ad intelaiatura che, addossata alla parete ovest dell’atrio e sviluppandosi con un ballatoio, dava accesso agli alloggi superiori.I dipinti vanno dalle acque del Nilo in piena, le palme e i sicomori, i pigmei e le belve.

La riproduzione di animali, locali o esotici, andava di moda nei giardini e quello di Lucio Ceio Secondo contiene un’Africa tutta fantastica.

Il giardino è illusionisticamente ingrandito dalla grande scena di caccia sulla parete di fondo, mentre sulle pareti laterali scene egizie, e di genietti vari, secondo la moda del I sec.d.c. La decorazione degli ambienti è di tardo III stile con pavimenti a tessere, che nel tablino formano figure geometriche, inserite in pavimenti di marmo colorato.



CASA DI LUCREZIO

Questa casa era la bellissima dimora del sacerdote di Marte e decurione della città.

L’atrio probabilmente era completamente coperto e perciò senza impluvio, a mosaico e con un bel tavolino in marmo; sulla destra dell’atrio si vede il Larario, riccamente decorato.

Dietro il tablino è situato un grazioso giardino pensile, con una nicchia dotata di fontana, simile a una piccola esedra, con statuette ed erme marmoree disseminate, oggi nel Museo di Napoli o trafugate.

Anche molti dei dipinti che arricchivano le pareti sono ora al Museo Archeologico di Napoli; ma vi si possono ancora ammirare architetture fantastiche dipinte in IV stile, nell’atrio; quadretti di soggetto mitologico, con busti di divinità ed amorini nelle camere attorno all’atrio, e stanze decorate soprattutto a rosso e nero.

Sulle pareti del tablino dovevano essere inseriti, come d'uso, i quadri di maggior valore, con nature morte di raffinatissimi oggetti da tavola, frutta, pesci e cacciagione.

A destra del tablino, uno splendido affresco raffigurante il trionfo di Bacco seguito da un Satiro e da un genio alato femminile in volo. 

Dall’ala sinistra si passava negli ambienti della cucina, del forno e della latrina.

Una scala scendeva al piano del giardino e saliva al piano sopraelevato della casa, che giungeva fino al vicolo settentrionale dell’insula.



CASA DI OCTAVIO QUARTIO

Detta anche ed erroneamente di Loreio Tiburtino, ma si conosce il nome del proprietario per il ritrovamento di un sigillo bronzeo in una delle stanze da letto intorno all'atrio. Si chiamava Decio Ottavio Quartio e continuò a lavorare per abbellire la sua casa fino al momento dell'eruzione, senza poter terminare i lavori.

La sua casa si trovava all'interno di un isolato che conteneva in origine nove appartamenti, ma dopo il terremoto del 62 d. c., Ottavio Quartio trasformò l'isolato, probabilmente perchè molte parti degli appartamenti erano a terra, distruggendo tutto per farne un'unica abitazione.

Sul terreno a disposizione fece costruire una piccola casa ad atrio tuscanico guadagnandoci però un enorme giardino, decorato come le più lussuose ville dell'aristocrazia romana, con vasche, fontane e giardini, come una villa settecentesca in miniatura.

Per ingrandire il giardino fece perfino inserire il peristilio dentro il tablino, con un effetto però di grande respiro. Mantenne invece due cauponae, le osterie, sulla facciata, perchè spesso a Pompei, come a Roma, i negozi, o tabernae, come fonte di guadagno, erano aggregati alla dimora signorile.


Descrizione

I decori all'interno della casa, secondo la moda dell'epoca, riproducevano paesaggi e ambienti esotici, con personaggi e raffinate grottesche.

Il giardino è spettacolare, traversato da un canale con vasche, fontanelle e ponticelli, archi e tempietti, sotto un pergolato circondato da statue di divinità fluviali e orientali, di muse, e di personaggi del corteo di Bacco.

Il canale era stato realizzato in asse con la sala principale della casa, collocata di fianco al peristilio/tablino e aperta su una terrazza porticata, da cui si poteva udire lo scroscio dell'acqua che scorreva e godere del giardino decorato.

Presso il grande portale d'ingresso i sedili per i clientes, sostenitori del padrone di casa, da cui ricevevano favori politici od economici. L'atrio rettangolare ha al centro l'impluvium, adibito però solo a vasca per fiori.

Dal fondo dell'atrio s'accede ad un piccolo peristilio e quindi ad una loggia porticata che s'affaccia sul grande giardino, con un canale a T, sui cui bordi svettavano statuette ed erme.

Un biclinio per i pranzi all'aperto, ha una fontana ad edicola fiancheggiata da due dipinti d'un certo Lucius: Narciso che si specchia nella fonte e Piramo suicida per aver trovato il velo insanguinato di Tisbe

All'estremità occidentale della loggia porticata si apre una stanza con fini pitture mitologiche di IV stile su fondo bianco e giallo, tra cui la Leda col cigno.



CASA DELLE NOZZE D'ARGENTO

Cosiddetta perchè scavata nel 1893, quando ricorrevano le nozze d'argento dei Reali d'Italia. Ha il più grande atrio tra le case di Pompei, con intorno all'impluvio quattro colonne, in tufo nocerino sormontate da capitelli corinzi. L'ultimo proprietario si chiamava Lucio Albucio Celso.

Nonostante le successive acquisizioni di ambienti a danno delle case vicine, questa casa ha conservato l'impianto originario, del II secolo a.c., con atrio e peristilio in asse con l'ingresso.

Più tardi, forse dopo il terremoto del 62, la casa fu completata con il grande giardino porticato, decorato da vasca centrale e un piccolo triclinio all'aperto. Alcuni ambienti sono decorati con pitture del II stile e un grande salone a parete nera.

La casa era dotata anche d'un piccolo bagno con tepidarium e calidarium, e con la vasca per bagno freddo sistemata in un giardinetto attiguo.

Il peristilio era "rodio", dove il colonnato su uno dei lati, il più esposto al sole, era più alto degli altri tre per avere una parte della casa sempre illuminata dal sole, anche nel periodo invernale.

RICOSTRUZIONE DELLA CASA DEL POETA TRAGICO


CASA DEL POETA TRAGICO

Lo stretto corridoio fiancheggiato da due tabernae che porta all'atrio ha ancora sul pavimento un quadretto a mosaico con un cane ringhiante tenuto alla catena e la famosa scritta cave canem: attenti al cane.

Questa casa, scavata soprattutto negli anni 1824-1825 e situata vicino alle Terme Pubbliche, deve il suo nome ad un mosaico, con emblema al centro, rinvenuto nel tablino, raffigurante un corégo, ossia un istruttore di attori del teatro.

La decorazione della casa comprendeva dipinti e mosaici famosi, quasi tutti oggi nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Costituisce il tipico esempio di casa media acquistata e rinnovata dalla classe che andava dominando economicamente negli ultimi anni.

La casa era impreziosita da opere d’arte che, con i primi scavi del Settecento, piuttosto sommari e poco accurati, furono portate al Museo Nazionale di Napoli.Nell’atrio e nel peristilio erano presenti vari dipinti:
- Il sacrificio di Ifigenia,
- Il ratto di Briseide,
- Hera e Zeus.

Nell’ampia sala del triclinio:
- Venere che contempla degli Amorini,
- Arianna abbandonata sull'isola di Nasso,
- il mito di Diana, e altri quadretti figurati decoravano le stanze a sinistra del peristilio;
nel tablino erano posti il mosaico con
- Attori teatrali, che hanno dato il nome alla casa,
- e un dipinto con Admeto ed Alcesti.

E’ facile immaginarsi quale doveva essere la casa tanti secoli fa, ricostruendo nella fantasia la copertura dell’atrio da cui penetrava il sole attraverso il compluvio, e rivedendo tutta la finezza dei dipinti, i mosaici, il verde ed il tempietto nel piccolo giardino, velato di luci e di colori.



CASA DI PANSA

L'insula è occupata da un'unica casa, la Casa di Pansa. Si trova vicino al forum ed è una delle primissime case con grande atrio e peristilio, costruite a intorno alla metà del secondo secolo a.c., contemporaneo alla Casa dei Capitelli Colorati e alla Casa del Fauno.

E’ uno dei più nobili esempi di abitazione preromana, cioè del periodo sannitico.

Presenta un piccolo peristilio a colonne esagonali, sovrastate da capitelli ionici ed una grande vasca al centro, con decorazioni postagustee, con adiacenti altri ambienti (gineceo); su una delle pareti, entro una cornice paesistica, era rappresentato
- il mito di Diana e Atteone dilaniato dai cani, andato distrutto nei bombardamenti dell’ultima guerra.

I capitelli ionici del giardino porticato datano l'abitazione al 140-120 a.c.: essa presenta l'impianto con schema 'ad atrio', fondato sull'asse ingresso-atrio-tablino, e occupa l'intero isolato. La decorazione originale è stato effettuata con lo stesso tipo di gesso usato nel Santuario di Apollo. Pietre colorate e frammenti laterizi pavimentano il marciapiede dinanzi all'ingresso ed il vestibolo.

Stando al bando dipinto in un vicolo attiguo, nell'ultimo periodo di Pompei, il ricco e potente proprietario Cn. Alleius Nigidius Maius, commerciante d'origine campana, duoviro nel 55-56 d.c., la dava parzialmente in affitto.

All'esterno delle pareti della casa è stato trovato un reperto curioso, un rilievo in stucco di una strana croce, col braccio lungo in basso che si allargava leggermente finendo in modo tondeggiante, come il manico di un cucchiaio.

I bracci laterali erano invece diritti finendo però con una svasatura poi tronca, mentre il braccio superiore, molto corto, non si allargava e finiva anch'esso con una linea dritta. Oggi il rilievo, ormai consunto, è praticamente invisibile, e non se ne è trovata spiegazione, Sicuramente non è cristiana, perchè mai ne è stato rinvenuto di questo tipo, ma un significato doveva averlo, anche perchè il braccio superiore è cortissimo.



CASA DI M. EPIDIO RUFO

Fu uno dei caseggiati pompeiani più danneggiati dal bombardamento del 1943. Una bomba, cadendo nell'impluvio dell'atrio, aveva scavato una voragine, spezzato le colonne facendole cadere le une sulle altre e abbattuta l'intera facciata. I restauri hanno recuperato colonne e strutture sannitiche mentre nulla si è potuto fare per la facciata.

La bella casa di M. Epidio Rufo è a sinistra del quadrivio, lungo Via dell’Abbondanza. Quale segno di eccezionale distinzione, alla casa si accede attraverso un alto podio di 1,5 metri sulla strada e il portone principale si apriva solo nelle grandi occasioni.

