IL MEDICO ROMANO






LA MEDICINA ETRUSCA

Dalla nascita di Roma 753 a.C. fino al II sec. a.C., la medicina romana fu quella empirica ma ricca insegnata dagli Etruschi, spesso oggi sottovalutata, invece fu la migliore dell'epoca, e la più rinomata presso gli antichi autori. Fu soprattutto una fitoterapia, ma comprendeva già la chirurgia.

Profondi conoscitori delle piante medicinali e della preparazione dei medicamenti, conoscevano ad esempio il ricino (purgativo), il mirto (astringente), la camomilla (calmante), l’aglio e la cipolla(depurativi e contro i parassiti intestinali), la scammonea (per l'itterizia), il timo (vermifugo), le foglie di cavolo (reumatismi), e il vino (tonico con varie erbe essiccate e immerse) ed anche alcuni minerali, come la limatura e l'ossido di ferro (èer le anemie) e il rame (per le infiammazioni).

I numerosi ex voto rinvenuti nei templi (ad esempio uteri perfettamente rappresentati) di organi interni dimostra le loro conoscenze anatomiche, e non si parli di mondo primitivo perchè ancora alla fine del 1700, ad Isernia, in occasione della festività dei SS. Cosma e Damiano, si vendevano pubblicamente ex voto in cera raffiguranti le varie parti del corpo eseguite artigianalmente.

Ma neppure la chirurgia era ignorata. Infatti sono stati ritrovati numerosi ferri da chirurgo (coltelli, pinze, sonde, cauteri) e da dentista.
Si praticava anche il taglio cesareo in casi gravi. L'anatomia degli organi interni era praticata solo sugli animali dato che gli Etruschi avevano un profondo rispetto per il corpo dei defunti. L'organo più studiato era il fegato dato che era considerato la fonte del sangue, e in un certo senso lo è.

La leggenda narra che Tarconte, fondatore di Tarquinia, vide balzar fuori dal solco appena scavato, il genio Tagete che gli rivelò l’ "Etrusca Disciplina”, ovvero tutto lo scibile culturale, compresa la medicina, la prevenzione, e il trattamento medico. Da allora il Lucumone, il re-sacerdote a capo della città ne divenne il custode.

La medicina etrusca era anche di tipo religioso: la testa e l’udito erano sotto la tutela di Tinia (Giove), gli occhi di Uni (Giunone), i fianchi di Laran (Marte), le dita, il senso ed il tatto erano riferiti a Menerva, i genitali a Turan (Venere), i piedi a Turms (Mercurio). II rituale religioso però completava ma non sostituiva la parte medica.

Gli Etruschi erano esperti nella prevenzione: curavano l'igiene personale, l'alimentazione, l'attività fisica e l’ambiente.
Grandi ambientalisti, bonificarono i corsi d’acqua presso gli insediamenti urbani, attraverso gallerie dotate di lastre di piombo perforate che permettevano il drenaggio dell’acqua nei punti dove avrebbe potuto ristagnare provocando la formazione di agenti patogeni.
Per evitare la malaria, provvidero ad asciugare i terreni paludosi con complesse opere di bonifica; Livio riferisce come uno dei maggiori servigi reso a Roma dai Tarquini sia stata la costruzione delle fogne, come la famosa "cloaca maxima", e di canali di drenaggio che avevano prosciugato il foro, fino ad allora invaso da acque stagnanti.

Erano inoltre grandi conoscitori delle acque termali, che impiegavano nella cura di molte malattie. Le sorgenti salutari erano santuari specializzati, in cui si affiggevano le parti malate, ex voto anatomici in terracotta, alla parete del tempio o vi si immergeva nelle acque. Queste acque venivano usate per l'immersione o per l'ingestione.
Alcune di queste terme sono usate anche oggi come quelle di Saturnia, Viterbo e Chianciano. Nonchè antiche acque albule del viterbese, con cui si curavano infiammazioni e malattie della pelle.

