ARCHITETTURA ROMANA

(By Gilbert Gorski)


L'ARCO  IL MATTONE E IL CEMENTO

Questi tre elementi fecero grande ed eterna l'architettura romana. La maggior parte degli edifici romani sarebbe ancora in piedi se non fossero stati artatamente distrutti. In Italia il mattone si sviluppò per la scarsa disponibilità di pietra forte e lavorabile, ma anche per la sua maneggevolezza che permetteva una lavorazione a catena. L’uso del mattone, in forme tipizzate e con il marchio della fornace per garanzia, impiegato per uso strutturale e decorativo, si diffuse ovunque.

Tutti gli elementi della grande architettura romana sono realizzati con mattoni e pezzi speciali di cotto. A Roma, il Pantheon segnò l’alba delle tecniche romane della costruzione con il mattone e il Colosseo la sua apoteosi.

Roma ha copiato nell'architettura molto dell'ellenismo ma i suoi architetti hanno inventato soluzioni mai immaginate prima. Forme eterne come il Pantheon e le barocche cupole di Villa Adriana che ancor oggi riempiono di meraviglia gli ingegneri di tutto il mondo.

La Roma imperiale attirò i maggiori architetti di tutto il mondo, ma aveva al proprio attivo le capacità edificative degli Etruschi, i primi ad usare gli archi, i ponti e gli acquedotti.

Il termine Pontifex che fu usato e si usa ancora in senso religioso, risale agli Etruschi, e significava appunto: facitore di ponti.

Poichè l'arte si tramandava da padre in figlio in una corporazione, con assoluto segreto all'esterno, pian piano prese un carattere religioso che fu assorbito dai Romani, insieme a molte altre pratiche religiose degli Etruschi.

Il segreto stava nell'arco, che occorreva fare prima in legno piegato col calore, mettendogli poi le pietre sopra, chiudendo con un Culmen, una pietra centrale in cima all'arco che ne assicurava la tenuta. A questo punto si toglieva il legno e l'arco restava miracolosamente fermo.

I primi esempi documentati di sistemi voltati risalgono al IV sec, a.c. nel mondo greco ed analogamente in ambito etrusco al IV e III sec, a.c.; nella tecnica costruttiva romana i sistemi voltati in elevato furono utilizzati almeno a partire dal III sec, a.c., ma esistevano già da prima, come ad esempio ci testimonia Seneca:

Seneca - epistulae morales ad lucilium [XIV 90.32]

Poseidonius - ‘Democritus inquit invenisse dicitur fornicem, ut lapidum curvatura paulatim inclinatorum medio saxo alligaretur.’ Hoc dicam falsum esse; necesse est enim ante Democritum et pontes et portas fuisse, quarum fere summa curvantur.

" ‘Si dice che Democrito inventò l’arco’ afferma Posidonio ‘in cui la curvatura delle pietre che gradualmente si inclinano è tenuta ferma dal masso mediano.’ Io affermo che questo sia falso; che in realtà già prima di Democrito fossero necessari ponti e porte, i quali in genere sono curvi alla sommità."

Democrito fu un filosofo greco vissuto tra V e IV sec. a.c.; esistono ritrovamenti di sistemi voltati riferibili al IV secolo, generalmente utilizzati in infrastrutture interrate quali cloache e cisterne, per le quali si presentò la necessità di sostituire le coperture in lastroni piani di pietra con qualcosa che consentisse dimensioni maggiori della superficie coperta; il problema delle spinte laterali nei sistemi voltati interrati era evidentemente annullato dal terreno stesso, cosa che ne semplificava la costruzione.

Alla fine del VI sec. a.c., l’epoca dei Re Tarquinii, risale la prima realizzazione della cloaca massima e nel Foro Romano sono state trovate tracce di copertura a falsa volta della cloaca risalenti alla realizzazione originaria. Livio in Ab Urbe Condita I.56 scrive che la Cloaca Maxima, costruita sotto il re Tarquinio, era sotterranea.

Plinio il Vecchio in XXXVI 109 scrive:
"amplitudinem cavis eam fecisse proditur, ut vehem faeni large onustam transmitteret"
"Si dice che (Tarquinio Prisco) costruì questa cavità (della cloaca massima) sufficientemente ampia (da poter consentire) che un carro carico di fieno potesse percorrerla".

Dionisio di Alicarnasso in Antichità Romane [IV 44] descrive la realizzazione da parte dei plebei delle cloache quando regnava Tarquinio Prisco, e parla di un qualche tipo di copertura voltata.

Un precursore dell’arco fu realizzato con filari di massi aggettanti, in cui i blocchi sovrapposti erano disposti via via in posizione più sporgente fino ad arrivare a congiungersi, ottenendo una falsa volta; poteva talvolta essere utilizzato alla sommità un masso centrale a forma trapezoidale, usato quindi con la stessa funzione e modalità del concio di chiave, se pure ancora non si possa propriamente parlare di volta, essendo gli altri massi semplicemente sovrapposti su piani paralleli e non incastrati secondo piani disposti a raggiera come avviene per i conci; tale tecnica era utilizzata anche nelle coperture di alcune tombe etrusche a camera intorno al VI secolo a.c..

I romani utlizzarono l’arco principalmente nella forma a tutto sesto (perfettamente semicircolare), la modalità più semplice ed economica per realizzarlo; rispetto alle culture che precedentemente lo utilizzarono ne fecero anche l’elemento base per realizzare le strutture portanti degli edifici di grandi dimensioni; l’esempio più famoso è rappresentato dal colosseo o anfiteatro flavio.

Probabilmente tra i primi grandi edifici realizzati in opera quadrata di travertino o tufo o peperino e struttura portante in archi, sono il teatro di Pompeo in Campo Marzio, voluto da Pompeo Magno ed inaugurato nel 55 a.c., l’anfiteatro di Statilio Tauro in Campo Marzio aperto nel 29 a.c., il teatro di Marcello che ancora oggi possiamo vedere sul lungotevere e che risale al 17 a.c..

L’arco viene realizzato utilizzando i conci, pietre tagliate a forma trapezoidale (anche detti per questo cunei), o semplici mattoni; i conci formano un elemento architettonico curvo che va a poggiare sui piedritti realizzando così una struttura architettonica.


Quando i romani affinarono le tecniche costruttive in opus caementicium vennero costruiti archi in opera laterizia, sicuramente più economici e veloci da realizzare; da un punto di vista fisico i discorsi sulle forze in gioco rimangono analoghi semplicemente riportando le considerazioni che si fanno su di un concio ad un cubetto infinitesimale di cementizio (considerandone poi l’integrale sull’intero volume dell’arco).

Grazie ai principi della dinamica (il principio di azione e reazione ed il principio Forza = massa per accelerazione) ed utilizzando una rappresentazione vettoriale delle forze in gioco si può capire come l’arco riesca a sorreggersi ed a sostenere un peso trasferendo lo sforzo via via dall’elemento centrale, il concio di chiave, ai conci laterali; alla fine il peso viene scaricato parte verticalmente a terra attraverso il piedritto che lo sorregge e parte orizzontalmente contro la spalletta di sostegno.

