PIGNORA CIVITATIS



TEMPIO DI VESTA

IL SIGNIFICATO

Le Pignora Civitas romane erano gli oggetti di culto tramandati dalla notte dei tempi che i romani conservarono gelosamente nei loro templi perchè erano il pegno degli Dei che garantivano attraverso questi la protezione della città eterna. Finchè i Pignora Civitas restavano a Roma la città non poteva cadere, e, per ironia del destino, così fu. I Pignora Civitatis furono custoditi nel Tempio di Vesta dalle sue sacerdotesse, le vestali, le uniche che avessero il diritto di vedere e custodire gli oggetti sacri, diritto non accordato nemmeno al Pontifex Maximus.


Quali furono questi Pignora?

1) Il Palladio
2) I Lari e i Penati di Enea
3) La Dea Nera
4) Le reliquie di Tanaquil
5) La corona di Alessandro Magno



IL PALLADIO - I MITO

Il Palladio era una statua di legno, senza gambe, alta tre cubiti, che ritraeva Pallade, l'amica libica di Atena, reggente una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra; il suo petto era coperto dall'egida.

Atena, uccidendo per sbaglio la compagna di giochi, come segno di lutto assunse ella stessa il nome di Pallade e fece costruire questa immagine, ponendola sull'Olimpo a fianco del trono di Zeus.

PALLADIO
Un altro Pallade generò i cinquanta Pallantidi, nemici di Teseo, che pare fossero sacerdotesse guerriere di Atena.
Platone identificò Atena patrona di Atene con la Dea libica Neith, ed Erodoto ci dice che le sacerdotesse vergini di questa annualmente si impegnavano in un combattimento per disputarsi il titolo di "Gran Sacerdotessa" della Dea. Originariamente Neith fu la Dea della caccia e della guerra, artefice delle armi dei guerrieri e guardiana dei morti in battaglia.

Il suo simbolo era un telaio, cosicché divenne Dea della tessitura, delle arti domestiche, protettrice delle donne e guardiana del matrimonio.

Ma come Dea della guerra fu anche associata alla morte, avvolgendo i morti con le bende nella imbalsamazione. Nel tempo, fu considerata la personificazione delle acque primordiali della creazione, nella Ogdoade, e quindi madre di Ra. Come Dea delle acque fu anche considerata madre di Sobek e raffigurata mentre allatta un piccolo coccodrillo. In tempi più recenti, la Dea della guerra e della morte fu identificata con Nefti, e quindi considerata moglie di Seth.

Nell'iconografia, Neith appare come una donna con una spola di telaio sulla testa, con in mano un arco e delle frecce. Viene anche rappresentata come una donna con la testa di leonessa, di serpente o di mucca.
Una grande festa, chiamata la Festa delle Lampade, si teneva ogni anno in suo onore. Dal racconto di Erodoto sappiamo che i devoti della dea durante la celebrazione notturna accendevano centinaia di luci all’aria aperta.
Platone nel Timeo afferma che i cittadini di Sais la accomunavano alla Dea greca Atena.



IL PALLADIO - II MITO

All'inizio, dopo che un oracolo disse a Dardano di non fondare una città sulla collina Ate, dove invece lui avrebbe voluto, poiché se no sarebbe stata una città disgraziata, Troia venne costruita alle pendici del monte Ida, chiamandosi Dardania.
Dardano, uno dei re di questa prima città, venne a sapere da un oracolo che, finché la dote di sua moglie fosse rimasta sotto la protezione di Atena, la città che stava per fondare sarebbe stata invincibile. Dardano aveva diversi figli, tra cui Ilo che aveva vinto la gara di lotta ai giochi in Frigia; il Re Frigio gli diede anche una mucca pezzata e gli consigliò di fondare una città là dove la mucca si fosse stesa.
Così fece: la mucca si stese a dormire sulla collina di Ate e là, Ilo fondò la sua Ilio.

