GAIO SALLUSTIO CRISPO





Nome originale: Gaius Sallustius Crispus
Nascita: 1º ottobre 86 a.c. Amiternum
Morte: 13 maggio 34 a.c. Roma
Consorte: Terenzia
Cariche: Questura 54 a.c., Tribunato della plebe 52 a.c., Pretura 47 a.c., Propretura 46 a.c.
Professione: Storico, filosofo, politico











« C. Sallustius, rerum Romanarum florentissimus auctor. »
« Gaio Sallustio, autore delle vicende di Roma. »
(Tacito, Annales)

"Ma io all'inizio, da giovane, come la maggior parte dei miei coetanei, fui portato dalla passione ad interessarmi alla vita politica, e lì mi capitarono molte sventure. Infatti al posto dell'onestà, del disinteresse e dell'onore erano in vigore la sfrontatezza, lo spreco e l'avidità. E, sebbene il mio animo disprezzasse tali cose, non avvezzo a comportamenti disonesti, tuttavia l'età debole fra tanti vizi era tenuta prigioniera corrotta dall'ambizione. Ma, sebbene dissentissi dai malvagi modi di fare degli altri, nondimeno mi tormentava lo stesso desiderio di successo che tormentava gli altri, esponendomi a maldicenza ed odio."

(Sallustio, De Catilinae coniuratione- cap. 3,3; trad. di L. Piazzi, La congiura di Catilina.)

Gaio Sallustio Crispo, citato comunemente come Sallustio, ovvero Gaius Sallustius Crispus, nelle epigrafi: C·SALLVSTIVS, nacque ad Amiternum, centro sabino del Samnium occidentale il 1º ottobre 86 a.c., da famiglia plebea ma agiata che non molto tempo dopo la sua nascita si trasferì a Roma, dove il giovane Sallustio, grazie a conoscenze influenti, venne inserito nella carriera politica, frequentando la vita mondana dell'epoca e adattandosi fin troppo ai costumi corrotti dell'Urbe, che in seguito però criticò aspramente rimpiangendo i valori antichi (le pristinae virtutes) del popolo romano.

Ebbe inclinazione verso la filosofia; in particolare fu attratto dal neopitagorismo, molto in voga presso i ceti alti della società romana, e venne in contatto con la scuola del primo neopitagorico Nigidio Figulo, amico di Cicerone, nonchè astrologo, mago ed esoterista.

Nel 54 Sallustio diede inizio al suo cursus honorum a Roma con la carica di questore; la sua carriera politica si rivelò però anomala, in quanto saltò alcune delle tappe principali del cursus honorum.
È facile che da plebeo e da homo novus, si sia schierato col partito dei populares, il cui leader era allora Giulio Cesare, nipote ed erede politico di Gaio Mario, ma soprattutto homo novus, personaggio amato dal popolo e poi dai soldati. Gli homines novi erano infatti per lo più provenienti da famiglie di origini popolari, che non avevano mai avuto in precedenza relazioni col mondo politico. Probabilmente contattò anche Marco Licinio Crasso, di cui era forse cliente (cliens): infatti, pur non esprimendo mai un giudizio positivo nei suoi confronti, nel De Catilinae coniuratione fa trapelare di aver ricevuto da questi importanti confidenze.

Nel 52 venne eletto infatti tribuno della plebe e durante la carica dovette affrontare i gravi disordini seguiti all'omicidio del tribuno Publio Clodio Pulcro, un popularis candidato console per quell'anno. Era la conseguenza delle molte lotte e degli scontri tra bande armate, che si svolgevano tra ottimati e popolari.
Giusto sulla via Appia, Tito Annio Milone, organizzatore delle bande dei possidenti, uccise Clodio in un ennesimo scontro tra bande. Ora i tribuni erano inviolabili e il reato era gravissimo, tanto più che gli optimates diffidavano molto del repentino successo di Cesare, al tempo impegnato a reprimere la rivolta di Vercingetorige durante la conquista della Gallia.
Pare però che le antipatie di Sallustio per l'assassino di Clodio riguardassero questioni private. Alcune fonti antiche riferiscono che, alcuni anni prima dell'assassinio, Sallustio fu sorpreso da Milone in adulterio con sua moglie Fausta, figlia di Silla; per tale motivo fu fustigato e dovette pagare una somma di denaro come risarcimento per il danno.