Nelle arcuazioni di un acquedotto lo sforzo orizzontale esercitato dall’arco viene esattamente bilanciato dallo stesso sforzo in direzione contraria provocato dall’arco contiguo; questo implica anche una certa complicazione realizzativa in quanto occorre prevedere un sostegno laterale del piedritto via via che si costruisce un nuovo arco, là dove evidentemente ancora non esiste quello successivo che possa sostenere la spinta orizzontale.

Nel caso si ponga in opera un singolo arco si dovrà prevedere una adeguata struttura laterale di sostegno per lo sforzo orizzontale.

Oltre al rinforzo della spalletta laterale esistono altre tecniche, non utilizzate dai romani, come quella delle guglie o pinnacoli che esercitano una spinta verso il basso in corrispondenza dei piedritti in modo da compensare la spinta laterale (orizzontale) con un maggiore attrito fra i massi del piedritto provocato dall’aumento di peso, oppure l’utilizzo di strutture di raccordo tra i due piedritti dell’arco in corrispondenza della imposta (la superfice finale del piedritto su cui poggia il primo concio dell’arco) (archi a spinta eliminata con catena), o ancora l’uso degli archi rampanti.

Una volta risolto il problema delle spinte laterali, l’arco viene posto in opera utilizzando le cèntine; queste sono realizzate creando due strutture gemelle in travi di legno che vadano a sagomare fedelmente la linea dell’intradosso (la superficie inferiore dell’arco), utilizzando travi via via più piccole fino a creare una spezzata che approssimi quanto basta l’ideale circonferenza dell’intradosso; le due strutture vengono quindi collegate tra loro da tavolette di legno che vanno a sagomare la superficie dell’intradosso; sulle centine vengono quindi poggiati i conci dell’arco.

Ovviamente un problema fondamentale da risolvere è dove poggiare le centine; nei rivestimenti in mattoni degli acquedotti realizzati nelle successive opere di rinforzo le centine venivano poggiate su degli speroni di travertino predisposti appena sotto il piano d’imposta (la base dell’arco); negli archi degli acquedotti in blocchi di pietra quali il Claudio ed il Marcio normalmente il piano d’imposta risulta sporgente rispetto alla base dell’arco, per cui ritengo venissero poggiate direttamente sul piano d’imposta.

Un altro problema da risolvere è, una volta che l’arco sia completato, come rimuovere la centina bloccata dal peso della struttura senza distruggerla onde poterla riutilizzare; un metodo può essere quello di inserire nel sistema di sostegno della centina due cunei di legno sovrapposti in direzioni opposte in modo da realizzare un parallelepipedo; i cunei vengono bloccati per non farli scivolare; al momento del disarmo questi vengono fatti scivolare l’uno sull’altro aiutandosi con una mazza e liberando così la centina dal peso dell’arco.

Occorre comunque effettuare il disarmo con attenzione ed in modo per quanto possibile graduale e simmetrico, in quanto togliendo la centina i conci, che poggiano ancora in buona parte sulla centina, e quindi verticalmente sul piedritto, si assesteranno definitivamente andando ad esercitare completamente la spinta laterale sui piedritti.



TIPOLOGIE COSTRUTTIVE DELLE COPERTURE A VOLTA

La volta è l’elemento architettonico di copertura degli edifici basato sull’utilizzo dell’arco.
Normalmente non era realizzata in pietre o mattoni cuneiformi ma semplicemente utilizzando una colata di calcestruzzo a realizzare gli elementi strutturali; in ogni caso la natura degli sforzi laterali cui è sottoposta sono analoghi sia che sia realizzata in calcestruzzo sia che sia realizzata in muratura.

Si ritrovano volte a botte già in Egitto ed in Mesopotamia, mentre la cultura Greca non utilizzò la volta preferendole l’uso di coperture piane; nell’antica Roma si sviluppò già in epoca Repubblicana, ma fu solo nel periodo imperiale, grazie al massiccio impiego del calcestruzzo romano, che si sarebbe notevolmente diffusa nelle sue molteplici forme prima difficilmente realizzabili tramite l’utilizzo di conci di tufo.

Volta a botte

È il più semplice tipo di copertura derivata dall’arco e ottenuta mediante una sua traslazione secondo una generatrice lineare perpendicolare all’arco; veniva utilizzata per coprire spazi rettangolari e lunghi camminamenti; il peso si scarica sui due muri di appoggio degli archi.
Un esempio e il sistema fognario (la cloaca massima) realizzata in conci di tufo.

La volta a botte si può dividere in 4 parti utilizzando due piani diagonali: due unghie e due spicchi; da queste superfici si ottengono le volte composte a crociera e a padiglione; a parte eventuali considerazioni estetiche strutturalmente in tali tipologie architettoniche composte il peso del tetto si scarica principalmente sulle costole della volta e da queste sulle colonne di sostegno mentre nella volta a botte o anche in quella a cupola il peso si distribuisce uniformemente su tutto il muro.

Volta a cupola.

Geometricamente ottenuta dalla rotazione dell’arco intorno all’asse passante per il suo centro.
L’esempio più famoso è la enorme cupola del Pantheon, l’unico monumento romano miracolosamente giunto sino a noi quasi intatto.

Nel caso l’ambiente coperto dalla cupola sia a pianta quadrata o poligonale occorrerà unire la cupola con le mura di sostegno utilizzando delle superfici curve di raccordo chiamate pennacchi (pennacchio cilindrico, conico o sferico).

Volta a crociera

Geometricamente la sua superfice è ottenuta dall’unione di 4 unghie di una volta a botte; si ottiene da due archi incrociati ad angolo retto, che portano ad una suddivisione del soffitto in quattro parti simmetriche, ognuna ricoperta utilizzando un’unghia; gli spigoli di intersezione tra volta e pareti di sostegno disegnano degli archi; il peso si scarica sui piedritti agli angoli del locale.
volta a padiglione.

Geometricamente si ottiene dall’unione di 4 spicchi di una volta a botte; è analoga alla volta a crociera dove però si utilizzano 4 spicchi e non 4 unghie; lo spigolo di intersezione tra volta e pareti è tutto contenuto in un piano orizzontale.

Volta a vela.

Si tratta in sostanza di una volta a cupola innestata su di una base quadrata; non vengono utilizzate superfici di raccordo e la linea di intersezione tra il muro di sostegno e la cupola è un arco (mentre nella volta a cupola è una linea orizzontale).
È utilizzata piuttosto raramente.



GLI INGEGNERI

Tra tutte le città dell'Impero il posto dove si costruiva di più e più in grande era Roma., per cui qui accorsero da tutte le parti del mondo architetti di valore, dando origine ad una concorrenza spietata con forti riduzioni degli onorari. Ci si scannava per conseguire gli incarichi e, pur di ottenerli, ci si accontentava di quel che i committenti offrivano. C'era una corsa al ribasso neppure compensata dalla fama e la gloria eterna per le proprie opere.

