MARIO MASSIMO



STELE FUNERARIA DI MARIO MASSIMO

Nome: Lucius Marius Maximus Perpetuus Aurelianus
Nascita: 158
Morte: 230
Professione: Storico, Militare romano e Senatore.



LE ORIGINI

Lucio Mario Massimo Perpetuo Aureliano, ovvero Lucius Marius Maximus Perpetuus Aurelianus, noto in genere come Mario Massimo, nacque tra il 158 e il 160 da una famiglia originaria dell'Africa, esattamente come Settimio Severo, e fu figlio di Lucio Mario Perpetuo, appartenente all'ordine equestre, valente condottiero, visto che ottenne per le sue capacità il titolo di procuratore in Gallia Lugdunense e in Aquitania.



LA CARRIERA

Si distinse ben presto nell'attività sia militare che politica, si che divenne senatore sotto l'imperatore Commodo (180-192). Nel 193 salì al potere il suo conterraneo Settimio Severo, mentre Mario Massimo era legatus legionis (comandante di legione) della Legio I Italica, che si spostò in oriente per battersi con i Parti, ricevendo anche il titolo di Severiana.

La Legio I Severiana era stanziata nella Mesia Inferiore, dove avvenne lo scontro tra Severo e un altro pretendente al trono, Pescennio Nigro.

Mario Massimo si battè in favore di Severo di fronte a Bisanzio e ancora per lui si battè nel 197  nella Battaglia di Lugdunum, in cui venne sconfitto il pretendente Clodio Albino. 

A seguito di ciò Mario venne nominato governatore della Gallia Belgica. Nel 199 poi ottenne la nomina di console suffetto.
I suoi successi, il consenso dell'imperatore e la sua carriera furono tutt'uno. 

Severo lo nominò governatore della Germania Inferiore e poi, nel 208, della Coele-Syria.

Anni dopo divenne il primo ex-console a tenere in successione il proconsolato di Asia e Africa, avendo probabilmente ottenuto l'approvazione di Caracalla, ormai salito al potere, non meno di quanto avesse avuto quella del suo predecessore.

Ma le sue prestazioni furono apprezzate da molti perchè ottenne i favori anche del nuovo imperatore Macrino, che nel 217 gli concesse l'ambitissima e onorevolissima carica di Praefectus Urbis. Nel 223 per giunta venne eletto console per la seconda volta.

Ebbe anche ampie soddisfazioni in famiglia perchè suo figlio Lucio Mario Massimo ottenne il consolato nel 232.



LO SCRITTORE

Mario Massimo non fu mai inoperoso così, tra le sue varie mansioni riuscì a trovare il tempo per scrivere, compilando una serie di biografie di dodici imperatori, da Nerva ad Eliogabalo, continuando il lavoro di Svetonio, andato perduto; la sua opera era ancora letta nel IV secolo e fu utilizzata come fonte dagli storici dell'epoca, in particolare dagli autori della Historia Augusta. 

SETTIMIO SEVERO
La natura e l'affidabilità dell'opera di Mario Massimo, così come l'ampiezza della sua influenza sull'Historia, sono questioni ancora disputate tra gli studiosi.

Non è noto con certezza quando Mario abbia scritto la propria opera, ma è probabile che ciò sia avvenuto verso la fine della sua carriera.

Caesares, questo apparentemente il titolo dell'opera, era nelle intenzioni del suo autore una continuazione della De vita XII Caesarum ("Vita dei dodici Cesari") di Gaio Svetonio Tranquillo, in quanto copriva i regni dei dodici imperatori successivi a quelli descritti da Svetonio, da Nerva ad Eliogabalo. 

Sebbene fosse stato un testimone di prestigio e diretto di sette di questi regni, Massimo non adottò il sistema della cronaca come il collega Cassio Dione Cocceiano, ma scrisse in modo leggero e disinvolto con ampiezza di ricco di aneddoti, qualche volta al limite del pettegolezzo, un po' come aveva fatto Svetonio. 

Per questo arricchì le sue storie con brani di lettere, editti senatoriali e altri documenti pubblici, ma sembra che, al pari di Svetonio, alcuni di questo documenti erano di pura fantasia.

I suoi scritti vennero criticati sia da Ammiano Marcellino che da Sofronio Eusebio Girolamo, due autori cristiani e pertanto poco amanti del frivolo. Venne disapprovato pure dall'anonimo autore della Historia Augusta, che però lo cita direttamente almeno 26 volte e forse altrove in maniera indiretta. 

L'opera di Mario Massimo, anche se costellato di alcune inesattezze, contribuì non poco alla storia dei suoi tempi. 

Sembra del resto che la narrazione dell'assassinio di Eliogabalo della Historia Augusta, ben narrata e infarcita di dettagli piuttosto verosimili, sembra sia stata attinta dall'opera di Massimo.



LA VIGNA DI UBERTO STROZZA (RODOLFO LANCIANI)

Ed ora un salto in avanti, siamo nel 1553, e si sta scavando nella II Regio Augusta, sul Mons Caelimontium, in un terreno posseduto da Uberto Strozza mantovano,  segretario apostolico e camerario del cardinale Pompeo Colonna..

