PLOTINO



PLOTINO

Nome: Plotino
Nascita: Licopoli, 203-205 d.c.
Morte: Minturno (?), 270 d.c.
Professione: Filosofo


" Fuggiamo dunque verso la nostra cara patria, questo è il consiglio vero che vorremmo raccomandare .... La nostra patria, da cui siamo venuti, è lassù, dove è il nostro Padre. Ma che viaggio è, che fuga è? Non è un viaggio da compiere con i piedi, che sulla terra ci portano per ogni dove, da una regione all'altra; nè devi approntare un carro o un qualche naviglio, ma devi lasciar perdere tutte queste cose, e non guardare. Come chiudendo gli occhi, invece, dovrai cambiare la tua vista con un'altra, risvegliare la vista che tutti possiedono, ma pochi usano "



LE ORIGINI

Plotino è stato uno dei più importanti filosofi dell'antichità. Di origini greche, nacque a Licopoli in Egitto tra il 203 e il 205 d.c., fu erede di Platone e fondatore del neoplatonismo. Di lui sappiamo quasi esclusivamente ciò che ci ha scritto su di lui Porfirio nell'opera Vita di Plotino, composta come prefazione alle Enneadi.
Queste furono gli unici scritti di Plotino, che hanno ispirato di poi i successivi filosofi e pensatori, sia teologi, mistici e metafisici pagani, sia cristiani che ebrei, musulmani e gnostici.

La conoscenza del suo luogo di nascita, Licopoli (in Egitto), ci viene riferita dalla Suda, che è un lessico e un'enciclopedia storica del X sec. scritta in greco bizantino sull'antico mondo mediterraneo.
Si presume fosse di famiglia piuttosto abbiente non avendo mai avuto bisogno di lavorare e potendo anzi permettersi diversi viaggi, ma non doveva essere ricco perchè non risultano grandi ville di sua proprietà.

I suoi biografi lo descrivono comunque come una persona di altissime qualità morali e spirituali. Dai tratti somatici si potrebbe aggiungere che era una persona alquanto triste, pensierosa e forse con una collera molto in sottofondo.

Plotino è stato in genere un autore poco noto anche perché il suo pensiero venne spesso identificato dagli studiosi con quello di Platone. L'importanza che egli ha avuto nella storia della filosofia non ha ancora avuto giustizia ed è ancora oggi tutta da scoprire.

SCUOLA D'ATENE


LA VITA

Plotino intraprese lo studio della filosofia a ventisette anni, quindi non prestissimo, attorno al 232, e per questo si recò ad Alessandria d'Egitto che allora era il massimo centro della flosofia greca, ma rimase molto deluso dai suoi insegnanti, finché un conoscente gli suggerì di ascoltare le idee di Ammonio Sacca.

Dopo aver ascoltato una sola lezione di Ammonio, dichiarò all'amico: «Era questo l'uomo che cercavo», e iniziò a studiare alacremente seguendo il suo nuovo maestro. Cosa l'aveva incantato di questo maestro?
Ammonio riteneva che l'universo fosse diviso in tre piani, quello inferiore abitato dagli esseri umani e da tutti gli animali, quello medio dai demoni, intesi in senso platonico come gli intermediari tra gli Dei e gli esseri umani e quello superiore dagli Dei.

Secondo Porfirio Plotino venne allevato nel Cristianesimo ma fece ritorno alla fede pagana appena acquistò l'uso della ragione.
Non risulta però che Plotino avversasse l'adesione di alcuni discepoli al cristianesimo, quanto piuttosto l'insegnamento degli gnostici, ai quali contestava che la salvezza potesse essere raggiunta intellettualmente, indipendentemente dalla virtù individuale senza la quale «Dio non è che una parola».
Ma non poteva essere solo il paganesimo ad attirarlo in questa filosofia, ma forse una spiegazione filosofica della trinità tanto cara ai cristiani.

Di sicuro il cristianesimo aveva attinto il concetto trinitario dal paganesimo, ma era un concetto talmente antico che se ne era perso il significato.

Oltre ad Ammonio, Plotino fu anche influenzato dalle opere di Alessandro di Afrodisia, filosofo peripatetico, di cui si sa solo la dedica agli imperatori Settimio Severo e Caracalla della sua opera Il destino:
«Era tra le mie aspirazioni, grandissimi imperatori Severo e Antonino, venire di persona da voi, vedervi, indirizzarvi un discorso e ringraziarvi per tutto quello che da voi ho così spesso ricevuto, dal momento che ho sempre ottenuto quello che desideravo, insieme alla prova di esserne degno».

