QUINTO AURELIO SIMMACO



QUINTO AURELIO SIMMACO

Nome: Quintus Aurelius Symmachus
Nascita: Roma 340
Morte: 402
Professione: Oratore, Senatore e Scrittore romano

È considerato il più importante oratore in lingua latina della sua epoca, paragonato dai contemporanei a Cicerone.

La sua famosa relazione sulla controversia riguardante l'altare della Vittoria non ebbe però successo, e il suo coinvolgimento con un usurpatore e la sua opposizione all'imperatore cristiano Teodosio I lo obbligarono ad allontanarsi dalla vita politica.

Teniamo conto che un usurpatore è come un antipapa.
Si presentano due uomini che ambiscono allo stesso potere e brigano, con le armate o con la corruzione, o magari con entrambi, per ottenete il seggio.

Chi vince diventa i regnante o il Papa legittimo, chi perde diventa autonomamente usurpatore o antipapa.

Quinto aveva tenuto per l'uomo pagano che avrebbe potuto salvare il paganesimo e magari riportare Roma agli antichi splendori, convinto com'era della bellezza della romanità e dei suoi valori.

Negli ultimi anni della sua vita si dedicò alla filologia, di cui è considerato il fondatore.

Tra il 365 e il 402 ebbe una fitta corrispondenza epistolare a noi pervenuta, prezioso documento sulla classe dirigente romana dell'epoca e di un personaggio non-cristiano della fine del IV secolo.



LE ORIGINI

Simmaco apparteneva ad una nobile famiglia romana di rango senatoriale, innalzatasi soprattutto sotto Costantino I. Il padre era Lucio Aurelio Avianio Simmaco, praefectus urbi di Roma nel 364-365 e console designato per il 377 (ruolo che però non ricoprì).

DITTICO DI SIMMACO NICOMACO
La famiglia dei Symmachi aveva rapporti stretti con i Nicomachi, altra famiglia nobile ed influente; Simmaco strinse un rapporto d'amicizia con Virio Nicomaco Flaviano.

Sposò, entro il 371, Rusticiana, da cui ebbe Quinto Fabio Memmio Simmaco; la figlia, invece, sposò nel 393 l'omonimo figlio di Flaviano, e in questa occasione fu probabilmente prodotto il dittico dei Simmachi e dei Nicomachi.

Il suo bisnipote fu Quinto Aurelio Memmio Simmaco, autore di una Storia romana andata perduta e padre adottivo del filosofo Boezio.

La famiglia dei Symmachi era molto potente e ricca, aveva tre domus a Roma, una a Capua e quindici ville suburbane, tre delle quali a Roma.

Fu educato in Gallia e fu amico del poeta latino Decimo Magno Ausonio, oltre ad essere un buon conoscitore della letteratura greca e della letteratura latina.


Abbiamo di Simmaco:

- cinque orazioni incomplete, in cui fu difensore della tradizione e del mos maiorum.;
- quarantanove relationes ufficiali (la terza, pronunciata dinanzi a Valentiniano II, che riguarda la polemica per l'ara della Vittoria, pervasa da sincera commozione, è scritta con fluida eleganza)
- dieci libri di lettere, sul tipo di quelle di Plinio, ricche di informazioni su avvenimenti e personaggi dell'epoca, di cui il decimo libro contiene la corrispondenza con gli imperatori. Nove libri sono di corrispondenza privata e uno appunto di corrispondenza pubblica.
- tre panegirici rivolti agli imperatori Valentiniano I e a suo figlio Graziano

Come studioso si dedicò alla recensione del testo di Livio, autore che incarnava i suoi ideali di auctoritas e del mos maiorum.

Nel suo cursus honorum ricoprì importanti cariche tra cui: proconsole d'Africa nel 373, praefectus urbi dal 383 al 385, fino a diventare console nel 391. In qualità di prefetto dell'urbe scrisse molti rapporti, o relationes, il più conosciuto dei quali è quello rivolto all'imperatore Valentiniano II nel 384 in cui si schiera a favore del mantenimento della antica Religione romana nelle cerimonie ufficiali dello Stato.