L’atrio corinzio, di puro stile ellenico, con ben sedici colonne (polistilo) alte 4,5 metri, è uno dei più grandiosi di Pompei. Ai lati dell’atrio vi sono due locali che hanno all’ingresso colonne con capitelli corinzi figurati.

Il bacino dell'impluvio, in lastroni di tufo, è di origine sannitica. Il Larario riporta la dedicatoria di due liberti (di nome Diadumeni) al padrone ed ai Lari della casa: “Genio Marci nostri et Laribus”.

In fondo all’atrio, dal tablino si passa nel triclinio con tracce di interessanti pitture: architetture fantastiche e piante stilizzate e una scena di Marsia che sfida Apollo a suonare la tibia davanti alle Muse.



CASA DI HOLCONIUS RUFUS

Appartenne a uno dei tribuni Augusto, un personaggio altolocato. La casa è spaziosa ed elegante, con una bella struttura architettonica, sottolinata nella zona del tablinium e il peristilio da un'ariosa galleria aperta e colma di fregi.

La casa aveva una preziosa decorazione pittorica nella magior parte delle pareti. Disponeva anche di un triclinio estivo, ornato da fontane e dipinti tutt'intorno. Gli splendidi affreschi sono purtroppo visibili solo in parte a causa del deterioramento con numerose scene mitologiche e personaggi famosi.



CASA DI M. FABIUS RUFUS

Questa abitazione, una tra le case più grandi di Pompei, si ergeva probabilmente su più piani a ridosso della cinta muraria e gode di una magnifica vista sul golfo di Napoli. Essa è il risultato della fusione di più edifici preesistenti, e l’interno della villa presenta decorazioni in vari stili.

La maggior parte delle stanze è in IV stile pompeiano, con tripartizione orizzontale e verticale delle pareti suddivise in larghi pannelli separati da esili archittetture e, al centro, scene figurate. Nell’atrio vi sono delle piccole terme.

Il piccolo peristilio, con colonne doriche in tufo, presentava una piccola piscina centrale al posto della consueta cisterna sotterranea, e una terrazza panoramica sopra al porticato.



CASA DI SALLUSTIO

Questo è uno degli esempi più belli di abitazione preromana del periodo sannitico, nonostante la mofiche avvenute in tempi successivi.

La casa deve il nome ad un certo Sallustio menzionato in un’iscrizione elettorale dipinta sulla facciata.

Vari ambienti della casa, il vasto atrio toscanico, le pareti del tablinum e uno dei cubiculi, conservano ancora buona parte della decorazione in I stile, che imita con il rilievo e con i colori l’incrostazione di marmi policromi.

Il piccolo peristilio a colonne esagonali del lato meridionale, con le diverse proporzioni e destinazione degli ambienti, riporta alla costume e alla decorazione della casa pompeiana dell’età post-augustea: su una delle pareti era raffigurato il mito di Diana e Atteone, andato distrutto.

Con l’aggiunta di un piano superiore, la casa fu trasformata in ristorante ed albergo nell'ultimo periodo: sulla facciata si aprono diverse botteghe e un panificio.



CASA DI VENERE

La casa, che prende il nome dal grnde dipinto di Venere che vi si scoprì nel 1952, doveva appartenere ad un proprietario di grande agiatezza, considerate le dimensioni e le decorazioni, anche se al momento dell’eruzione era in fase di restauro.

Nell’atrio, danneggiato dai bombardamenti del 1943, ben si conserva la stanza a fondo nero del lato destro, con Ritratto di giovane con cetra; la grande sala triclinare con il pavimento a mosaico, invece, è incompiuta e sulle pareti resta solo uno strato di intonaco.

Terminata era invece la decorazione del quartiere del giardino con il portico, dai due lati, ad alte colonne, stuccate di giallo e di bianco, su cui si affacciano le stanze di soggiorno.

Il muro di fondo è totalmente decorato occupato da una grande pittura che allarga il giardino con una siepe dipinta, con cespugli fioriti, uccelli e colombe che bovono in vaschette marmoree, con sul fondo un orizzonte marino, nel quale appare Venere in una conchiglia scortata da due Amorini.

La Dea trattiene con una mano il velo gonfiato dal vento, sfoggia un'elaborata acconciatura e indossa unicamente i suoi gioielli: un diadema, una collana, braccialetti e cavigliere.

Ai lati della conchiglia si trovano due amorini, uno dei quali cavalca un delfino. La pittura mostra una divinità un po' statica, ma il paesaggio è splendido. A sinistra appare l’immagine di Marte, figura statuaria di eroe in armi.



CASA DEL GIARDINO DI ERCOLE


La Casa del Giardino di Ercole, si trova nella Regione II, accanto alla palestra grande dove sono ancora visibili i calchi dei platani che ornavano la vasca, lungo un tratto della via di Nocera ricca di orti e di vigneti.

Si tratta di una casa a schiera del III sec. a.c., che sulla soglia ha un mosaico di tessere bianche che ammonisce scherzosamente i clienti : " Cras Credo", cioè "Domani farò credito", il che la rivela abitazione con piccola officina e bottega.

Infatti lo studio del giardino ha rivelato una produzione di olio di oliva per la preparazione dell'omphacio, e pure una coltivazione di fiori, quindi una produzione di profumi-unguenti e forse anche di piante impiegate nella confezione di ghirlande e di corone ( "piante coronarie", dette anche stephanomatikà).

L'ingresso introduce alle stanze da letto laterali proseguendo fino al cortile che ha funzione di atrio.

Da questo si accede, per un corridoio fiancheggiato da altri ambienti, all'hortus (giardino) in fondo alla casa, di circa 4000 mq. Questo enorme spazio verde fu organizzato fin dalla metà del I sec. a.c. sostituendo ben 5 abitazioni del tipo 'a schiera'.

Vi si faceva una coltivazione soprattutto di essenze idonee a produrre profumi, sicché è probabile che il proprietario fosse un profumiere.La Casa prende il nome da un larario che si trova a un lato del giardino, con un'ara per le offerte votive e una statuina in marmo di Ercole.

Vi è installato, oltre a un canile, un triclinio all'aperto, ombreggiato dalla vite e con letti in muratura accanto ai quali sono stati ritrovati monete ed anelli in oro.



CASA DELLA NAVE EUROPA

La casa deriva il nome dal graffito sulla parete Nord del peristilio, che raffigura una nave da carico con la scritta Europa, dal nome dell'eroina vittima della brama del Dio Giove che la trasformò in giovenca.

La domus, più rustica che signorile, ha varie stanze che si aprono su un bel peristilio, dal quale si passa all'orto-giardino, coltivato con varietà di verdure:
- fave,
- cipolle,
- cavoli,
- viti,
ed anche piante esotiche, cioè
- ciliegio,
- pesco,
- albicocco,
- pistacchio (del resto importati dall'oriente e impiantati in suolo italico nel I a.c.-I d.c.), i cui semi o piantoni erano posti dentro 28 vasi di terracotta, rinvenuti lungo il muro perimetrale, e limoni, forse introdotti dagli Ebrei, e considerati non da cucina ma come medicinali, per sciacquare la bocca, e per proteggere i vestiti in deposito dagli insetti.

C'era anche una stalla in fondo al giardino dove si allevavano animali.



CASA DELL'ARA MAXIMA

La Casa dell'Ara maxima (Gande Altare) è una piccola ma elegante casa decorata situata in Via del Vesuvio, anche conosciuta come Casa del Pinario e Casa di Narcisso. Venne scavata per la prima volta tra il 1903 e il 1904.

La casa ha una disposizione irregolare che consta di una serie di stanze arrangiate intorno a un atrio. La casa è a due piani e alcune delle stanze superiori ancora sopravvivono.

THE HOUSE OF THE ARA MAXIMA

( fig.1 ) CASA DELL'ARA MAXIMA - RETICOLO DI SOVRAPPOSIZIONE SULL'AFFRESCO

Un approccio comune alle modellature dell'affresco della Casa dell'Ara Maxima, è stato utilizzato anche nel caso della Casa di Apollo.

Obiettivo fondamentale della visualizzazione in 3D è stato creato per una versione strutturalmente coerente della struttura raffigurata.

Il modello in 3D fu costruito nel 3d Studio Max software, lavorando al top di una foto della pittura parietale, avendo molta cura che non vi fossero distorsioni (Figure 1).

(fig.2) CALCOLO DELLA PROFONDITA'
La cornice architettonica che circonda la scena sacro-idilliaca centrale è stata utilizzata come punto di riferimento per stimare la profondità e le proporzioni del resto della struttura, in quanto questa zona non è interessata da alcuno scorcio prospettico (Fig. 2).
A causa della natura asimmetrica del design e la sua insolita inclinazione, l'ala sinistra appare meno distorta si quella di destra, fornendo una solida base per modellare entrambe le ali in tre dimensioni.

L'ala sinistra, una volta modellata, è stato girata per formare una copia speculare per il lato destro.

Quando il modello è sovrapposto su una fotografia digitale dell'affresco, troviamo che tutti quelli che sono la porta destra del modello corrisponde alla larghezza, ma non all'altezza dell'affresco. Sovrapposizione permette anche allo spettatore di vedere come acutamente il disegno affresco è prospetticamente forzato dalla porta destra.

Dove le sezioni della parete dipinta sono danneggiate o mancanti su un lato, vengono usate le corrispondenti sezioni dell'altro lato come basi per il modello.

La ricostruzione schematica di Alan M.G.Little venne anche usata come un punto di riferimento per costruire le sezioni mancanti dal livello superiore (Figura 3). Comunque, il disegno di Little, in particolare la sezione di livello superiore è proporzionale con la struttura architettonica raffigurato nell'affresco.

(fig.3) DISEGNO SCHEMATICO

Il livello superiore del progetto era quello di essere coerenti con la proporzione architettonica del livello più basso.
Al fine di effettuare una stima più misurata della profondità dell'elemento architettonico raffigurato, una telecamera virtuale è stata posizionata davanti al modello alla stessa altezza del punto centrale di prospettiva sulla pittura murale. 

La fotocamera è stata poi arretrata per visualizzare la struttura secondo l'asse della prospettiva realistica. Attraverso una combinazione di aggiustamento dei singoli elementi all'interno del modello e la posizione della telecamera, si è realizzata una somiglianza paragonabile alla profondità suggerita dall'affresco.

(fig.4) L'ARIA EVIDENZIATA MOSTRA LA BASE
DELLA PIATTAFORMA
Finalmente fu costruita un'ipotetica base di pulpitum, che nella pittura è visibile nella sezione destra e bassa della scena. (Figura 4).