Uberto Strozza, gravemente malato, fa testamento, donando al cardinale Ippolito d'Este  tutti i marmi trovati nella vigna da lui acquistata l'anno 1546 sulla spianata del Celio, vicino al Laterano (not. Reydet, prot. 6153, e. 642).

Ne parlano tanto Milziade che Ligorio e il sito, pianeggiante, è posto tra l'ospedale di Sancta Sanctorum, e s. Stefano Rotondo, da est ad ovest, e tra gli archi neroniani (via di s. Stefano) e la via della Ferratella da nord a sud: cioè nell'altipiano della villa Fonseca.

Qui gli operai rinvennero un edificio quadrato con torri in sugli angoli, lungo m. 109,30. Vi si aprivano 10 stanze di m. 5,94 X 4,95, e 4 saloni saloni, lunghi ciascuno m. 13,66, e larghi come i cubiculi m. 5,94.
TEGULA RIPORTANTE LA SCRITTA DELLA
I LEGIO ITALICA
 Vicino ad esso fu rinvenuta traccia di un altro edificio rettangolare, erroneamente ritenuto il castra Peregrina.
 Nel mezzo della corte di vigna Strozza vi era una edicola o un tempietto rotondo, con peristilio di diciotto o venti colonnine, parte di porfido, parte di granito rosso, e con epistilii, capitelli e basi di marmo bianco.

Le camere circondanti il cortile « erano bene ordinate quanto alla intenzione: ma variamente ridotte con qualche difformità per li restauri fatti" (Ligorio), ciò che è confermato dalla espressione di « stufe plebee » con la quale il Vacca descrive le fabbriche trovate in quest'altipiano:

« Ho veduto cavare " egli dice « da s. Stefano Rotondo fino allo spedale di s. Giovanni in Laterano, e trovare molte stufe plebee, e muri graticolati, con alcuni condotti di piombo, e molte urne con ceneri, tutte cose di poca considerazione. Dopo le stufe si servirono di questi luoghi per sotterrarvi, al tempo che abbruciavano li cadaveri »

Ora nell'altipiano del Celio vi furono 4 edifici importanti: la statio cohortis II Vigilum, le castra Peregrinorum, le Lupanaria, e lo Xenodochium Valeriorum.

Sapendo che la statio coh. II, compresa nel recinto di villa Mattei, era separata dalla vigna Strozza-Fonseca dal gruppo monumentale di santo Stefano; dalla vigna Morelli-ss. Sanctorum-Colacicchi, e dalla grande strada, la quale, uscendo dalla porta (anonima) serviana, scendeva alla porta Metroni e alle Decennie, dobbiamo escluderla.

Le castra Peregrinorum, comprese nel recinto degli orti Teofili, poi Casali, erano anch'esse separate dalla vigna, sia dalla linea degli archi neroniani, che dalla grande strada che portava a porta Celimontana.

Le Lupanaria, di cui si ritrovarono importanti tracce  in vigna Morelli-ss.Sanctorum-Colacicchi nell'anno 1878, non potevano occupare un rettangolo di 109 m. di lato.

Resta da pensare che gli Strozza abbiano scoperto l'atrio o della magnifica DOMVS L • MARII • MAXIMI, l'illustre storico, il cui nome ricorre tanto spesso nelle Vitae Augg., e la cui carriera, restituita dal Borgliesi (in Gioni. arcad. 1856, pp. 13 e 463: Oeuvre^, tomo V, p. 459) e dall' Henzen (ad. CIL. VI, nn. 1450-1453) conta fra le più brillanti e fortunate del tempo.

Con le ricchezze accumulate durante la sua amministrazione della Celesiria, Asia, Africa. Belgica. Mesia, Germania, ecc. non solo potè ornare la casa celimontana con cospicue opere d'arte, ma anche assicurarsi il possesso delle ville sulla spiaggia di Ardea, e nel territorio di Velletri.

Negli scavi Strozza, dei quali mi sto occupando, ossia, come dice Ligorio « nella vigna di M. Roberto Strozzi  nel M. Coelio venne di fatto scoperto l'angolo sinistro superiore di una base di statua onoraria {CIL. 1453), recante il nome di Mario Massimo.

Per ciò che spetta alle opere d'arte raccolte da Mario Massimo nella sua casa, basti la testimonianza del Bartoli, Mem. 52 : « partendosi dall'ospedale di s. Giovanni in Laterano nell'andare verso s. Stefano Rotondo, nella villa de' Fonseca vi fu, tra le altre belle statue, trovato il bellissimo centauro, che in oggi si vede alla villa Borghese ».

 " Per la strada che va da s. Giovanni Laterano à S. Quattro, in una vigna a mano manca, furono trovate in occasione di cava statue diverse di bellissima maniera, e tra l'altre, due di Fauni, in atto di saltare con i crotali, e non so che a piedi; statue veramente riguardevoli: furon vendute a monsignor Mazzarino; oltre a questo furon trovati canali di pietra da condur acqua da un luogo all'altro, che fece creder, vista la diligenza con che erano lavorati, che fusse anticamente luogo di delitia " .



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