Sallustio si schierò così contro Milone ed i suoi sostenitori, tra cui Cicerone. Al processo per omicidio, Cicerone voleva difendere Milone, ma, non riuscì a pronunciare la sua orazione per il tumulto della folla e per il timore della fazione di Clodio nel foro, così Milone venne condannato all'esilio.

SALLUSTIO
Nel 51 Sallustio divenne senatore, rimanendo sempre un fedele sostenitore di Cesare nella lotta contro Pompeo. Nonostante l'amicizia di Cesare, nel 50 fu espulso dal senato probri causa, cioè "per indegnità morale"; pare tuttavia trattarsi di una vendetta politica messa in atto da parte dell'oligarchia senatoria, e in particolare da Appio Claudio Pulcro e Lucio Calpurnio Pisone, censori in carica quell'anno e di dichiarata fede pompeiana. Svetonio ci parla di un foglio fatto circolare contro di lui da un liberto di Silla che lo definiva “ghiottone, ciarlatano, depravato, ignorante plagiario dello stile degli arcaici e di Catone

Dopo la cacciata dal Senato per indegnità morale, Sallustio raggiunse Cesare in Gallia combattendo tra le sue fila e poi partecipò alla guerra civile del 49 a.c. tra Cesare e Pompeo, diventando uno dei capi del partito cesariano.

Svolse importanti incarichi militari, soprattutto nel 46 a.c., durante le operazioni in Africa, contro l'isola di Cercina (arcipelago delle Kerkennah), presidiata dai pompeiani, per derubarli delle riserve di frumento. Si distinse inoltre nella decisiva battaglia di Tapso, in cui dimostrò capacità e valore, tanto che, dopo la sconfitta dei pompeiani, fu nominato propraetor dell'Africa Nova, originatasi dal disfacimento del regno di Numidia. Nei diciotto mesi del suo mandato poté, secondo il malcostume del tempo, arricchirsi a dismisura, impadronendosi delle ricchezze dell'ultimo re numida, Giuba I, ed incassando tangenti sugli appalti pubblici. Il suo malgoverno gli valse, al rientro a Roma, l'accusa de repetundis.

Tornato a Roma nel 44 a.c., con i soldi accumulati nel proconsolato acquistò una proprietà a Tivoli, già appartenuta a Cesare, e si fece costruire nell'Urbe una sontuosa dimora fra il Pincio e il Quirinale, detta Horti Sallustiani ("Giardini sallustiani"),  con grandiosi giardini che circondavano il suo palazzo.
Accusato nuovamente di concussione, riuscì a malapena ad evitare la condanna, ma la sua carriera politica ne risultò stroncata. Fu forse lo stesso Cesare a suggerirgli, se non ad imporgli, il ritiro a vita privata per evitargli un'ulteriore condanna ed una nuova e degradante espulsione dal Senato.
In seguito sposò Terenzia, ex moglie di Cicerone, dal quale aveva divorziato nel 46 a.c., dopo oltre trenta anni di matrimonio, non sappiamo se fu amore ma sappiamo che Terenzia era molto ricca.



LO STORIOGRAFO

"Nam divitiarum et formae gloria fluxa atque fragilis est, virtus clara aeternaque habetur."
"La gloria delle ricchezze e della bellezza è effimera e fragile, la virtù è un bene splendido ed eterno"
(Sallustio, De Catilinae coniuratione- La congiura di Catilina.)

Con la morte di Cesare alle idi di marzo del 44 a.c., Sallustio terminò definitivamente la sua carriera politica, e fu un bene, perchè si dedicò alla composizione delle sue opere storiche,  tramandate per tradizione diretta dai codici medioevali. Sallustio cominciò a scrivere sicuramente dopo la morte di Cesare, quando comparvero i primi contrasti tra Ottaviano e Antonio, che porteranno poi alla guerra con l'Egitto nel 33, due anni dopo la morte dello storico.
Sallustio sente il bisogno di chiarire al pubblico romano, convinto che fare la storia attraverso la conquista sia più importante che scriverla, come la storiografia sia un modo ulteriore di lavorare per il bene della civitas, focalizzando l'attenzione su uno specifico problema storico, in questo caso  per illustrare la crisi della res publica oligarchica, morale prima ancora che istituzionale, che sfocerà effettivamente nel crollo della repubblica e l'instaurazione dell'impero.

