TANAQUIL




Nome: Gaia Caecilia o Gaia Cyrilla
Marito: Tarquinio Prisco

















TANAQUIL

Tanaquil (anche Gaia Caecilia, Gaia Cyrilla, Caia Caecilia o Caia Cyrilla; ... – ...) è stata la moglie di Lucumone, un greco col nome etrusco che poi cambiò ancora nome in Lucius Tarquinius Priscus, meglio noto come Tarquinio Prisco, V re di Roma.

Caia Caecilia, o Gaia Caecilia, peraltro fu a Roma una Madre Terra, Dea del fuoco, della guarigione e delle donne. Da taluni venne chiamata Gaia Cirilla, ma Cirilla in greco significa "Signora", parola che in etrusco si traduce con "Turan", che era pure il nome della Venere etrusca. Invece Tanaquil significherebbe "Il Dono della Grazia".
Ma c'era un'altra Caia, anche se alcuni studiosi le hanno accumunate, e sembra si trattasse invece di due Dee: Caia Taracia e Caia Caecilia, quest'ultima conosciuta come Tanaquil, una regina di Roma, anche se alcuni la ritengono la nuora di Tanaquil.



TARACIA

Caia Taracia, o Gaia Taracia fu una vestale molto ricca che alla sua morte lasciò molte terre ai romani che le dedicarono una statua per ringraziamento. Ma in realtà fu la Madre Terra, detta appunto Gaia, quella per cui gli sposi prendevano il nome, nel giuramento di nozze, di Gaia e Gaio, giurando appunto alla Terra. Ma parecchie Grandi Madri vennero declassate a ninfe o addirittura a donne, come Acca Larentia che venne spacciata per una prostituta alla faccia delle feste Larentalia, la Dea lupa declassata ad animale alla faccia della festa dei Lupercali ecc. ecc.




GAIA CECILIA

Comunque Caia Taracia non ebbe a che fare con Gaia Cecilia, che era invece un'etrusca di Tarquinia e di nobile discendenza, educata nella medicina e nella matematica, come solo in Etruria si faceva, perchè a Roma le donne studiavano raramente, e pure in sordina.
Tanaquil fu una delle donne più influenti nella storia politica romana, perchè in quanto etrusca era abituata a interessarsi di politica, ma soprattutto di religione, avendo un retaggio matriarcale proprio degli etruschi. Che gli etruschi derivassero in gran parte da Creta sembra evidente, se non altro perchè, a parte molti decori identici a quelli cretesi, avevano il simbolo del labris, l'ascia bipenne, esattamente come loro.
L'ascia bipenne non era ovviamente un'arma perchè sarebbe stata pesante e scomodissima, ma un simbolo cretese prima e minoico dopo, e dire che rappresenti i fulmini implica una grande fantasia perchè la forma è tutt'altro. Il labris è un simbolo lunare, ed esattamente della luna nascente e calante, e tutte le società matriarcali furono lunari, cioè adoratrici della luna. Infatti anticamente anche l'anno era lunare, e non solo presso gli etruschi ma presso tutte le società primitive, tanto è vero che alcuni popoli come i cinesi e come gli ebrei, lo usano ancora.

Dall'attribuzione da parte di Tito Livio (Storie, I, 34 e 39) a Tanaquilla (Tanaquil) di capacità divinatorie «esperta qual era, come lo sono di solito gli etruschi, nell'interpretazione dei celesti prodigi» consegue che anche le donne dell'aristocrazia potevano interpretare i segni degli Dei, o che ella stessa era sacerdotessa.
A Giovenale invece fu molto antipatica perchè per il poeta le donne che emergevano erano un pericolo,
per tema che potessero oscurare certe prerogative maschili: " non ha mai destato tenerezze," precisa l'autore "resta nella memoria come una strega o quasi, si connota nel sentire comune come spregiudicata e interessata" Naturalmente non è vero perchè anzi venne venerata come una Dea, durante e dopo, ma Giovenale non ama troppo le donne.


LA DONNA ETRUSCA

La donna etrusca portava un nome proprio oltre al nome patronimico, al contrario delle romane che portavano il solo nome di famiglia, cioè patronimico, in più, continuava a portare il proprio patronimico o il proprio nome anche da sposata (ad es. su di un sarcofago da Tarquinia del V-I secolo a.c. si legge "Larthi Spantui, figlia di Larc Spantu, moglie di Arnth Partunu"). Essa partecipava ai banchetti e a qualsiasi manifestazione o spettacolo, come gli uomini e insieme agli uomini e poteva fare tutto ciò che gli uomini facevano tranne avere cariche politiche, però potevano partecipare alle assemblee politiche ed esprimere i loro pareri che, anche se non vincolanti per legge, lo erano nei fatti.