I colori di base della struttura derivata dall'affresco, sono stati poi aggiunti alla struttura.

Una sorgente di luce è stata creata, proiettante forti ombre (non raffigurate nel dipinto) sufficiente per consentire allo spettatore di percepire più facilmente la natura dello spazio architettonico. 

Una figura umana collocata nella porta di destra per dare il senso delle altezze, dimostra chiaramente che il livello superiore della struttura non sarebbe stato usufruibile poichè inadatto per l'altezza a stare in piedi, suggerendo, inoltre, la miniaturizzazione progressiva del livello superiore, come visto per esempio, nell'affresco studiato dalla Casa della terrazza.

MODELLO FINALE DELL'ARCHITETTURA

CASA DI CICERONE
Non si ha prova che appartenesse al sommo avvocato, ma vi si conserva una pittura cinta di un ornato, spesso in uso presso i Pompeiani, con tre funamboli in figura di fauni, che danzano sopra tirsi sospesi a funi.

Il danzatore che è nel mezzo ha il corpo tinto di rosso, i capelli e la coda di verde: poggiato alla spalla sinistra tiene il tirso e sembra che voglia avvertire gli spettatori che si dà principio ai vari giuochi.

Gli altri due funamboli son dipinti di verde, le code e le chiome son gialle. Essi non si poggiano sul tirso colla pianta dei piedi, sì bene colle punte e coi calcagni, mostrando la loro maestrìa nel reggersi in sì difficile equilibrio, l'uno suona la lira, l'altro fa spruzzare il vino in un cratere da un bicchiere a forma di corno che regge colla destra.

Quanto avidi fossero gli antichi di tali giuochi, basti il ricordare che Terenzio non potè rappresentare una nuova commedia poiché distoglieva la plebe.
Questi funamboli con altri undici effigiati in diversi atteggiamenti, tutti eseguiti sopra un fondo nero, ed alti cent. 20, ornavano una cella della casa suburbana detta di Cicerone: ora son conservati nel Museo di Napoli.




-- I TEMPLI --


TEMPIO DI VENERE

Il Tempio di Venere era chiuso da un alto muro e poteva essere raggiunto dall’ingresso a nord-est di Via Marina.

Il tempio sorgeva su un podio che misurava circa 30 metri per 15 metri ed era circondato da un portico con due file di colonne su più lati e con una sola fila sulla parete nord.

Il lato orientale del tempio fu abbellito da due piedistalli di statue e forniva l'accesso alle case, ai piedi del pendio, dove i sacerdoti di Venere probabilmente vivevano.

Il culto di Venere era importante a Pompei dato che la Dea era la protettrice della città.

Quando diviene colonia romana, infatti, Pompei è chiamata Colonia Veneria Cornelia Pompeianorum, dal nome di Lucio Cornelio Silla, suo conquistatore, e dal nome di Venere, sua patrona.

Il tempio della Venere pompeiana è il più importante della città: costruito in età sillana, e successivamente ampliato e rivestito di marmi preziosi, era ancora in fase di ricostruzione nel 79 d.C., al momento dell'eruzione del Vesuvio.

Se fosse stato portato a termine, il tempio, con i suoi grandiosi portici, sarebbe divenuto il più monumentale di Pompei.

Infatti il culto della Dea è testimoniato da numerose statue e raffigurazioni dipinte, copiose all'interno delle abitazioni.

Famosissima la scena dipinta nel peristilio della Casa di Venere, ad esempio, la Dea troneggia su una grande conchiglia, sullo sfondo di un mare azzurro.



TEMPIO DI APOLLO

All'epoca in cui sugli Osci di Pompei calò la dominazione etrusca, risalgono il tempio di Apollo e le Terme stabiane.

Il santuario dedicato ad Apollo è infatti il più antico luogo di culto di Pompei e mantenne in auge la sua supremazia restando l'edificio religioso più importante della città.

Non conosciamo l'aspetto originario dell'area sacra, ma sappiamo che il suo culto risale almeno al VII secolo a. c..

Nulla rimane dell'edificio primevo, ma se ne conserva parte delle terrecotte dipinte che decoravano il tetto, secondo l'uso etrusco. Il tempio che vediamo oggi fu costruito in età sannitica dal questore Oppio Campano, come ricorda l'iscrizione sulla soglia della cella.

In seguito, per permettere la realizzazione del Foro, l'area del santuario venne ristretta. Fu il senato di Pompei, ormai colonia sillana, che fece porre presso il tempio un altare in onore di Apollo, forse per rimediare al ridimensionamento.

In età augustea, fu sistemato nel santuario un orologio solare e venne elevato il muro occidentale per togliere la vista alle case vicine.

Dopo il terremoto tutta l'area sacra venne restaurata con grande cura. In età augustea si svolgevano dei giochi in onore del Dio, i ludi Apollinares.

Per alcuni Apollo era il protettore della città, o ne proteggeva soltanto le attività commerciali, in ogni modo grande fonte di sostentamento e ricchezza per Pompei. Ma sembra che il protettore principale fosse Venere.

L'attuale santuario è un rifacimento del II sec. a.c., parzialmente restaurato dopo il terremoto del 62. Il tempio, al centro d'un recinto sacro, era circondato per i quattro lati da colonne originariamente scanalate con capitelli ionici, poi nel restauro colmate a stucco.

I capitelli furono in seguito sostituiti da capitelli corinzi e dipinti in giallo, rosso e blu. Il tempio sorgeva su un alto podio con imponente gradinata.

Dinanzi a questa stava un altare in marmo bianco su base di travertino, con l'iscrizione in latino dei quattuorviri che lo dedicarono.

Sul muro perimetrale che s'affaccia sul Foro, c'era e ancora c'è, una nicchia con la mensa ponderaria, le misure di capacità ufficiali contro eventuali frodi.

Sul lato occidentale del portico i resti d'un porticato, il mercato degli erbaggi e dei cereali.



TEMPIO DI GIOVE

Tra la fine del III e l'inizio del II secolo a. c., per creare un foro monumentale presso l'ingresso alla città dal porto, al centro del lato settentrionale della grande piazza, venne costruito, all'incirca verso il 250 a.c., anche il tempio dedicato al sommo Giove.

Della struttura originale resta soltanto il podio che lo identifica come tempio del tipo etrusco-italico. Non a caso Pompei subì anche la dominazione etrusca.

Questo podio, alto e quadrangolare, è cavo all'interno e diviso in tre navate da colonnati a due ordini.

Qui venivano depositati tutti i doni votivi portati al tempio, tra cui exvoto in terracotta o bronzo o rame, ma anche gioielli preziosi o donazioni in monete in oro o argento.

Vi si riponevano inoltre tutte le attrezzature consacrate e necessarie per lo svolgimento dei riti.Sembra che al momento della fondazione della colonia sillana, la parte superiore del tempio fosse ornata con sei colonne corinzie sulla facciata.

Durante lo scavo, fu rinvenuto tra le macerie della cella un colossale busto di un personaggio maschile seduto, probabilmente Giove.

Da qui l'ipotesi che il tempio fosse originariamente dedicato a Giove e, dopo l'80 a.c., anche a Giunone e Minerva, come la tradizione romana imponeva.

Fu seriamente danneggiato dal terremoto del 62 ed ancora non restaurato al momento dell'eruzione.
Sul fondo della cella dovevano essere collocate le statue di culto, delle quali resta, nonostante fosse prima registrato come busto, solo la grande testa di Giove, ora conservata al Museo Nazionale di Napoli.



TEMPIO DEI LARI PUBBLICI

E' l'ultimo monumento costruito intorno alla piazza del Foro. Non si tratta di un tempio dedicato ai Lari domestici, ma a quelli protettori della città, probabilmente per il bisogno di proteggersi dopo il terremoto. In questo caso i Lari erano i progenitori della città intera, in un certo senso i suoi primi fondatori che continuavano a vigilare sulla città.

Per costruirlo furono interrotte due strade che portavano alla piazza del Foro.

Il tempio, absidato e completamente aperto sul Foro, forse senza tetto e decorato con marmi colorati, si presentava come un grande cortile con una serie di nicchie che accoglievano una galleria di statue, tra cui divinità protettrici e i membri della famiglia imperiale.

Dopo il terremoto, Nerone partì da Roma per visitare le città campane e dimostrare la sua premura, facendo visita fra gli altri, proprio a questo tempio.




TEMPIO DI GIOVE MELICHIO

Risalente al III-II secolo a.c. e circondato da un recinto sacro, ha nel mezzo del cortile antistante un altare in tufo nocerino. Nel tratto inferiore di Via di Stabia, si apre un minuscolo tempietto che un’iscrizione osca attesta dedicato al culto di una divinità greca, di origine siceliota, Giove Melichios, un tempo facente parte dei Sacri Misteri di Dmetra e Core, come testimoniato in Sicilia.

Il ritrovamento sul basamento, all’interno di una piccola cella, di tre statue di terracotta rappresentanti la sacra triade capitolina, Giove, Giunone e Minerva, alla quale era dedicato il tempio massimo del Foro, ha fatto giustamente supporre che, dopo la rovina del terremoto nel 62 d.c., il maggior culto della colonia venisse temporaneamente trasferito nel tempietto greco-sannitico di Giove Melichios.

All’interno del piccolo recinto tutto chiuso del santuario, si eleva ancora solenne la grande ara in tufo per i sacrifici, mentre l’immagine del Dio era finemente scolpita sui capitelli in tufo e stucco che sormontavano i pilastri della cella. Questo piccolo santuario è indicativo delle influenze di culti greci, evidenti nel periodo in cui la città fu maggiormente sottoposta alle correnti della civiltà ellenistica.



TEMPIO DI VESPASIANO

Questo tempio fu costruito dopo il terremoto del 62 come luogo di culto dell'imperatore Vespasiano, ed ha una facciata che si proietta nella strada sporgendo oltre l'edificio di Eumachia, pur essendo un edificio più modesto rispetto a questi.

Un muro di recinzione, ravvivato da stucchi architettonici, ne chiude lo spazio sacro. Una porta centrale introduce nell'atrio del santuario stesso con quattro colonne sul fronte.

Tra queste sale una gradinata che guida al podio su cui poggia la cella con la statua di culto. Il sacello era diviso in tre stanze usate dagli officianti sia di questo tempio sia del Tempio dei Lari, con cui comunicava attraverso una porta. Insomma con un sacello diviso a metà servivano due templi.

Nel centro del suo cortile è stato rinvenuto un bell'altare di marmo scolpito a bassorilievi con una scena di sacrificio ed altri soggetti, visibile tutt'oggi.