SALLUSTIO
Scrisse così le monografie De Catilinae coniuratione e Bellum Iugurthinum,  le prime della storiografia latina, composte e pubblicate negli anni fra il 43 e il 40 a.c., e le Historiae,  un'opera di tipo annalistico di cui restano numerosi frammenti, iniziate intorno al 39 a.c., che forse dovevano fungere da allaccio tra le due monografie,.ma che rimasero incompiute a causa della morte dell'autore avvenuta intorno al 35-34 a.c. (molto probabilmente il 13 maggio del 34), all'età di 52 anni.

Grazie a queste importanti opere Sallustio ottenne un'enorme fama ed è annoverato tra gli storici latini più importanti del I secolo a.c. e di tutta la latinitas.
Prima dell'esperienza monografica di Sallustio nella storiografia romana, salvo rari casi, le opere redatte erano i regesti (res gestae populi Romani), nei quali gli eventi erano narrati secondo una scansione per annum, ovvero anno per anno. L'unico esemplare latino di questo genere letterario era stata l'opera sulla seconda guerra punica di Celio Antìpatro nel II secolo a.c., ma non di uguale valore.

Sallustio introduce per primo a Roma il genere monografico, cioè il racconto di un determinato fatto (come dirà lui nel De Catilinae coniuratione), arricchendolo con osservazioni sugli avvenimenti, analisi delle cause e riflessioni varie, creando così una storiografia di carattere politico e una di carattere filosofico. L'obiettivo di quest'ultima è storico, ma il risultato finisce per essere una filosofia della storia: il continuo scontro fra il bene e il male.



LO STILE

« Amputatae sententiae et verba ante exspectatum cadentia et obscura brevitas »
« Pensieri troncati e brusche interruzioni e una concisione che tocca l'oscurità »
(Seneca, Epistolae ad Lucilium)

Sallustio evita di riproporre gli effetti drammatici dello stile tragico tradizionale, preferendo suscitare emozioni partendo da una descrizione realistica dell'evento (più volte definita "sobrietà tragica") e puntando ad una grande drammatizzazione dell'avvenimento, ricca di pathos.

Sallustio attinge parecchio dallo storico greco Tucidite la capacità di ampliare un fatto per inserirlo in un più vasto contesto di cause, ma anche l'essenzialità espressiva, le sentenze brusche, la variabilità del testo, l'omissione dei legami sintattici, l'evitamento dei verbi ausiliari e la ritmica del discorso oratorio..
Da Catone invece prende la concezione moralistica della storia come edificazione morale collettiva,  celebrazione nostalgica di un passato glorioso contro la disgregazione della civitas contemporanea. Ne prende inoltre l'eloquio solenne, moralistico, a volte aulico, a volte popolare,
Sallustio predilige un discorso irregolare, pieno di asimmetrie, antitesi e variazioni di costrutto; tale stile prende nome di inconcinnitas (disarmonia). La padronanza di una tecnica simile crea un effetto di gravitas, producendo un'immagine essenziale di quello che si descrive.

Apprezzato da Marziale e Quintiliano, ma criticato piuttosto aspramente da Tito Livio e Asinio Pollione per l'eccessivo arcaismo, Tacito lo prende a modello del suo "moralismo tragico" per comporre il De vita et moribus Iulii Agricolae (Vita e costumi di Giulio Agricola), nel quale accende un'aspra polemica contro l'avida politica imperialistica di Roma, prendendo spunto dall'analoga denuncia nel Bellum Iugurthinum. Fu celebrato ed ampiamente imitato nell'età degli Antonini (Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo). Zenobio, paremiografo greco, traduce nella sua lingua tutti gli scritti sallustiani.

Ci si aspettava che Cicerone, col suo stile fluido e armonioso divenisse maestro anche nella storiografia, concependo la storia come opus oratorium maxime (idea di stampo ellenistico). Ad affermarsi fu invece lo stile originale di Sallustio. Tutt'oggi Sallustio è oggetto di studi presso i licei umanistici e le università, in quanto è uno dei più importanti storici di tutto il mondo latino.



DE CATILINAE CONIURATIONE

"Dunque, quando, dopo tante miserie e pericoli, il mio animo trovò pace e decisi di vivere gli anni che mi rimanevano lontano dalla politica, non mi proposi di sprecare il tempo libero nel torpore e nell’inerzia, né di passare la vita intento a coltivare un campo o a cacciare, attività degne di uno schiavo, ma, tornato a quel medesimo proposito ed intenzione dai quale un’ambizione che portava alla rovina mi aveva distolto, decisi di scrivere la storia del popolo romano per monografie, a seconda che ciascuna mi sembrasse degna di essere ricordata; tanto più che il mio animo era libero da speranza, timore e da lotte fra le parti. Dunque tratterò in breve, avvicinandomi quanto più possibile al vero, la congiura di Catilina ; infatti io penso che quest’ultima impresa sia veramente degna di essere ricordata, per la novità dell’azione criminosa e del pericolo. Prima di iniziare la narrazione, devo fare alcune spiegazioni a proposito del carattere di quest’uomo"
(Sallustio, De Catilinae coniuratione- La congiura di Catilina.)