LA RIMOZIONE DELLA DEA

L'occasione fu data dalla polemica sorta in occasione della rimozione dell'altare della Vittoria dalla curia del Senato romano, voluta dai senatori cristiani.

I senatori pagani rendevano infatti ad essa omaggio, considerandola come simbolo della romanità e della sovranità dello stato, più che come divinità.

VITTORIA
I senatori cristiani, offesi da questo comportamento, ottennero nel 382 dall'imperatore Graziano, la sua rimozione, anche grazie all'intervento del vescovo di Milano Ambrogio. Morto Graziano, il senato di Roma inviò a Milano una delegazione al suo successore Teodosio.

In questo contesto si sviluppò la polemica tra Simmaco e Ambrogio dove il primo portò una concezione ispirata al pluralismo e alla tolleranza religiosa:

« Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande. »
(Quinto Aurelio Simmaco, Relatio de ara Victoriae)

E poi: “Noi rivendichiamo pertanto lo stato giuridico dei culti religiosi, che per lungo tempo fu utile alla cosa pubblica”.

In effetti, da Costantino in poi, benché gli imperatori, a parte Giuliano, fossero cristiani, i culti tradizionali e i relativi sacrifici continuarono a mantenersi a spese dello Stato e gli stessi principi cristiani continuarono a rivestire la suprema carica della religione pubblica romana: il Pontificato Massimo. 

Fu sotto l'intolleranza del vescovo Ambrogio che Graziano soppresse tra i titoli imperiali quello di pontifex maximus; privò le vestali e i collegi sacerdotali delle immunità e delle sovvenzioni pubbliche e ne confiscò i beni; fece nuovamente rimuovere l’altare della Vittoria dalla Curia Julia sede del Senato di Roma operando così la laicizzazione dello Stato.
Una visione di grande civiltà ma Ambrogio, convinto che solo il Cristianesimo dovesse esistere, riteneva che solo il Dio dei cristiani fosse il vero Dio ipse enim solus verus est deus: da cui la falsità di ogni religione non cristiana.

Del resto santo Ambrogio era colui che aveva scritto: "Adamo è stato condotto al peccato da Eva e non Eva da Adamo. È giusto che la donna accolga come padrone chi ha indotto a peccare"

Per i pagani i provvedimenti che toglievano il sussidio dello stato alla religione pagana erano assurdi, la res publica non avrebbe potuto sostenersi senza il cultus deorum, garante la pax deorum, vale a dire la protezione divina sulle sorti dell’Impero. Era come se venisse unilateralmente infranto un antico patto giuridico: quello che, a partire da Romolo e Numa, era stato stipulato fra res publica Romanorum e potenze divine, col fine ultimo della tutela e conservazione della comunità dei Romani. 

Abolire il finanziamento pubblico ai culti tradizionali era rompere l’antico patto: ecco perché non potevano esistere culti, che non avessero pubblica sanzione e finanziamento.

Senza un riconoscimento pubblico, giuridicamente valido, i culti rientravano nella sfera privata, ma la res publica diveniva un’entità desacralizzata priva di luce e riferimento superiore, con conseguenze gravissime facilmente immaginabili: la caduta della stessa res publica, abbandonata a se stessa da quelle divinità che l’avevano sostenuta per undici secoli e mezzo”.

Teodosio diede ragione ad Ambrogio e l'ara della Vittoria venne distrutta mentre la statuetta della Dea Vittoria, che era diventata il simbolo chiave del senato romano e che da tanti secoli i senatori salutavano per prima entrando nell'aula, venne fusa, uccidendo oltre a una preziosa opera d'arte, il fondamento della più importante civiltà del mondo.

Dopo pochi anni gli imperatori cristiani succubi dei loro vescovi imposero leggi sempre più intolleranti. Ambrogio rivendicò a sé il diritto di giudicare e assolvere anche capi di Stato; Teodosio si sottomise  e il vescovo milanese gli fece pagare caro il suo perdono.



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