TEMPIO DELLA FORTUNA AUGUSTA

E' il primo tempio di Pompei dedicato all'imperatore. Fu eretto a spese del duoviro Marco Tullio, sul suolo di sua proprietà., della famiglia latina dei Tulli, la stessa da cui discendeva Cicerone, che svolse la sua carriera politica tra il 25 e il 2 a. c.Il tempio, ricoperto interamente di marmo, sorgeva su un podio con gradinata e ara alla base.

All'interno c'erano la statua di Augusto e quelle dei dedicanti o, secondo altri, quelle dei suoi successori fino al terremoto del 62.

Non fu costruito nel Foro, terreno forse di un costo troppo elevato, o perchè il dedicante voleva usufruire del terrfeno che già possedeva.

La cella, preceduta da un pronao con quattro colonne sul fronte e tre sui lati, aveva sul fondo un'edicola per la statua della Dea Fortuna, con ai lati quattro nicchie per statue.

La Fortuna era un'antica Dea romana che in questo caso proteggeva Augusto imperatore e di conseguenza tutte le città che vi si sottomettevano.




TEMPIO DI ISIDE

Fu costruito tra la fine del II e l'inizio del I sec. a.c. il recinto porticato dell'area sacra con il tempio al centro.

L'antichissimo culto di Iside fu particolarmente diffuso nel III sec. a. c. da Tolomeo I, il generale di Alessandro Magno divenuto faraone dell'Egitto conquistato dai Greci, per favorire l'unione tra i due popoli con un culto che piacesse ad entrambi.

La Iside egizia con la luna sulla fronte e lo sposo morto e resuscitato ricordava molto Venere e Adone con il pianto e la celebrazione di Adone nelle Adonie, come Iside piangeva Osiride morto.

Il culto si diffuse anche fuori dall'Egitto e giunse ben presto in Campania attraverso lo scalo di Pozzuoli.


Vi si costruì così un tempio di Iside, distrutto dal terremoto ma poi completamente ricostruito.

Del tempio originario resta soltanto una parte del podio.

Con il restauro si estese l'area sacra restringendo la palestra sannitica, per una grande sala per le cerimonie e un nuovo ingresso monumentale.

Oggi è in ottimo stato di conservazione, con stucchi, statue e dipinti, e tutta la suppellettile per il culto ancora sul posto.

Numerosi affreschi del tempio sono conservati presso il Museo archeologico nazionale di Napoli, dove è esposto un plastico dell'originale struttura del tempio.




TEMPIO DEL GENIO DI AUGUSTO

In età augustea, una sacerdotessa pubblica di nome Mammia costruì a sue spese e su un suo terreno un piccolo tempio sul lato Est del Foro. Mammia era un personaggio così importante a Pompei che il senato locale le concesse una tomba sul suolo pubblico, nella necropoli di Porta Ercolano. Dall'iscrizione della dedica dovrebbe trattarsi di un tempio dedicato al Genio dell'imperatore Ottaviano Augusto.

Di certo certo è un luogo riservato al culto dell'imperatore, poiché sull'altare di marmo al centro del cortile è raffigurato il sacrificio di un toro, l'offerta che veniva fatta agli Dei per l'imperatore ancora vivente.

Solo una piccola parte dell'edificio originale è conservata: il piccolo tempio su podio forse con quattro colonne sul fronte e una parte della facciata verso il Foro. Tutto il recinto e gli ambienti retrostanti sono stati restaurati dopo il terremoto del 62.

RICOSTRUZIONE GRAFICA DEL FORO ( http://www.altair4.com/it/ )

LA PIAZZA DEL FORO

Il Foro era la piazza principale della città, chiusa al traffico e accessibile solo a piedi. Qui erano concentrati tutti i monumenti necessari all'amministrazione politica, giudiziaria e alla vita religiosa ed economica della città.

Fu costruita come si vede oggi nel II sec, a. c. in un'area priva di edifici più antichi, abbattendo solo una parte del muro perimetrale del vicino santuario di Apollo.

La piazza era pavimentata in lastre di tufo e aveva già una superficie totale di 5396 mq. Seguirono tutti gli edifici sui lati Nord Ovest e Sud della piazza, mentre sul lato Est si trovavano il primo macellum, taverne e abitazioni, poi distrutte per i nuovi monumenti.

Per regolarizzare gli edifici della zona sud della piazza, il questore Vibio Popidio fece costruire un doppio porticato e poco dopo fu restaurato anche il tempio di Giove sul lato opposto della piazza.
In età augustea, fine del I sec, a. c. e l'inizio del I d. c. la vecchia pavimentazione fu rifatta in travertino con in lettere di bronzo il nome, ormai illeggibile, del donatore.

PIANTA DEL FORO (By Diane Favro)
Sul lato Est vennero gli edifici di culto, venne restaurato l'antico macellum e gli ingressi alla piazza divennero archi monumentali.

Curiosamente il Foro di Pompei è uno dei pochi del mondo romano in cui le statue onorarie non sono concentrate al centro della piazza, ma disposte sui lati o addirittura sotto il porticato, dunque più di modello ellenico che romano.

La piazza, di notevoli dimensioni, 38 x 142, era circondata per tre lati da un porticato, mentre il lato nord era chiuso dal Tempio di Giove Capitolino.

Per interdire l'accesso ai veicoli, il portico venne costruito ad un livello più alto della piazza, con due gradini. Restano solo le basi delle numerose statue del Foro: probabilmente non ancora ricollocate al loro posto dopo il terremoto del 62.




FORO TRIANGOLARE

E' un'area sacra a pianta triangolare, situata su un costone vulcanico a picco sulla pianura.

Si accede alla piazza, sistemata nel II sec. a.c., dal vertice del triangolo, da un elegante portico con colonne ioniche in tufo.

Lungo i lati della piazza un colonnato di 95 colonnr doriche, lasciando libera la parte sud-ovest, che s'affaccia sulla pianura e sul mare.

Nella parte anteriore del portico la base della statua di Marco Claudio Marcello, nipote d'Augusto.

Dette origine a quest'area sacra un tempio dorico, con terrecotte architettoniche, del VI sec. a.c., di cui abbiamo scarsi resti, già dedicato ad Ercole, ritenuto il fondatore di Pompei, e più tardi anche a Minerva.

Probabilmente legato al culto di Ercole è il recinto quadrangolare d'epoca romana posto davanti alla scalinata del tempio.

A destra del recinto si vedono tre aree in blocchi di tufo d'epoca preromana, dietro alle quali è una piccola costruzione di forma rotonda con sette colonne doriche, contenente un pozzo, costruito da N. Trebius, un magistrato della Pompei preromana.

La Piazza del Foro sul lato meridionale ha tre edifici riccamente decorati, in forma di grandi aule, due dei quali absidali, riservati all'amministrazione.




LA BASILICA

Le basiliche erano edifici dove si amministrava la giustizia, ma pure per contrattazioni, vendita all'asta e al minuto, assemblee e tribunale.

A Pompei la basilica si trova vicino a uno degli ingressi alla città, lungo la strada che metteva in comunicazione l'area del Foro con l'area del porto.

La sua costruzione risale alla fine del II sec. a. c., distruggendo gli edifici che sorgevano nella zona e coprendo il pendio della collina con terra e detriti.

Solo più tardi il suo ingresso venne nascosto dal portico di Popidio, costruito alla fondazione della colonia, per nascondere le facciate irregolari degli edifici che chiudevano il Foro a Sud.

A pianta rettangolare, è divisa in tre navate, con copertura a doppio spiovente retta dalle colonne centrali e dalle semicolonne della parte superiore delle pareti, dove restano decorazioni in primo stile.

L'ingresso era su uno dei lati minori, mentre sul lato opposto si trovava il tribunal, la tribuna con i seggi dei giudici, raggiungibile con scale di legno.





COMIZIO

Il Comizio si affaccia sulla piazza del Foro e sorge di fronte alla Basilica. In questa grande sala si svolgevano le funzioni elettorali: gli elettori, distribuiti in “curiae”, votavano le liste dei candidati “proscripta” davanti al Duumviro proposto dall’assemblea elettorale.



SCHOLA ARMATURARUM

Venne costruita negli ultimi anni di vita della città di Pompei e fungeva da luogo di riunione di un’associazione militare. Quando l’edificio venne scavato si rinvennero molte armature su scaffali in legno a parete.

Prima di essere adibita a questo scopo l’area era occupata da un’abitazione provata di cui si possono rintracciare ancora alcuni elementi nella parte nord. Sulle ante dell’ingresso sono dipinti trofei di armi e rami di palma, emblemi di successi bellici, anche all’interno troviamo numerosi emblemi militari.



IL MACELLUM

Il Macellum era un mercato coperto delle carni e/o del pesce, con un cortile centrale dove veniva pulito il pesce. Come il Foro Olitorio, si trovava presso il Foro fin dalla sistemazione monumentale di questa piazza nel II sec. a. c., ma più appartato.

Gli interventi successivi al terremoto del 62 hanno nascosto le parti più antiche del monumento. Tutte le decorazioni che possiamo osservare risalgono però all'ultima fase dell'edificio.

Nel portico erano scene della mitologia greca mentre nell'ambiente di vendita più grande personificazioni del fiume Sarno e paesaggi marittimi, i luoghi da cui proveniva la merce.

Sul lato in fondo al cortile, venne infatti costruito un piccolo tempio in cui vennero collocate le statue dell'imperatore, dei dedicanti e dei membri della famiglia imperiale.




LA NECROPOLI DI PORTA NOCERA

All'esterno di Porta Nocera la necropoli si sviluppò seguendo il percorso della strada che conduceva a Nocera. Qui ci sono le tombe più monumentali di Pompei. I sepolcri sono 44, databili tra la fondazione della colonia sillana e l'eruzione del 79 d.c.

Il tipo più usato è un dado in calcestruzzo, decorato da elementi architettonici, che nasconde la camera sepolcrale, ma ci sono anche tombe a esedra o a edicola su podio.

Qui vennero sepolti Eumachia, la sacerdotessa che dedicò l'edificio di Eumachia nel Foro e Lucio Ceio Serapio, liberto della famiglia che abitava nella casa detta dei Ceii.

Questo personaggio, del I secolo a.c., fu il più antico banchiere di Pompei.

Dopo il terremoto del 62, le autorità posero nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Ercolano, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le tombe. Alcuni graffiti di argomento erotico incisi sulle tombe sono il ricordo delle coppie che venivano ad appartarsi qui.