Tracciato il solco che segnava i confini della città, Ilo pregò Zeus perché gli desse un segno e il mattino dopo trovò davanti alla tenda un oggetto di legno, per metà sepolto nella terra e coperto di erbacce.
Questo oggetto era il Palladio, un simulacro senza gambe alto tre cubiti, fatto da Atena in memoria della sua compagna di giochi libica Pallade.

Pallade (nome che poi Atena aggiunse al suo) reggeva una lancia nella mano destra e una rocca e un fuso nella sinistra. Il suo petto era coperto dall'egida. Atena pose prima il simulacro sull'Olimpo, accanto al trono di Zeus, dove gli furono tributati grandi onori; ma quando la bisnonna di Ilo, la Pleiade Elettra, fu violata da Zeus e insozzò il simulacro con il suo tocco, Atena scaraventò lei e il simulacro sulla terra. Apollo, allora, consigliò ad Ilo di aver cura della Dea caduta dal cielo così la città sarebbe stata protetta, poiché la forza e il potere, disse, accompagnavano sempre la Dea ovunque. Ilo obbedì all'oracolo ed innalzò sulla cittadella un tempio che ospitasse il simulacro.



IL PALLADIO - III MITO

Nel tempo dei tempi re Teucro regnava sulla troade, in Asia Minore. A lui un giorno si presentò un giovane avventuriero di nome Dardano, che veniva dalla Samotracia in cerca di una terra su cui regnare. Teucro l'accolse benignamente e gli diede per moglie sua figlia Batea. Dalle loro nozze nacque un figlio, Erittonio, padre di Troo, il quale si sposò ed ebbe tre figli: Assàraco, Ilo e Ganimede. 

Ganimede fu rapito da Zeus e divenne coppiere degli Dei; Ilo succedette al padre sul trono e, non più soddisfatto della vecchia capitale Dardania, volle costruirsene una nuova e, per scegliere il luogo dove costruirla, interrogò l'oracolo. 

Questo gli rispose di seguire una mucca bianca, pezzata di scuro, che se ne stava allora pascolando in pianura; e dove si fosse fermata doveva fondare la città.

Ilo seguì la mucca appena si mosse dal pascolo: la bestia si fermò su una collinetta da cui si dominava tutta la pianura sino al mare. Qui fece costruire la sua città che chiamò Troia, dal nome di suo padre. Zeus, per dimostrargli il suo compiacimento, gli mandò una statua di legno, la statua di Pallade Atena che fu chiamata poi il Palladio, con questo privilegio: la città non avrebbe potuto mai essere conquistata finchè avesse avuto la statua dentro le sue mura. 

Ilo aveva tanta fede nella promessa di Zeus, che non volle nemmeno cingere di mura la città, persuaso che il Palladio bastasse a difenderla.



IL PALLADIO A TROIA

Ilo aveva chiesto un segno a Zeus, mentre marcava i confini della città, e lo ottenne. Apollo Sminteo consigliò a Ilo:
« Abbi cura della dea che cadde dal cielo e avrai così cura della tua città, poiché la forza e il potere accompagnano la dea, dovunque essa vada »

- Alcuni dicono che il tempio di Atena fosse già in costruzione, quando l'immagine cadde dal cielo.
- Altri dicono ancora che fu Elettra stessa a donare il Palladio a Dardano.
- Si dice che, nell'occorrenza di un incendio, Ilo si tuffò tra le fiamme per recuperare il Palladio, ma Atena, infuriata che un mortale si avvicinasse incauto al suo simulacro, accecò Ilo. Questi, tuttavia, riuscì a placare la dea e riottenne la vista.

Secondo la leggenda, durante la guerra di Troia, gli achei seppero da Eleno, figlio di Priamo, che la città non sarebbe stata conquistata fin tanto che il Palladio si trovasse in città.

Ulisse e Diomede si travestirono da mendicanti ed entrarono nella città, presero l'immagine della dea e, scavalcando le mura, la portarono nel loro accampamento: questa avventura viene menzionata come una delle cause della sconfitta troiana.