Prese come guida filosofica anche Numenio di Apamea, filosofo medioplatonico e neopitagorico. Questi riteneva che Dio consista di tre intelletti diversi. Dal primo nasce lo spirito informatore (come un DNA) dell'universo, che a sua volta genera il motore dell'universo (il divenire).

Questo a sua volta genera un intelletto che si identifica con il mondo materiale. La prima entità è il bene assoluto e può essere colta, in forma incompleta, mediante il pensiero. L'uomo possiede due anime, di cui solo la prima è razionale, che a contatto col corpo subisce una contaminazione, essendo la realtà materiale è di per sé negativa.

I mistici ebrei cabalistici ipotizzarono tre componenti di Dio: l'Ain, l'Ain Soph e Ain Soph Aur, ma non pensavano che l'Ain potesse essere colto. Numenio invece dava molta considerazione alla razionalità umana, ritenendola capace di comprendere l'ineffabile, cosa che farà un po' anche Plotino.

Passò ben undici anni ad Alessandria fin quando, a 38 anni, decise di rivolgersi altrove per acquisire nuovo sapere e volle andare presso le scuole filosofiche dei Persiani e degli Indiani, in quanto nel pensiero dell'epoca sia i gimnosofisti indiani che i magi persiani erano considerati, accanto ai saggi d'Egitto, una delle principali fonti della conoscenza sapienziale.

Così lasciò Alessandria unendosi all'esercito di Gordiano III che marciava sulla Persia. La campagna militare però fu una catastrofe e, alla morte di Gordiano, Plotino si ritrovò abbandonato in terra ostile, e con grandi difficoltà riuscì a trovare la via del ritorno verso Antiochia di Siria.

Due anni più tardi, a quarant'anni, durante l'impero di Filippo l'Arabo, finalmente giunse a Roma, nel cento del mondo, dove passò la maggior parte degli anni successivi raccogliendo un gran numero di studenti. La cerchia più ristretta comprendeva Porfirio, l'etrusco Amelio, il senatore Castrizio Firmo e Eustochio di Alessandria, un medico che si dedicò a imparare da Plotino e gli fu accanto fino alla morte.

Tra gli altri studenti si ricordano: Zethos, di origine araba che morì prima di Plotino, lasciandogli una somma di denaro e un po' di terra; poi Zotico, critico e poeta; Paolino, e un dottore di Scitopoli; Serapione di Alessandria.
Aveva altri studenti nel Senato romano oltre a Castrizio, come Marcello Oronzio, Sabinillo, e Rogaziano. Tra i suoi studenti si annoveravano anche donne, come Gemina, nella cui casa visse durante la sua residenza a Roma, e la figlia di lei, anch'essa chiamata Gemina; Amficlea, moglie di Aristone figlio di Giamblico (non il filosofo). Inoltre fu in corrispondenza col filosofo Cassio Longino.



ROMA

Roma era all'epoca il paese delle possibilità, chi aveva qualità poteva fare fortuna. Infatti Plotino si guadagnò la stima dell'imperatore Gallieno e di sua moglie Cornelia Salonina. Plotino cercò di ottenere dall'imperatore la ricostruzione di un accampamento abbandonato in Campania, noto come la 'Città dei Filosofi', o Platonopoli, avente come costituzione scritta le Leggi di Platone.

Avrebbe dovuto essere un rifugio del filosofo e dei suoi compagni, come un monastero pagano. Ma non riuscì mai a ottenere il sussidio imperiale per costruirla, e Porfirio che narra l'accaduto non ne conosce la causa, ma sembra che il progetto sfumò per l' opposizione di membri della corte.

Nei primi dieci anni del suo soggiorno, e cioè fino al 253, Plotino insegnò solo oralmente, senza alcuno scritto, secondo l'antica tradizione esoterica del bocca-orecchio, per adempiere una promessa fatta al suo maestro, di non rivelare per iscritto la sua dottrina; senza però che vi fossero insegnamenti segreti.

Nei 10 anni successivi invece cambiò idea e scrisse ben 21 trattati, tutti senza titolo. Scrisse in tutto 54 saggi, di cui possediamo, grazie a Porfirio, la versione integrale. Si tratta delle Enneadi, stilate dal 253 circa fino a pochi mesi dalla morte, avvenuta diciassette anni più tardi.

Nel 268, anno in cui Gallieno fu assassinato, Porfirio, a cui la filosofia non dava un grande sostegno, meditò il suicidio, ma Plotino lo distolse, soprattutto col consiglio pratico di compiere un viaggio. Porfirio si recò in Sicilia, ove due anni dopo apprese la morte di Plotino che, ammalato, si era ritirato in Campania, in una villa forse situata nei pressi delle antiche terme vescine, lasciatagli dall'amico Zethos.