LA NECROPOLI DI PORTA ERCOLANO

Al di fuori della porta che guardava verso Ercolano, si sviluppò una necropoli a partire dalla fondazione della colonia sillana. Sono state scavate trenta tombe, databili tra l'80 a. c. e il 79 d. c. Qui furono sepolti tra gli altri Marco Porcio, il costruttore del Teatro Coperto e dell'Anfiteatro e Mammia, la sacerdotessa che dedicò il tempio del Genio di Augusto nel Foro.

Il rito più ricorrente era quello inumatorio e l'abitudine di costruire tombe familiari era assai diffusa, anche se non mancano inumazioni e tombe singole.

Il sepolcro più consueto è a edicola su podio, o un altare, in cui veniva sistemata l'urna con le ceneri del defunto.

Ci sono anche tombe semicircolari, diffuse in età augustea e tombe con facciata monumentale che nasconde un recinto, in genere alberato, in cui venivano sepolte le urne.

Dopo il terremoto del 62 d. c. le autorità della città posero, nella zona della necropoli subito all'esterno della porta, come a Porta Vesuvio e a Porta Nocera, un'iscrizione che sanciva il recupero dei terreni entro il limite pomeriale, abusivamente occupato dai privati per le loro tombe.



TERME CENTRALI

Iniziate dopo il 62 su edifici rovinati dal terremoto, nel 79 non erano ancora terminate. Riservate agli uomini, prive del frigidarium, ma con il laconicum, una specie di sauna. Per la luminosità e la spaziosità degli ambienti e la grande palestra ricorda un po' le terme di Roma.



TERME DEL FORO

Ben conservate e con elegante decorazione, munite di calidarium e tepidarium nella sezione maschile, dove due corridoi portano allo spogliatoio e poi al frigidarium, e al “tepidarium”, con volta a botte ancora in parte ornata da stucchi seconda metà I sec.; vi si conserva il grande braciere donato da Marcus Nigidius Vaccula.

Dal tepidarium s'accede al calidarium, riscaldato da aria calda che passava all'interno delle doppie pareti.

La stanza ha due vasche, l'alveus, di forma rettangolare, per i bagni caldi, ed il labrum, con acqua fredda, e un'iscrizione in lettere di bronzo col nome dei duoviri che lo fecero collocare e la somma spesa: 5240 sesterzi.




TERME STABIANE

Erano le più antiche della città, risalenti forse al IV sec. a.c., attorno alla grande Palestra, con il cortile porticato su tre lati. Di questo periodo poco sappiamo riguardo a questo tipo di edilizia pubblica in altre città.

Nel periodo sannitico le Terme avevano un severo prospetto formato da pilastri e portali in tufo che si affacciavano su Via dell’Abbondanza.

Ebbero vari rifacimenti, l'ultimo dopo il terremoto del 62. Anche questo a due sezioni, maschile e femminile, servite dallo stesso impianto di calore, con l'aria calda che circolava sotto il pavimento, rialzato da piastrini, e nelle intercapedini delle pareti.

Ambedue avevano uno spogliatoio, una stanza moderatamente riscaldata, il tepidarium e una riscaldata fortemente, il calidarium, con una vasca per bagni caldi ed una fontana con acqua tiepida. Al difuori la grande piscina per nuotare all'aperto.

Come tutte le terme preimperiali mancava il frigidarium. Intorno all’area della Palestra si siluppavano le varie parti della costruzione termale sorte in due secoli e più di vita.

Sul lato sinistro si ha la grande piscina da nuoto, fiancheggiata da sale e da ambienti destinati soprattutto ai giovani; lungo il colonnato di destra si apre il bagno degli uomini e delle donne.

In fondo all’area settentrionale del portico si susseguono quattro anguste stanze per bagni privati, che costituiscono la parte più antica delle Terme, di tipo semplice e primitivo.

Al contrario, nobili e spaziose sono le due sezioni del bagno virile e del bagno muliebre che, su lati opposti, si affiancano alle tre caldaie centrali somministratrici di acqua calda e tiepida, acqua che passava attraverso le tubature degli encausti.

La stessa distribuzione di ambienti si ripete in entrambe le sezioni, anche se con maggior ampiezza di locali nella sezione maschile.

Così dalla sala dello spogliatoio, si passa alla sala rettangolare del tepidarium e a quella absidata del calidarium.




ODEION

Meglio conservato del Teatro è l’Odeon, l’elegante teatro coperto che i ricchi magistrati M. Porcio e C. Quinzio Valgo avevano costruito a proprie spese intorno all’anno 80 a. c., in quello stesso periodo cioè in cui si proponevano di donare alla città anche un’arena pubblica per i ludi gladiatori.

Rappresentazioni musicali, recitazioni mimiche, forse anche declamazioni letterarie e poetiche, avevano luogo nell’Odeon, che conteneva non più di 1200 spettatori, un pubblico più ristretto e più esigente.

L’età romana della costruzione ci si rivela nelle strutture e nella forma della scena e dell’orchestra; ma alcuni particolari decorativi ci richiamano alle più pure tradizionidel teatro ellenistico, quali i due Telamoni scolpiti in tufo, che formano la testata dei parapetti laterali della cavea e gli eleganti plutei terminanti a zampe di grifo del parapetto fra la ima e la medua cavea.

RICOSTRUZIONE IN COMPUTER GRAFICA DELL'ANFITEATRO DI POMPEI

L'ANFITEATRO

L'anfiteatro di Pompei è il più antico anfiteatro romano del mondo. Fu costruito tra l'80 e il 70 a.cdai due magistrati che reggevano il governo della città (duoviri) subito dopo la fondazione della colonia sillana e poteva ospitare fino a 20.000 spettatori. I magistrati si chiamavano Quinzio Valgo e Marco Porcio, gli stessi che costruirono il teatro coperto. Fu restaurato da Caio e Cuspio Pensa dopo il terremoto.

Le gradinate (cavea) erano divise in ordini di diversa qualità, che avevano anche ingressi separati. A ridosso dell'arena, si trovavano i posti migliori, riservati ai magistrati, ai membri del senato locale (decurioni), agli organizzatori e finanziatori dei giochi.

In caso di eccessiva calura, gli spettatori potevano essere riparati da enormi teli (vela) che venivano issati sopra la cavea e l'arena.

Gli spettacoli prevedevano combattimenti tra uomini e animali, oppure tra uomini e uomini, ed erano seguiti da arbitri e giudici di gara, come spiegavano una serie di affreschi dipinti tutto intorno all'arena e purtroppo oggi perduti. In occasione degli spettacoli, intorno all'anfiteatro si svolgeva un mercato e i venditori, con il permesso dei magistrati competenti, gli ediles, potevano addirittura utilizzare gli archi della struttura esterna come botteghe.



Ospitava 20.000 persone, ubicato nella zona sud-est di Pompei per non intralciare il traffico cittadino durante gli spettacoli, sia perché, ormai sotto la protezione di Roma, la cinta muraria non serviva più e quindi venne utilizzato parte del terrapieno per l'anfiteatro, mentre per l'altro terrapieno venne utilizzato il terreno ricavato dai lavori di costruzione: l'arena dell'anfiteatro infatti si trova a circa 6 m. di profondità.

La struttura esterna ha l'ordine inferiore ha una serie di archi ciechi a tutto sesto in pietra con pareti in opus incertum, sotto cui durante gli spettacoli i mercanti vendevano le mercanzie, mentre l'ordine superiore ha archi a tutto sesto. Tra i due ordini c'è un corridoio anulare.

All'esterno due grandi scalinate raggiungevano le gradinate più alte. All'interno l'arena è in terra battuta senza area sotterranea, con un parapetto di due m., affrescato durante l'epoca romana con raffigurazioni di lotte tra gladiatori.

Sull'asse maggiore due porte: una per l'ingresso dei combattenti, l'altra per il trasporti di feriti e morti. La cavea era divisa in tre zone: l'ima cavea, riservata ai magistrati, la media cavea, riservata al popolo, e la summa cavea, per le donne.

Per proteggere gli spettatori dai raggi del sole estivo o dalla pioggia, l'anfiteatro aveva un velarium che ricopriva tutta l'area. Durante le lotte tra gladiatori, nel 59, ebbe luogo una violenta rissa tra pompeiani e nocerini, che provocò anche diversi morti, cosi come ricordato da Tacito negli Annales: "Un futile incidente provocò un orrendo massacro fra i coloni di Nocera e quelli di Pompei: avvenne durante un combattimento di gladiatori dato da Livinèio Règolo.

Come avviene di solito nei piccoli centri, si cominciò con dei lazzi alquanto pesanti, poi volarono pietre, e si finì col giungere alle armi. La plebe di Pompei ebbe la meglio.

Molti Nocerini furono portati a casa mutilati nel corpo; non pochi piangevano la morte di un figlio o di un padre. Il Principe rimise il giudizio di questa faccenda al Senato, che la rinviò ai consoli. 

Su nuova istanza, però, il senato proibì alla città per dieci anni tale tipo di riunioni: Livinèio e gli altri autori della sedizione furono puniti con l'esilio."

Il motivo di tale evento è da attribuirsi probabilmente al fatto che Nuceria Alfaterna era diventata nel 57 Colonia romana e ciò aveva permesso ai nocerini di impossessarsi di alcuni territori appartenenti a Pompei. La chiusura della struttura per dieci anni venne annullata a seguito del terremoto del 62.

(L'Anfiteatro è noto anche agli appassionati di musica rock, in quanto fu il luogo in cui i Pink Floyd registrarono il loro epico Live At Pompei agli inizi degli anni ’70.)




PALESTRA GRANDE

Costruita durante l'età augustea in sostituzione della palestra sannitica ormai troppo piccola. Vi si svolgevano esercitazioni sia militari che ginniche, oltre all'annuale manifestazione del Collegium Iuvenum, promossa dall'imperatore.

La palestra fu molto danneggiata durante il terremoto ed al momento dell'eruzione era in fase di ristrutturazione.

E' rettangolare con un perimetro di 140 m. di lunghezza x 130.

All'interno, su tre lati, un portico con colonne ioniche, mentre il lato est, che si affaccia sull'anfiteatro, è costituito da un muro merlato con portali in opera laterizia: su una delle colonne è stato ritrovato un criptogramma, segno della presenza della comunità cristiana a Pompei, ed al centro del portico ovest un ambiente che ospitava una statua di Augusto.

Nel mezzo della palestra una natatio di 34 m. x 22 con fondo inclinato da 1 m. a 2 m. e 60 cm. Nel giardino intorno alla piscina due file di platani, dei quali al momento dello scavo si è ricavato il calco delle radici. Nella zona sud-est una latrina ripulita dall'acqua che proveniva dalla piscina.