IL PALLADIO AD ATENE

Si racconta inoltre che Crise portò con sé, nel viaggio dalla Grecia a Troia, i suoi idoli e numi tutelari, tra i quali il Palladio. Ma i miti principali non fanno di Crise la sposa di Dardano.

Ma Pallade Atena era anche patrona della città di Atene. Gli ateniesi raccontavano che Pallante, un eroe che volle ambire al trono di Atene, ebbe una figlia, tale Crise, che sposò Dardano, considerato il capostipite dei troiani.

Ma era solo una propaganda politica: in tal modo si faceva di Troia e dello stretto dei Dardanelli proprietà achea.

Questo comunque descrive come le due città avevano un culto comune: ad Atene i figli di Pallante eran detti Pallantidi ed erano cinquanta, così come cinquanta erano i figli di Priamo.

Ciò potrebbe significare che in entrambe le città esistevano dei collegi di cinquanta sacerdoti che officiavano il culto alla dea Atena.

Ma questa conclusione ci convince poco perchè non c'è mito in cui non ci siano cinquanta figli, a cominciare da quelli di Priamo.



IL PALLADIO A ROMA

Durante il regno dell'imperatore Eliogabalo (218-222), che era il gran sacerdote della divinità solare siriana El-Gabal, il Palladio venne portato coi più importanti oggetti sacri della Religione romana nel tempio di questa divinità a Roma, l'Elagabalium, in modo che solo questo Dio venisse adorato.

Secondo Virgilio, invece, Ulisse e Diomede non rubarono il vero Palladio, poiché Enea portò con sé la statua in Italia, che venne più tardi trasferita nel tempio di Vesta nel foro romano. 

Su alcune monete dell'epoca di Cesare, Enea viene rappresentato con il padre Anchise sulle spalle e il Palladio nella mano destra.

Durante il tardo impero una tradizione bizantina affermava che il Palladio venne trasferito da Roma a Costantinopoli da Costantino I e seppellito sotto la Colonna di Costantino.

Strano perchè il Palladio agli occhi dei cristiani era un orrendo demone pagano. Però sappiamo pure che Costantino era per metà cristiano e metà pagano, dispensando onori e riti non solo a Cristo, ma pure a Mitra e ad altri Dei pagani..

IL FUOCO SACRO DI VESTA

IL FUOCO DI VESTA

All’interno della pedana del tempio di Vesta a Roma, si apriva un vano a forma trapezoidale che rappresentava il penus Vestae. Ad esso era possibile accedere soltanto attraversando la nicchia e le sacerdotesse Vestali erano le uniche dotate del permesso di raggiungerlo.

Nel primo giorno dell'anno, una fiaccola accesa al tempio di Vesta portava il fuoco di ogni casa. L'accesso al tempio era vietato agli uomini, con l'eccezione dei Pontifex Maximus, a cui però era interdetto l'accesso al sancta santorum (penus Vestae) che aveva la funzione di conservare i "pignora civitatis", alcuni oggetti sacri legati a Roma e “pegno” delle fortune dell'Urbe, non visibili neppure all'imperatore, tranne appunto il Fuoco Sacro di Vesta che egli poteva controllare aldisopra della
Gran Sacerdotessa.



LARI E PENATI DI ENEA

Per i Penati della famiglia di Enea esisteva a Roma un culto pubblico, in quanto identificati come Penati di Roma, per il fatto che Roma veniva fatta ricondurre alla stirpe eneade. Per queste divinità esisteva un tempio sul Palatino, dove venivano rappresentati come due giovani seduti.
Gneo Nevio Bellum Poenicum I

"Poiché gli uccelli scorse Anchise nel ciclo,
sull'ara dei Penati si dispongono in ordine gli oggetti sacri;
immolava una vittima bella coperta d'oro
."