Gli etruschi sapevano curare le ferite e furono esperti in chirurgia, come provano numerosi ritrovamenti di strumenti conservati nei musei di tutto il mondo. Sugli scheletri sono state riscontrate fratture ricomposte e ben saldate, a cui il paziente era sopravvissuto per anni, che provano la perizia dei tirreni anche nell’ortopedia.

PROTESI DENTARIA ETRUSCA
Il campo in cui la scienza medica etrusca si distinse al di sopra di ogni altro popolo dell’antichità fu, però, l’odontoiatria. Famosi per l'abilità nella lavorazione dei metalli, gli etruschi utilizzarono le tecniche della lavorazione orafa per creare protesi dentarie di ottima fattura, ancora visibili nei teschi ritrovati presso le necropoli.
I denti che dovevano sostituire quelli mancanti, venivano sostenuti da ponti in oro, venivano ricavati in prevalenza da animali e quindi sagomati e adattati perfettamente alla dentatura del paziente. Insomma gli Etruschi già praticavano le protesi dentarie due millenni e mezzo fa!

In Etruria crescevano molte erbe officinali. Si sfruttavano le proprietà purganti del ricino, quelle antibatteriche di aglio e cipolla, quelle vermifughe del timo, quelle astringenti del mirto e calmanti della camomilla. Si usavano anche, a scopo medicinale, cavoli e vino. A Tarquinia, la zona dell’Ara della Regina ha restituito, all’interno di alcuni vasi, i resti di piante medicinali e aromatiche come il prezzemolo, il sedano o il rosmarino e il papavero da oppio, il "papaver somniferum", di cui sicuramente gli etruschi conoscevano le proprietà medicinali e allucinogene.

Al Museo Nazionale di Tarquinia ci sono due protesi dentarie eseguite con una sottile lamina d’oro, altri materiali simili sono andati perduti a seguito di un furto. La prima è costituita da una cerchiatura che racchiude tre denti dell’arcata superiore. La seconda protesi, molto più complessa, unisce alla fascia principale quattro elementi saldati al suo interno a formare cinque cellette in cui collocare i denti. In questi due casi la protesi doveva servire a rendere saldi dei denti indebolitisi a causa di malattie o con l’avanzare dell’età.

A volte venivano sostituiti denti mancanti. Questi ultimi venivano ricavati da denti animali, per lo più di bue o di vitello, sagomati in modo da adattarsi perfettamente alla bocca del paziente. Nel caso di un’altra protesi tarquiniese andata perduta, il dentista aveva rimpiazzato due incisivi con un unico dente bovino inciso nel mezzo e limato nella parte superiore per adattarsi alla gengiva, bloccato da due perni. Anche in questa occasione, la protesi era stata legata ai denti sani mediante una fascia d’oro.



LA MEDICINA EGIZIANA

Anche la medicina egiziana fu importante per Roma in quanto molti medici greci e qualcuno romano vi attinsero. Da lì partì la concezione biologica (concetto umorale sanguigno e concetto pneumatico), la conoscenza dei sintomi e la farmacologia. La sapienza medica però si raccoglieva in libri sacri non accessibili ai profani, ma molti medici stranieri entrarono nel sacerdozio per studiare medicina.

Solo nel papiro di Ebers sono menzionati 500 medicamenti e le varie forme di confezionamento e di somministrazione: polveri, tisane, decotti, macerazioni, pastiglie. Assai progredita la chirurgia e la sutura delle ferite, con medici specialisti in malattie urinarie, patologie delle orecchie, degli occhi e della pelle.



LA MEDICINA ROMANA

L'idea che fosse il pater familias ad occuparsi della salute della famiglia è totalmente errata. Infatti anticamente, e pure nelle campagne, fino al 1800, erano le donne a curare le malattie in casa.
Anche nel 1500 Pearaclso per conoscere le erbe curative dovette rivolgersi, come lui stesso ammise, alle donne delle campagne. Naturalmente erano cure empiriche, tramandate da madre a figlia.
Non a caso la prima divinità guaritrice della Grecia fu Athena o Minerva medica, potere che passò al figlio di Apollo, Asclepio.