La presenza di sacerdotesse etrusche è sostenuta da Massimo Pallottino (Studi Etruschi 3, 1929, p. 532) e da Mauro Cristofani (Studi Etruschi 35, 1980 p. 681). Il Trono della tomba di Verucchio, provincia di Rimini, mostra un uomo e una donna di alto rango trasportati in corteo, su carri imponenti, verso un luogo dove si svolge un rito, gestito da due sacerdotesse alla presenza di guerrieri armati di elmo e lancia, e nella parte alta numerose donne intente a varie attività, tra cui quella del lavoro su telai.

Un'epigrafe su un sepolcro di Tarquinia IV-III sec. ac. rivela: “il giudice Ramtha è stata moglie di Larth Spitus, è morta a 72 anni, ha generato 3 figli” (Arnaldo d'Aversa, La Donna Etrusca, p. 57). Quindi le etrusche non solo lavoravano ma adivano ad alte cariche.

Aristotele (IV sec. ac.) afferma che «gli Etruschi banchettano con le loro mogli, sdraiati sotto la stessa coperta» (Fragm. 607 Rose). Viceversa in Grecia le uniche donne ammesse ai banchetti erano le etere.

Il ritrovamento in deposizioni femminili di coppie di morsi di cavallo e di carri, rivela il prestigio e la libertà delle donne etrusche. La loro partecipazione a manifestazioni pubbliche è testimoniata dalle pitture della tomba Tarquinese delle Bighe ( VI - V sec. ac.) in un fregio su tutte le pareti della camera funeraria dove si svolgono varie gare sportive mentre il pubblico è rappresentato da uomini e donne (matrone con velo e giovinette con tutulus). Nella tribuna, una matrona con velo (forse una sacerdotessa) è rappresentata in prima fila e due giovinette, più arretrate, assistono ai giochi tra uomini. La matrona con un gesto solenne sembra dare inizio alla gara delle bighe.

Plauto (III-II secolo ac.) allude all'uso delle donne etrusche di prostituirsi per procurarsi la dote (Cistellaria 296-302): "Io ti chiamo per ricondurti tra le ricchezze, e sistemarti in una doviziosa famiglia, dove avrai da tuo padre ventimila talenti per dote. Perché la dote non la debba fare qui da te, seguendo la moda etrusca, prostituendo vergognosamente il tuo corpo!". Sappiamo da fonti storiche (Gaio Lucilio - II sec. ac. cita "le cortigiane di Pyrgos": apud Servio, Ad Aeneid., R, 164), e anche archeologiche, che in Etruria la prostituzione veniva praticata nella sua forma più "nobile": la prostituzione sacra (diffusa in Siria, Fenicia, Cipro, Corinto, Cartagine, Erice). Il santuario del porto di Pyrgi (Santa Severa) era costituito da due templi principali, uno greco e uno tuscanico più recente, racchiusi da un recinto sacro che lungo un lato presentavano tante piccole cellette che servivano appunto per la prostituzione sacra. Questa pratica elevava il lignaggio delle ierodule che alla fine del sacerdozio facevano matrimoni d'alto rango.



LA SACERDOTESSA

Dunque Tanaquil era probabilmente di classe sacerdotale, tanto è vero che conosceva i rituali e la divinazione e il rispettò che si conquistò nel popolo derivò dal fatto che alcune qualità paranormali le ebbe. E' molto infantile pensare che miracoli e prodigi siano solo del cristianesimo e che nelle altre religioni non siano esistite. Certamente un tempo la gente era meno istruita e più credulona, ma questo non ha stroncato  i miracoli di una religione, ma di tutte le religioni del mondo, cristiana inclusa. I miracoli portentosi non esistono più, gli unici miracoli sono le guarigioni inspiegabili, che però si verificano anche con persone atee.

Tanaquil nacque a Tarquinia verso la metà del VII sec. da famiglia nobile e sposò Lucumone, figlio di Demarato, un nobile e ricco cittadino di Corinto, (la presenza di corinti non era insolita in Etruria) da dove era stato espulso per motivi politici, riparato a Tarquinia dove aveva accresciuto la sua ricchezza, si era sposato e aveva avuto due figli. Lucumone era saggio e generoso ed inoltre sapeva combattere a cavallo e a piedi più coraggiosamente degli altri. Nonostante tutto, però, la tradizione etrusca non permetteva ad uno straniero di aspirare alle cariche cui avrebbe potuto accedere per lignaggio e ricchezze.
Tanaquil pertanto, vedendo che il marito non era considerato a Tarquinia e anzi emarginato in quanto greco, lo incoraggiò a lasciare Tarquinia per emigrare a Roma, la metropoli dove ogni razza e provenienza era accettata, l'urbe illuminata e civilizzata: Roma, la Caput Mundi. Dunque fu lei e non suo marito a decidere il trasloco il che la dice lunga sulla personalità dell'etrusco, e non si pensi che Tarquinio fosse un debole, perchè fu valoroso generale di molte battaglie quando indossò la corona
romana.