HORTI SALLUSTIANI
Col senno di poi Sallustio, nel proemio del De Catilinae coniuratione, si convince di aver sempre sentito la vocazione alla storiografia, falsamente distorto dalle ambizioni politiche:
«Sed, a quo incepto studioque me ambitio mala detinuerat, eodem regressus statui res gestas populi Romani carptim, ut quaeque memoria digna videbantur, perscribere, eo magis, quod mihi a spe, metu, partibus rei publica animus liber erat. »
«Tornai invece a quel progetto e a quella passione da cui una cattiva ambizione mi aveva distolto e decisi di narrare le imprese del popolo romano per episodi, come mi parevano degne di memoria; tanto più che avevo ormai l'animo libero da speranze, timori, faziosità. »
(Sallustio, De Catilinae coniuratione)

Il De Catilinae coniuratione è la prima monografia storica composta in tutto il mondo latino e tratta la congiura di Lucio Sergio Catilina e il moto che ne seguì nel 63-62 a.c. Alla trattazione della cospirazione Sallustio, che è con evidenza di parte, fa precedere un'analisi della condotta cesariana del 66-63, dimostrata (anche se forse non lo fu) del tutto esente da colpe nel tentativo insurrezionale e vista come unica valida alternativa al corrotto "regime dei partiti" («mos partium atque factionum») di cui auspica la fine, con conseguente riflesso sulle sue scelte politiche. Cesare è morto ma è vivo il suo figlio adottivo che ha l'ambizione di prenderne il posto, pertanto il giudizio può non essere spassionato.

Dopo un proemio filosofico, in cui si afferma che l'uomo è composto di anima e di corpo e che le facoltà spirituali devono prevalere su quelle materiali, tutta la prima parte restante dell'opera è, effettivamente, un'analisi e una forte introspezione della figura di Catilina e del preoccupante fenomeno rivoluzionario. Da notare che sono considerate facoltà spirituali l'attività politica, militare, oratoria e storiografica. Quindi Sallustio considera spirituale tutto ciò che è mentale e o che è addetto all'assetto sociologico e psicologico dell'epoca.

Ne risulta il quadro di una società molto corrotta, su cui emerge la figura di Catilina, definito un monstrum (una stranezza) per la contorta personalità che assomma intelligenza, coraggio, crudeltà e istrionismo; di cui Sallustio stesso subisce il fascino.
Si passa poi all'analisi dei congiurati, tra cui campeggia Sempronia, Cicerone e soprattutto Cesare e Catone il Giovane, messi a confronto  e visti ambedue come estremamente positivi, persino "complementari" per la salute della res publica di Roma, in quanto avevano una simile visione del mos maiorum: uno con la sua liberalitas, munificentia e misericordia; l'altro con la sua integritas, severitas, innocentia.
Sallustio ritiene che l'antica grandezza della repubblica fosse garantita dall' integritas e dalla virtus dei cittadini, e vede nel successo, nella ricchezza e nel lusso  le cause della decadenza e i tentativi di "impadronirsi dello stato" (rei publicae capiundae) come quello di Catilina.

L'autore si sofferma così a rappresentare i mali nascosti di una società divenuta ricca e potente dopo le vittorie su nemici esterni (soprattutto i Cartaginesi), ma che poi aveva abbandonato i valori alla base di questi successi: giustizia, sobrietà, altruismo, e cioè i valori alla base del mos maiorum tradizionale.  La nobilitas corrotta, invece di costituire, come in passato, la guida sicura dello stato, poteva ormai piegarsi a forme di vera criminalità politica: Catilina è l'incarnazione del pericolo eversivo che minacciava ormai apertamente la res publica.