Ma il medico (curator) come professionista fu invece solo maschio, ed era usato solo nelle guerre o nelle pestilenze.
A partire dal III sec. a.C. giunsero a Roma molti medici greci, per lo più schiavi o liberti, ed altri studiosi.
Fu famoso Arcagato, medico spartano del 219 a.c. di cui racconta Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia:

"Cassio Emina, uno delle nostre antiche autorità, narra che il primo medico che venne a Roma dal Peloponneso fu Arcagato... Egli ottenne la cittadinanza romana e gli fu acquistata con soldi pubblici una bottega al crocevia di Acilia. Fu un chirurgo egregio, straordinariamente popolare al suo arrivo, ma ben presto si guadagnò il nomignolo di "carnefice" a causa del suo uso selvaggio dello scalpello e del cauterio, ed ingenerò avversione verso la professione sua e degli altri medici."

Comunque Arcagato inaugurò la professione medica nelle botteghe che fungevano da ambulatori, farmacie e scuole, dette tabernae medicinae.

Ecco i versi di Marziale per il chirurgo Diaulo:

Poco tempo fa Diaulo era medico, ora becchino: quello che fa da becchino, lo faceva anche da medico.

Comunque i più grandi medici furono Ippocrate e Galeno. Di Ippocrate si conosce l'uso delle piante come farmaci: l'elleboro nero e la scilla (cardiotonici e diuretici), la coloquintide (purgante drastico), il veratro bianco (antireumatico, ipotensivo, contro le affezioni cutanee), l'issopo (espettorante), il giusquiamo (antidolorifico, sedativo), l'oppio, la mandragora e la belladonna (narcotici, analgesici locali), la ruta
(abortivo), la menta (stomachico).

Pur conoscendo i medicamenti, la scuola di Ippocrate li usava con moderazione in quanto riponeva molta fiducia nelle capacità autocurative del corpo umano. Venivano inoltre praticati salassi, cure idroterapiche, inalazioni, irrigazioni e lavaggi vaginali, ventose con depressione e vasocostrizione nella zona infiammata per suzione, oltre a vesciche introdotte nelle ferite toraciche allo scopo di tamponare la lesione e contenere l'emorragia.

Adottò anche il concetto del similia similibus (provocare fenomeni simili ai sintomi del paziente per guarirlo) in alternativa al contraria contrariis (avvalersi di mezzi contrari alla causa della patologia). La febbre era quindi un ottimo mezzo per la guarigione: il suo calore facilitava l'evacuazione degli umori in eccesso accelerandone l'espulsione.

Ippocrate considerava molto la dieta per il riequilibrio degli umori con prescrizione di cibi umidi, caldi, freddi, o asciutti. Il principio era di aiutare le difese naturali dell'organismo a liberarsi degli umori corrotti o in eccesso, per cui nella fase acuta della malattia erano indicati cibi leggeri e bevande poco nutrienti per non distrarre le forze dell'organismo.
Molto usata la tisana, decotto di orzo macinato, e
l'idromele, bevanda data dalla fermentazione di acqua e miele.



A Roma vi furono tre tipi di indirizzo medico:
  1. la medicina metodica
  2. la medicina pneumatica
  3. la medicina eclettica.

La medicina metodica fu fondata daAsclepiade di Bitinia (I sec. a.C.), seguendo la teoria atomistica e non credendo a quella umorale ippocratica, evitando i rimedi drastici e la chirurgia. Preferì curare con la ginnastica e le diete più che con la medicina. A lui si attribuisce il motto "cito, tuto, jucunde", a significare che la malattia deve essere curata "in modo rapido, sicuro e gradevole".

La scuola pneumatica invece fu un ritorno a Ippocrate ed ebbe come fondatore Ateneo di Attaleia (50 d.C.), famoso per gli studi sulla semeiotica e sul polso.

