MAUSOLEO DEI PLAUZI




MAUSOLEO DEI PLAUZI ED IL PONTE LUCANO

GENS PLAUTIA 

Marco Plautio Silvano appartenne alla gens Plautia, una tra le prime quaranta gens di Roma. Una gens molto importante visto che Caius Plautius Proculus fu il primo di questa gens a raggiungere il consolato nel 358 a.c., ma dopo di lui ci furono ben otto consoli di questa gens.

Sembra fosse una gens plebea, il che mal si accorda con le prime cariche consolari e col fatto che fosse di così antica origine, ma sembra fossero di origine etrusca, il cui nome originario fosse quello dei Plotii.

COME APPARIVA ANTICAMENTE


MARCO PLAUZIO SILVANO

Marco Plauzio Silvano, ovvero Marcus Plautius Silvanus, console e generale romano, nacque a Roma nel 35 a.c.e morì a Roma, in un anno imprecisato dopo il 9, quando si hanno le sue ultime notizie

Di lui sappiamo che era figlio di una certa Urgulania, che godeva dell'amicizia di Livia Drusilla, moglie dell'imperatore Augusto, e sposò una certa Lartia, con la quale ebbe due figli: Marco Plauzio Silvano (pretore nel 24, morto suicida per aver gettato quello stesso anno la moglie dalla finestra) e Plauzia Urgulanilla, moglie per un certo periodo di tempo dell'imperatore Claudio, con il quale fece due figli.

Marco Plauzio Silvano fu il primo membro della gens plautia con questo cognomen che raggiunse il consolato nel 2 d.c., insieme allo stesso imperatore, Augusto. Governò, quindi, come proconsole, l'Asia nel 4 d.c..

Divenuto governatore di Galazia e Panfilia (in Anatolia, Turchia) nel 5-6, domò prima una rivolta di Isauri, poi, il 7, guidò i rinforzi (le legioni IIII Scythica e V Macedonica) contro i ribelli Pannoni. Riuscì ad unirsi alle forze del legato di Mesia (Thracia Macedoniaque), Aulo Cecina Severo, ma attaccati a sorpresa dai ribelli mentre erano in marcia lungo il fiume Sava, ad ovest di Sirmio, rischiarono la distruzione delle truppe, ma con notevole perizia e senso di orientamento riuscirono a fuggire e a raggiungere il quartier generale di Tiberio, a Siscia, con un esercito di ben dieci legioni.

I due anni di battaglie che seguirono portarono alla completa sottomissione dell'intero Illirico, con le nuove province di Pannonia e Dalmazia. Per questi successi si meritò gli Ornamenta triumphalia, cioè il Trionfo, il massimo onore che nell'antica Roma veniva tributato con una cerimonia solenne al generale che avesse conseguito un'importante vittoria.

IL MAUSOLEO OGGI

IL MAUSOLEO

Si trova nella piana di Tivoli presso il fiume Aniene, a circa un Km dalla famosa Villa di Adriano, dichiarata dall’UNESCO patrimonio dell’umanità, poco a valle gli studiosi sono concordi nel localizzare l’antico porto fluviale da dove venivano imbarcati i materiale da costruzione destinati a Roma: il lapis tiburtinus (travertino) e legnami dai boschi dell’alta valle dell’Aniene. 

Il sepolcro dei Plauzi, della metà del I sec. d.c.; è un mausoleo a forma cilindrica con base quadrangolare attualmente interrata, sormontata da una rotonda circolare a due ordini,  alta circa 35 metri e rivestita di travertino. Sul corpo circolare infatti venne aggiunto un avancorpo rettangolare, incorniciato da mezze colonne ioniche, che potesse ospitare una serie iscrizioni sul suo proprietario e le sue benemerenze.

All'epoca infatti andavano per la maggiore i mausolei, compreso quello di Augusto, a vaga immagine del sepolcro di Mausolo. Augusto fece riportare sul suo mausoleo le sue gesta e così Pauzio fece riportare le sue. Una buona parte del cilindro è però rifacimento medievale, come pure la parte superiore, coronata da beccatelli. Nel prospetto residuo del recinto antistante sono scolpite le iscrizioni funerarie di Marco Plauzio Silvano e del figlio di lui Tiberio Plauzio Silvano Eliano: sono elencate le cariche da loro ricoperte.


Il sepolcro, che nella forma ricorda quello più famoso di Cecilia Metella sulla via Appia, è con esso il più conservato dei mausolei di epoca tardo repubblicana. Esso si eleva sulla sinistra del fiume Aniene, situato su un territorio che apparteneva appunto alla gens Plautia.