Secondo il racconto di Eustochio, che gli fu accanto al momento del trapasso, le sue ultime parole furono: «Sforzatevi di restituire il Divino che c'è in voi stessi al Divino nel Tutto».
Secondo alcuni morì a Minturno ma i resti della villa qui ritrovata apparteneva al console romano Marco Emilio Scauro.
Si ritiene invece che la sua villa giacesse sotto la chiesa di Santa Maria in Pensulis in provincia di Latina.

Porfirio narra che Plotino avesse 76 anni quando morì nel 270, nel secondo anno di regno dell'imperatore Claudio II, il che ci fa presumere che il suo maestro fosse nato attorno al 204.

Eustochio racconta che un serpente strisciò sotto il letto dove giaceva Plotino, e sgusciò via attraverso un buco nel muro; nello stesso istante Plotino morì.  La filosofia classica (greca e romana) si conclude con questo filosofo, di intelligenza e importanza pari a Socrate, Platone e Aristotele. Gli studiosi concordano nell'assegnare a lui la fine dell'antichità.


SOSTRUZIONI DELLA VILLA ROMANA


CHIESA DI SANTA MARIA IN PENSULIS

La chiesa romanica di S. Maria In Pensulis del XIII sec., venne costruita su di una villa romana di Zethos, ove vi visse il famoso filosofo neoplatonico, Plotino, suo maestro, che traeva sollievo dalle acque termali e qui, secondo alcuni autori, vi morì nel 270 d.c.

Sotto il livello della chiesa sono visibili infatti cinque corridoi paralleli con volte a botte che fungevano da magazzini.

Sul lato ovest invece si notano diverse costruzioni in opera poligonale, con alzato in opera incerta, e l’alto in stile medievale.

La cappella dedicata a S. Maria in Pensulis, nel comune di Castelforte (Latina) costituiva parte di un complesso monumentale con una sovrapposizione di stili ed epoche diverse. La chiesa poggiava sui resti di una villa rustica romana e si tramanda la villa di Zeto, il patrizio romano che ospitò il filosofo Plotino, come testimoniano i sarcofagi (I,II secolo d.c.), rinvenuti nella campagna circostante. Secondo altri fu invece proprio la villa di Plotino.

Se l'opera poligonale rimanda ad un epoca molto arcaica, l'opera incerta, più recente rimanda all'epoca romana che fu sovrapposta alla precedente e su cui venne ancora sovrapposta quella medievale.



L'OPERA

Porfirio narra che le Enneadi, che lui aveva compilato e riordinato, erano un coacervo di note e saggi che Plotino usava nelle sue lezioni e nei suoi dibattiti, e non un vero libro. Plotino non poté rivedere il proprio lavoro a causa di problemi di vista, anche se, secondo Porfirio, i suoi scritti richiedevano sempre una dettagliata revisione: la sua grafia era orrenda, non separava adeguatamente le parole, e gli importava poco delle sottigliezze dell'ortografia. Non gli piaceva affatto il lavoro editoriale e affidò interamente il compito a Porfirio, che non solo rivedette le sue opere, ma le mise nell'ordine con cui ci sono giunte.

Gli scritti delle Enneadi partono sempre da problemi singoli, a volte posti dal suo pubblico o da interlocutori immaginari, seguendo la conversazione orale, con un linguaggio pieno di immagini e metafore, proprio come quello di Platone, di cui Plotino celebrava ogni anno il suo compleanno con sacrifici e banchetti.



IL PENSIERO

Il pensiero di Plotino può definirsi propriamente come un monismo emanazionistico, che fa derivare tutto l'esistente da un'unica entità che emana tre ipostasi degradanti, per cui gli stessi Dei traggono la loro divinità da un solo principio, l'Uno, al quale egli assegnava di proposito il termine "Dio".

Però aveva, come un po' tutti i platonici, un certo disprezzo per la materia, ritenendo che il mondo delle forme, cioè quello in cui viviamo, sia solo una pallida immagine o imitazione di qualcosa «di più alto e comprensibile» che sarebbe «la parte più vera dell'autentico Essere».

Naturalmente anche il corpo rientrava in questa svalorizzazione, compreso il proprio; Porfirio riporta che una volta si rifiutò di lasciar dipingere il proprio ritratto, probabilmente per questo scarso apprezzamento, così come Plotino non parlò mai dei suoi avi, della sua infanzia, e del suo luogo e data di nascita.