La scuola eclettica usò le esperienze delle due scuole ed ebbe come massimi esponenti Agatino di Sparta (90 d.C.) ed Areteo di Cappadocia, noto per le descrizioni anatomiche e i vari quadri patologici (diabete, diatesi celiaca, vertigine, malinconia, mania, etc.)


Celso

Ma il medico più importante della prima epoca imperiale fu il medico romano, Aulo Cornelio Celso (25 a.C. - 50 d.C.)
Considerato l'Ippocrate Romano e il Cicerone della medicina, fu medico e chirurgo.
Nelle sue opere [De Medicina] trattò di patologia, di clinica, di igiene, ma soprattutto di chirurgia, come la legatura dei vasi nelle emorragie, la sutura delle ferite, la toracotomia, le ernie inguinali, ombelicali e scrotali, l'eliminazione dei calcoli vescicali, le operazioni di emorroidi e varici, la chirurgia odontoiatrica, la chirurgia plastica e 24 procedure chirurgiche in oculistica.
Ecco la sua visione del chirurgo ideale:

Il chirurgo, invece, deve essere innanzitutto giovane o di età prossima alla giovinezza, con mano ferma e capace, mai tremante, ed abile sia con la mano destra che con la sinistra. Deve possedere vista acuta e lucida e spirito impavido; deve essere tanto pietoso da desiderare la guarigione del suo paziente, ma non da accelerare la sua opera o da tagliare meno del necessario, scosso dai suoi lamenti; egli deve, invece, fare ogni cosa come se i lamenti del paziente non gli causassero alcuna emozione.

Celso, seguace di Ippocrate, aveva ottima conoscenza dell'anatomia, studiata dai grandi anatomici alessandrini, come dimostra la descrizione del cranio con le suture ed i punti di maggiore o minore resistenza.

Ecco come descive descrive lo strumentario del I secolo d.C.
- Come l'osso è tagliato, e sul modiolo e la terebra, ferri adatti a questo. -

"Vi sono due strumenti (trapani), per incidere l'osso: se la parte lesa è di piccole dimensioni, si può utilizzare il "modiolus" altrimenti, la "terebra". Il modiolus è un ferro cilindrico, con un margine dentellato, fornito al suo centro di uno perno, a sua volta contornato da un cerchio interno.

Ci sono due specie di terebra; uno simile a quello dal carpentiere; l'altro ha una forma più allungata, comincia con una punta acuminata, poi si allarga improvvisamente, per poi divenire impercettibilmente ristretto.

I due strumenti trovano impiego differente, in dipendenza delle lesioni da trattare:

Se il difetto da curare è limitato e il modiolo è in grado di contenerlo interamente, il modiolo è lo strumento di scelta.
Inoltre, se l'osso manifesta carie, il perno centrale dello strumento deve essere inserito nel foro; se è necrotico, deve essere creata, con l'angolo di un scalpello, una piccola cavità dove inserire il perno, in modo che, colà ancorato, possa restare fisso durante la rotazione.
Di là è fatto ruotare come una terebra tramite una correggia. La pressione deve essere adeguata al forare e al ruotare, dacché, se è troppo lieve, l'avanzamento del trapano sarà scarso; se troppo forte, sarà rallentato il movimento. Ed è opportuno versare qualche goccia di olio o latte di rose per facilitare la rotazione.
Attenzione a non esagerare, perchè ne risentirebbe il filo di taglio dello strumento. Quando un primo solco è tracciato, il perno centrale è rimosso, ed il modiolo lavora da solo. Allorché la limatura d'osso ci avverte che l'osso sottostante è sano, bisogna rimuovere il modiolo. Ma se il difetto é più ampio, é necessario utilizzare la terebra.

Se l'osso è malato in tutto il suo spessore, per una necrosi esposta dalla terebra o per una carie mostrata dallo specillo, generalmente l'uso del modiolo è fuori luogo, poiché quanto più profondo è il processo, tanto più ampia dev'essere l'apertura. Quindi deve essere usata la terebra che ho indicato come seconda; e deve essere frequentemente immersa in acqua fredda, per evitare che si surriscaldi.