All’interno si trova un ambiente a croce collegato da un corridoio circolare.
L’imponente costruzione è attribuita a Marco Plautio Silvano, che fu console con Augusto nel 2 d.c., e ricevette dal Senato gli ornamenti trionfali per la sua condotta nell’Illirico; attribuzione che trova conferma nell’iscrizione inserita nel corpo cilindrico, al di sopra della cornice mediana.
Durante il periodo medioevale fu trasformato in torre di difesa per la sua posizione strategica. Nel 1465  fu restaurato ad opera di papa Paolo II che ordinò l’aggiunta della merlatura guelfa tutt’ora ben visibile insieme al suo stemma.

La struttura è circolare, esteriormente ricoperta da blocchi di travertino; all'interno c'è un corridoio ad anello che gira intorno ad un ambiente a croce. Il nome di Marcus Plautius Silvanus è menzionato nella cornice mediana della parte cilindrica e fu il primo defunto a trovarvi posto.  


Nel XV sec. il mausoleo fu trasformato in torre di guardia a protezione del ponte lucano. Nel monumento vennero tumulati anche il figlio di Marco Plautio Silvano, e cioè Publio Plautio Pulcro, e Plauzio Silvano Eliano (ovvero Plautius Silvanus Aelianus). Costui fu Console suffetto nel 45 d.c,, proconsole d'Asia e legato in Mesia, praefectus urbi nel 73, e ricevette da Vespasiano per le sue battaglie gli ornamenti trionfali, e fu console per la seconda volta nel 74.

Ad indicare le passate gesta, forse a imitazione delle Res Gestae del mausoleo di Augusto, sulla base del monumento vi sono delle esaurienti iscrizioni in pietra, con un vero e proprio indice, che è diviso in tre parti.

La prima enumera i nomi e le note di consanguineità, con a fianco le dignità e le cariche di Plauzio Silvano Eliano, tra cui quelle di:
- pontefice
- Sodale Augustano,
- ascritto al Vingivirato (Vingiviratus Ianua erat ad honores),
- Questore di Tiberio Cesare,
- Legato della V Legione in Germania,
- Praetor Urbanus
- Legatus et Comites Claudii Caesaris in Britannia
. Due volte Console,
- Proconsole in Asia,
- Legatus in Spagna,
- Legatus Propraetor Moesias,
. Onorato con gli Ornamenta Triumphalis.
La seconda narra le sue gesta mentre era Legato Propretor nella Mesia.
La terza ricorda le ricompense che ottenne e l'elogio fattogli nel senato dall'Imperatore Vespasiano.



IL PONTE LUCANO

Il ponte romano, che corona il complesso lucano di Tivoli, è posto sull’antico tracciato della via Tiburtina, è costituito da 5 arcate, tre delle quali ormai interrate a causa dei materiali trasportati dal fiume che da anni non vengono rimossi. La sua costruzione è stata attribuita a Marco Plautio Lucano, parente di Marco Plautio Silvano, diumviro con Tiberio Claudio Nerone -14-37 d.c.

Poco a valle è stato localizzato il porto dove veniva imbarcato l’antico lapis tiburtinus (travertino) destinato alla costruzione dei grandi monumenti Romani; dal Ponte Lucano infatti l’Aniene diveniva navigabile.
Nel 1936, per venire incontro alle esigenze di viabilità fu cambiato il percorso della via Tiburtina creando, poco distante, il ponte attuale, ma il Ponte Lucano rimase in uso, per il traffico locale, fino ai primi anni Ottanta.





L'INCURIA E LA COLPA

Degrado e cemento, così scompare il Mausoleo dei Plauzi a Tivoli
La torre circolare del I secolo d.C., piena di crepe e coperta di vegetazione, viene periodicamente allagata dalle pompe idrovore che evitano l’esondazione dell’Aniene. E insieme a Ponte Lucano è intrappolata da un muro di contenimento del fiume

di Veronica Altimari

Il muro di cemento che circonda il Mausoleo dei Plauzi a Tivoli

ROMA - È uno dei tesori archeologici di Tivoli. Eppure, ormai da decenni, si assiste inermi ad un silenzio assordante intorno a quest’area. Il Mausoleo dei Plauzi, insieme a Ponte Lucano, rappresentano la cartolina d’accesso alla «Superba», a pochi chilometri da Roma. Così Tivoli - città d’arte a tutti gli effetti, grazie alla presenza delle due storiche residenze censite dall’Unesco, Villa Adriana e Villa D’Este - presenta alle migliaia di turisti che la visitano ogni anno uno scenario davvero desolante: la tomba dei Plauzi è piena di crepe e ricoperta da vegetazione selvaggia, il casale seicentesco che sorge di fronte è ormai parzialmente crollato, ci sono abitazioni abusive, rifiuti, erbacce. E come se non bastasse, un alto muro di cemento lo circonda, nascondendo alla vista quello che era destinato a diventare un importante parco archeologico tiburtino.