LA PALESTRA DEI GLADIATORI - TEATRO GRANDE

Detta anche "Scuola Dei Gladiatori", risalente al I sec. a.c., costruito sul pendio naturale d'una collina e notevolmente restaurato, fu ampliato in epoca romana. La cavea era divisa in tre ordini di gradinate marmoree.

La scena aveva le classiche tre porte, con nicchie ed edicole.Il teatro era dotato di un grande quadriportico, dietro la scena del Teatro, ben conservato, dove gli spettatori si intrattenevano prima degli spettacoli o durante gli intervalli, trasformato dopo il terremoto del 62 in una Caserma per Gladiatori.

Generalmente i teatri romani e greci venivano dotati di un portico costruito dietro la scena, porticus post scaenam, per offrire agli spettatori un luogo in cui passeggiare e attendere durante gli intervalli degli spettacoli. Il Teatro grande e il quadriportico non sono però disposti sullo stesso asse, cosa difficile da spiegare se si trattasse dello stesso monumento.

Qualcuno ha allora riconosciuto nel quadriportico un ginnasio, dove i giovani potevano praticare sport e avere una formazione artistica e culturale. Dopo il terremoto del 62 d. c. tutto il monumento venne restaurato.

Le pitture che raffigurano trofei e scene gladiatorie, le dimensioni delle piccole celle ai lati del porticato, la scoperta di armature da gladiatore, di abiti da parata ricamati in oro e di ceppi di ferro con cui incatenare gli schiavi, dimostrano chiaramente il nuovo uso che si fece del monumento.

C'è anche un interesse storico particolare legato a questa scuola gladiatoria: da qui fuggì Spartaco insieme a dei compagni dando il via alla famosa rivolta di gladiatori e schiavi che fece tremare a lungo Roma, e che infine terminò con la crocefissione dei rivoltosi superstiti.

La scuola ha ospitato la Scuola Gladiatori con i suoi spettacoli intitolati alla "Notte dei Gladiatori" che gira l'Italia negli antichi siti di scuole gladiatorie e circhi romani.






PALESTRA SANNITICA

Risale al II sec. a.c. come da iscrizione in lingua osca ritrovata all'interno, ed era utilizzata per gare ginniche oppure da associazioni militari e politiche.

Originariamente la palestra aveva dimensioni maggiori ma col terremoto, per risistemare ed ampliare il tempio di Iside, parte della struttura venne inglobata nel tempio.

La palestra è rettangolare con un portico lungo tre lati: di fronte all'ingresso principale un altare in tufo per cerimonie e premiazioni su cui è stata ritrovata la statua del Doriforo, la migliore copia del Doriforo in bronzo di Policleto, risalente al II-I sec. a.c..

La statua, oggi conservata la museo archeologico nazionale di Napoli, rappresenta un portatore di lancia, nudo, che doveva ricordare ai giovani pompeiani le origini loro greche. Dietro l'altare dei gradini consentivano agli atleti di porre corone sul capo della statua in segno di ringraziamento.




-- LE VIE --


LA VIA DELL'ABBONDANZA

E' una delle strade più suggestive di Pompei, che deve il suo nome alla fontana della Concordia Augusta, scambiata per l'Abbondanza, con l'originaria pavimentazione e i marciapiedi, scavata tra il 1910 ed il 1923 da Vittorio Spinazzola che riuscì, con attento studio a ripristinare gli antichi giardini, ponendovi le stesse piante che c'erano al momento dell'eruzione.

Una delle case sulla via riporta interessanti affreschi di processione popolare della prima metà I secolo d.c., con l'immagine un ferculum portato da alcuni facchini e coperto da baldacchino; vi si trova sopra un uomo davanti a una statua distesa, artigiani che preparano un tavola e una Minerva, simbolo delle attività artigianali della casa, protette da Minerva e Dedalo.




-- OFFICINE E BOTTEGHE --

Le botteghe o i luoghi di vendita erano sparse per tutta la città senza rispettare una particolare disposizione e, il più delle volte, il genere prodotto o venduto era indicato sulla facciata dell'edificio con un dipinto o con una placca in argilla a rilievo.

Sono stati individuati luoghi di vendita di olio, vino e latte, botteghe di cuoiai, ciabattini e conciatori, di orefici, di fabbri ferrai e di muratori. Eppoi laboratori di pittori, stuccatori e scultori, le officine per la produzione di sapone e di profumi, i luoghi dove i medici ricevevano i pazienti e dove si vendevano medicine.

Le botteghe più numerose in città erano comunque quelle dei fornai, che macinavano il grano con macine azionate da animali, cuocevano e vendevano il pane. Lungo le strade erano numerosissime le caupone e i termopoli.

Si trattava di taverne e osterie in cui si poteva bere o mangiare e dove di frequente prestavano servizio anche prostitute. Le botteghe, con dipinti che rappresentavano la merce in vendita, così che anche gli stranieri potessero capire (e ce n'erano moltissimi vista la vastità dell'impero) e talvolta anche triviali, avevano in genere un bancone tutto incrostato da pezzetti di marmo di forma e di colore diversi, spesso avanzi di case disfatte o di tante sontuose muraglie in disuso.



TERMOPOLIO DI ASELLINA

Il locale per la mescita è in ottimo stato di conservazione, con tutta la suppellettile ancora al suo posto. Tra tutti i locali e le botteghe che si aprono su via dell'Abbondanza, il termopolio di Asellina è forse uno dei più piccoli. Termopolio in greco vuol dire "luogo in cui si vendono bevande calde" e indica ciò che noi chiameremmo un'osteria.

In genere erano posti a uno degli angoli dell'isolato in cui si trovavano, con un solaio in legno che sosteneva il piano superiore. Qui gli avventori potevano riposare o incontrare prostitute messe a disposizione dai gestori del locale.

Nonostante le dimensioni, questo termopolio doveva essere uno dei più famosi del quartiere perchè sulle pareti ai lati dell'ingresso, iscrizioni parietali ricordano il sostegno dato dalla padrona e dalle cameriere ai candidati durante le elezioni. Erano tutte ragazze di origine straniera come dimostrano i loro nomi: Smyrina, Aeglae e Maria..

Al momento dello scavo fu rinvenuto sul bancone tutto il servizio necessario all'attività: vasi per bere o per conservare bevande calde e fredde. Si poteva frequentare il termopolio anche la sera, come dimostra l'unica grande lampada di bronzo che fungeva da lampadario, appesa al centro della volta.



TERRMPOPOLIO DEI FUNAMBOLI

La raffigurazione proviene da una “osteria” di Pompei, sita all’angolo tra la via e il vicolo di Mercurio: due funamboli, evidentemente l’attrazione principale del locale, dovevano procedere con i piedi lungo due barre di ferro tesi tra due tavolini. La donna, nuda se non per una fascia che le sorreggeva il seno scoperto, aveva il compito, camminando prona, di raggiungere il tavolino che ospitava un’anfora di vino e due boccali.

Era immediatamente seguita da un uomo in veste discinta, che la spingeva penetrandola analmente stando in piedi. Il successo dell’impresa constava nel fatto che la donna riuscisse a versare il vino ed offrirne all’uomo e poi a bere lei stessa, il tutto mantenendo il precario equilibrio e facendosi penetrare contemporaneamente.



TERMOPOLIO DELLA FENICE

Lungo Via dell’Abbondanza troviamo questo grande termopolio, corrispondente alle moderne osterie, con un vasto orto ombreggiato da pergole di vite di cui ancora si scorgono i cavi delle radici nel terreno. Il locale era gestito da un orientale di nome Euxinus e reca come insegna pubblicitaria una fenice con la scritta augurale: Phoenix Felix et Tu. Due pavoni che pascolano su un prato fiorito completano la decorazione, ora conservata al museo di Napoli.



LA FULLONICA

A Pompei sono note quattro fulloniche; la Fullonica di Stephanus è la più grande e occupa la superficie di un'intera casa. Era una lavanderia per lavare e o stirare le stoffe ma anche tingerle o lavorarle. Sulla facciata della casa un certo Stephanus, forse il padrone dell'officina, raccomanda di votare per un candidato alle elezioni per i magistrati della colonia, da qui il nome di Fullonica Stephanus.

Era la classica bottega a pian terreno con abitazione al piano di sopra. Da un ampio ingresso, dove si trovava una pressa, si accedeva a un atrio. Nell’ingresso restano avanzi del torchio per la stiratura (pressorium).

Qui si trovava l'impluvio trasformato in vasca per il lavaggio delle stoffe. Gli ambienti erano coperti da un terrazzo su cui venivano stesi i panni lavati. Altre tre vasche comunicanti e cinque bacini pestatoi si trovavano nel peristilio.

C'era inoltre la cucina per gli schiavi che lavoravano nella fullonica, mentre gli operai liberi potevano andare a mangiare a casa, e una latrina. Il lavaggio avveniva in varie fasi. Prima si pestavano i tessuti coi piedi nei bacini pestatoi in acqua mista a soda o ad urina, indifferentemente umana o animale, per smacchiarli. Poi venivano ammorbiditi con argilla o terra, battuti con la pressa per ricondensarne la trama e infine risciacquati in acqua per eliminare le sostanze fulloniche.

"Nella grand'area di questi portici la Sacerdotessa Euniachia aveva accordata a' Fulloni la facoltà di esercitarvi le funzioni del loro mestiere, e lungo i lati esteriori de' Portici veggonsi ancora e grandi vasche, e taune banche di vario diametro, una volta ricoperte di marmo a spina pesce, con piccioli pozzetti ed acquidotti verso la grondaja. 

La minore di queste banche, in cui dispiegavansi le stoffe da imbiancare, minore di quattro palmi di lunghezza per la sua larghezza di palmi tre in circa, e la maggiore di palmi otto in circa lunga, e larga come tutte le altre. Sono ora tutte ricoperte insieme co' pozzetti di mezzo, di ceneri vesuviane cadutevi posteriormente. I Fulloni riconoscenti innalzarono nel medesimo luogo 89 ad Euniachia una elegante Statua di marmo, trasferita poscia nel Beai Museo , sulla cui base leggasi ancora : EVMACHIAE. L. F SACERD. PVBL ICA."



PANIFICIO DI SOTERICUS

Il panificio (pistrinum) di Sotericus, su Via dell’Abbondanza, è uno dei più grandi di Pompei. Il nome del proprietario appare sulle iscrizioni riportate sulle anfore. Oltre alle macine, azionate da muli, si conservano il forno e l’impastatrice.