La svalorizzazione corporea impronterà molto la chiesa e pure il pensiero filosofico successivo, convinto erroneamente che la mente sia capace se accompagnata a una vita virtuosa, di intuire ed avvicinarsi al divino. Ci vorrà Sigmund freud per capire che staccare l'istinto dalla mente provoca solo nevrosi.



LA DOTTRINA

La dottrina di Plotino si basa sull'unità dell'essere e sul fatto che l' unica via che porta a Dio passi attraverso la filosofia e l' indagine razionale.
Mentre l'artigiano costruisce l'unità dell'oggetto unendo più parti tra loro, la natura opera all'inverso: da un principio semplice crea il molteplice.

PLOTINO E PORFIRIO
Ad esempio, nell'individuo Socrate sembra operare un unico principio o logos, che articolandosi ne determina l'aspetto,  il volto, o il naso camuso; questo non è modellato da uno scultore, ma si sviluppa da sé, in virtù di una forza interiore che è la stessa che fa vivere Socrate.

Plotino chiama Anima del mondo il principio vitale da cui prendono forma le piante, gli animali, e gli esseri umani.

È da questo principio universale che è possibile comprendere i gradi inferiori della natura, non viceversa.

La vita  non unisce singoli elementi per arrivare agli organismi più evoluti e intelligenti, ma già possiede l'intelligenza dentro di lei.

Infatti l'Anima discende da una superiore unità in cui coesistono quelle forme intelligibili (le Idee platoniche), che attraverso lei diventano le ragioni immanenti e formanti degli organismi.

Le Idee sarebbero allora espressioni di un medesimo Intelletto o Pensiero autocosciente, che pensandosi si rende oggetto a sé stesso.

Questa identità riguarda due realtà distinte, benché coincidenti, aldisopra delle quali c'è l'Uno assoluto.
Ed ecco le tre ipostasi (o generazione gerarchica delle diverse dimensioni della realtà, appartenenti alla stessa sostanza divina, dalla quale tutto procede per emanazione).



L'UNO - (I ipostasi)

L'Uno è la prima realtà sussistente, che non contiene divisione, molteplicità o distinzione, quindi al di sopra di qualsiasi categoria di essere. Il concetto di "essere" è umano, ma l'infinito trascendente Uno è al di là dei concetti umani.

Anche Parmenide riteneva per logica che l'Essere dovesse essere uno, ma Plotino cerca di dare maggiore coerenza e organicità al pensiero di Platone, che aveva posto al principio di tutto non l'Uno, ma una dualità, fonte del molteplice. Secondo Plotino invece la dualità è un principio contraddittorio, identificato nell'Intelletto, corrispondente all'essere parmenideo.

Plotino così pone l'Uno al di sopra dell'Essere a differenza non solo di Parmenide, ma anche di Aristotele e Platone. L'Uno «non può essere alcuna realtà esistente» e non può essere la somma di tutte queste realtà, ma è «prima di tutto ciò che esiste».

L'Uno non ha attributi, non ha pensieri perché il pensiero implica distinzione tra pensante e pensato; non gli si può attribuire una volontà cosciente, né un'attività, nè una natura senziente o autocosciente.
« L'Uno non può essere una di quelle cose alle quali è anteriore: perciò non potrai chiamarlo Intelligenza. E nemmeno lo chiamerai Bene, se Bene voglia significare una tra le cose. Ma se Bene indica Colui che è prima di tutte le cose, lo si chiami pure così. »

L'Uno emana le ipostasi «come un'irradiazione, come la luce del sole splendente intorno ad esso». Plotino paragona l'Uno al sole, l'Intelletto alla luce, e l'Anima alla luna, la cui luce è solo un «derivato conglomerato della luce del sole».
Dell'Uno nulla si può dire, a meno di non cadere in contraddizione, può essere inteso solo per via negativa, dicendo ciò che esso non è, come il taoismo (neti neti, nè questo nè quello).

Per logica il "meno perfetto" deve emanare dal "più perfetto", in stadi successivi sempre più imperfetti. L'Uno è come volontà che dona all'esterno di sé il risultato della sua natura attributiva (essendo la natura della volontà quella di volere).

Ma l'Uno non crea per necessità, perchè è autosufficiente, essendo "causa di sé". Quindi la necessità del donare fa parte della sua natura, ma non perché ne abbia bisogno. L'Uno genera in modo non volontario gli stadi inferiori, che si susseguono lungo un processo costante, in un ordine eterno.



L'INTELLETTO (NOUS) - (II ipostasi)

La seconda ipostasi è quella dell'Intelletto, generato, non creato, per emanazione provocata per l'auto-contemplazione estatica dell'Uno: nel contemplarsi, l'Uno si sdoppia in un soggetto contemplante e un oggetto contemplato. Questa autocontemplazione non appartiene all'Uno, che non ha dualismo.