Infatti anche a Roma, come in Mesopotamia, l'architetto non poteva legare il proprio nome ai suoi monumenti. Sugli edifici si segnava quello dell’imperatore o di chi aveva pagato per costruirli, ma non l'ingegnere.

Qualcuno lo fece in luoghi remoti come Lacer, architetto vissuto sotto Traiano, il quale, in blocchi di granito squadrato, senza malta, costruì uno splendido ponte a sei arcate sul Tago con l'iscrizione a Nerva e Traiano. Ma accanto costruì un tempietto, su cui scrisse che il tempio era dedicato al culto imperiale e nominava Lacer come architetto del tempio e del ponte. Anche sulle coste africane ci fu un architetto che a Leptis mise il suo nome sull'arco dell'imperatore Marco Aurelio, ma in un posto poco visibile.

Per cui soltanto dalle fonti si conoscono i nomi degli architetti più importanti come Severo e Celere, gli architetti di Nerone, che per lui crearono la Domus Aurea con il magnifico triclinio della sala ottagona a sfondo della quale, riflettendo nella sua mobile corsa le luci della sala, scivolava una monumentale cascata, ed il grandissimo parco in cui tutte le acque della zona, raccolte in ruscelli e cascatelle, andavano ad alimentare il famoso lago, poi prosciugato dai Flavi per costruire il Colosseo.

E così si sa di Rabirio, l’architetto di Domiziano, che per lui costruì sia la Domus Albana che quella Flavia, con le imponenti sale, i ninfei ed i giardini dalle mille forme.

A lui si deve l’innovazione del colonnato posto dinnanzi ad una parete esterna con semplice funzione decorativa (Foro Transitorio), e sempre a lui è attribuita la creazione di un capitello composito.

Rabirio non si firmò palesemente ma inserì tra i dentelli delle sue trabeazioni due anellini, sempre gli stessi ed in ogni sua opera, un particolare decorativo che divenne una sigla e una firma.

Abbiamo poi l'architetto di Traiano, Apollodoro, originario di Damasco, che, seguendo Traiano nelle sue campagne eresse per lui il tecnicamente ineccepibile ponte sul Danubio; e, sempre per il suo imperatore, sistemò in tutta la sua maestà l'area del Foro Traiano con il suo monumentale arco dando alla colonna commemorativa delle battaglie dell'imperatore la stessa altezza della collina che aveva dovuto spianare per mettere in opera il suo progetto. Come si vede tutti stranieri questi architetti, e straniero fu anche il greco Ermodoro che costruì l'arsenale marittimo di Ostia ed Alipio di Antiochia.

I più grandi architetti di Roma vennero da tutte le parti dell'impero, soprattutto greci o ellenizzati. Di Romani ce ne furono pochi perchè, come scrive Cicerone, la professione dell'architetto non era tra quelle liberali, e ci si dedicava giusto per passione, non per soldi.

Non l'esercitarono mai come professione retribuita, ma se ne occuparono a titolo personale costruendosi residenze di sogno, come gli Horti romani, o arricchendo le città in cui esercitavano cariche speciali. Comunque tra i pochi architetti Romani di nascita e liberi, a parte Vitruvio, vi fu un imperatore: Adriano, che fu un favoloso architetto.

Si sa che gli architetti usavano per tracciare i propri disegni per i progetti una speciale tavola, detta Abacus, che veniva cosparsa di polvere. Ogni volta che si voleva cancellare si levava la polvere con un cuscinetto di tela e di nuovo si cospargeva con la povere sottile contenuta in apposito vaso.



L'ARCO, LA VOLTA E LA CUPOLA

L'arco romano fu la base per gli acquedotti, le porte cittadine, i ponti, gli archi di trionfo, le volte a botte, perchè i Romani usarono anche i mattoni ad arco per i soffitti. Fu una delle conquiste tecniche di maggiore importanza per i romani, in quanto è l’elemento architettonico essenziale per realizzare ponti, acquedotti, porte, archi di trionfo, teatri, anfiteatri e molte altre strutture ed infrastrutture pubbliche.

L’uso dell’arco consente di realizzare porte e finestre molto più ampie di quelle ottenute con un monolite come architrave; perchè le pietre hanno una grossa resistenza in compressione ma molto meno in estensione; l’arco si sostiene utilizzando solo forze di pressione fra i massi, mentre un monolite posto orizzontalmente tra due pilastri è soggetto a forze sia compressive che estensive; quindi l’arco è in grado di sostenere pesi notevolmente superiori rispetto ad un architrave monolitico e può realizzare varchi molto più ampi; si consideri anche la maggiore difficoltà di realizzazione e trasporto data da un grosso monolite rispetto ai pur
grossi blocchi di tufo usati come conci.



LE TECNICHE
  • Le Mura: Opus Craticium - Opus Quadratum - Opus Reticulatum - Opus Mixtum - Opus Testaceum e Latericium - Opus Vittatum
  • i Pavimenti: Opus Signinum - Opus Vermiculatum - Opus Sectile - Opus Spicatum
  • i solai
  • l’Intonaco
  • l’Arco
  • la Volta
  • le Strade


I MATERIALI
  • il mattone 
  • la Malta: calce - sabbia - pozzolana 
  • Coccio Pisto
  • le Pietre:  Cappellaccio - Tufo di Fidene - Tufo di Grotta Oscura - Tufo dell’Aniene - Peperino - Pietra Gabina - Pietra Sperone - Selce - Travertino - Marmo


Comunque la pozzolana biancastra, veniva usata dai popoli osco-italici ancora prima dei romani; testimonianza sono le murature in opus caementicium e come legante per murature, che veniva usata in associazione con la calce e inerte (di solito, sabbia di fiume o di mare), dando così origine al primo legante idraulico in grado di fare presa anche sott'acqua e di durata straordinariamente lunga.

L'uso di questo impasto, ma con pozzolana vulcanica, facilitò anche la costruzione di cupole di grande ampiezza come quella del Pantheon, in quanto la presa più rapida facilitava il lavoro delle centine. Questa tecnica andò perduta con la fine dell'impero, ma tornò in auge verso l'anno mille d.c., grazie ai frati benedettini che ne riscoprirono l'uso per la ricostruzione delle Chiese durante e dopo le invasioni barbariche.


I MATTONI ROMANI


I sumeri li usarono per primi, soprattutto i mattoni crudi, limitando quelli cotti nelle fondamenta e in parti strutturali. Più tardi i mattoni verranno incollati con malta di calce e bitume a file alternate di piatto e di taglio, ottenendo la muratura a lisca di pesce. Per le coperture i Sumeri utilizzarono la terra battuta su un fondo di stuoie e sterpi.