I Penati pubblici erano a tutela della vita dello stato, venerati prima nel tempio di Vesta, la Dea delle origini, sintesi del culto di tutti i focolari privati, poi sulla Velia in un tempio proprio, restaurato da Augusto, dove, come narra Dionisio di Alicarnasso, erano raffigurati come due giovani seduti e armati di lancia. Questo tempio è certamente quello raffigurato nel rilievo di Enea nell'Ara Pacis.

La leggenda delle origini troiane del popolo romano fece risalire i Penati di Roma e di alcune città latine agli dei tutelari di Troia, per cui Enea portò con sé i Penati (Virgilio, Eneide libro II), che gli indicarono la via verso l'Italia, e ai quali egli istituì pubblico culto in Lavinio. 

Secondo la leggenda quando Ascanio, fondata Alba Longa, vi trasferì da Lavinio i Penati, questi per ben due volte abbandonarono la nuova sede e ritornarono nottetempo a Lavinio. 

Perciò il culto dei Penati di Lavinio storica offuscò quello di Alba, la città madre della confederazione latina, da cui, dopo la distruzione, i Penati sarebbero stati trasportati in Roma.
I Penati erano raffigurati come due guerrieri seduti, lancia in pugno, in origine contenuti in giare che restarono a lungo a Lavinio. Venivano a volte identificati con i Dioscuri e i Cabiri.

Il culto degli antichi Penati, unitamente a quello dei Lari, già nei riti di Roma arcaica, erano un punto di riferimento che dava continuità e protezione alla familia di appartenenza. Essi rappresentano la continuità del tempo nello spazio, le generazioni che si susseguono nella casa degli avi, insomma la continuità della vita che si perpetua con vita e morte, in un'unica energia che i popoli più antichi riconoscevano istintivamente, ma che nel tempo, a causa del distacco progressivo tra istinto e mente,
si perde via via fino a sparire.



LA DEA NERA

Durante la Seconda Guerra Punica, nel 205 a.c., i Libri Sibillini consultati nell'estremo pericolo, consigliarono ai Romani di cercare e recuperare a Pessinunte la pietra nera della Madre degli Dei.

Ed ecco come ci descrive la storia Marcus Iulius Perusianus:
- Il sacerdote consultò il destino nelle parole del carme Euboico, e questo sarebbe stato interpretato:
"La Madre è assente: ti impongo, o Romano, di cercare la Madre; quando arriverà, dovrà essere ricevuta da mano casta"

I padri si smarriscono nelle ambiguità dell'oscuro oracolo, quale sia il genitore assente, in che luogo debba essere richiesta. Si consulta l'oracolo di Delfi, che risponde:
"Andate a cercare la Madre degli Dei, la si troverà nei gioghi del monte Ida. Si inviano dei notabili. In quel tempo regnava sulla Frigia Re Attalo, il quale rifiuta la richiesta ai nobili Italiani".

Canterò un fatto straordinario: la terra tremò con lungo boato, e così parlò la Dea dai suoi ambienti:
"Io stessa ho voluto essere cercata, che non ci sia indugio; spediscimi che lo voglio: Roma è luogo degno per ogni Dio."

Attalo tremando di terrore alla voce disse:
"Parti, sarai comunque nostra: Roma discende da antenati frigi."

Subito innumerevoli scuri tagliano quei tronchi di pino che aveva adoperato il pio Frigio (Enea) in fuga. Mille mani si uniscono, e la nave concava dipinta con colori a fuoco riceve la Madre degli Dei. Quella viene trasportata in piena sicurezza attraverso le acque del suo figlio (Nettuno), e raggiunge il lungo canale della sorella di Frisso, oltrepassa il tempestoso capo Reteo e le spiagge Sigee, e quindi Tenedo e l'antica potenza di Eezione. Lasciata Lesbo alle spalle raggiungono le Cicladi, e quei guadi di Caristo dove si infrange l'onda; oltrepassa anche il mare Icario, dove Icaro perse le ali cadute e lasciò il suo nome alle vaste acque. Poi a sinistra Creta, a destra le onde del Peloponneso, e si dirige verso Citera sacra a Venere.
Quindi il mare trinacrio, dove Bronte, Sterope e Acmonide usano immergere il ferro incandescente, e le equoree distese di Africa, e vede dalla parte dei remi di sinistra i regni della Sardegna, e raggiunge l'Ausonia.