POSIDONIO
L'autocontemplazione o autocoscienza è la conseguenza del traboccare dell'Uno, che ne rimane al di sopra. Tale autocoscienza, ancora piena identità di soggetto e oggetto, è l'Intelletto (o Essere). L'Intelletto è l'estasi dell'Uno: estasi vuol dire infatti "uscire da sé". L'Uno esce di sé non per un libero atto di amore, ma per un processo necessario ed eterno, «verosimilmente perché è ridondante» dice Plotino: si tratta come abbiamo visto di una necessità originata dall'Uno stesso, che ne resta comunque superiore.

Nell'Intelletto il Soggetto, cioè il Pensiero, è identico all'Oggetto, cioè l'Essere:  due termini complementari e imprescindibili l'uno all'altro. Si tratta dell'identità di essere e pensiero di Parmenide. Plotino però la chiama "Noùs", che è il nome dato da Aristotele al "pensiero di pensiero", e prima ancora da Anassagora all'Intelletto ordinatore.

Nòesis in greco vuol dire intuizione: l'Intelletto è infatti auto-intuizione, ovvero riflessività. Ma Plotino rispetto ad Aristotele colloca le idee platoniche nell'Intelletto, sottraendo il "pensiero di pensiero" all'astrattezza aristotelica, dandogli un contenuto e rendendolo più articolato.

Le idee platoniche sono il principium individuationis, la ragione o lògos per cui una realtà risulta fatta così, e non diversamente. Le idee platoniche non sono per Plotino degli oggetti di pensiero, perchè le idee sono proiezioni dell'unico Intelletto. In esso è presente un'alterità in potenza; nell'Essere ogni idea è tutte le altre. Il Nous è rivolto verso l'Uno, ne guarda la bellezza, la pienezza originaria, e non potendola più raggiungere, pensa sé stesso, all'interno di un circolo ermeneutico soggetto – oggetto, pensiero – essere.

L'Intelletto non è più Uno, ma è un Uno-molti, poiché ha un'unità nel senso di identità "dell'identico e del diverso" (pensiero ed essere). In questo dualismo non duale può pensare ed essere pensato senza contraddizione, non è più ineffabile e impredicabile.

È la prima forma di intuizione, il livello estremo a cui il nostro pensiero può arrivare. Plotino lo paragona alla luce, che si rende visibile nel far vedere: così l'Intelletto si rivela come condizione del nostro pensare.



L'ANIMA (III ipostasi)

 « La grande anima sia oggetto d'investigazione di un'altra anima...liberata dall'inganno e da quanto incanta le altre anime, in una condizione di tranquillità. Tranquillo sia non solo il corpo che la circonda e i flussi del corpo, ma anche tutto ciò che le è intorno: tranquilla sia la terra, tranquilli il mare e l'aria, e il cielo stesso taccia. Pensi quindi che l'anima, come venendo da fuori e riversandosi ovunque in questo universo immobile, vi scorra internamente e penetri e illumini ovunque. »

EPICURO
Protagonista degli scritti del filosofo è indubbiamente l'Anima, l'unica dotata di movimento e di passioni ed è plasmatrice dell'universo materiale. Ad essa è dedicata interamente la IV Enneade e compare spesso anche nei restanti trattati in qualità di soggetto della conoscenza e del percorso evolutivo. Essa è spesso simboleggiata dalla Dea Afrodite per indicare la sua bellezza, la sua natura divina e la sua connessione con Eros, di cui è generatrice e compagna (v. Enn. III 5; 50).

La terza ipostasi è infatti l'Anima, sorgente della vita, veicolo dell'Uno nel mondo, procedente dall'auto-contemplazione dell'Intelletto. Essa è un'unione (dal Noùs) di essere e pensiero che rende possibile il ragionamento discorsivo-dialettico, facendo da tramite: per un verso è rivolta verso l'Intelletto, per un altro guarda verso il basso, risultando sdoppiata in due parti, una superiore ed una inferiore.

Questo articolarsi dell'Anima ha come riflesso l'articolarsi del pensiero, che può volgersi alla ricerca dell'unità, e al contempo passare a distinguere e definire il molteplice allontanandosi dall'astrattezza dell'assoluto. I due procedimenti sono solo apparentemente antitetici, così come l'Uno e il molteplice.

L'Anima inferiore, per la sua capacità di unificare in sé il molteplice disperso nell'universo, si fa anima del mondo: quest'ultimo così si colma di energie. L'Anima non opera per volontà nè per meccanicismo e si può arguirla solo per via di negazione.