Fu Tanaqui, che orgogliosa e impavida sapeva guidare i veloci carri da corsa degli etruschi, a prendere personalmente le redini del «pilentum» a quattro ruote carico di vasi dipinti e preziosità di ogni genere con il quale lasciò Tarquinia insieme al suo compagno, per affrontare un destino che avrebbe cambiato la storia. Scesero lungo la costa fino alle foci del Tevere e risalirono arrivando sul Gianicolo.

Qui il destino si espresse sul futuro di Lucumone, infatti al loro arrivo a Roma un'aquila prima rubò il berretto al marito poi tornò indietro e lo lasciò ricadere sulla sua testa. Il marito si spaventò ritenendolo un segno infausto ma Tanaquil, che sapeva interpretare i presagi, vide in questo il favore degli Dei e un avvenire glorioso per il marito. Cambiato così il suo nome in Gaia Cecilia, ella cominciò a frequentare l'alta società di Roma, inserendosi ed inserendo il marito nella vita sociale e politica di Roma.



LA REGINA

Col suo aiuto Tarquinio fece una brillante carriera fino alla sua elezione a re, col nome di Tarquinius Priscus, nome aggiunto dopo per distinguerlo dal suo successore, Tarquinio il superbo.
Egli governò dal 616 al 578 ac. e fu l'autore di una prima bonifica della storia: drenò e trasformò il terreno prosciugato in mercato, il futuro Foro Romano e di qui fece partire un reticolo di strade lastricate tra le quali la Via Sacra. Inoltre trasmise ai romani tutti i cerimoniali e i simboli etruschi: i littori con i fasci di verghe e la scure, le porpore ricamate, le aquile sui vessilli, le corone d'oro, i troni, gli scettri d'avorio sormontati dall'aquila e l'uso di trionfare sul carro aureo a quattro cavalli. Tarquinio Prisco organizzò poi corse di cavalli, pugilato, musici, danzatori, artisti, giochi stabili e celebrati ogni anno

Tanaquil interpretò altri presagi ed indicazioni relative alla regalità: un giorno la sua ancella Ocrisia, mentre offriva dolci ai Lari del focolare domestico, scorse tra le fiamme l'immagine di un Dio e di una regina. Tanaquil le disse di vestirsi come una sposa e di chiudersi nella sua stanza.

Quella notte Ocrisia venne visitata da un Dio, per alcuni Vulcano, per altri uno dei Lares, e rimase incinta, poi dando alla luce un bambino Servio Tullio. In un'altra leggenda si narra che Tanaquil avesse scorto una corona di fiamme attorno alla testa dl bambino, un auspicio che le fece predire il futuro re.

Il ragazzino si chiama Servio Tullio. In realtà non è figlio di una schiava, ma di una nobildonna proveniente dalla sconfitta città di Corniculo, diventata amica di Tanaquil. E la regina ha evidentemente intuito le doti del ragazzino. Ma la voce che sia figlio di una schiava fa il gioco dei figli del re Anco Marzio che mai hanno digerito di essere stati sopravanzati da Tarquinio che è diventato loro tutore. Sarà Tanaquil a fare adottare il piccolo Servio Tullio del quale interpreta il destino e a cui darà in sposa una delle proprie figlie. Ormai romana, l'etrusca visse per una trentina d'anni apparentemente dietro le quinte, in realtà dirigendo la carriera politica del marito.


LA VEDOVA

Intanto il maggiore dei figli di Anco Marzio, nella speranza di ottenere il trono che riteneva gli fosse stato usurpato da Tarquinio, organizzò un complotto. Due pastori, fingendo di voler parlare al re, riuscirono a ferirlo a morte a colpi d'ascia. La sessantenne Tanaquilla prese in mano la situazione dimostrando una padronanza di nervi e una freddezza impensabile. 

Fece trasportare dentro casa il marito morente e per nascondere quel che stava avvenendo, chiuse tutto e fece allontanare i curiosi. Poi disse a Servio Tullio quello che doveva fare, quindi, straziata nel cuore ma sorridente in viso, fronteggiò la turba, e dall'alto del palazzo che sorgeva vicino al tempio di Giove Statore e aveva le finestre che guardavano sulla Via Nuova, arringò la folla convincendola che il marito era scampato all'attentato ma aveva bisogno di lunghe cure.
La regina aveva di fatto designato il nuovo re Servio Tullio che fu il primo a regnare, come scrive Livio, «iniussu populi voluntate patrum». L'anziana nobildonna etrusca fece un discorso schietto, impegnativo, coraggioso contro i congiurati e ancor più contro la successione dei suoi stessi figli, Arunte e Lucio: «tuum est, Servi, si vir es, regnum, non eorum qui alienis manibus pessimum facinus fecere...».  Intanto fece preparare riti di guarigione.
Così fece accettare Servio Tullio come reggente, nominato dallo stesso Tarquinio, in attesa della guarigione del re, e quando più tardi annunciò che il re era morto (molto tempo dopo che in realtà era morto), Servio, che del resto era etrusco anch'egli, e che era diventato già Magister Populi, cioè aiutante del Rex Sacrorum, era già stato accettato dal popolo come il VI re di Roma.