Etruschi, Greci e i Romani usarono invece i mattoni cotti anzitutto per coprire i tetti. Le tegole romane avevano la tegola piatta coi bordi rialzati da applicare sullo scheletro di legno e il coppo sovrapposto a due tegole che le teneva unite.

All'interno di Roma era proibito usare mattoni crudi perchè le piene del Tevere li sgretolavano, ma anche perchè doveva avere uno spessore maggiore che non avrebbe permesso insule a molti piani.

Lo spessore del mattone cotto era minore rispetto al crudo. Così moltiplicando i piani e diminuendo la larghezza dei muri si aumentò la superficie dell'interno di Roma troppo piccola per la sua immensa immigrazione.

I Romani inventarono il coppo in cotto, uno dei più vecchi tipi di tegola, mettendone uno rovesciato su uno diritto o accavallandolo su due tegole piatte. Presso i Romani, nell'età repubblicana, i laterizi si limitarono ad elementi funzionali o decorativi per le coperture, solo dopo Ottaviano, si svilupparono su larga scala, nelle grandiose opere per tutto l'Impero.

Realizzati con argilla alluvionale, porosi e privi di rivestimento, i mattoni romani erano cotti in ottime fornaci ben diverse da quelle per la produzione di vasi, spesso contrassegnati dai "bolli", marchi di fabbrica con epoca e area di provenienza. Ma anche i vasi avevano i loro marchi, ne e è pieno il Monte dei Cocci a Testaccio, Roma, realizzato dai Romani per disfarsi delle migliaia e migliaia di anfore affondate nel porto insieme alle navi che le trasportavano.

L'utilizzo dei laterizi in età imperiale si estese a pavimentazioni e tubature, ed era basata sulle figlinae, officine gestite da officinatores, imprenditori per di condizione libera, o proprietari delle cave di argilla.

opus reticolatum
La cottura del mattone in epoca imperiale fu una grande conquista, perché il mattone crudo richiedeva un lunghissimo periodo di essiccazione, oltre ad essere meno resistente. Il mattone fu usato a Roma fin dall’inizio come cortina, il cosiddetto opus testaceum.

La parte interna delle pareti era poi riempita da pietre e malta, ottenendo l’opus cementicium. L’uso si estese ad archi, volte, tetti, pavimenti, lastrici, solai, impiantiti, ecc. per dar luogo a terme, fori, basiliche, circhi, anfiteatri, templi, acquedotti e colonnati.
Sia in mattone che in pietra c'erano:

Opus craticium - Fino a circa il III sec. a.c. le mura di qualsiasi edificio erano realizzate a secco, ovvero senza malte leganti ma solo con legno, argilla e pietrame; l’argilla costituiva l’unico legante.
Opera incerta (opus incertum) - pietre irregolari rozzamente levigate
Opera reticolata (opus reticolatum) - piccole piramidi tronche a base quadrata in pietra (tufelli o cubilia), con la punta inserita nel cementizio e disposte in diagonale.
Opera quasi reticolata - simile al reticolato, ma meno uniforme.
Opera laterizia (opus testaceum e opus latericium) - tegole smarginate e, poi, da mattoni o laterizi di forma triangolare, con la punta inserita nel cementizio.
Opera mista (opus mixtum) - opera reticolata, con opera laterizia agli angoli ed agli spigoli.
Opera listata. (opus vittatum) - ricorsi alternati di laterizi e piccoli blocchi in tufo (tufelli), come nell'opera mista, a volte laterizio negli spigoli ed agli angoli.
Opus Caementicium - per fondamenta immerse in acqua



OPUS QUADRATUM

Grossi blocchi di tufo squadrati a parallelepipedo disposti a secco su file sfalsate con blocchi non omogenei, in seguito con blocchi ben squadrati  alternando blocchi di taglio a blocchi  di testa, talvolta con staffe di ferro fissate con piombo fuso come armatura.
La pietra in blocchi venne dal IV sec. a.c. dalla cultura ellenica e negli anni l’Opus Quadratum proseguì nei grandi edifici anche dopo l’opera cementizia.

Fra gli ultimi utilizzi dell'opera quadrata l'acquedotto Claudio ed il Colosseo. Nelle mura Serviane a via di Sant’Anselmo all’Aventino (IV sec. a.c.) la disposizione alternata di testa e di taglio dei blocchi.

Acquedotto Marcio al Parco degli Acquedotti (II sec. a.c.) realizzato in opus quadratum con tufo di Grotta Oscura per le colonne, tufo dell’Aniene per le pareti dello speco, peperino per i marcapiani inferiore e superiore dello speco e per i conci dell’arco; sopra un resto del condotto della Tepula in opus latericium.

Le tre file di blocchi di tufo rosso dello speco sono sigillati con calce, con scanalature semicircolari sulle teste che giustapposte creavano cavità cilindriche verticali le quali, riempite con malta, contrastavano lo slittamento dei blocchi di tufo.

L’acquedotto di Claudio (I secolo d.c.) al Parco dei sette acquedotti venne realizzato completamente a secco, senza malta, in opus quadratum di peperino, misto a massi di tufo giallo e tufo rosso.
Piranesi - Tomo III Tav. 53 “Modo, col quale furono innalzati i grossi Travertini, e gli altri marmi nel fabbricare il gran sepolcro di Cecilia Metella, oggi detto Capo di Bove”



OPUS CAEMENTICIUM

L'opera cementizia: era realizzata con malta e caementa.
  • Malta - 1 parte di calce spenta e 3 parti di sabbia.
  • Malta Idraulica: capace di indurire anche rimanendo immersa nell’acqua.  1 parte di calce spenta e 3 parti di pozzolana.
  • Caementa - Pietre grezze e schegge di pietre quali scaglie di tufo e di travertino, schegge di selce, ma anche pezzi di mattoni e tegole rotte.
  • Calce - si ottiene la calce viva bruciando in fornaci aerate a 900 gradi pietre calcaree o marmo; la calce viva con aggiunta di acqua diviene calce spenta, che conservata in soluzione liquida, si dice grassello di calce, mentre conservata in polvere si dice fiore di calce.


Calce Idraulica

Solo in epoca rinascimentale venne scoperta la calce idraulica "naturale" (calce magra), ottenuta utilizzando materiale calcareo contenente il 5% - 20% di impurità di natura argillosa o silicea; questo conferisce alla calce proprietà idrauliche, ossia è in grado di solidificare in presenza di acqua, ed anche una certa capacità impermeabilizzante; in generale la resa della calce magra è minore ma la presa è più rapida che con la normale calce grassa. Tuttavia la malta idraulica romana, quella dell'antica Roma è resistita per 2000 anni e resiste ancora. Non si può dire altrettanto della calce idraulica.



IL DECLINO

Durante il medioevo, con l'oscurantismo di tutte le arti, decadde anche l'architettura e venne pure abbandonata la tecnologia della pozzolana in favore di leganti come il grassello di calce. Poichè anche la lingua aveva subito una trasformazione frammentandosi in vari dialetti, poichè mancavano le scuole e la cultura apparteneva quasi esclusivamente alla chiesa, solo nel Rinascimento, dopo aver letto e tradotto i testi latini di Plinio il Vecchio e di Vitruvio, risorsero studiosi, artisti e architetti.