Area a rischio esondazione

L'ISCRIZIONE SUL MAUSOLEO
I problemi principali nella zona del Mausoleo - una torre circolare citata già da Strabone, la cui costruzione si deve al diumviro M.Plauzio Lucano che nella prima metà del I secolo d.C. ne curò la realizzazione insieme al futuro imperatore Tiberio Claudio Nerone - sono legati alla ormai ineludibile messa in sicurezza della zona, rispetto al rischio di esondazioni del fiume Aniene. Nell’ultimo trentennio, sono sorti proprio nell’area archeologica due quartieri importanti, cresciuti quasi dal nulla: in particolare, quello di Villa Adriana, che ha una rete fognaria ancora oggi insufficiente rispetto alle utenze. Sugli argini, non si contano più le attività produttive, soprattutto di lavorazione del travertino romano. Una condizione di inurbamento e industrializzazione che ha fortemente limitato il letto del fiume, rinchiuso in un percorso sempre più stretto e quindi maggiormente a rischio di straripamenti. 


La legge Sarno e la sicurezza
E per assurdo, uno dei pericoli viene proprio dagli interventi di protezione e prevenzione realizzati in passato: «Già negli anni Ottanta era stato messo a punto un progetto di messa in sicurezza che faceva riferimento alla nuova “legge Sarno” – spiega l’ingegner Francesco Mele, un tempo tecnico dell’Ardis (Agenzia regionale per la difesa del suolo), oggi alla Protezione civile -. Questo ci ha obbligato a calcolare il fattore di rischio con un fenomeno di ritorno di 200 anni: un evento quindi straordinario, ma possibile, che aveva dunque condotto alla realizzazione di nuovi argini in cemento».


Il protocollo d’intesa del 2005

Il grande muro arriva attualmente fino alla via Maremmana e costeggia, appunto, anche il Mausoleo dei Plauzi e il ponte dove nel VI secolo passò Totila, re dei Goti, durante la guerra contro l’esercito bizantino guidato da Narsete. 
«È stata un’esplicita richiesta delle sovrintendenze ai Beni archeologici – continua Mele - perché la torre non poteva in alcun modo essere separata dal ponte romano». I reperti archeologici di cui parla il tecnico sono contenuti, in parte, anche nell’accordo che i diversi enti competenti (tra i quali lo stesso Comune di Tivoli) avevano siglato nell’ormai lontano 2005. Un documento che faceva riferimento alla messa in sicurezza della zona, ma anche alla riqualificazione totale del parco archeologico.


I primi interventi costati 4 milioni
I lavori, condotti dall’Ardis con un investimento di circa 4 milioni di euro, avevano tuttavia provveduto solo alla prima necessità: «Per noi ovviamente il primo obbiettivo era quello della salvaguardia delle vite umane – conclude Mele - come però spesso accade, dove ci sono fondi limitati e diversi enti chiamati a spartirseli, per il progetto di recupero del Mausoleo, bisognerà ancora aspettare». 
Quanto tempo non si sa. Mele ricorda che il protocollo è ancora aperto, ma per questa seconda fase di intervento, il vincolo attuale sembra sia proprio la mancanza di fondi.


La battaglia di cittadini e associazioni


Malgrado il muro però, ad ogni pioggia di una certa entità, la zona si allaga. Per provare a tamponare il problema, sono state disposte addirittura delle pompe idrovore con lo scopo di pompare l’acqua dalla via Maremmana all’interno della zona del fiume. Quindi del Mausoleo. Una soluzione temporanea che è diventata, purtroppo, definitiva.
 «Questo è l’ultimo schiaffo a Ponte Lucano – dice con rabbia Luciano Meloni, presidente del comitato Salviamo Ponte Lucano -. La soluzione del muro è stata la più veloce, e facile, applicata dall’Ardis, che ha poi successivamente provveduto solo al suo abbassamento, senza però risolvere a monte il problema». Infatti, fino a quando non sarà totalmente risolto il pericolo idrogeologico, la riqualificazione dei beni archeologici dovrà aspettare.


