MONUMENTO FUNERARIO DEI RABIRI





Un blocco marmoreo con iscrizione funeraria e i ritratti dei defunti venne rinvenuto sul lato destro della via Appia, fu murato, nella ricostruzione fatta dal Canina del sepolcro dei Rabirii, insieme ad altri frammenti superstiti della decorazione architettonica. Il marmo di altezza cm 88, larghezza cm 183 e spessore cm 34, fu trasportato nel 1972 nel Museo Nazionale Romano, è attualmente conservato nell’aula III del Chiostro di Michelangelo, nelle Terme di Diocleziano. Presso il sepolcro invece è stato collocato un calco.

Iscrizione:
C(aius) Rabirius, Post(umi) l(ibertus),
Hermodorus;
Rabiria
Demaris;
Usia Prima, sac(erdos)
Isidis.

che significa:
Gaio Rabirio Ermodoro, liberto di Postumo; Rabiria Demaris; Usia Prima, sacerdotessa di Iside.

Questo tipo di rilievo, che veniva inserito esternamente sulla fronte del sepolcro per ricordare i defunti tramite il ritratto e in alcuni casi con il supporto dell’iscrizione, era una produzione funeraria in voga tra la fine della repubblica ed i primissimi anni dell’impero. I tre ritratti, a mezzo busto, sono scolpiti entro una nicchia piuttosto profonda, con i due personaggi sulla sinistra, un uomo ed una donna, che fanno gruppo a sè e sono i titolari del sepolcro, con una omogeneità nella raffigurazione della maniera tardo-repubblicana, che bada poco alle caratteristiche personali, come farà al massimo nel periodo imperiale, ma molto al ruolo e al rigore.

I due volgono la testa leggermente verso sinistra, lui ha il volto con gli zigomi alti e sporgenti, la fronte solcata da rughe e le labbra serrate; lei ha una pettinatura austera, con i capelli divisi da una scriminatura centrale in due bande strettamente attorcigliate, che partono dalla nuca e si serrano anteriormente in un nodo, che costituisce una variante dell’acconciatura con trecce a cerchio, tipica dell’età repubblicana.

Sulla destra invece c'è un terzo personaggio, una donna con la testa leggermente volta verso destra, piuttosto diversa rispetto agli altri due. Si nota che il personaggio, pur essendo donna, è stato ricavato dalla rilavorazione di un busto maschile di togato, predisposto nella bottega del lapicida, forse per eventuali successivi defunti. Anche il piano di fondo del ritratto è stato notevolmente ribassato per ottenere le raffigurazioni del sistro, lo strumento musicale a scuotimento di Iside e della patera, il piatto delle offerte rituali, simboli del culto di Iside riferibili al sacerdozio della defunta, come si dichiara nell’iscrizione. Il modellato più morbido, l’uso del trapano nella realizzazione della capigliatura, e la stessa acconciatura inseriscono questo ritratto in età claudia, cioè intorno alla prima metà del I sec. d.c.

Esaminando l’iscrizione, si legge che i defunti originari sono il liberto C. Rabirio Ermodoro e Rabiria Demaris. Anche quest’ultima, che non dichiara la sua condizione, è probabilmente una liberta, come fa sospettare il nome greco Demaris, forse compagna di schiavitù (poi liberata) ed evidentemente di vita del personaggio maschile.



LA CAUSA DI RABIRIO

In questa iscrizione il patronus di Ermodoro è verosimilmente un personaggio noto, identificato dagli studiosi con il cavaliere di età cesariana Caio Curzio Postumo, della gens Curzia, che, a seguito di adozione testamentaria da parte di uno zio materno, nel 54 a.c., assunse il cognomen di Rabirio. Pertanto il liberto Ermodoro, secondo gli usi, prese a sua volta questo gentilizio e fu affrancato dopo il 54 a.c..

Questo personaggio consente di ricostruire alcuni aspetti della sua vita e di chiarire questa iscrizione: infatti sappiamo da Cicerone, il noto avvocato e oratore romano del I sec. a.c.,  che scrisse in difesa di C. Rabirio Postumo la “Pro Rabirio”, orazione che da lui prende nome, che egli soggiornò a lungo ad Alessandria d’Egitto.

Gaius Rabirius fu un senatore coinvolto nella morte di Lucius Appuleius Saturninus. Titus Labienus (il cui zio aveva perso la vita ad opera dei seguaci di Saturninus), venne posto da Julius Caesar come accusatore di Rabirius per l'implicazione nell'omicidio.
Lo scopo di Cesare era di mettere in guardia il senato contro le interferenze dei movimenti popolari, per affermare la sovranità del popolo e l'inviolabilità della persona dei tribuni, al tempo della congiura di Lucio Sergio Catilina 

L'accusa obsoleta di Perduellio fu rilanciata, e vennero ascoltati per primi Cesare e suo cugino Lucius Julius Caesar come commissari speciali (duoviri perduellionis). Rabirius venne condannato, e il popolo, al quale l'accusato aveva rivolto il diritto di appello, fu sul punto di ratificare la decisione, quando Quintus Caecilius Metellus Celer tirò giù la bandiera militare del Gianicolo, segno di scioglimento dell'assemblea. Cesare, avendo ottenuto lo scopo, lasciò cadere la questione. La difesa fu presa da Marcus Tullius Cicero, console quell'anno; Orazione: Pro Rabirio reo perduellionis.

Con ogni probabilità dall’Egitto, culla del culto di Iside, poi diffuso nel territorio italico e a Roma attraverso i mercanti della Penisola , Gaio Rabirio Postumo condusse con sé a Roma in schiavitù dei seguaci della Dea, quali dovettero essere Hermodorus e Demaris, come suggerirebbe la presenza, nel loro sepolcro, di Usia Prima, che di Iside è sacerdotessa. 
Infatti, per la donna, morta successivamente alla predisposizione della sepoltura, come si nota dal ritratto e dai caratteri dell’iscrizione, aggiunti in un secondo momento riadattando il rilievo, si può ipotizzare che coloro che ne hanno consentito la sepoltura nello stesso sepolcro, vi fosse in comune il culto di Iside, diffuso soprattutto tra schiavi e liberti e negli strati più umili della popolazione romana. L’iscrizione dei Rabiri è quindi databile nella seconda metà del I secolo a.c., quella di Usia Prima intorno alla metà del I secolo d.c.

Ma ciò che colpisce particolarmente del sepolcro è che metà di esso venne occupato dalla coppia, e l'altra metà dalla donna che tuttavia non è al centro della seconda parte del sarcofago ma lascia accanto a sè un posto in più, ma troppo stretto per essere occupato da altri. Il posto in effetti è occupato, ma non da un uomo, bensì da una patera, ovvero da un "umbone solare".

Essendo stato lasciato libero mezzo sepolcro la donna poteva occuparne un terzo lasciando un ulteriore posto libero per qualcun altro, tanto più che la spalla destra della sacerdotessa è molto più larga non solo della sua spalla sinistra ma persino di quella di Hermodorus. Invece il quarto posto fu occupato da un emblema, quello del sole. Questo emblema lo troviamo spesso ai lati delle erme romane, da un lato c'è una brocca e dall'altro c'è il sole.

Come dire  l'acqua e il fuoco, o il maschile e il femminile. Anch'essa dunque è in coppia, ma col suo maschile interiore, direbbe Freud, come dire che si è realizzata interiormente attraverso la via spirituale connessa al cammino misterico dei veri seguaci di Iside.



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