Si tratta di un principio naturale dominato da una volontà cieca o inconscia, che genera il molteplice dall'uno, come l'operare onirico di un artista. L'Anima consente a Plotino di concepire le idee non solo come trascendenti, ma anche immanenti, in quanto vengono veicolate dall'Anima in ogni elemento del mondo sensibile; avvicinandosi così al concetto aristotelico di entelechia (una realtà che ha iscritta in sè la meta verso cui tende ad evolversi).

L'Anima infatti, sia quella superiore che inferiore, ha una funzione intellettiva che le deriva dal Noùs, rendendo attuale nel tempo la potenza eterna delle idee intelligibili. Queste vengono ridestate tramite la reminiscenza; ma rispetto a Platone, Plotino intende sminuire il ricordo cosciente rivalutando invece l'importanza del ricordare inconscio o non deliberato, nel quale le Idee sembrano ridestarsi con maggiore vitalità e purezza.

Il tempo stesso è immagine e ricordo dell'eternità: egli intuisce la relatività del tempo, come entità priva di sussistenza autonoma. Dalla grande Anima dell'Organismo universale prendono quindi forma le singole anime degli esseri viventi.

La duplicità di Anima originaria e Anima del mondo a livello universale, si ripropone a livello individuale, come sdoppiamento tra un'anima superiore, che guarda verso l'alto, ed una che guarda giù, preposta al governo dell'io terreno.

Per Plotino non solo l'anima è distinta dal corpo, ma essa viene prima del corpo nella strutturazione dell'individuo.
L'anima modella il proprio corpo per via di un suo offuscamento, come un fuoco che spegnendosi si solidifica; è lo svanire della potenza dell'anima che dà luogo a uno spazio in cui essa prende corpo.

La "voglia di appartenersi" che Plotino attribuisce all'anima umana è la volontà-distacco dall'Uno che in un istante immediato diviene essere e pensa un corpo in cui si ritrova incarnata. Nell'anima umana tuttavia rimane una presenza divina e trascendente, quella della sua parte originaria che era prima del corpo, che spinge per tornare all'Uno.

La maggior parte dei passi più belli e appassionati di Plotino sono riferiti all'anima. Alcuni autori considerano Plotino il precursore della psicoanalisi e lo scopritore dell'inconscio. Con la sua teoria della doppia anima - anima superiore o non discesa, rivolta all'Intelletto, e anima inferiore o esteriore, rivolta al mondo terreno - il filosofo, secondo alcuni, congetturò i processi non coscienti dello spirito, giungendo a definire due forme di pensiero distinto: il pensiero "intellettivo" e intuitivo, collegato alla contemplazione di archetipi, e il pensiero "discorsivo" che spesso coincide con ciò che noi chiamiamo "conscio". I suoi scritti avrebbero anche influenzato C. G. Jung che tuttavia non considerava inconscio la cosiddetta anima superiore nè conscio quella più mentale. Tantomeno lo pensava Freud.



LA MATERIA

Al punto più basso dell'emanazione o processione dall'Uno si trova la materia, che è un  non-essere, il limite estremo della discesa. È il luogo delle illusioni sensibili, delle presenze oscure e maligne. Le idee dell'essere si fondono qui con la chora, la materia che per Platone è poter essere, via di mezzo fra essere (in quanto fa esistere il mondo sensibile) e non-essere (in quanto non è idea ed è quindi fuori da questo).

A differenza di Platone, però, secondo Plotino la materia non è plasmata deliberatamente da un Demiurgo, ma sottostà ad una necessità cieca. Il mondo sensibile non è un'ipostasi perché non ha una sua vera consistenza: quanto i sensi percepiscono è apparenza; solo l'invisibile costituisce la vera realtà.

La materia dunque non è un male assoluto, ma un male in senso relativo, come privazione di essere, così come il buio è  assenza di luce. Il male di ogni ente, compreso l'uomo, è la diversità, il non essere gli altri enti: «Nel mondo intelligibile ogni essere è tutti gli esseri, ma quaggiù ogni cosa non è tutte le cose». In terra l'unità delle idee che coincidevano tutte nel medesimo Intelletto risulta frammentata; ogni organismo è distinto dagli altri. Si perde dunque per l'uomo il senso dell'unità.

Gli enti di questo mondo sono bene in quanto a immagine dell'essere, ma male in quanto non sono gli altri enti e non sono la medesima realtà. Anche il male tuttavia ha una sua ragion d'essere, essendo inevitabile e necessario. È per necessità che l'Uno emana il Noùs, il Noùs l'Anima, e l'Anima il mondo sensibile.