BELLUM IINGURTHINUM

SALLUSTIO
Il Bellum Iugurthinum è la seconda monografia storica e narra, in 114 capitoli, la guerra dei romani contro Giugurta, re di Numidia combattuta  dal 111 al 105 a.c.. I ceti interessati alla campagna africana erano i cavalieri, sostenitori di una politica di sfruttamento delle risorse disponibili nel bacino del Mediterraneo, i ricchi mercanti italici, la plebe romana ed italica che intravedeva la possibilità, con la conquista, di una distribuzione delle terre africane.
Dopo anni di guerriglia inconcludente, il conflitto venne risolto da un rappresentante delle forze interessate alla conquista, l' homo novus Gaio Mario, e non da generali aristocratici, che Sallustio inevitabilmente accusa di corruzione, incapacità e superbia. Questi è il rappresentante dei Populares, nonchè prozio di Cesare, onesto e valentissimo generale che soppiantò gli aristocratici.

Sallustio, capace da una parte di forti sintesi storiche, che tralasciano  però descrizioni geografiche ed etnografiche, denuncia con grande vigore l'incompetenza della nobilitas nella conduzione della guerra, e la corruzione generale da cui deriverebbe la fiacca condotta di guerra, e, più in generale, dei mali della res publica. Egli valorizza le ragioni espansionistiche della classe mercantile, auspicando la nascita di una nuova aristocrazia, fondata sulla virtus, mentre la corruzione ha ormai dilaniato la res publica.
Accanto alla prima vittoriosa resistenza dei populares, si delinea la guerra civile tra Mario e Silla, la coniuratio capeggiata da Catilina, fino al conflitto tra Cesare e Pompeo.



HISTORIAE

Le Historiae dovevano narrare, anno per anno, la storia dal 78 a.c., anno della morte di Silla,  e anno in cui terminano le Historiae dello storiografo Lucio Cornelio Sisenna, giunte incompiute, che Sallustio intendeva continuare, fino al 67 a.c., anno della vittoriosa campagna di Pompeo contro i Pirati. Un periodo già bollato nel De Catilinae coniuratione, come corruzione e degenerazione dello stato repubblicano.

Dell'opera, che Sallustio lasciò incompiuta, restano solo frammenti, ma si sa che era strutturata in cinque libri e che dopo il prologo seguiva un'analisi storica del  cinquantennio precedente. Nel libro I primeggiava la figura di Silla; nel II libro le guerre di Pompeo in Spagna e in Macedonia, nel III la guerra mitridatica, la fine della guerra contro Sertorio e la rivolta di Spartaco; nel IV il periodo 72-70 a.c., con la conclusione della guerra servile; il V l'esito della guerra di Lucullo e la guerra di Pompeo contro i pirati.

L'approfondimento storico-politico e il pregio letterario dei frammenti fanno paragonale il valore delle Historiae allo splendido libro Ab Urbe Condita di Tito Livio, ambedue capolavori della letteratura latina. Alcuni frammenti riguardano quattro discorsi e due lettere, tramandati dall'uso scolastico delle scuole di retorica; fra i discorsi spicca quello di Lepido contro il sistema di governo dei sillani. Tra le lettere ha notevole rilievo l'epistola che Sallustio immagina scritta da Mitridate, re del Ponto, al re dei Parti Arsace XII, la protesta dei provinciali contro il dispotismo romano.

Dopo la morte di Cesare, non erano più pensabili per Sallustio attese o progetti di riscatto. La sua ammirazione va a quei ribelli che, come Sertorio, postosi a capo di un regno indipendente nella penisola Iberica, contestano apertamente le istituzioni repubblicane, mettendosi però in luce grazie al proprio valore, non a manovre demagogiche.
Pompeo invece viene caratterizzato in modo polemico: Sallustio, fedele alla sua politica pro Caesare, lo bolla come un attivista che scatena il popolo per i suoi fini politici. Nelle Historiae, la crisi appare irreversibile, la disgregazione della res publica si allarga alle dimensioni del bacino del Mediterraneo con un amaro pessimismo senza speranza..



OPERE SPURIE PERDUTE

Vi sono anche varie opere erroneamente attribuite a Sallustio o andate perdute. Non sono suoi gli scritti compresi nella cosiddetta Appendix Sallustiana: due Epistulae ad Caesarem senem de re publica, che rispecchiano comunque le idee e lo stile di Sallustio (la prima, che sarebbe stata scritta nel 46 a.c. suggerisce al dittatore l'esercizio della clemenza. Soprattutto è l'appellativo senem attribuito a Cesare nel titolo, ma  Cesare non diventò mai senex, appellativo di coloro che avevano superato i 65 anni, ma venne così nominato per distinguerlo dal figlio adottivo Ottaviano, quindi di un'età posteriore alla morte di Sallustio.