L’interrogazione a la Pisana

«Abbiamo presentato una denuncia, che però è stata archiviata con motivazioni discutibili – dice Carlo Boldrighini, presidente di Italia Nostra - ed il fatto che l’opera non sia stata ancora collaudata e una di queste». «Impossibile quindi ripristinare il sito archeologico – continua - fino a quando questo non avviene». 
Il capogruppo di Forza Italia in Regione, insieme ad Alessandro Pertini, fondatore dell’associazione “L’aquila e le torri”, hanno quindi presentato di recente un’interrogazione in Regione Lazio, indirizzata direttamente al presidente Nicola Zingaretti, per far luce su «l’incredibile immobilismo e indifferenza delle istituzioni intorno a questa situazione.


Quale alternativa al muro


«Stiamo ancora aspettando una risposta - dice Petrini -  ma ci stiamo attivando affinché si muova anche il Parlamento su questa vicenda, attraverso una interrogazione al Senato che stiamo predisponendo insieme a Maurizio Gasparri». 
«I nostri uffici tecnici ci stanno lavorando – fanno sapere invece dalla Pisana - riferiremo in consiglio il prima possibile». 
Quanto alle possibili alternative al muro di contenimento, attualmente, sembra non esserne stata individuata alcuna. Lo spiega in maniera chiara Mele: 
«Questa scelta è l’unica possibile se pensiamo ad una ottimizzazione dei fattori tecnico-economici». 
«La natura del fiume – interviene Luciano Meloni - richiede ampi spazi in cui poter esondare nei periodi di piena, e nel percorso che fa l’Aniene ci sarebbero. Ma a questo hanno preferito non pensare». 
Nel frattempo, continuano le proteste, guidate anche da esponenti della politica locale di Tivoli, sotto lo slogan «abbattiamo il muro della vergogna». Ma la questione, appare assai più complicata.


COMMENTO

Ma con 4 milioni di euro hanno fatto solo un muro di cemento? No, hanno anche strappato un po' di erbacce. Ecco, ora è tutto chiaro.

LE ESONDAZIONI CHE LOGORANO IL MONUMENTO ED IL FAMOSO MURO DI CEMENTO

Il mausoleo dei Plautii è una discarica a cielo aperto
Il tesoro romano di Tivoli violato
di Sergio Rizzo

«Idea! Mettiamoci un paio di oblò...». L’idea venne a qualcuno alla Regione Lazio, con l’illusione di placare le proteste contro il muro della vergogna. Succedeva dieci anni fa, quando la barriera di cemento armato che avrebbe dovuto salvare dai frequenti allagamenti un’area a ridosso del fiume Aniene era stata appena tirata su. Gli oblò avrebbero dovuto permettere ai turisti di dare una sbirciatina (sigh!) al di là del muro, dove lo spettacolare mausoleo dei Plautii, che con la celebre tomba di Cecilia Metella sull’Appia Antica è uno dei rarissimi esempi di sepolcri monumentali delle famiglie nobiliari romane dell’età tardo repubblicana, stava precipitando nel degrado. Gli oblò ebbero il buon gusto di risparmiarceli. Il muro, invece, è ancora lì. E gli allagamenti puntualissimi.

La storia di questa follia può essere presa a esempio degli sprechi insensati che produce l’ottusità di certe burocrazie, ma anche di quello che succede al nostro e prezioso patrimonio quando ci sono in ballo interessi economici privati. Il mausoleo dei Plautii era il primo monumento che veniva incontro ai viaggiatori del Grand Tour, di cui Tivoli era tappa fondamentale. Per arrivare a Villa Adriana, maestosa residenza dell’imperatore Adriano, Wolfgang Goethe e Giovan Battista Piranesi ci passavano davanti appena dopo aver attraversato il ponte Lucano, costruito fra il crepuscolo della repubblica e l’alba dell’impero romano. 

Su quel ponte che si poteva ancora attraversare in auto trent’anni fa e oggi ha tre delle cinque arcate sepolte dai materiali trasportati dal fiume, come i detriti scaricati dalle industrie di travertino e mai rimossi, si incontrarono papa Adriano IV e Federico I Barbarossa: incontro che sancì una cosetta da nulla come la nascita del Sacro romano impero. 
Tanto basterebbe perché quel ponte e tutto quello che c’è intorno, compreso lo straordinario mausoleo dei Plautii con iscrizioni ancora quasi perfette nelle quali si citano l’impresa militare della conquista della Britannia, fosse considerato un’attrazione formidabile custodita con la massima cura. E anche una fonte di reddito e lavoro non indifferente. Accadrebbe in qualunque altro Paese civile al quale fosse capitato di avere un’eredità tanto preziosa. Ma non in Italia. Non a Tivoli, che pure fu il cuore dell’impero romano nei suoi anni più smaglianti.