Fatti i fori, i setti intermedi debbono essere tagliati allo stesso modo ma con maggiore attenzione, per non ledere con l'angolo dello scalpello la membrana; finché l'apertura sia sufficiente da permettere l'inserimento di una protezione della membrana, che i Greci chiamano meningophylaca.
Essa consiste in una lamina di bronzo, lievemente concava, liscia all'esterno; è inserita in modo che la parte liscia sia prossima al cervello e sospinta innanzi gradualmente sotto la parte di osso che deve essere tagliato completamente dallo scalpello, cosicché, se è colpito dall'angolo del scalpello, impedisce al medesimo di andare oltre; così il chirurgo può picchiare lo scalpello con il mazzuolo con maggior vigore e sicurezza, finché l'osso, separato intorno, può essere tolto insieme alla lamina, senza danno al cervello.

Quando tutto l'osso è stato rimosso, i margini dell'apertura debbono essere regolati con la lima, e se polvere d'osso è caduta sulla membrana, deve essere tolta. Rimosso il solo tavolato esterno, e lasciato l'interno, bisogna livellare non solo l'orifizio ma anche l'osso spugnoso, che la pelle possa crescere successivamente su di esso senza danno; perché quando cresce su un osso irregolare, non vi è valida guarigione, ma causa dolore.

Se parte del tavolato interno è stato preservato, dovranno essere applicati medicamenti non grassi, adatti per ferite recenti, e sopra lana non purgata bagnata con olio e aceto. Col passare del tempo la carne cresce dall'osso e riempie il buco fatto dalla chirurgia.

È anche possibile che, come conseguenza di un trauma, l'osso, quantunque non sia né fissurato né fratturato, abbia la superficie intaccata o irruvidita; quando accade, è sufficiente una raschiatura e una levigatura."


Ed ecco il rapporto diagnosi prognosi: in caso di trauma cranico è necessario, secondo Celso, che il medico raccolga un'anamnesi patologica, con i sintomi durante il trauma e le cause.

"Quindi dopo un colpo in testa per prima cosa dobbiamo ricercare se il paziente ha avuto vomito biliare, se la vista si è oscurata, se è diventato muto, se ha perso sangue dal naso o dall'orecchio, se è caduto a terra, se è giaciuto inanimato; e questi segni si manifestano non solo in presenza di frattura ossea; quando sono presenti, dobbiamo riconoscere che il trattamento è necessario ma rischioso. Se poi si aggiunge anche torpore, delirio, spasmo o paralisi, è verisimile che sia stata lacerata anche la membrana cerebrale; ciò riduce di molto la speranza.."

Ma in assenza di questi sintomi, non sarebbe certo che non vi fosse frattura. Un aiuto potrebbe venire dall'agente e la modalità del trauma. Ma la soluzione migliore sarebbe l'accertamento diretto.
Introdotto nella ferita uno specillo: se incontra superfici ossee lisce e scorre, l'osso è intatto; se incontra asperità, purché non vi siano suture, l'osso è fratturato.
La possibilità di scambiare una frattura o contusione per una sutura ossea e viceversa è notevole.
Quindi, talvolta, quando il colpo è stato violento, anche se lo specillo non dimostra nulla, occorre allargare l'area. E se nessuna fessura è visibile, bisogna applicare dell'inchiostro sull'osso, che poi va raspato con il cesello; una frattura trattiene l'inchiostro.

Inoltre Celso già conosce il trauma da contraccolpo:

"Può accadere che il colpo sia stato applicato in una parte della testa e la frattura compaia in un'altra. Ne consegue che se un tale ha avuto una forte botta in testa, e ne sono conseguiti sintomi sfavorevoli, e non è stata trovata frattura là dove lo scalpo manifesta la ferita, è opportuno ricercare se vi sono altre parti molli e rigonfie ed aprire anche queste, dal momento che l'osso fissurato può trovarsi in quelle parti.