È del 1511 la riedizione del De Architectura curata dal grande studioso e storico domenicano, Giovanni Monsignori (Fra' Giocondo). A questa seguirono numerosissime altre traduzioni, che contribuirono a chiarire il segreto del costruire secondo i Romani. La Francia dovette attendere il Settecento per riscoprire l'arte del ben costruire secondo le conoscenze degli antichi romani.



ROCCE E PIETRE ROMANE DA COSTRUZIONE

Questi i principali materiali utilizzati nelle edificazioni di Roma antica; in altre regioni dell'impero si utilizzavano i materiali reperibili in loco, perchè il trasporto era molto costoso.
  • Cappellaccio: Tufo grigiastro friabile presente a Roma e sui Colli Albani; venne utilizzato in epoca arcaica fino al V sec. a.c..
  • Tufo di Fidene:  caratterizzato da inclusioni di scorie nere, proviene da cave nel territorio di Fidene, utilizzato a Roma a partire dal 426 a.c., data della conquista della città.  Vi si realizzò il ponte Salario (il ponte sull’Aniene della via Salaria nella direzione entrante in Roma); sotto le varie ricostruzioni moderne restano ancora visibili ed integri i due piccoli fornici laterali di epoca repubblicana.
  • Tufo di Grotta Oscura: Tufo semilitoide poroso di colore giallo proveniente dalle cave di Veio; venne utilizzato a partire dal 396 a.c. quando la città venne conquistata.
  • Tufo dell’Aniene, Lapis Pallens: Tufo di colore rossastro di buona qualità proveniente dalle cave lungo l’Aniene; venne impiegato a partire dal 144 a.c. quando fu usato nella costruzione dell’acquedotto Marcio, che transitava in quella zona.  
  • Pietra Collatina.  Strabo (5.3.II) Utilizzato nell’acquedotto Marcio per le pareti laterali dello speco (145 a.c.);
  • Tufo di Monteverde: tufo litoide marrone chiaro, con inclusione di scorie, proviene da cave ai piedi del Gianicolo e fu utilizzato soprattutto a partire dalla metà del II sec. a.c.
  • Peperino, Lapis Albanus: Tufo di origine vulcanica (litoide) particolarmente duro di colore grigio con puntinature; proveniva dalle cave di Marino sui colli Albani, da cui è stato estratto sino al 1960; la pietra era estratta dal bordo esterno del cratere vulcanico che racchiude il lago di Castel Gandolfo, nel tratto che si trova tra Marino ed il lago; l’estrazione fu interrotta quando venne costruita la strada.
  • Pietra Gabina, Lapis Gabinus: Simile al peperino ma con maggior quantità di scorie, estratta dalle cave di Gabii sulla Prenestina e dalle cave del Tuscolo (Lapis Tusculanus) sui Colli Albani. Utilizzato nelle arcate dell’acquedotto Marcio (Fabretti - de aquis)
  • Selce, Silex: Pietra basaltica durissima estratta dalle cave sui colli Albani (colata di Capo di Bove, Cava dei Selci, nel comune di Marino, appena oltre il X miglio dell'Appia Antica) utilizzata per lo strato superficiale (summa crusta) delle strade romane. Presenta la particolarità di rompersi secondo superfici convesse, favorendo quindi la realizzazione di cubetti regolari stondati adatti alla pavimentazione stradale. Frammentata in grosse schegge ed allettata in calce e pozzolana poteva essere utilizzata per realizzare resistentissime pareti per le cisterne d’acqua (rivestite internamente di cocciopesto per renderle impermeabili).
  • Travertino, Lapis Tiburtinus: Pietra calcarea sedimentaria bianca, dalle calde tonalità, a volte bianchissima, a volte con venature color miele, a volte color beige con striature più scure, porosa, piuttosto fragile ma molto resistente in compressione; il travertino utilizzato dai romani proveniva soprattutto dalla cava del Barco, situata accanto alla Prenestina nella pianura sotto Tivoli, da cui si estraeva una pietra di ottima qualità. L’intera zona montuosa attorno al vulcano dei colli Albani e vicino ai depositi calcarei di un antico lago alluvionale oggi prosciugato con sorgenti sulfuree è ricca di travertino. Il travertino fu usato dai Romani fin dal III sec. a.c. (Templi dell’Acropoli Tiburtina nei pressi di Tivoli); nel II sec. a.c. veniva utilizzato come supporto per altri rivestimenti ed in opera quadrata; nel I sec. a.c. cominciò ad essere utilizzato come materiale nobile di rivestimento e si prese ad usarlo intensivamente negli edifici pubblici, nelle ville e nei monumenti.  Essendo di elevata porosità, non è adatto ai dettagli minuti e scanalature come il marmo, e quindi veniva utilizzato con finitura più grossolana, puntando sull’effetto scenografico d’insieme divenendo tratto distintivo dell’architettura di Roma e, unitamente all’amplissimo utilizzo degli archi a tutto sesto, un vero e proprio simbolo della città; nella I metà del I sec. d.c. si diffuse un largo uso del "bugnato rustico" (un esempio è in Porta Maggiore o nell'Arco di Claudio). In epoca Flavia, con la costruzione tra il 72 e l’80 d.c. del Colosseo, la cui struttura portante venne interamente realizzata in opera quadrata di travertino, si arriva alla massima rappresentazione del suo utilizzo presso i romani.


MARMI ROMANI

L'uso del taglio del marmo in lastre, crustae, è di origine orientale: Mausolo di Caria e Menandro sarebbero stati i primi nel IV sec. a.c. ad adoperarli in lastre per abbellire i loro palazzi.
Ad introdurre il marmo a Roma fu Mamurra, prefetto dei genieri di Cesare in Gallia, e grande amico di Cesare, che rivestì le pareti della sua casa sul Celio di marmi policromi.

Le crustae non solo si diffusero, ma si produssero, nel I sec. d.c., gli intarsi marmorei, o opus sectile, causa secondo Plinio del declino della pittura: "La pittura è stata soppiantata completamente dai marmi e persino dall'oro al punto che non solo tutte quante le pareti sono ricoperte, ma si hanno anche marmi intarsiati e rivestimenti marmorei a forma di mosaico che rappresentano cose e animali".

Le cave dei marmi più importanti erano generalmente di proprietà imperiale e riservate a uso pubblico deciso dall'imperatore, per cui solo in parte andavano sul mercato.


I principali marmi romani nel II sec. d.c.:

Cipollino (marmor carystium): tendente a sfogliarsi come una cipolla, con venature micacee che creano macchie verdi più chiare e più scure su fondo bianco. Si estraeva in Grecia, vicino Carystium in Eubea. Utilizzato per i fusti lisci dei due ordini superiori della Basilica Ulpia e per lastre pavimentali.