BASILICA NEOPITAGORICA
Sallustio pronunciò anche orazioni, tutte però andate perdute. La notizia secondo cui lo storico avrebbe composto un poema filosofico sulle dottrine neopitagoriche dal titolo Empedoclea è un fraintendimento di epoca medioevale, poiché probabilmente l'opera fu scritta non da lui, ma da un suo omonimo, Gneo Sallustio, amico di Cicerone.

Nel periodo immediatamente successivo alla morte di Sallustio, circola contro di lui una Invectiva in Sallustium, erroneamente attribuita a Cicerone e considerata l'accesa replica all'Invectiva in Ciceronem, del 50 a.c. circa, anch'essa di dubbia origine; ma pare si tratti in entrambi i casi di un falso preparato in una scuola di retorica. In seguito il commediografo Leneo si avventa contro di lui scagliandogli una satira, con la quale lo accusa di aver saccheggiato e defraudato Cicerone. L'Invectiva in Ciceronem, considerata autentica da Quintiliano, fu probabilmente opera di un retore d'età augustea, come le altre opere spurie che sembrano tutte esercitazioni scolastiche di età successiva.



I RIMEDI

Le cause principali del male dello stato risiedono nell'ambitio (la sete di potere) e nell'avaritia (la brama di denaro) dell'aristocrazia senatoria. Sallustio accusa i demagoghi, che aizzavano il popolo con false promesse, e  i nobili, che si facevano scudo della carica senatoria per consolidare ed estendere ricchezze e domini.

Non denuncia però che nella traballante res publica, i ricchi erano sempre più ricchi e potenti, ed i poveri sempre più poveri e privi di speranze. Da buon moderato non voleva il sovvertimento delle basi sociali dello stato.

Sallustio auspica come rimedi la fine del «mos partium et factionum» ("regime delle fazioni", Bellum Iugurthinum) e l'avvento di un potere super partes, nelle mani di Cesare, che dia corpo ad un programma di riordinamento dello stato e di rinsaldamento delle sue strutture sociali. Oltre a ristabilire la concordia tra i ceti possidenti, si deve ampliare la base senatoria, "arruolando nuove leve".
Erano in effetti i punti salienti del programma intrapreso da Cesare nella breve durata della sua dittatura ed è ben noto che Sallustio, oltre ad essere fiero oppositore della classe senatoria, era grande sostenitore della politica cesariana. Il piano riformista di Cesare si basava sull'alleanza di classe tra gli equites (che detenevano in esclusiva il monopolio commerciale) e l'allora potentissimo esercito.

Si trattava di un disegno antinobiliare ed antisenatoriale, un disegno che Cesare aveva tentato di rendere più accettabile, a differenza delle soluzioni più radicali della politica dei Gracchi, evitando di intaccare i privilegi dei ceti possidenti della penisola, a cui lo stesso Sallustio apparteneva. Verso i due celebri fratelli tribuni della plebe Sallustio mostra un'aperta diffidenza: a suo avviso non la rivoluzione sociale, la distribuzione delle terre ai nullatenenti o la cancellazione dei debiti potevano costituire il rimedio alla crisi, bensì l'ampliamento della classe dirigente e, soprattutto, la sua profonda rigenerazione morale.



LE CONTRADDIZIONI

Sallustio fece il moralista ma venne condannato per corruzione e peculato per ben due volte. Ne incolpa l'inesperienza, la giovinezza e le cattive compagnie, ma condanna negli altri le sue stesse colpe.
Inoltre fa il moralista rimpiangendo i gloriosi tempi della repubblica, dove però, più si va indietro nel tempo, meno le leggi sono eque e illuminate. In più incensa Cesare come moralizzatore di costumi, quando in lui c'era una enorme ambizione, quella stessa che Sallustio rimprovera ai nobili. La differenza è che Giulio Cesare, oltre alla smodata ambizione, aveva acutissima intelligenza, grande senso di dignità, lungimiranza nell'esito delle sue azioni, nonchè una inusuale clemenza, generosità e amore per Roma e per il popolo romano.

Già il periodo cesariano fu ricco di opere per lo stato e il popolo, se Sallustio avesse potuto assistere al periodo augusteo, di certo non avrebbe più rimpianto la repubblica, colla sua onestà e trasparenza, ma dove i ricchi erano ricchissimi e i poveri poverissimi, dove i padri avevano diritto di vita e morte su mogli e figli. La civiltà è anzitutto leggi giuste e il diritto romano di Cesare e di Augusto hanno illuminato il mondo.




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