Ponte e mausoleo sono inaccessibili, chiusi da quel muro che taglia in due l’antica via Tiburtina e da una barriera di lamiera arrugginita. Intorno, ovunque immondizia che nessuno raccoglie: bottiglie di plastica, lattine, stracci, siringhe, cartacce, liquami. Da un lato, i ruderi di una vecchia osteria seicentesca diroccata che non crollano del tutto soltanto perché indecorosamente puntellati. Alle sue spalle, una orrenda superfetazione abusiva abusivamente occupata da alcuni rom.

E poi il mausoleo: il basamento sepolto da una colata (abusiva) di cemento mentre la parte che ne è stata risparmiata viene divorata dalla vegetazione. Non che prima della costruzione di quel muro la cura di quel sito, che oggi è per l’organizzazione americana World Monument Fund fra i cento monumenti del pianeta da salvare, fosse molto migliore. 

STAMPA DEL XVIII SECOLO
La dimostrazione è che quella straordinaria area archeologica è da decenni stritolata fra capannoni industriali e brutture edilizie di vario genere. Ma il muro è stato un autentico colpo di grazia. I lavori vengono completati dall’Ardis, l’Agenzia per la difesa del suolo della Regione Lazio, nell’estate del 2004, con la giustificazione che la barriera dovrebbe difendere la zona dalle esondazioni dell’Aniene. Sindaco di Tivoli è l’attuale capogruppo del Partito democratico al consiglio regionale del Lazio, Marco Vincenzi. Ministro dei Beni culturali è Giuliano Urbani di Forza Italia, che evidentemente non può opporsi. 

La Regione costruisce il muro riempiendo anche l’area di cemento senza il benestare della Soprintendenza, e una successiva denuncia al tribunale di Italia Nostra e del WWF viene archiviata con la motivazione pilatesca che le opere «costituiscono esercizio di discrezionalità amministrativa». Peccato che non sia mai stato fatto uno studio sulle cause delle esondazioni. 

E peccato che quella «discrezionalità amministrativa» che tanto diligentemente ha sottolineato il magistrato nella sua sentenza non abbia neppure risolto il problema. Perché manca un collettore fognario, e continua ad allagarsi tutto all’interno e all’esterno del muro. Incuranti del ridicolo, alla Regione hanno allora pensato di risolvere la faccenda installando delle pompe idrovore che aspirano l’acqua dalla strada e la sputano verso il ponte e il mausoleo. Il tutto senza che quell’opera, a dieci anni di distanza, sia stata ancora collaudata. 

Chi mai potrebbe collaudare un tale abominio? Più che logica, quindi, la decisione del nuovo arrabbiatissimo sindaco di Tivoli, Giuseppe Proietti, finalmente determinato a prendere di petto la questione, che nel luglio scorso ha chiesto alla Regione di revocare la vecchia pratica di eliminazione del vincolo di esondazione: con la motivazione che quella roba non serve a niente.

I quattro milioni e mezzo di euro spesi non sono nemmeno serviti a evitare che il Comune sia sommerso da cause di risarcimento per i danni provocati dagli allagamenti. Con esborsi milionari anno dopo anno. Mentre il protocollo d’intesa per il recupero dell’area, firmato addirittura nel 2005 sull’onda delle proteste dei cittadini e delle associazioni ambientali, è ancora lettera morta. E qui, riavvolgendo il nastro, vengono tanti pensieri. Pure che lo scempio non sia solo frutto di umana stupidità e incoscienza. 

Il problema di quel tratto dell’Aniene è noto da decenni: ha a che fare con il restringimento artificiale del fiume causato dai detriti. Per risolverlo non serve un muro, ma una seria opera di bonifica e il rispetto del divieto (esistente per legge) di scaricare materiali nell’alveo. Lo capirebbe anche un bambino. Perché allora si è scelto di alzare una barriera di cemento armato di quattro metri, spendendo inutilmente tutti quei soldi? 

C’è chi ha tirato in ballo la legge in materia di difesa idraulica emanata dopo il disastro della frana di Sarno, nel 1998. E c’è chi, come Italia Nostra e WWF che l’hanno scritto nell’esposto rigettato dal tribunale di Tivoli, ha avanzato il sospetto che l’obiettivo non era tanto quello di evitare le esondazioni quanto quello di far venir meno il vincolo alla zona antistante Villa Adriana. Per dare via libera a una lottizzazione. Pura fantasia, dicono... Anche se qualche volta la realtà supera la fantasia.
22 febbraio 2015.














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