Giallo antico (marmor numidicum): uno dei marmi più diffusi. Era un calcare cristallino che presenta due varietà: giallo antico monocromo, di colore compatto con sfumature dal giallo o rosa pallido al rosa più acceso, e giallo antico sbrecciato con macchie gialle su un fondo rosso brunastro. Si estraeva in Numidia, odierna Tunisia. Venne importato la prima volta nell'87 a.c. per iniziativa di M. Emilio Lepido (nel 78 a.c. - Lanciani, Ancient and Modern Rome);

Africano (marmor luculleum): doveva il nome a Lucio Licinio Lucullo che per primo l'aveva introdotto in Roma nel I secolo a.c.. Ha fondo nero con venature e macchie dal bianco, al giallo, al verde, al rosa acceso. Si estraeva a Teos in Turchia. Utilizzato per fusti di colonna e per lastre pavimentali. Venne introdotto a Roma da L. Licinio Lucullo tra il suo ritorno a Roma dall’Asia nell'80 ac. e la sua elezione a edile nel 79 a.c..

Granito: con bianco ma anche di altri colori, picchiettato di macchie nere o colorate. Si estraeva in Egitto ma anche in Italia. E' una roccia ignea intrusiva felsica, con grana da media a grossolana e occasionalmente può presentare megacristalli. Il suo nome deriva dal latino granum, a grani, per sua struttura olocristallina.
Il tipo Granito del Foro (marmum claudiarum) è a grana media, con macchie scure e regolari su bianco, dal mons Claudianus, nel deserto orientale egizio, utilizzato per i fusti lisci di colonne (navata centrale della Basilica Ulpia e nicchie delle esedre dei portici) e per lastre pavimentali.

Tasio: bianco e lucente, con grana grossa e cristalli traslucidi, si estraeva nell'isola di Thasos in Grecia, utilizzato per sculture di personaggi di rango imperiale, impiegato nel Foro Traiano, forse per le statue dello stesso Traiano, e per il rivestimento delle esedre dietro i portici.

Marmo di Carrara (marmor lunense): bianco a grana fina, adattissima per decori architettonici e statue. Le sue cave, aperte nel I secolo a.c., erano situate nel territorio dell'antica Luni, colonia romana dal II secolo a.c., odierna Carrara. Utilizzato per la maggior parte dei blocchi delle trabeazioni, i capitelli e le basi. Venne scoperto tra il 70 ed il 50 a.c.

Greco scritto: usato talvolta ma non frequentemente dai Romani, presneta un fondo bianco con screziature azzurrine e picchiettature che ricordano caratteri alfabetici greci. Il suo nome proviene da questo e non dalla sua origine, perchè si estraeva ad Ippona, nell'attuale Algeria.

Rosso antico (marmor taenarium): rosso, con varietà di toni, da quelli rosati a quelli più accesi, a volte chiazzato di macchie bianche. Usato anche nella scultura a tutto tondo soprattutto nelle scene dionisiache. Fu usato sia in Grecia che a Roma. Si estraeva da Capo Matapan, in Grecia.

Broccatello: di colore rosato giallino, fu estratto dalle cave di Tortosa, antica città romana vicino al fiume Ebro in Spagna, oggi questo marmo é scavato in modesta quantità. Deve il suo nome all'aspetto broccato, fu impiegato per pavimenti e rivestimenti murari all'epoca dei Severi. In seguito fu largamente usato in epoca bizantina e nel Sud Italia.

Lumachella: Proveniente dalla Carinzia, deve il suo nome alla forma di conchiglie che assumono le sue sfumature di bianco, grigio e nero. E' un tipo di marmo fossile molto raro che contiene piccole lumache che gli conferiscono un aspetto opalescente con delle iridescenze brillanti che sono molto particolari.

Serpentino (marmor lacedaemonium): chiamato anche porfido verde di Grecia, è un marmo dal fondo verde scuro con macchie di verde più chiaro. Si estraeva in Grecia, vicino Sparta. Esaurito già verso la fine dell'impero. Molto usato nei pavimenti cosmateschi realizzati nelle chiese facendo a pezzi i marmi di serpentino del tempio pagano.

Porfido rosso (porphyrites): rosso molto scuro picchiettato a macchioline bianche o rosa pallido. Divenne sotto Diocleziano di uso esclusivo dell'imperatore. Si estraeva in Egitto, sul Mons Porphyrites. Si tratta di una roccia andesitica, con presenza di ematite e piemontite, di origine magmatica. Oggi esaurito.

Pavonazzetto (marmor phrygium): bianco percorso con venature e macchie dal rosso violaceo al viola più scuro. si estraeva nella Frigia, in Turchia. Utilizzato per fusti scanalati di colonne e lesene, per lastre pavimentali e per alcune delle sculture con Daci dell'attico dei portici della piazza

Verde antico (marmor hessalicum): variava dal verde chiaro al verde scuro o al verde giallastro. Alcune varietà presentano cristalli piccoli e isolati, il Porfido Vitelli, o piccoli e di colore biancastro, il Porfido Risato. Possono essere presenti amigdale di calcedonio di colore azzurro chiaro o rossastro, il Porfido Agatato. In alcuni casi, a volte in seguito all'effetto del fuoco, il fondo assume colore violaceo. Comunemente varia dal verde chiaro con macchie verde più scuro, fino al nero, e macchie bianche. Si estraeva dalla Tessaglia, in Grecia.

Fior di pesco (marmor chalcidicum): il fondo è costituito da macchie bianche, bianco-grigiastre, rosa, rosse, violette, di forma irregolare e spesso schiacciata, di dimensioni centimetriche, separate da venature bianche o viola, di larghezza millimetrica o centimetrica, ad andamento sinuoso e spesso intrecciato. La denominazione deriva dal colore rosato e dall'aspetto variegato. Denominazioni riferite alla provenienza sono: Marmor chalcidicum, proveniente dalla Calcide in Grecia, o Marmor molossium, dalla tribù dei Molossi, nell'Epiro.

Portasanta: uno dei più usati nella Roma antica, un marmo lievemente azzurrognolo sbrecciato con venature bianche o rosse, e macchie rosa, brune o giallo aranciato. Si estreva nell'isola greca di Chio,  marmo imettico dal monte Himettus (monte Matto) in Grecia, importato da Crassus. era usato intensivamente nelle costruzioni Ateniesi e nelle sculture greche in tempi arcaici ma gli venne presto preferito il Pentelico. Il nome deriva dal fatto che di questo marmo sono fatti gli stipiti della Porta Santa di San Pietro in Vaticano.  (Lanciani, Ancient and Modern Rome)

Pentelico: Marmo bianco a grana finissima, spesso con venature verdastre brillanti, dal monte Pentelico presso Atene, in Grecia, utilizzato per l'architrave attribuito alla fila di colonne che separava tra loro le navate laterali della Basilica Ulpia.