Ma è anche possibile sia presente, sotto l'osso integro, una raccolta ematica con forte dolore localizzato e alterazioni visive. La terapia consiste nel far evacuare la raccolta ematica.

Può accadere talvolta che l'osso resti intero e sano, e cionondimeno all'interno del cranio alcuni vasi della membrana si siano rotti a causa del colpo e ci sia stata fuoriuscita di sangue e che si sia raggrumato, causando forte dolore e talvolta offuscamento della vista. Di solito il dolore è avvertito sopra il grumo, e, quando lo scalpo è inciso, l'osso appare pallido; in tal caso, deve essere tolto via."


In caso di frattura dell'osso, la pratica era rimuovere subito i frammenti ossei. Celso invece consiglia di tentare una terapia conservativa con gessi e bendaggio per sei giorni. Se, in settima giornata, si osservano segni di miglioramento si può continuare con la terapia medica.


Ma l'intervento diviene necessario se:

"la febbre si alza, il sonno è breve e agitato dai sogni, la ferita secerne e non tende a guarigione, le ghiandole del collo si ingrossano bilateralmente con forte dolore, ed in più l'inappetenza si aggrava, allora soltanto va posto mano alla chirurgia con lo scalpello.

Eseguito l'intervento, con strumenti e modalità già riportate, è necessario procedere alla chiusura e alla medicazione. Sulla membrana deve essere spruzzato aceto forte, per controllare ogni sanguinamento o frantumare ogni raccolta ematica raggrumata che resta all'interno. Poi lo stesso gesso, ammorbidito come dianzi detto, va posto direttamente sulla membrana, e poi le garze e le bende e la lana grezza come sopra descritto.
Il paziente va posto in una stanza calda e la medicazione rinnovata ogni giorno, due volte al giorno se in estate.

Ma se la membrana gonfia in su attraverso l'infiammazione, deve essere bagnata con olio di rose tiepido; se si rigonfia al punto di sporgere dal livello del cranio, sono necessarie lenticchie tritate o foglie di vite triturate, mescolate a burro fresco o grasso d'oca; ed olio di iris va spalmato sul collo.
SPECULUM VAGINALE
Ma se sembrerà che la membrana non sia pulita, bisogna spalmarle sopra in parti uguali di quel medicamento speciale e di miele, e per tenerlo fisso deve essere coperto da uno o due tamponi di garza e al di sopra va posto del lino su cui è spalmato parte del medicamento. Quando la membrana è tornata pulita, va aggiunto un empiastro cerato per far ricrescere la carne."

Celso descrive poi il quadro sintomatologico di un paziente, in postoperatorio che si avvia a guarigione, e quello di un paziente con prognosi infausta.

"Segni indicativi di guarigione sono una membrana mobile e di colore normale, una carne crescente rosseggiante, e movimenti della mandibola e del collo agevoli. Segni negativi una membrana immobile, nera o livida o di altro colore malsano; il delirio, il vomito acre, paralisi o spasmo, carne livida e rigidità della mandibola o del collo. Come per gli altri segni: sonno, appetito, febbre e colore del pus, le indicazioni per la morte o la guarigione sono le stesse che nel caso delle ferite. Quando le cose procedono bene, la carne cresce su sé stessa e dall'osso, se questo ha due strati, per modo che lo spazio tra le ossa viene riempito; talvolta cresce addirittura sopra il cranio."

Celso fece anche studi di chirurgia per ferite e ulcere suppuranti o ferite da freccia o giavellotto; interessante soprattutto per i militari in guerra.