OFFICINA DEL GARUM

Questa officina testimonia una delle industrie più rinomate di Pompei, quella del “garum”: prelibata salsa ottenuta dalla fermentazione, al sole e all’acqua di mare, di interiora di particolari qualità di pesce. Grossi recipienti chiusi da coperchi contengono ancora il deposito di quella salamoia e, nel vicino orto, un grosso deposito di anfore e la presenza di un imbuto attestano che quell’officina era di deposito e di spedizione.



IL LUPANARE

A Pompei c'erano 25 bordelli, quasi tutti posti presso un incrocio di strade secondarie. Questo è il più grande, costruito appositamente, con dieci stanze su due piani. In genere i bordelli erano di una sola stanzetta, spesso ricavata al piano superiore di una bottega o di un'osteria, o ricavati in stanze singole con porta sulla strada. Di solito ubicati all'incrocio di due strade secondarie, con un piano terra e un primo piano collegati da una rampa di scale.

Erano destinati, al piano terra, alla frequentazione di schiavi o delle classi più modeste.Il piano terra ha due ingressi, un corridoio di disimpegno e cinque stanzette con letto e capezzale in muratura, chiuse da porte di legno, mentre sul fondo è ubicato una latrina.

I letti in muratura venivano coperti da un materasso.Al piano superiore si accede da ingresso indipendente e attraverso una scala che termina su un balcone pensile si accede alle diverse stanze.

Queste, più ampie e belle erano riservate ad una clientela più ricca. La costruzione dell'edificio risale agli ultimi periodi della città. All'entrata si potevano acquistare i profilattici usati poi dai clienti.L'atrio e le porte delle stanze avevano pitture a carattere erotico, in genere a designare il tipo di prestazione sessuale fornita dalla prostituta, il che comportava anche prezzi differenti.

In questo edificio abbiamo una delle prove che l'attività di restauri imposta dai terremoti che caratterizzarono gli ultimi anni della vita di Pompei, fu praticamente ininterrotta fino alla disastrosa eruzione del 79.

Sull'intonaco di una delle celle al primo piano sono impresse le tracce di monete coniate nell'anno 72.Il Lupanare, da "lupa" sinonimo di prostituta, in realtà evocazione della più arcaica prostituzione sacra in onore della Dea Lupa, trasformata poi nell'animale che allattò i gemelli fatidici.

Infatti le sacerdotesse vestivano pelli di lupo e ululavano nei riti. L'ululato restò poi alle prostitute profane che lo usavano per richiamare i passanti. Un tempo il tempio delle ierodule si poneva nei trivii, dedicati a Venere Trivia, da cui la parola "triviale" in senso dispregiativo.

Le prostitute erano schiave, di solito greche ed orientali. Il prezzo andava dai due agli otto assi, (bada bene che la porzione di vino ne costava uno): ma il ricavato, trattandosi di donne senza personalità giuridica, andava al padrone od al tenutario del bordello.



LANCIANI  - Giornale degli scavi:

Giugno 1890. 1-9 giugno.
Proseguono gli scavi nella Regione VIII, isola 2, e sono stati messi in comunicazione gli ingressi segnati coi num. 16-20 che tutti corrispondono con la casa n. 21, più volte descritta. Non avvennero scoperte. 10 detto. Nella località suaccennata, e precisamente nella 3* stanza, a dr. entrando nell'atrio della grande casa in corso di scavo, nel cui ingresso è segnato il n. 16, è stato raccolto :
Bronzo.
- Un candelabro che posa su tre pieducci a zampa bovina, intramezzati da tre gusci di conchiglie : consta di im' asta quadi-angolare vuota, che serve come di fodero ad altra asta simile, più stretta, che può essere elevata od abbassata, terminante a guisa di candeliere. L'estremità della prima asta è formata da un erma bicipite, rappresentante, da un lato la faccia di Ercole e dall'altro quella di Omfale. È ben conservato, non ostante che sia stato restaurato in diverse parti. È alto m. 0,79. Tre vasetti cilindrici, alti m. 0,06. 14 detto. Oltre allo scavo suaccennato, si è cominciato, uno scavo nello interno del grande puteale che trovasi innanzi al tempio Greco, al Foro Triangolare, giungendo sino allo strato di terra antica, ma non vi si rinvenne nulla. 21 detto. Si raccolsero casualmente:
Bronzo
- due piccole monete,
- frazioni di asse di Claudio.
Nella stanza successiva a quella ove fu rinvenuto il candelabro, si raccolse :
Terracotta.
- Statuetta rappresentante una figura muliebre, vestita di chitone e manto. Tiene con la dr. pendente lungo il fianco, una maschera, e coli' altra tiene sollevata una patera. Conserva traccie di colore; è alta m. 0.17. - Diciotto lucerne grezze, ad un sol luminello e di varie forme.
Marmo fnaaco.
- Piccolo capitello corintio, ben lavorato. È alto m. 0,17.5.
- Un rosone spezzato e ricongiunto mediante restauro. Diametro m. 0,30.


2 dicembre.
Si prosegue il disterro del piano inferiore della casa n. 21 lato esterno dell'Is. 2 Eeg. VIII, e non avviene alcun trovamento di oggetti. Eseguendosi lo sgembero del materiale risultato dall'apposito scavo eseguito il 18 dello scorso mese (cfr. Notizie 1889 p. 406), nella seconda stanza a sinistra, entrando nel peristilio della casa con l'ingresso nel vico ad est dell'Is. 1°- Reg. IX, 4° vano, a contare dall'angolo nord-est dell'isola suddetta, è stato raccolto:
ORO
- Un anello massiccio di semplicissima struttura, senza alcuna incisione nella parte spianata, del peso di gr. otto.
- Un orecchino fatto a guisa di spicco d'aglio; del peso di gr. due..
- Alla presenza di S. A. R. il Principe ereditario di Danimarca è stato eseguito uno scavo nel secondo compreso che trovasi a destra entrando nell'atrio della casa n. 10 Is. 3* Reg. V. Ivi sono state raccolte dieci anfore e due colli di anfore con le iscrizioni seguenti, giusta gli apografi dell'ispettore prof. A. Sogliano.
Alla presenza di S. M. l'Imperatrice Federico di Germania è stato eseguito l'apposito scavo del compreso retrostante alla bottega n. 13 Isola 3*, Reg. V; sono stati raccolti gli oggetti seguenti :
- BRONZO
- Una marmitta con manico di ferro ossidato, ed in cattivo stato di conservazione; fu restaurata anticamente sul fondo. È alta m. 0,26.
- Una conca a due anse laterali, del diametro di m. 0,34.
- Un utensile da cucina che doveva servire per cuocere focacce. Estremamente alle sponde esistono i segni delle maniglie che eranvi attaccate. Diam. m. 0,38.
- Una patera con manico cilindrico baccellato, la cui estremità è formata da una testa di ariete. Diam. m. 0,20. - Una conca alquanto danneggiata nel fondo e nell'orlo, diam. m. 0,45.
- Uno specchio con manico dissaldato e restaurato, avente nel contorno del disco una zona di forellini. Altezza, compreso il manico, m. 0,14.
- Una pinza lunga m. 0,07.
FERRO
- Una lucerna monolicne, lunga m. 0,11.
- Un raschiatoio alto m. 0,1.5.
- Un martello da muratore, alto m. 0,20.
MARMO
- Un piccolo mortaio con relativo macinello, formato a guisa di dito umano, ripiegato; diam. m. 0,15.  PIOMBO
- Due pesi, uno dei quali con manico di ferro.
Praticandosi lo scavo nel piano inferiore della casa n. 21, Isola 2 Regione VIII, sono state scoperte, negli strati di terra, già rimosse in antico, undici cassette di bronzo, formate da un fondo rettangolare, che posto orizzontale fa risultare due facce opposte verticali, parallele, e di figura trapezoide; da ciascuna delle quali sporge verticalmente una linguetta rettangolare. Le altre due faccie sono rettangolari e concorrenti; per la mancanza della faccia superiore, vedesi il vuoto interno. Parrebbero crogiuoli.
- Cinque monete, e cioè un asse repubblicano, un asse di Augusto, coniato dal triunviro monetale Salvius O/ho; un sesterzio di Nerone e due monete imperiali consunte:
TERRACOTTA
- Una lucerna circolare, monolicne, con una zona di globetti in rilievo, che contornano la parte superiore di essa; è leggermente frammentata. Diametro m. 0,10. 2 gennaio 1890. Seguo lo scavo dei compresi del piano inferiore della casa n. 21 Isola 2" Reg. VIII. Niun trovamento.
E stato riattivato lo sgombro del cumulo di terra antica addossato al primo sedile che trovasi a sinistra uscendo dalla porta Stabiana. Ivi è stato raccolto:
BRONZO
Estremità di un manico di patera, rappresentante una testina di ariete, alta m. 0,03.
- Cinque monete, che secondo l'esame fattone dall' ispettore degli scavi, sono: un asse repubblicano consunto; due assi di Claudio, uno dei quali con la contromarca NCAPR; un asse di Germanico e una moneta imperiale consunta.
AVORIO -
- Tre stili di dimensioni diverse, due dei quali sono spuntati.
- Uno spillo da toletta.
VETRO
- Un balsamario, frammentato tra il coUo ed il labbro, alto m. 0,065.
- Un lacrimatoio, alto m. 0,105.
- Un frammento di asta cilindrica, la cui superfìcie è rigata ad elica, lungo m. 0,057.
Nello scavo sopraccennato è stato raccolto :
TERRACOTTA
- Una lucerna circolare, con manico ad anello, eh' è frammentato ed un un luminello. Nella parte superiore è rilevata, nel mezzo, la figura dell'Abbondanza assisa in trono, avente nella sinistra il cornocopia e nella destra, protesa in basso, una patera. La detta figura è circoscritta da una ghirlanda di fiori e foglie. . m. 0,12.
Nel proseguimento degli scavi è stato trovato, travolto fra le macerie rovinate anticamente, dal piano superiore in quello inferiore della casa n. 21, Is. 2^* Eeg. VIII, lato esterno dell' isola suddetta :
MARMO
- Un cippo in forma di pilastrino, con cornice modanata nella parte superiore e frammentato inferiormente. In una delle sue faccio è scolpita l'epigrafe seguente
AA-PR-DD- GRATVSCAESAR L-MINIST-IVSSV QlCOTRI-DVID C- ANNI • MARVLI D • ALFIDI ■ HYPSAI D-VV-ASPP M • SERVILIO ■ L ■ AELIO a. 3 e. v. COS
- Un frammento di cornice con lavori di ornamentazione a dentelli ed ovoli.
BRONZO
- Statuetta alquanto corrosa, che rappresenta la figura di un colombo alla grandezza naturale: pare, possa aver servito da getto d"acqua, avendo sotto la pancia un prolungamento che offre mezzo di congiunzione con qualche condotto. Ha la coda ed il becco danneggiati. Lunghezza m. 0,33. Nel porre fino allo sgombro del cumulo di terra antica addossata al primo sedile, che trovasi a sinistra uscendo fuori la Porta Stabiana è stato raccolto :
MARMO
- Una columella con la seguente iscrizione, giusta l'apografo dell'ispettore prof. Sogliano :
SATVRNINA V ■ A ■ X

Essendo stata condotta a compimento la costruzione del ponte in legno sull'argine di scarico che trovasi nel lato sud dell'Is. 29, Reg. Vili, è stato quivi ripigliato lo scavo, sospeso il giorno 14 del passato gennaio. Nel rimuovere i materiali franati dal piano superiore della casa n. 21 dell'isola e regione sopraccennate, è stato raccolto:
Bronzo.
- Un grosso rubinetto di ordinaria struttura, il quale trovasi congiunto ad ima parte della fistula di piombo, lunga m. 0,83, diametro del tubo di piombo mill. 71.
- Una catenella a tre capi fissi ad un anello; lunga m. 0,25.
- Una moneta riconosciuta per un sesterzio di Claudio Druso.
Vetro.
- Un balsamario. lungo m. 0,10.