Marmor Claudianum: proveniva dall’Egitto dove il granito era già utilizzato da molti secoli dai faraoni, esattamente dal mons Claudianus, granito utilizzato ad esempio da Apollodoro da Damasco per le colonne del Pantheon e del foro di Traiano;



AUGUSTO E LA CITTA' DI MARMO

La parola marmor anticamente indicava la luce riflessa dalla superficie increspata del mare e Roma sotto il principato di Cesare Ottaviano Augusto divenne veramente luccicante di travertini, graniti e marmi variopinti:
Suetonius, De Vita Caesarum, Divus Augustus 28.3
"Urbem neque pro maiestate imperii ornatam et inundationibus incendiisque obnoxiam excoluit adeo, ut iure sit gloriatus marmoream se relinquere, quam latericiam accepisset. Tutam vero, quantum provideri humana ratione potuit, etiam in posterum praestitit". Dunque i marmi e i mattoni non solo permettono di abbellire l'Urbe per la gloria dell'imperatore ma salvano pure dalla distruzione degli incendi.

Svetonio, La vita dei Cesari, il Divino Augusto 28.3
"Fino a questo tempo la città non era adornata come la grandiosità dell’impero richiedeva ed era esposta alle inondazioni ed agli incendi; perché sia detto il giusto (Augusto) si poté vantare di averla trovata di mattoni asciugati al sole e lasciata di marmo; a rese realmente sicura, per quanto poté provvedere con la ragionevolezza umana, anche per preservarla ai posteri."

Importare marmi pregiati da ogni parte dell’impero si diffuse come una moda tra i nobili e ricchi romani e vi fu un fiorire di pavimenti in opus sectile, colonne, statue composte con marmi differenti incastonati tra loro.
Ancora oggi possiamo ammirare numerosissimi questi marmi antichi riutilizzati per l’ornamento (pavimenti, pareti, colonne) delle chiese medioevali, rinascimentali e barocche di Roma.



INTONACI

L’intonaco ha una funzione protettiva dagli agenti atmosferici, una funzione igienica in quanto la parete liscia assorbe meno corpi estranei, e di abbellimento delle pareti; quello che i romani usavano era in sostanza quello che oggi noi chiamiamo marmorino o stucco romano, o, mescolandovi terre colorate, stucco veneziano.

Rifinito a cera d’api  aumenta la lucentezza e diventa impermeabile all’acqua, pur rimanendo traspirante. Questo intonaco, già bello così, veniva spesso affrescato ed arricchito con stucchi.

Vitruvio nel De Architectura VII.III ne descrive la realizzazione con una tecnica a più strati:

"Si applica il rinzaffo, un sottile strato di malta più ruvido possibile e quando questo stia asciugando si passa a stendere almeno 3 strati di arenato; si stende il primo strato di malta, pareggiando l’intonaco prima che asciughi; quando il primo strato sia in fase di essiccazione si stenderanno in successione almeno altri due strati di malta, preparata con una parte di grassello di calce e due o tre parti di sabbia, usando via via sabbia più fina e diminuendo lo spessore fino alla metà del precedente; lo spessore di ogni singolo strato poteva variare da mezzo pollice ad alcuni pollici; per migliorare l’adesione tra il primo ed il secondo strato l’intonaco appena steso poteva venire inciso con la cazzuola; nel primo strato venivano affogati pezzi di mattoni o di marmo disposti di piatto o scaglie di pietre per aumentarne la solidità e la compattezza; l’arenato è la parte più spessa dell’intonaco ed assolve alla funzione protettiva del muro ed a preparare un supporto perfettamente piano per la successiva intonacatura; successivamente, umido su umido, senza cioè attendere la completa essiccazione dello strato appena applicato, si stendono 3 strati di marmorato ottenuto utilizzando una parte di grassello e due o tre parti di polvere di marmo; la malta deve essere tale "che rimescolandola non si attacchi alla cazzuola ma venga via con facilità dal ferro".

L’ideale è mettere quanta più polvere di marmo sia possibile mantenedo però l’amalgama ben stendibile con la spatola; poca polvere di marmo faciliterà le crepe; troppa polvere di marmo impedirà di stendere adeguatamente la malta; gli strati successivi di marmorato, di alcuni millimetri di spessore, saranno via via più sottili e verrano lavorati e levigati con crescente energia; l’ultimo strato verrà quindi battuto a cazzuola e levigato col marmo.

Con tale procedura l’intonaco risulterà solido e durevole ed i colori risplenderanno maggiormente; in particolare dando la pittura sull’ultimo strato di stucco quando questo non risulti ancora asciutto, il colore resterà a lungo brillante ed anche lavando il muro i colori non si dilaveranno; infatti la calce "privata della sua umidità nelle fornaci ed essendo divenuta porosa ed asciutta, si impregna rapidamente di qualunque sostanza con cui venga a contatto... e quando si secca l’impasto diviene un blocco omogeneo".

"Quando si utilizzi un solo strato di sabbia ed un solo strato di polvere di marmo, questo si crepa facilmente a causa della sua finezza".
"Lo stucco quindi, quando ben eseguito, non perde la levigatezza sporcandosi e non perde il colore quando venga lavato, a meno che non sia stato dato con disattenzione o che il colore sia stato steso essendo lo stucco già asciutto".

L'intonaco romano è altamente traspirante e maggiormente ecocompatibile rispetto ai classici intonaci a base di calce - cemento (arriccio) e gesso - cemento (intonachino civile - lo strato bianco superficiale dell'intonacatura) che vengono utilizzati oggi.



PORTE ROMANE

Delle diciotto porte della cinta delle Mura Aureliane alcune sono giunte ai nostri giorni invariate, altre hanno subito rifacimenti in epoca rinascimentale e barocca, altre ancora sono andate distrutte.

Originali sono: Porta Asinara, la più bella fra tutte, Porta Metronia, Porta Maggiore, Porta S. Sebastiano (antica Porta Appia), Porta Latina, Porta S. Paolo (antica Porta Ostiense), Porta Pinciana e Porta Tiburtina.

Tra quelle completamente modificate: Porta Flaminia (attuale Porta del Popolo) e Porta Portuensis (sostituita da Porta Portese).



TEATRO ROMANO

Mentre Etruschi e Greci scavavano una collina per ricavarne gradinate, i Romani costruivano immensi muri alleggeriti dagli archi per sostenere enormi gradinate al loro interno.

L'arco era la base della cinta muraria, il mattone il componente essenziale e il travertino la sua bellezza per le stupende decorazioni. Essendo costruito fuori terra, il teatro romano non solo poteva essere edificato dentro la città, ma diventava una delle sue maggiori bellezze che le dava lustro e valore.
A Roma ce ne sono rimasti due splendidi esempi: il Teatro Marcello di epoca augustea e il Colosseo, terminato sotto l'imperatore Vespasiano.