I MEDICI DELLA MILIZIA

Cesare Augusto, compresa l'importanza dei medici in guerra, formò un corpo di medici militari remunerati in titoli, terreni e una specie di pensione. Si dividevano in clinici e chirurghi, non potevano tuttavia diventare ufficiali, in quanto non combattevano, anche se vestivano l'uniforme dei legionari.
Nell’esercito permanente il ruolo del medico divenne fisso: responsabile degli infermi e dei medici che dovevano curarli era il praefectus castrorum, un ufficiale di rango equestre. Oltre ai medici esistevano anche dei subordinati, i capsarii, addetti alla cassetta delle bende (capsa). Sui capsarii e sull’infermeria vigilava un soldato scelto (optio) che godeva i privilegi degli immunes, cioè di quei soldati che, a causa dei loro compiti speciali, erano esentati dai doveri della truppa.
C'era pure il veterinario (medicus veterinarius), per gli animali da soma e da tiro, oltre alle bestie da macello necessarie al sostentamento delle truppe; la cura di tutti questi capi era affidata ad un Pecuarius. Per i cavalli degli equites c'era un medico specializzato nei cavalli: hippiatròs. I medici sulle navi della flotta erano chiamati duplicarii, perché ricevevano il doppio della paga a causa della gravosità del loro servizio.

Grande importanza assunse, nel III sec, la scuola alessandrina con Erofilo, che studiò particolarmente il cervello, e Eresistrato, che si occupò, tra l’altro, di sezionare il cuore distinguendo arterie e vene.

L’autopsia su un cadavere comunque non fu mai eseguita né da Ippocrate né da Galeno, mentre già nel VI sec a.C. Alcmeone la praticava nella scuola di medicina di Crotone.



DECADENZA DELL'IMPERO

Per la riforma di Augusto, nell'esercito romano ci fu un medico per ogni coorte e due per quelle in prima linea. I medici dipendevano dal comandante della piazza e da un medico-capo, spesso il medico personale dell'imperatore. L'assistenza ai feriti avveniva sul campo o venivano ricoverati nel valetudinarium in castris, un ospedale da campo con infermieri, chirurghi, chiropratici e massaggiatori.

La guerra dette ai medici larga esperienza sulla traumatologia, e sul territorio sorsero ospedali e infermerie private, dove i patrizi curavano parenti e schiavi, come quello accanto al tempio di Esculapio sull'Isola Tiberina.

Dall'inizio del I sec. d.C. le scuole di medicina ebbero solo allievi militari, ma dal III sec. anche civili. L'abilitazione all'arte medica era decisa dal maestro, lo stesso che faceva all'allievo tirocinio in ospedale e nelle visite.

Vespasiano istituì poi uno stipendio per i maestri, e Adriano aggiunse un fondo pensioni e un ateneo con pubbliche lezioni. Sotto Alessandro Severo nacque la prima cattedra statale di medicina e sotto Flavio Giuliano una "facoltà di medicina" con un percorso di studi, obbligo di frequenza ed esami finali.


Claudio Galeno (129 - 199)

Fu il più famoso e studiato medico dell'antichità, dedito a medicina, patologia e anatomia, con scarso interesse per la chirurgia.
Galeno fu dapprima medico e chirurgo di gladiatori. Descrisse i metodi per ridurne infezioni e infiammazioni: « è necessario mantenere le ferite costantemente umide, poiché se la medicazione si secca, la piaga si infiamma ». Pertanto, le ferite andavano coperte con panni imbevuti di vino astringente, tenuti umidi, giorno e notte, da una spugna imbevuta loro sovrapposta.

Ebbe grande successo curando pazienti incurabili per gli altri, fino ad essere introdotto a corte diventando medico della famiglia imperiale, di Marco Aurelio e poi del figlio Commodo.

Praticò molto la terribile vivisezione degli animali, sottoponendo a sevizie terribili tante creature. Dimostrò che i fasci nervosi uscenti dal midollo spinale innervano i muscoli. Scoprì sette nervi cranici su dodici e la funzione del nervo ricorrente. Sezionando il midollo spinale scoprì che i nervi spinali non portano la motricità e la sensibilità delle aree innervate. Infatti il taglio causava non solo la paralisi ma anche la completa anestesia della parte sottostante. Distinse le lesioni degli emisferi cerebrali da quelle del cervelletto.