A coloro che vorrebbero toglier via il male dal mondo, Plotino risponde citando l'obiezione di Socrate, «ciò non può avvenire, perché il male esiste necessariamente, essendo necessario un contrario al Bene».

Plotino vede nel male anche una funzione etica: una sorta di espiazione di una colpa originaria e il cristianesimo prenderà molto da questo. Per ricomporre l'identità delle idee andata smarrita, la soluzione non è il conformismo ovvero l'adattarsi, ma al contrario la fuga dal mondo, il differenziarsi; tema che darà vita alla monastica o solitudine dal mondo.

«Fuggi il molteplice» (Áphele tà pànta = lett. fuggi tutte le cose) è il motto del filosofo, come «conosci te stesso» lo era per Socrate: la fuga dal mondo vuol dire arricchirsi ritrovando dentro di noi l'Uno che è il mondo e molto più.



LA PROVVIDENZA

La provvidenza è il segno dell'originarsi dall'alto degli elementi di questo mondo. Essa è il necessario adeguarsi della realtà all'Idea di cui è immagine. Il termine greco  prònoia, con cui si traduce "provvidenza", va inteso non come un provvedere a qualcosa, poiché l'intelligibile non si occupa del mondo sensibile.

La prònoia per Plotino è  "precedenza"  del noùs rispetto al sensibile. Da ciò deriva che il mondo sia buono. Plotino, usando per influsso stoico il termine "Logos" per designare la Provvidenza, afferma che il mondo deriva da un essere superiore che genera in maniera autonoma, "per natura" e non per uno scopo deliberato, un essere simile a sé. Gli inconvenienti del mondo sono dovuti all'inevitabile dispersione e affievolimento della luce e della bellezza originari, al pari di un raggio di sole che si allontana via via nelle tenebre.



RITORNO ALL'UNO

Giunti al punto più basso dell'emanazione ha inizio la risalita o conversione (epistrofé), che soltanto l'uomo è in grado di compiere. Fra tutte le creature viventi, l'uomo è infatti l'unico essere dotato di libertà capace di invertire la necessità della dispersione, volgendosi alla contemplazione dell'intelligibile. Soltanto l'anima del sapiente però sa compiere questa ascesa: la maggior parte delle anime individuali, incarnate nel corpo, non avverte l'esigenza del ritorno all'unità perché non conosce la meta da raggiungere o perché non è in grado di arrivarci.

ARISTOTELE
Si crea così una profonda differenza tra i pochi uomini che riescono a raggiungere la salvezza, e le anime dei sofferenti che restano ciechi alla luce. Per le poche anime elette si viene a determinare un sistema circolare: l'Anima universale, nata dall'emanazione delle precedenti ipostasi, emana l'anima individuale che ha la possibilità del ritorno. Si tratta di un ciclo che dalla processione risale alla contemplazione; dalla necessità alla libertà: sono due poli complementari, i due aspetti di una realtà sola.

Il percorso delle Enneadi ricalca tale cammino circolare, descrivendo il passaggio dalla materia all'Uno, e il ritorno dell'Uno alla materia. E' un'ascesi di vita che fissa le tappe che ognuno può percorrere per la realizzazione di sé, simile ad un percorso per iniziati.

Questa polarità dentro l'unità si riflette anche nell'uomo, nel quale si trovano due opposte forze che confliggono, una superiore ed una inferiore. Secondo Plotino, al momento della nascita l'anima umana perde coscienza del suo contatto con l'Uno, e l'intera vita del filosofo non è che un ritorno al principio originario.

Platone affermava che l'uomo non cercherebbe con tanta energia qualcosa della cui esistenza non è certo; al contrario, la forza con cui cerca la bellezza originaria è conseguenza del fatto che l'ha vista, e il conoscere non è altro che un ricordare sempre più quel momento in cui, prima di incarnarsi, aveva la verità davanti a sé.

Ora che l'anima umana si trova esiliata in questo mondo, forse per espiare una colpa, la parte originaria di sé, quella "non discesa", avverte dunque in maniera più o meno inconsapevole la nostalgia del ritorno. Per ritrovare la via verso l'Uno e trascendere sé stessi, occorre sprofondare in sé stessi: le ipostasi dimorano infatti nell'interiorità dell'anima.

Il percorso di ascesi avviene tramite la catarsi, cioè la purificazione dalle passioni, liberandosi degli affetti terreni, cercando di avvicinarsi all'Uno ricorrendo al metodo della teologia negativa, cioè prendendo coscienza di ciò che non ci appartiene.