Chiese allora umilmente al nuovo re di non lasciare la suocera allo scherno dei nemici, era il 579 ac. Tanaquil sparì dalla scena pur restando per qualche tempo alle spalle di Servio Tullio. Ma il suo fantasma tormentò Tullia, moglie di Tarquinio il Superbo la quale non riusciva a darsi pace che una «peregrina mulier, tantum moliri potuisset ut duo continua regna viro ac deinceps genero dedisset», che una donna straniera fosse riuscita a brigare tanto da procurare due regni, uno dopo l'altro, prima a suo marito, poi al genero. 

Una donna straniera, devota del marito, ambiziosa per se stessa ma anche per lui. Una etrusca un po' strega le cui reliquie, secondo Plinio che riprese alcune notizie da Varrone, furono venerate come oggetti di culto. In particolare la conocchia, conservata nel tempio di Sanco, sul Quirinale, e il manto da lei stessa intessuto per Servio Tullio, conservato nel tempio della dea Fortuna.
Tanaquil, al contrario delle donne romane, non aveva preso il nome familiare, ma poichè era una donna intelligente, molto forte e indipendente, spesso il suo nome fu più famoso e potente di quello del marito.



LA MORTE

Dopo la sua morte, Tanaquil venne divinizzata, probabilmente assimilandola ad una Dea Gaia precedente, una Dea ancora viva nelle donne nella cerimonia di nozze. Come parte del rituale, la sposa diceva: Ubi tu Gaius, Gaia ego, che significa "Dove sei Gaio, io sono Gaia", ed entrando nella nuova casa lei dichiarava "Il mio nome è Gaia". Del resto e spose romane indossavano un velo rosso proprio in memoria di Gaia che era Dea del fuoco e delle donne.

I Romani onorarono Gaia / Tanaquil per le sue abilità domestiche, in quanto la Dea Madre aveva insegnato alle donne a tessere e a filare, inventando anche il fuso e il telaio. Non a caso le Dee Madri creavano il mondo tessendolo al telaio. Si narra che nel Tempio della Fortuna a Roma si conservava una toga che Tanaquil aveva tessuto per Servio Tullio. Allo stesso modo, spesso nei santuari cristiani si tiene un pezzo del velo di una madonna miracolosa.

Plinio narra che nel tempio Semo Sancus vi fosse una statua dedicata a Tanaquil col nome di Gaia Caecilia, dove venivano conservate le sue reliquie. Ma lo storico nota che più che come una donna virtuosa era adorata come una Dea.

Nel tempio di Semo Sancus  venivano conservati il suo fuso, la sua conocchia la sua cintura delle erbe e perfino le sue pantofole, insieme con la statua in bronzo di Caia Cecilia. Gli oggetti addosso a questa statua si credettero avesser poteri di guarigione. Le erbe erano il suo aspetto guaritivo, il fuso e la conocchia la capacità di tessere e filare, le pantofole erano in realtà le scarpe etrusche, una specie di babbucce con la punta rivolta all'insù che le Etrusche indossavano con grande raffinatezza. Queste scarpe erano in effetti o di cuoio morbido dipinto e ricamato o di velluto trapunto con piume, perle, pietre preziose e nastri lucidi. Un paio di scarpe regali potevano valere cifre altissime.

Inoltre, Caia Cecilia sarebbe stata collegata al Dio del fiume Tevere, Tiberinus e con l'isola nel mezzo del fiume, forse con un piccolo santuario insieme a Tiberinus, in cui si faceva una offerta e una festa l'otto dicembre.

Tanaquil era dunque associata con i Lari, il focolare e la profezia che da sempre appartiene alla Madre Terra, tanto è vero che Giove per oracolare dovette ingoiare la Dea Meti, appunto Dea oracolare, che da quel momento in poi emise oracoli nientemeno che dalla pancia di Giove.

I suoi collegamenti con Acca Larentia (la Madre dei Lari) e i Lari stessi la collegano alla natura e al lato infero, cioè agli spiriti dei morti. Spesso le grandi personalità vengono divinizzate, così accadde probabilmente a Ercole, a Romolo, e pure a Cesare, perchè la gente crea i suoi idoli e i suoi eroi. Ma quando l'eroe è un'eroina il culto è molto forte, perchè al potere divino si associa la comprensione e la compassione che è pertinente al mondo femminile.




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