Dimostrò che l'urina è formata dai reni e non dalla vescica, come si riteva; e scoprì le valvole cardiache.
L'assunto errato "anatomia animale = anatomia umana" lo portò talvolta a sbagliare.
Galeno ci ha tramandato, attraverso il Methodus medendi, 473 composizioni farmaceutiche di origine animale, vegetale e minerale, unitamente alla loro prescrizione medica nelle varie malattie, alcune valide a tutt'oggi.


Classificò i farmaci in base ai loro effetti farmacologici catalogandoli in tre gruppi:
  • I) I farmaci elementari, con una sola qualità di freddo, caldo, umido e secco, con attività classificabile da 1 a 4.
  • II) I farmaci composti, che posseggono più di una qualità, classificabili in base al loro livello di efficacia.
  • III) Le entità, cioé farmaci con azione specifica (lassativi, diuretici, etc.).

Ma la farmacopea di Galeno è famosa anche per tre rimedi:
La hjera picra, la terra sigillata e la triaca.
  • La hjera picra (amaro ieratico) è una mistura di aloe, coloquintide, spezie ed erbe, che con l'aggiunta di miele si trasformava in un elettuario 19 con effetto purgante «dolce ma drastico, capace di far evacuare tutti gli umori cattivi».
  • La terra sigillata era un'argilla grassa che conteneva silice, allumina, creta, magnesia e ossido di ferro, così chiamata perché confezionata in pastiglie col sigillo di una capra. Veniva confezionata in un giorno del mese da una sacerdotessa con un certo rituale. Aveva diverse indicazioni: per vomitare il veleno, per punture di animali velenosi, per la dissenteria e per le ulcerazioni di vecchia data, fetide e putride. La si usava dopo averla disciolta con aceto.
  • Infine, la triaca (teriaca o theriaca20) era il polifarmaco con un numero variabile ed elevato, di ingredienti fino a 70 elementi. Era efficace come antidoto contro i morsi di animali velenosi, e in un gran numero di pestilenze o malattie. L'origine viene fatta risalire a Mitridate, il Mithridatium antidoton formato da 54 ingredienti per contrastare qualsiasi veleno.

    Nel I secolo d.C., Andromaco il Vecchio, medico di Nerone, rielaborò la formula di Mitridate, aggiungendovi carne di vipera. Per assuefazione il veleno è antidoto a se stesso, cioè similia similibus curantur [cose simili sono curate da cose simili]. Nacque così la Teriaca di Andromaco che con alterne vicende e differenti composizioni sopravvisse fino al secolo scorso.

Ci furono poi :
  • Leonida di Alessandria, che studiò la filaria e fu chirurgo esperto su ernia e gozzo. Poi il famoso chirurgo Filagrio e suo fratello Poseidonio, che si occupò delle malattie del cervello, descrivendo deliri acuti, stati comatosi e catalettici, epilessia e rabbia.
  • Antillo, III secolo d.C., studioso di due tipi di aneurismi: quello legato a difetti dello sviluppo e quello traumatico. Operò agli occhi, praticò tracheotomie, ablazioni tumorali. Inventò una tecnica operatoria degli aneurismi dell'arteria poplitea, noto come metodo di Antillo.
  • Oribasio (325-395 d.C.), medico dell'imperatore Giuliano l'Apostata, fu l'autore romano più importante dopo Galeno. Le sue Collecta Medicinalia costituiscono la Summa dell'arte medica dalle origini ai suoi tempi.
  • Paolo di Egina nel suo De Re Medica, ha ampliato la chirurgia su: asportazione di calcoli, trapanazione cranica, tonsillectomia, paracentesi, amputazioni del seno e chirurgia oculare. Fu famoso, in particolare, per la sua abilità in ostetricia e ginecologia.



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1 comment:

General Manager on 15 settembre 2015 19:11 ha detto...

Wow,..Great article shared about surgery,.
aesthetic surgery rome

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