Aveva toccato la foce (Ostia) dove il Tevere si disperde nell'alto mare e scorre in uno spazio più libero: tutti i cavalieri e i seri senatori mischiati insieme alla plebe le vanno incontro alla foce del fiume toscano. Procedono accanto le madri, le figlie e le nuore, e le vergini che tutelano i sacri fuochi. Gli uomini affaticano le attive braccia con il tiro alla fune: la nave avanza a stento nella corrente contraria. La terra era secca da tempo, l'erba era bruciata dalla sete: la nave resiste incagliata nel guado fangoso.

Ognuno partecipa allo sforzo, e si affatica quanto può, e aiuta le mani forti con le grida: la nave sta ferma in mezzo all'acqua come se fosse un'isola. Sbalorditi di fronte al fenomeno gli uomini si fermano e si impauriscono. Claudia Quinta discendeva dalla stirpe dell'antico Clauso (e il suo aspetto non era da meno in quanto a nobiltà), virtuosa essa passava per non esserlo: voci ingiuste, accuse infondate, avevano attaccato la sua reputazione, il suo abbigliamento, l'eleganza delle sue acconciature le avevano fatto torto e, secondo i vecchi severi, la sua lingua era troppo pronta.

Consapevole della propria rettitudine se la rise delle menzogne che si dicevano in giro, e tuttavia noi altri siamo gente facile a credere nel male. Come quella si avanza dal gruppo delle caste matrone, e raccoglie con le mani l'acqua pura del fiume, e per tre volte si bagna il capo, tre volte alza le mani al cielo (tutti quelli che guardano pensano che sia impazzita), e inginocchiata fissa il volto nell'immagine della Dea, e sciolti i capelli dice queste parole:
"Alma e feconda Madre degli Dei, accogli la preghiera di questa tua supplice in una condizione sicura. Si nega che io sia casta: se tu mi condanni, affermerò che l'ho meritato; pagherò con la morte la colpa, per giudizio divino; se invece la colpa è assente, tu darai con un gesto la prova della mia purezza, e casta, tu seguirai mani caste!"

Ciò detto, ella senza grande sforzo tira la corda; dirò una cosa che fa stupire, eppure attestata anche in teatro: la Dea si avvia, segue la donna che la guida e, seguendola, la giustifica. Un clamore che esprime la gioia sale fino agli astri. Arrivano alla curva del fiume (che gli antichi chiamano Atrio del Tevere), da dove il fiume gira a sinistra. Arriva la notte: legano la fune a un tronco di quercia, e abbandonano i corpi sazi di cibo a un sonno leggero.
Arriva il giorno: sciolgono la fune dal tronco di quercia, dopo tuttavia aver posto davanti bracieri di incenso, ornarono prima la nave di ghirlande, e immolarono una giovenca che non aveva mai né lavorato né montato. Esiste un luogo dove lo scorrevole Almone confluisce nel Tevere e il fiume minore perde il nome nel fiume maggiore. Là un sacerdote canuto con la veste purpurea lava la Signora e gli arnesi sacri nell'acqua dell'Almone.
Il corteo urla, il flauto suona furiosamente, e mani effeminate percuotono i tamburi di pelle di toro. Claudia, celebrata dalla folla, precede con il volto lieto, alla fine e con fatica creduta casta per la testimonianza della Dea: la quale seduta sul carro è trasportata attraverso Porta Capena: i buoi aggiogati sono cosparsi di fiori appena colti. -