ARCHI ROMANI

I grandi condottieri che combatterono per Roma celebrarono se stessi e si fecero celebrare con gli archi di trionfo. La cerimonia del trionfo durava alcuni giorni, ma l'arco restava per sempre, era meglio di una pubblicità in TV. A Roma, per quanto ci fosse l'impero, la popolazione contava, ed essere invisi al popolo significava sollevare una rivoluzione, per cui tutti gli imperatori si davano da fare, con più o meno successo, per farsi pubblicità e tener buona l'opinione pubblica.

L'imperatore, che tornava vittorioso da campagne militari, veniva festeggiato solennemente, costruendo una porta della vittoria, sotto cui il condottiero con al seguito il bottino di guerra in oro, gioielli, suppelletili e stoffe preziose, animali e schiavi, sfilava attraverso il percorso tradizionale della Via Sacra.

Sono conservati nel foro gli archi di trionfo degli imperatori Tito, Settimio Severo e Costantino, ma sono anche visibili i basamenti degli archi dedicati ad altri due grandi imperatori: Augusto e Traiano.

A Roma con l'arco di trionfo si celebrava il valore dell'imperatore come condottiero e difensore della patria. Nel resto dell'impero, dalla Gallia alla Germania, dalla Spagna al Nord Africa, dalla Grecia all'Asia Minore, la costruzione di imponenti archi onorifici, in memoria delle vittorie sulle popolazioni del luogo, aveva lo scopo di sancire il predominio militare e politico dell'impero romano, ma anche di dimostrare la sua superiorità tecnica ed artistica.



PONTI ROMANI

L'impiego dell'arco fu basilare per la costruzione dei ponti. Attualmente, a Roma, sono cinque i ponti romani ancora esistenti: Milvio, Fabricio, Cesio, Elio ed Emilio.

I primi insediamenti di Roma sorsero sulle sponde del Tevere di fronte all'isola Tiberina, dove si trovani i ponti più antichi: il Ponte Fabricio, del 62 d.c., che congiunge l'isola con la riva sinistra del Tevere, ed il Ponte Cestio, del 63 d.c, che la congiunge con la riva destra.

Ci sono anche i resti di un altro ponte romano: il Ponte Emilio, detto anche Ponte Rotto.

Sotto Adriano fu costruito il Ponte Elio, ribattezzato Ponte Sant'Angelo, di fronte a Castel S. Angelo, ristrutturato in epoca rinascimentale e barocca. Fuori dall' area urbana c'era il Ponte Milvio o Ponte Molle che raccoglieva le principali strade consolari provenienti da nord: Flaminia, Cassia e Clodia.



ACQUEDOTTI ROMANI

Dal primo acquedotto del IV secolo a.C., edificato per volere di Appio Claudio, a quello di Alessandro Severo del 226 d.c., Roma ebbe un servizio statale, che Augusto chiamò la "cura aquarum", che provvide alla conservazione e ampliamento delle acque. Si calcola che alla fine del I secolo d.C. l'acqua potabile che giungeva quotidianamente a Roma era quasi un milione di metri cubi: circa 1.000 litri per abitante.

Per i primi acquedotti, gli ingegneri romani scavarono semplici canali quasi tutti sotterranei, che seguivano le pendenze del terreno, come l'acquedotto Appio, Anio e Vetus. L'acqua era di uso pubblico ma dopo la conquista di Cartagine Roma costruì un nuovo acquedotto dell'Acqua Marcia, che dall'Aniene conduceva fino al Campidoglio un'acqua molto buona, che si beve a Roma ancora oggi.

Alla fine della repubblica, con la crescita della popolazione e la costruzione delle terme, Agrippa fece costruire l'Aqua Iulia e l'Aqua Virgo. Il più celebre acquedotto di Roma però fu quello iniziato da Caligola e terminato da Claudio nel 54 d.c., che dalla via Sublacense giungeva in città dopo 70 km, 15 dei quali allo scoperto. Gli ultimi 10 sono costituiti dalle note arcate, alte fino a 32 metri, che spiccano ancora oggi nella campagna romana. A questi si aggiundero l'Anio Novus, l'Aqua Claudia, l'acqua Traianea e l'acqua Alessandrina.

I Romani costruirono però in tutte le province dell'impero acquedotti imponenti almeno come quelli della capitale, garantendo per secoli l'alimentazione idrica di intere regioni. Tra le opere architettonicamente più imponenti ci sono il Pont du Gard di Nimes, fatto costruire da Agrippa alla fine del I secolo a.C. in Gallia, gli acquedotti di Tarragona e Segovia in Spagna, quello di Cherchell in Algeria, quelli di Efeso e di Aspendos in Asia Minore.



LA MECCANICA EDIFICATORIA

Qualcuno ha notato che i Romani avrebbero potuto fare molto di più nell'ingegno dei macchinari se la manodopera non fosse stata così a buon mercato, e a ragione.
Svetonio ci racconta anche un aneddoto per cui un ingegnere (mechanicus) avesse proposto a Vespasiano il progetto di una macchina, tramite la quale si sarebbero potute trasportare enormi colonne con poca spesa e con il minimo sforzo.

L´imperatore lo ricompensò, ma non volle realizzare il progetto: "Lasciami dar da mangiare al popolino!" fu la sua spiegazione. Che bisogno ci sarebbe stato di formare dei tecnici, sia pur capaci di costruire macchine meravigliose, quando c´era "il popolino" a disposizione, e soprattutto gli schiavi? C'era il rischio, ancora molto attuale, della disoccupazione.



BIBLIO

- James C.Anderson - architettura e società romana - Baltimore - Johns Hopkins Univ. Stampa - a cura di Martin Henig - Oxford - Oxford Univ. - Comitato per l'archeologia - 1997 -
- Procopius - De Aedificiis - 5.3.8-11 -
- Filippo Coarelli - Storia dell'arte romana. Le origini di Roma - Milano - ed. Jaca Book -
- Mary Beard, John Henderson - Classical Art: From Greece to Rome - Oxford University Press - 2001 -

3 commenti:

  1. bravissimi, i migliori, sapreste anche dirmi a che temperatura cuocessero i mattoni? e se costruissero anche in mattoni crudi.

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  2. Ciao, la temperatura dei forni romani variava tra i 700° ed i 1000° gradi, molto dipendeva dalla fattura dei forni e dal combustibile usato. Il mattone crudo venne ancora usato fino all'epoca imperiale fino al 54 a.c., anno in cui, dopo una terribile alluvione del Tevere, venne proibito il suo uso optando definitivamente per il mattone cotto che oltre ad essere maggiormente resistente aveva tempi di realizzazione molto minori. Comunque l'uso del mattone cotto per i romani risale già al V secolo a.c.
    Saluti.

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  3. Molto interessante ed esaustivo. Mi piacerebbe sapere, se ne siete a conoscenza, se e come i Romani misuravano la temperatura sia per la cottura dei mattoni, sia per le fusioni dei metalli e altro. Sospetto che lavorassero in modo empirico non avendo strumenti adeguati.
    Grazie,
    Dino

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