Come già diceva Platone nel mito della caverna, occorre liberarsi dalle catene e dagli idoli della vita per arrivare a contemplare la verità. La catarsi lui paragonata all'azione dello scultore, che lavorando su un blocco di marmo elimina tutto il superfluo per trarne fuori la statua; è analoga al silenzio di chi vuole ascoltare la voce che desidera, non disturbata da rumori profani; è  una fuga da una terra straniera per tornare nella patria originaria.

Al culmine delle potenzialità umane si ha l'estasi, vissuta dall'asceta quando l'anima è rapita in Dio, e si identifica con l'Uno stesso, compenetrandosi in Lui. L'Uno non viene contemplato perché non è un oggetto, ma il fondo stesso dell'anima: questa non lo può possedere, viceversa ne viene posseduta. «Questa è la vita degli dèi e degli uomini divini e beati: liberazione dalle cose di quaggiù, vita sciolta dai legami corporei, fuga del solo verso il Solo.» (Enneadi, VI, 9, 11, trad. di G. Faggin)

L'Uno è identico soltanto all'anima individuale, a cui sola è permessa l'estasi. Poiché vivere una tale esperienza è dato però raramente a pochissimi, Plotino raccomanda la virtù dunque come semplice "mezzo" di elevazione.

L'etica è  ricerca della felicità, consistente nella realizzazione della propria essenza, che è qualcosa di eterno, ingenerato e imperituro. Oltre all'etica, un'altra via consiste nella ricerca estetica del bello. Quell'unione che il filosofo teorizza, infatti, la vivono in primo luogo (senza rendersene conto del tutto) il musico e l'amante.

Plotino corregge in parte il giudizio negativo che Platone aveva dato dell'arte: l'operare dell'artista non deriva dalla semplice imitazione di un'imitazione, ma è ispirato da un'idea attinta da una visione interiore del bello a lui rivelatasi. Ma la bellezza assoluta non può essere contaminata dalla materia dell'opera prodotta.

Così anche l'eros è un fuoco mistico inteso platonicamente come amore puramente ascensivo. Analogamente la bellezza, che noi vediamo riflessa nei corpi, ci spinge a cercarne l'origine nel mondo di lassù. Ritorna in proposito la rivalutazione del pensiero inconsapevole, perché nel risalire verso l'intelligibile il pensiero cosciente e puramente logico non è sufficiente, ma è «come se un demone ci guidasse».

Il percorso di ascesi rimane comunque sempre guidato dalla ragione, che è il mezzo principale di cui il filosofo si serve nell'ascendere all'Uno. La razionalità dialettica è però soltanto uno strumento, che consiste nell'eliminazione e nell'oblio di tutti gli elementi particolari e contingenti della molteplicità.

Scopo della dialettica è in un certo senso quello di eliminare o negare sé stessa, quando nell'estasi non si avrà né pensiero, né azione morale, né atto logico, essendo uno stato in cui la ragione si trova fuori di sé. L'estasi per Plotino non è un dono di Dio ma una possibilità naturale dell'anima, che però non scaturisce da una volontà deliberata: essa sorge da sé, spontaneamente, in un momento fuori della portata del tempo.



PLOTINO E IL CRISTIANESIMO

Inizia al tempo di Plotino l'intensa attività della patristica, per dare alle comunità cristiane una filosofia e una teologia conciliabili con la religione, e anche all'altezza della filosofia antica. Più di altri filosofi vicino alla nascente teologia cristiana, Plotino tuttavia non attribuisce all'Uno una volontà, né un finalismo, a differenza del Dio cristiano.
PLATONE
L'esegeta cristiano Origene coglierà il principio trinitario di Plotino affermando che le tre persone della Trinità cristiana corrispondono alle tre ipostasi di Plotino, non più tre persone diverse una "minore" dell'altra, ma Tre Persone distinte in una Sola (consustanzialità).

Anche Agostino di Ippona attinse da lui, soprattutto sul tema della libertà. Per Plotino infatti l'uomo è l'unico essere libero che può tornare all'Uno, una libertà che si scontra con la necessità, alla quale sono invece sottoposti tutti gli altri enti; il libero arbitrio dell'uomo porta così un dualismo lacerante nella scelta tra bene e male. Agostino aggiungerà il male assoluto, per cui l'essere umano compie azioni malvagie per sé stesse, volgendo volontariamente le spalle a Dio.

Mentre però per Agostino Dio dona all'uomo la croce di Cristo mediatore, come ancora di salvezza per riscattarlo da questo male, per Plotino l'uomo può salvarsi da solo.  Nel complesso, oltre agli aspetti di somiglianza tra la dottrina cristiana e quella di Plotino, giudicata la più simile al cristianesimo tra quelle antiche, vi sono grandi elementi di divergenza, dovuti anche alla contrarietà di Plotino per il cristianesimo.




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