L'effigie della Dea era in effetti una pietra nera senza forma (aniconica), probabilmente un meteorite di una certa grandezza disceso dal cielo. Si dice che la pietra fosse infine riposta del tempio delle Vestali dove erano custodite tutte le "Pignora Civitatis"



LE RELIQUIE DI TANAQUIL

Plinio racconta che nel tempio di Sanco si conservasse ancora la conocchia e nel tempio della Dea Fortuna il manto da lei intessuto per Servio Tullio. Nel tempio di Semo Sancus invece venivano conservati ;
- il suo fuso,
- la sua conocchia, - la sua cintura delle erbe
- le sue pantofole,
- la statua in bronzo di Caia Cecilia (Tanaquil).

TANAQUIL
Gli oggetti addosso a questa statua si credettero avessero poteri di guarigione. Le erbe erano il suo aspetto guaritivo, il fuso e la conocchia la capacità di tessere e filare, le pantofole erano in realtà le scarpe etrusche, una specie di babbucce con la punta rivolta all'insù che le Etrusche indossavano con grande raffinatezza. Queste scarpe erano in effetti o di cuoio morbido dipinto e ricamato o di velluto trapunto con piume, perle, pietre preziose e nastri lucidi. Un paio di scarpe regali potevano che valere cifre altissime.

Inoltre, Caia Cecilia sarebbe stata collegata al Dio del fiume Tevere, Tiberinus e con l'isola nel mezzo del fiume, forse con un piccolo santuario insieme a Tiberinus, in cui si faceva una offerta e una festa l'otto dicembre.

Tanaquil era dunque associata con i Lari, il focolare e la profezia che da sempre appartiene alla Madre Terra, tanto è vero che Giove per oracolare dovette ingoiare la Dea Temi, appunto Dea oracolare, che da quel momento in poi emise oracoli nientemeno che dalla pancia di Giove.

I suoi collegamenti con Acca Larentia (la Madre dei Lari) e i Lari stessi la collegano alla natura e al lato infero, cioè agli spiriti dei morti. Spesso le grandi personalità vengono divinizzate, così accadde probabilmente a Ercole, a Romolo, e pure a Cesare, perchè la gente crea i suoi idoli e i suoi eroi. Ma quando l'eroe è un'eroina il culto è molto forte, perchè al potere divino si associa la comprensione e la compassione che è pertinente soprattutto al mondo femminile.



CORONA DI ALESSANDRO MAGNO

Alcuni autori medievali ritengono di aver trovato su scritti d'epoca la citazione di questa reliquia conservata tra le "Pignora Civitas" romane, vale a dire la corona d'oro di Alessandro Magno. In realtà molti autori sostengono che i pignora riguardassero solo le reliquie che Enea aveva portato con sè da Troia, visto che i romani ci tenevano molto a discendere dall'eroe troiano.

A parte la propaganda del potere, e la voglia romana di sentirsi di nobile lignaggio, molti segni e molte leggende riconducono alla presenza di abitanti troiani fuggiti dalla città in fiamme e rifugiatisi sulla costa del Tirreno.

Un po' meno credibile è questa corona di Alessandro Magno che sarebbe giunta fino a Roma,  anche se, attraverso la conquista della Grecia (che divenne protettorato romano nel 146 a.c.) la storia-leggenda di Alessandro, precedente di circa due secoli, si diffuse nei libri, nella pittura, nei mosaici e nelle statue dell'Urbe, divenendo un forte riferimento per ogni condottiero abile ed audace. 

Non a caso Giulio Cesare pianse sulla sua tomba lamentando di non aver ancora fatto nulla di importante nei suoi trenta anni quando già Alessandro aveva conquistato mezzo mondo.

Si dice che la corona di Alessandro, coperta di fiori, venisse immessa nella sua tomba e sepolta con lui, o forse era essa stessa forgiata con i fiori, come questa qui, appartenuta a Filippo II, padre di Alessandro. Tutto è possibile.



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