Dagli operai addetti alla nettezza è stata raccolta una moneta di bronzo, riconosciuta dall'ispettore prof. A. Sogliano, per un asse di Tiberio, con testa radiata del divus, Aucjmtm Pater, sul dritto, e l'ara con la leggenda Providea, sul rovescio.
Nella località su mentovata, si raccolse un frammento di lastra marmorea, con la seguente epigrafe, giusta la copia fattane dall'ispettore predetto : La lastra misura m. 0,80 in altezza e m. 0,40 in larghezza.

Eseguitosi uno scavo in im cubicolo della casa n. 8, Is. 7*, Reg. IX, è stato trovato :
Piombo.
- Un grosso recipiente per acqua, con ornati semplici nella parte esterna, alto m. 0,50, diametro m. 0,40.  Terracotta
- Un urceo con iscrizione dipinta, in nero.

Nollo scavo in corso, casa n. 21, Is. 2'"', Reg. Vili si raccolse:
Marmo.
- Una lastrina rettangolare sulla quale trovansi le traccio del busto di una figura muliebre dipinta : ha nella sinistra lo scudo e nella dritta la lancia (Pallade). Alta ra. 0,38 X 0,17.
- Un busto di una baccante che doveva servire per ornamento di un pilastrino; alto m. 0,17.
Vetro.
- Uua bottiglia alta m. 0,17.

Giornale degli scavi redatto dai Soprastanti (cfr. Notizie  Marzo 1890). Continuarono gli scavi del piano inferiore della casa n. 21, Isola 2 Reg. VIII, lato sud della casa stessa, e non vi si rinvenne oggetto alcuno. Proseguì anche lo scavo dell'aggere a destra, uscendo dalla porta Stabiana.
Eseguitosi lo sterro della bottega n. 8 dell'Isola 7 Reg. IX, si raccolse:
- Bronzo. Una marmitta frammentata, alta m. 0,19.
Proseguendosi lo scavo dell'aggere a destra uscendo dalla Porta Stabiana, alla distanza di m. 72 dalla porta, si notò, nello strato compatto di cenere, una impronta di corpo umano. Datone pronto avviso all'ingegnere degli scavi sig. Salvatore Cozzi, questi ha diretto l'operazione per gettare in gesso la detta impronta. Tale riproduzione, è delle meglio riuscite fra quante finora se ne ebbero.
- Rappresenta un uomo giovane, di figura snella, che giace sul fianco sinistro, ravvolto nel mantello e con corti calzoni che gli lasciano scoperte le gambe da sopra il ginocchio. Al piede destro, notasi chiaramente il sandalo da cui era calzato. Non altrettanto però può dirsi del sinistro, perchè questo e la mano sono male riusciti. Altezza m. 1,55.

Fra lo strato delle macerie che trovansi esternamente ed in corso di scavo, nell'Isola 2 Reg. VIII, è stato raccolto:
Marmo.
- Metà anteriore di un piedino destro, umano, lungo m. 0,06.
Nelle adiacenze di questi scavi è stata rinvenuta, nello strato di terra vegetabile.
- Frammento epigrafico rotto in due pezzi
- Un frammento di cornicione lavorato a dentelli ed ovoli; alto m. 0,27X0,54.
- Un frammento con bassorilievo, rappresentante una figura virile ignuda, stante, priva del capo, volta a sin. col braccio destro poggiato su di una cista; l'altro braccio pendente lungo il fianco è danneggiato : alt. m. 0,2:
Bronzo.
- Una moneta, che l'ispettore A. Sogliano, riconobbe per un sesterzio di Vespasiano, avente nel rovescio il tipo della ROMA in piedi, a sin., tenendo con la destra protesa, la Vittoria, e con la sinistra elevata, la lancia poggiata al suolo.
- Un ago ed un ferro chirurgico, lungo m. 0,12
Piombo.
- Una piccola squadra di mill. 135 per mill. 25, sulla quale è rilevata la seguente leggenda, retrograda, secondo l'apografo del prof. A. Sogliano: TID3Ì- 2Vl^AIJJAT2

Nell'apposito scavo praticatosi nella 1" stanza a sinistra, entrando nel peristilio della casa con ingresso nel vico ad est, dell'Isola 7* Keg. IX, quarto vano a contare dall'angolo nord-est dell'Isola suddetta, si raccolse:
Terracotta.
- Dieci anfore, due delle quali con iscrizioni. Ne fece l'apografo il prof. Sogliano. La prima, in un' anfora a grosso ventre, a lettere nere un poco svanite leggesi presso uno dei manici, la seconda è in lettere rosse e crasse, assai svanite.
- Una lucerna monolicne, con rilievo, nel disco, di un leone in atto di velocissima corsa. È frammentata nel becco ; lunga m. 0,08.
- Altra simile con rilievo di un delfino, lunga m. 0,10.
Bronzo
- Tre monete, cioè: un asse repubblicano, consunto; un dupondio di Vespasiano, col tipo, sul rovescio, della Victoria Augusti, ossidato; ed una frazione di asse, irriconoscibile.

Luglio 1890. 1 luglio. Proseguono gli scavi nel lato esterno doll'Is. 2 Reg, VIII casa n. 21. Si attende alla esplorazione del grande puteale, che trovasi rimpetto alla scalinata del tempio nel foro triangolare. 5 detto. Nell'Is. 2*. Reg. VIII, casa n. 21 è stato raccolto:
- Manno bianco. Un frammento di iscrizione, dell'altezza massima di m. 0,12, e larghezza m. 0,12. Vi si logge giusta l'apografo dell'ispettore prof A. Sogliano: Irpe.
È stato eseguito un apposito scavo nell'ls. 2. Reg V casa n. 10, nel primo cunìcoIo a destra dell'atrio, e sono stati raccolti gli oggetti che seguono:
 Avorio.
- Un fuso colla sua fusaiuola; alt. m. 0,20.
- Quattro palettine per toletta di m. 0,10.
Bronzo.
- Un piede di suppedaneo con lavori di tornitura; alt. m. 0,14.
Terracotta.
- Una tazza aretina con marca di fabbrica nel fondo; diam. m. 0,135, alt. m. 0,0G5.
- Una ciotola pure di fabbrica aretina con marca di fabbrica; diam. m. 0,12.
- Altra simile, senza marca; diam. m. 0,08, alt. m. 0,035.
- Una patera aretina con marca di fabbrica nel fondo; diam. m. 0,15, alt. m. 0,04.
- Una lucerna ad un luminello nel centro della quale sono superiormente rilevate due mascherette comiche. Sotto è il noto bollo STROBILI, e foglie di edera; diam. m. 0,09. Il becco è frammentato.
- Altra lucerna simile, col becco frammentato. Superiormente nel centro è ima mezzaluna; diam. m. 0,15. - Un'anfora frammentata con iscrizioni in lettere rosse.
Vetro.
- Tre balsamarii, della lunghezza media di m. 0,085.
- Altro con pancia striata, alto m. 0,07.
- Una tazzolina diam. m. 0,065, alt. m. 0,043. 16 detto.
- Due monete, un asse di Tiberio, e un dupondio di Domiziano.
Marmo bianco.
- Un altro frammento di iscrizione,  m. 0,22 x. 0,20.


BIBLIO

- Eugenio La Rocca - Guida archeologica di Pompei - A. Mondadori - Milano 1976 (con Mariette De Vos) - 1994 -
- Salvatore Aurigemma - curatore: Vittorio Spinazzola - Pompei alla luce degli scavi nuovi di Via dell'Abbondanza - La Libreria dello Stato, Roma 1953 - "L'Erma" di Bretschneider, Roma 1960.
- Gaspare Vinci - Descrizione delle rovine di Pompei - Tipografia Raimondi - Napoli 1840 -
- Carlo Bonucci - Pompei descritta da Carlo Bonucci - Da' torchi di Raffaele Miranda - Napoli - 1827 -
- Antonio Irlando - Pompei: guida alla città archeologica - Roma - Fortuna Augusta -1996 -
- Alberto Carpiceci - Pompei: Oggi e Com'era 2000 Anni Fa - Firenze - Bonechi Edizioni - 1997 -
- Alfonso De Franciscis - La pittura pompeiana - Sadea/Sansoni editore - 1965 -
- Filippo Coarelli - Guida archeologica di Pompei - 1976 -
- Alfonso De Franciscis - Pompei - Istituto Geografico De Agostini - 1968 -
- Alfonso De Franciscis - Il ritratto romano a Pompei - Gaetano Macchiaroli editore - 1951-


5 commenti:

  1. ben fatto, se possibile anche altre case e le strade.

    Luca

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  2. che meraviglia i miei complimenti.

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  3. bella idea di far vedere le ricostruzioni così uno si fa l'idea.

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  4. 24 agosto sarebbe da scrivere perlomeno con l'asterisco, dato che è verosimilmente la data sbagliata, trattandosi probabilmente di settembre o ottobre. Comunque complimenti per l'enorme quantità di dati, foto e altro! ;)

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  5. molto istruttivo, specialmente dopo avere fatte numerose riprese per potere aggiungere commenti seri. grazie per l'impegno veramente encomiabile.

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